10. DIECI ANNI DI SOLITUDINE

Capitolo decimo

DIECI ANNI DI SOLITUDINE

 

“Devo andare via di qui”, aveva detto Sanae decisa, lo sguardo fisso sulle lontane luci del porto.
Aveva bisogno di pensare e doveva farlo in uno spazio il più possibile vuoto, non in quella casa piena di gente, in cui Tsubasa poteva piombare da un momento all’altro.
“Ma dove?”, aggiunse quasi tra sé.
Taro Misaki, senza una parola, le tese le chiavi di casa sua.
“Non verrà mai a cercarti lì”, disse con un sorriso.
Sanae lo guardò stupita.
“Io andrò da mio padre”, aggiunse subito Taro.
Era rientrato alla perfezione nel suo ruolo ed era disposto a dormire sotto un ponte, pur di saperla tranquilla e felice.
“Come farò con i bambini?”, pensò Sanae ad alta voce.
La preoccupava non poco l’idea di fare tutto da sola, senza l’aiuto della madre, che, peraltro, era l’ultima persona che voleva con sé. Ci mancava solo che dovesse darle delle spiegazioni.
“Verrò ad aiutarti ogni giorno”, replicò deciso Taro. E di nuovo tese le chiavi.
Sanae pensò che accettare l’offerta di Taro sarebbe stata la cosa meno saggia che potesse fare.
Ma saggezza sarebbe stato andarsene subito il giorno prima, quando lui le aveva confessato i suoi sentimenti.
Era stata saggia per troppi anni.
L’unico modo per capire che cosa stava succedendo era dare uno strattone alla realtà.
Guardò Taro negli occhi e aprì la mano.

∗ ∗ ∗

“Dove può essere andata?”, gridò la signora Nakazawa, “Come farà da sola, con i bambini?”
Il signor Nakazawa leggeva le poche righe lasciate da Sanae, mentre sua moglie correva qua e là per la casa, come se la figlia fosse nascosta lì da qualche parte.
“I miei nervi, i miei poveri nervi!” continuò la signora Nakazawa, lasciandosi cadere sul divano.
Atsushi, per evitare di ridere di fronte alla performance materna, si voltò verso il padre.
“Che cosa dice?”
“Starà via un paio di giorni”, rispose il signor Nakazawa, piegando il biglietto.
“E Tsubasa lo sa?”, chiese il ragazzo.
“No”, rispose, “Chiede di non dirgli nulla”.
Il padre di Sanae nascose la sua preoccupazione dietro un tono rassicurante.
“Non agitarti inutilmente”, disse alla moglie, “Sono sicuro che sa quello che fa”.
E uscì, per fare una lunga camminata fino al porto.

∗ ∗ ∗

Il telefono squillò tre volte, prima che la signora Natsuko Ozora riuscisse a rispondere.
La madre di Tsubasa non lo aveva visto tornare la sera prima e aveva pensato che si fosse fermato a casa dei suoceri, finalmente riappacificato con Sanae.
Le dispiaceva molto quella situazione tesa, voleva molto bene alla nuora e ricordava quanto avesse sofferto negli anni della lontananza. Un dolore che lei, moglie di un capitano di Marina, conosceva bene.
All’altro capo del telefono, la signora Nakazawa, parlava in modo concitato.
“Cosa? E dov’è andata?”, chiese la signora Ozora per capire meglio, “No, prometto che non gli dirò nulla”.
In quel momento suonò il campanello e lei dovette interrompere la comunicazione, promettendo di richiamare.
Mentre cercava di raccapezzarsi tra le parole confuse della madre di Sanae, aprì la porta e si trovò davanti Ishizaki che riaccompagnava a casa suo figlio, ridotto in uno stato pietoso.
“Che cosa diavolo gli è successo?”, chiese la signora Ozora a Ishizaki, quando il figlio si fu infilato, senza una parola, in camera sua.
“Non lo so”, rispose desolato Ishizaki, “Misaki non mi ha detto nulla…”
La signora Ozora cercava di rimettere insieme i pezzi di quel misterioso puzzle.
Ishizaki se ne andò, promettendo di tornare presto, e la lasciò sola con le sue domande.

