1. LA MAGLIA NUMERO 10 E MEZZO

Capitolo primo

LA MAGLIA NUMERO 10 E MEZZO

 

La luna piena di luglio dribblava silenziosa le Cuatros Torres di Madrid.
“Che cosa ci fai in piedi, ragazzo?”
La voce del coach Kira fece sobbalzare Taro Misaki.
“Stare a guardare la luna alle tre di notte è roba da vecchi ubriaconi insonni, non da giovani atleti”, ridacchiò l’allenatore.
“Non riuscivo a dormire”, si giustificò il giovane centrocampista.
“Male!”, lo rimproverò il coach, “Stai facendo un torneo straordinario, non puoi rovinarlo per mancanza di sonno!”
“Sono contento che sia soddisfatto di me, mister”, disse Misaki, abbozzando un sorriso.
“Soddisfatto? Sono entusiasta, ragazzo! In assenza dei giocatori dei tornei europei, hai guidato la squadra per tutte le eliminatorie, e ora, con Tsubasa a mezzo servizio, sei riuscito a portarci fino alle soglie della medaglia d’oro”.
Misaki abbassò lo sguardo.
“Sai qual è il tuo difetto, Misaki?”, disse il coach, alzando lo sguardo alla luna.
“Il tuo peggior difetto è la bassa stima che hai di te stesso. Sei abituato a considerarti un’ombra, un coprotagonista. E, invece, hai dimostrato di avere tutte le carte in regola per essere una stella di prima grandezza”.
“La ringrazio, mister”, mormorò Misaki.
“Ne hai anche un altro di difetto”, aggiunse Kira, “Pensi solo al calcio”.
Misaki lo guardò.
“Un giocatore è prima di tutto un uomo”, spiegò l’allenatore, “Quando vi chiedo dei sentimenti in campo, presuppongo che li abbiate anche fuori. Una vita completa, in cui l’amore abbia la sua parte, è un requisito indispensabile per un campione. Lo spiegai anche a Kojiro una volta, mi domando se abbia poi capito…”
Misaki alzò lo sguardo alla luna.
“Te lo dice uno che non ce l’ha”, rise il coach, “Per questo lo so così bene. Credi che mi sarei ridotto a questo modo con una donna accanto?”
Il telefono di Misaki segnalò un messaggio.
“Forse mi sono sbagliato…”, disse, strizzando un occhio, “In questo caso…”
Senza aspettare risposta, l’allenatore si ritirò in camera, lasciando Misaki di nuovo solo, sulla terrazza dell’albergo di Madrid che ospitava la nazionale olimpica.
Misaki guardò il telefono.
“Vedo che sei on line. Non dirmi che sei sveglio anche stanotte!”
Il mittente risaltava in alto: Sanae Nakazawa.

∗ ∗ ∗

“Mi domando come fai a dormire così poco e a correre così tanto in campo!”
“Non mi sono ancora abituato al fuso orario…”, rispose Misaki a voce bassa, per non disturbare il sonno degli altri.
“Le Olimpiadi finiscono tra due giorni, ci hai messo un po’ troppo, non ti pare?”, rise Sanae all’altro capo del telefono, in Giappone.
La risata argentina di lei gli fece tremare le ginocchia.
“Come va la pancia?”, chiese Misaki.
“Enorme”, rispose lei, “Per fortuna manca pochissimo”.
“Mi raccomando, riguardati”, disse lui.
“Tu pensa alla partita! Non vorrete mica tornare senza l’oro olimpico?”, ribatté la ragazza.
“Abbiamo già battuto il Brasile un’altra volta, al mondiale giovanile”, le ricordò Misaki.
“Lo so bene”, replicò lei, “Ti ricordo che sei apparso in campo evocato dalle mie preghiere!”
Di nuovo le ginocchia di Misaki si fecero gelatinose.
“Comunque Tsubasa ha promesso due gol, uno per bambino”, riprese Sanae, “Mi pare già una buona ipoteca sulla vittoria”.
“Allora a me toccherà farne uno per te”, disse Misaki.
“Se non ti spiace, naturalmente”, aggiunse subito.
Sanae non poté vedere che era arrossito.
“Sei gentile”, rispose, “Come sempre”.

∗ ∗ ∗

“A coppie, ragazzi. Discesa con scambi di prima e tiro”.
Il coach Kira guidava l’ultimo giorno di allenamenti prima della finale, osservando con occhio severo i suoi ragazzi.
Tsubasa Ozora sembrava essersi finalmente ripreso dal sovraffaticamento che lo aveva colpito all’inizio del ritiro e che lo aveva costretto a giocare solo per metà della partita tutti gli incontri precedenti.
Per fortuna avevano potuto contare su un Misaki in forma eccellente, che aveva sostituito egregiamente il soccer prodigy nel ruolo di playmaker.
“Te la senti di giocare l’intera partita?”, chiese il coach a Tsubasa in un momento di pausa.
“E me lo chiede, mister?”, replicò il numero 10.
“Però a una condizione”, disse l’allenatore.
Tsubasa corrugò la fronte.
“Giochiamo con due playmaker, come hai fatto nel Barcellona”.
“Cosa?”, disse Tsubasa sbalordito.
“Misaki ha portato la squadra fin qui”, spiegò l’allenatore, “Non ho intenzione di relegarlo in un ruolo da comprimario. Come numero 10 ha giocato splendidamente. Diciamo che, invece che con un numero 10 e un numero 11, giocheremo con due 10 e mezzo. Sarà anche una mossa spiazzante per i nostri avversari”.
“Ma, coach”, provò a dire Tsubasa, “Quello non è il ruolo di Misaki, ma il mio. Non è la stessa cosa di quel che facciamo con Rivault, che è un vero numero 10”.
“Tsubasa Ozora, qual è il problema?”, disse il coach Kira, “Misaki è sempre stato il tuo partner nella Golden Combi e vi siete sempre intesi alla perfezione”.
Tsubasa ammutolì. Sapeva fin troppo bene che quelle Olimpiadi erano molto più di Misaki che sue.
Il suo migliore amico aveva guidato la squadra durante la fase eliminatoria, con grande capacità e autorevolezza, da vero combattente. Era motivatissimo, d’altra parte, dato che l’oro olimpico era il suo sogno fin da bambino. Durante la fase finale, Misaki aveva anche dimostrato di poterlo sostituire nel ruolo di numero 10, dato che lui poteva giocare solo 45 minuti.
Ciò nonostante, questa condivisione del posto di playmaker, gli pesava moltissimo.
E gli pesava ancora di più ammettere con se stesso che sentiva come una minaccia la nuova forza del compagno di sempre.
“A coppie!”
Il coach fece riprendere l’esercizio.

∗ ∗ ∗

L’aereo per Madrid decollò da Tokyo in perfetto orario.
Ora Azumi Hayakawa aveva ben 11 ore per riordinare le idee e ritrovare uno stato d’animo tranquillo, dopo l’inaspettata proposta ricevuta da Parigi.
“Prendilo come un incarico di prova”, aveva detto il direttore dell’agenzia di stampa francese, “Un reportage sulla nazionale olimpica giapponese. Stanno facendo sfracelli e tu mi sembri la persona più adatta per raccontarne la storia. Se non ho capito male, conosci anche il capitano, giusto?”
Si era lasciata sfuggire di conoscere di vista il celebre numero 10 e il direttore aveva colto la palla al balzo.
In realtà, lei Tsubasa lo aveva incontrato solo un paio di volte, in occasione del Torneo di Parigi, un trofeo internazionale under 15.
Quello che conosceva bene, invece, era il numero 11, Taro Misaki.
Erano stati compagni di scuola durante i tre anni che lui aveva passato a Parigi e tra loro c’era stata un’affettuosa amicizia. L’Anego di Francia, la chiamava il centrocampista. Diceva che gli ricordava moltissimo una grintosa compagna di scuola che aveva lasciato in Giappone.
Quando il loro rapporto era stato sul punto di sfociare in qualcosa di più, lui era dovuto tornare all’improvviso in patria.
Per tre anni si erano scritti con una certa regolarità. Quando finalmente anche lei era rientrata in Giappone, per frequentare l’università, lo aveva cercato immediatamente.
Poi, all’improvviso, prima del mondiale giovanile, un terribile incidente stradale aveva messo a rischio la carriera di Misaki. Lei gli era stata vicina in quei drammatici giorni, accompagnandolo in quella miracolosa riabilitazione che aveva portato il numero 11 a giocare gli ultimi, decisivi venti minuti della finale.
La finale aveva significato però per Misaki un secondo grave infortunio e, di nuovo, lei era stata al suo fianco.
Azumi aveva pensato che, forse, la magia di Parigi era sul punto di ritornare.
Invece, si era accorta ben presto che le cose stavano diversamente.