∗ ∗ ∗

La signora Nakazawa riagganciò ancora più agitata. Aveva assoluto bisogno di parlare con qualcuno e la consuocera le era sembrata l’unica che potesse capirla. Di sicuro anche lei si chiedeva cosa diavolo stesse mai succedendo tra quei due ragazzi e, forse, mettendo insieme tutti i pezzi…
La casa era terribilmente vuota senza Sanae e i bambini.
Guardò suo figlio minore Atsushi, sconcertato quanto lei.
“Mamma, tu hai idea di cosa sia successo?”
“Sono sicura che tutto si aggiusterà, caro”, disse, senza nessuna convinzione nella voce.
Poi fece finta di trovarsi qualcosa da fare in cucina, con l’orecchio teso alla telefonata della signora Ozora.

∗ ∗ ∗

Per due giorni il sole non si fece vedere. Era solo una pallida sagoma nel cielo color latte.
Un’afa greve toglieva il respiro. Sotto il cielo immobile, tutti aspettavano il vento.

∗ ∗ ∗

La signora Ozora si accorse di aver tagliato il doppio della verdura necessaria per il pranzo.
Era così preoccupata che non sapeva più quello che faceva.
Le ripetute telefonate con la madre di Sanae non avevano chiarito minimamente la situazione.
Suo figlio, da due giorni, non usciva dalla camera e non toccava cibo.
Ishizaki aveva un bel venire tutti i giorni a trovarlo, cercando di farlo uscire. Lui restava sdraiato sul letto, limitandosi a girarsi dall’altra parte quando l’amico entrava nella stanza.
Il riso era quasi cotto e lei si scottò un dito col coperchio bollente.
In quel momento sentì una voce alle sue spalle.
“Mamma, ho bisogno di farti una domanda”.
Il vano della porta incorniciava il volto pallido e tirato di suo figlio maggiore.

∗ ∗ ∗

Come promesso, Taro per due giorni si era presentato ogni mattina, per dare una mano a Sanae con i bambini. Trascorreva lì la giornata, permettendole di prendersi un po’ di riposo e occupandosi di tutto ciò di cui Sanae e i piccoli potevano avere bisogno. Se ne andava solo quando li vedeva dormire tranquilli.
Sanae era rimasta sbalordita quando, il primo giorno, lo aveva visto prendere in braccio uno dei gemelli. Piangevano contemporaneamente e lei si pensava sull’orlo dell’esaurimento nervoso.
“Guarda che sono bravo”, aveva detto, “Mica te lo rompo”.
Sotto gli occhi stupefatti di Sanae, Taro teneva il bimbo in braccio come non avesse mai fatto altro in vita sua. In pochi minuti, il piccolo si era addormentato.
Conosceva il talento di Misaki coi bambini e con gli animali: la sua gentilezza faceva sì che lo scegliessero sempre fra mille, ma quell’abilità coi neonati aveva qualcosa di magico.
Taro, da parte sua, sentiva che la presenza di Sanae nella casa aveva, dal primo istante, modificato i suoni, i profumi, i sapori, trasformandola in un abbraccio avvolgente.

∗ ∗ ∗

“Hai mai pensato di lasciare papà?”
La domanda era stata diretta, senza troppi preamboli e formulata con voce calma e tranquilla. Ma gli occhi scuri e profondi di Tsubasa avevano un’aria febbricitante.
Natsuko Ozora si voltò verso il fornello, per togliere il riso dal fuoco e riprendere fiato.
In quel preciso istante, nel vano di quella porta, era riapparsa un’immagine lontana, sepolta nelle nebbie del tempo.



“Vieni via con me, Natsuko”, ripeté con maggiore decisione.
“È uno scherzo di cattivo gusto”, rise lei nervosamente.
“Sai benissimo che non sto scherzando”.
Il giovane, dalla carnagione abbronzata e dagli occhi profondi, la guardava dritta negli occhi e lei dovette voltarsi verso il fornello, perché non riusciva a sostenerne lo sguardo.
“Mi occuperò di Tsubasa come e meglio di un padre e in Brasile lui potrà diventare il calciatore professionista che sogna di essere”, la incalzò lui.
La signora Ozora fece un sorriso, che si trasformò in una smorfia.
“Trascuri un piccolo dettaglio. Sono sposata. E pure felicemente”.
Il giovane tacque. Il padre di Tsubasa era un amico a cui doveva moltissimo, e lo sapeva.
“Tuo marito è senza dubbio un uomo meraviglioso”, disse, “Solo che…”
Lei non poté fare a meno di voltarsi a guardarlo.
“Solo che tu sei innamorata di me”, concluse lui.
Natsuko Ozora si appoggiò al lavandino.
“Condividerò con te ogni passo, ogni momento”, disse lui, guardandola negli occhi, “Ci sarò io al tuo fianco, anziché la solitudine”.
Le si avvicinò e le prese la mano. Lei lasciò cadere il piatto che stava asciugando.
“Vieni con me, Natsuko. Io ti amo”.
Si avvicinò per baciarla, ma lei ebbe uno scatto indietro.
“Ti prego di uscire subito da questa stanza, prendi le tue cose e trasferisciti in albergo, fino a quando tu e Tsubasa partirete per il Brasile. La tua presenza in questa casa non è più opportuna”, disse con voce dura.
Il giovane lasciò la sua mano, uscì dalla stanza senza dire una parola e salì a preparare le valigie.
Nel pomeriggio, c’era la finale del torneo nazionale delle elementari, con Tsubasa che giocava come capitano. Avrebbero dovuto essere fianco a fianco sugli spalti, come al solito, ma, per fortuna, sarebbe stata l’ultima volta.



Natsuko Ozora si rivide, come in un film, salire nella stanza degli ospiti e trovare due lettere, una per Tsubasa e una per lei.
Era partito all’improvviso, da solo.
Tsubasa aveva un’adorazione per lui e quella partenza fu uno shock duro da assorbire. Quando lei gli diede la lettera, subito dopo la partita, il bambino volle correre all’aeroporto.
Lei pregò in cuor suo che l’aereo fosse già decollato. E fu ascoltata.
Tornata a casa, quella sera, quando Tsubasa si fu finalmente addormentato, rilesse la lettera che le aveva lasciato:
“Qualsiasi oceano ci separi, qualsiasi bufera dovremo attraversare, io ti aspetterò. Roberto Hongo”.

∗ ∗ ∗


“Mamma, mi hai sentito?”.
La voce del figlio la riscosse dai suoi pensieri.
“Vedi, Tsubasa”, prese a dire con voce calma, “Un matrimonio è fatto anche di momenti difficili, di situazioni critiche, che poi vengono superate insieme e rendono il rapporto più forte”.
Era molto soddisfatta della risposta che aveva dato e del tono calmo con cui era riuscita a proferirla.
Riacquistò la padronanza di sé e si voltò verso il figlio con un calmo, rassicurante sorriso materno.
“La nascita dei figli è uno dei momenti più critici per una coppia”, proseguì, “Vedrai che tutto si aggiusterà presto”.
Ora era tornata se stessa. Il ricordo del giovane bruno e delle lunghe ore passate a guardare la pioggia cadere fuori dalla finestra, dopo la sua partenza, erano ritornate ad appartenere a un mondo lontano.
“Non sono i bambini”, disse Tsubasa, “Lei è innamorata di un altro”.
Lo aveva detto con un tono calmo, come una constatazione oggettiva di un fatto che non lo riguardasse troppo da vicino.
Natsuko Ozora guardò suo figlio con stupore e compassione. Si doveva essere ripetuto quella frase per due interi giorni, per riuscire a renderla pronunciabile e accettabile alla sua mente e al suo cuore.
“È innamorata di Misaki. E lui di lei”.
Tutti i pezzi del puzzle che la signora Ozora tentava invano da giorni di rimettere insieme andarono magicamente a posto con quella breve frase, con cui suo figlio, con una semplicità e una calma disarmanti, aveva riassunto tutti i suoi tormenti e le sue sofferenze.
Sapeva quanto lui amasse Sanae. Quella frase era come dirle che lui non aveva più ragione di vivere.
“Tesoro, ne sei proprio sicuro?”
Si avvicinò e gli accarezzò i capelli. Sapeva benissimo che era un gesto adatto a un bambino caduto dalla bicicletta e non a un uomo la cui vita è appena andata in pezzi. Ed era anche la frase sbagliata: certo che ne era sicuro! Poteva forse sbagliarsi su una cosa del genere? Ma che cosa si può dire di giusto in un simile frangente?
“L’ho trovata a casa sua”, rispose Tsubasa.
Natsuko Ozora non sapeva cosa dire.
Il dolore del figlio le straziava il cuore, ma proprio non le riusciva di prendersela coi due ragazzi, che conosceva fin da piccini. Non con il gentile e timido Taro, per cui aveva sempre avuto una predilezione, e nemmeno con la nuora, nella quale aveva sempre visto rispecchiate le sue sofferenze.
Uno di loro avrebbe dovuto per forza rinunciare e soffrire.
Era davvero un gioco crudele.

∗ ∗ ∗

Capitolo undicesimo – Il tramonto in una tazza

 

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