“Come va la gamba?”
“Meglio”, rispose laconico Misaki.
“Allora che cosa ti mette di umore così nero?”, sorrise Azumi.
Misaki non disse nulla e continuò a guardare la pioggia dalla finestra.
Il campanello annunciò la visita di Ishizaki.
“Scusate, spero di non aver interrotto nulla”, disse il difensore con aria maliziosa.
Azumi arrossì, mentre Misaki sembrò non aver nemmeno sentito.
“Immagino che tu abbia già avuto la grande notizia!”, esordì Ishizaki raggiante.
“Sì”, rispose laconico Misaki, “Ho saputo”.
“Era ora, d’altra parte! Non poteva mica ripartire di nuovo senza portarsela dietro, ti pare?”
Azumi aveva l’aria di non capire. Così Ishizaki le spiegò:
“Tsubasa e Anego, cioè volevo dire Sanae, si sposeranno tra pochissimo. Lui sta per firmare con una squadra europea e non vuole ripartire senza di lei”.
Azumi guardò Misaki. Non distoglieva lo sguardo dalla pioggia che cadeva.
“Quando partiranno?”, chiese Misaki.
“Tra pochi giorni. Poi torneranno a primavera per il matrimonio”, rispose Ishizaki, “Sarai il testimone, vero?”
Azumi colse un enorme sforzo nella risposta di Misaki:
“Sì”.
Ishizaki li salutò, ammiccando di nuovo.
Il silenzio calò nella stanza. Si sentiva solo il rumore monotono della pioggia che cadeva.
Azumi aveva l’impressione di essere inconsistente come un fantasma.
“Era questa la causa del tuo malumore…”, mormorò.
Finalmente Misaki sembrò accorgersi della sua presenza.
“Di cosa stai parlando?”
“Lei si sposa”.
Misaki la guardò con gli occhi sbarrati.
“Per quanto tempo andrai avanti così?”, disse Azumi con un sorriso triste.
Misaki non rispose, ma continuava a guardarla.
“Per quanto tempo riuscirai a fingere con te stesso e con gli altri? Per quanto tempo continuerai a restare nell’ombra, consolando le sue lacrime e facendo di tutto perché lei sia felice?”
Aveva parlato dirigendosi lentamente verso la porta.
Quel tipo di discorso non ammetteva risposte e non poteva che concludersi con un addio.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa atterrò a Madrid alla vigilia della finale olimpica, e dovette precipitarsi alla conferenza stampa della nazionale giapponese.
Nella sala gremita, fecero il loro ingresso il coach Kira e il capitano Ozora Tsubasa.
“Lei è davvero un uomo baciato dalla fortuna”, esordì il collega della televisione nazionale, all’indirizzo del numero 10, “Persino la sua breve retrocessione nel Barcellona B si è trasformata in un leggendario successo. E alla fine della stagione, è addirittura stato premiato come miglior giocatore della Liga, al suo primo anno in Spagna”.
“La fortuna non esiste”, replicò perentorio Tsubasa, “Ottenere risultati è tutta questione di impegno, di fatica e di forza di volontà. Quando scelgo un obiettivo, ci dedico tutto me stesso. E sono sicuro che riuscirò a raggiungerlo”.
Nella mente di Azumi apparve l’immagine di Taro Misaki, investito da un camion giusto alla vigilia del mondiale giovanile che avrebbe dovuto lanciarlo. Si stupì del fatto che Tsubasa facesse un’affermazione simile conoscendo la storia dell’amico.
“Ho passato tre anni in Brasile, da solo, quando ero ancora un ragazzino”, continuò il soccer prodigy, “E ho sempre trovato dentro di me la forza per affrontare e superare qualsiasi difficoltà”.
“È stata però la strepitosa prestazione di Taro Misaki a permettervi di arrivare in finale”, aggiunse malizioso il giornalista francese, “Si sente in concorrenza con il suo partner della Golden Combi?”
Con sorpresa, Azumi colse un’ombra sul volto di Tsubasa.
Il coach Kira rispose al suo posto.
“Mi spiega come fa ad essere un problema avere due fuoriclasse, invece che uno solo?”
Quando era presente il coach Kira, le conferenze stampa duravano sempre poco.
Azumi Hayakawa raccolse pensierosa le proprie carte.
Era come se ci fosse una nota stonata, una tensione sotterranea.
Guardò di nuovo verso il soccer prodigy, assediato dai fotografi.
Era bello, solare, sicuro di sé.
E assolutamente privo di fascino.
Gli mancava la profondità di chi ha conosciuto il sapore della sconfitta.

∗ ∗ ∗

Capitolo secondo – La montagna di fuoco e di neve


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