11. IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Capitolo undicesimo

IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

 

Tsubasa si sentiva come convalescente dopo una lunga malattia. Le forze gli stavano lentamente ritornando, ma il morale era più a terra che mai.
Ishizaki lo trascinò fino al campo di calcio comunale, dove giocavano da ragazzi, per fare due tiri. Col pallone tra i piedi, il soccer prodigy si sentì subito meglio.
Giocarono tutto il pomeriggio, incuranti del caldo, concentrati solo sul pallone, in una sfida uno contro uno, come ai tempi della scuola elementare.
Mentre il sole stava per tramontare, si sedettero sul campo, per asciugarsi il sudore.
“Ishizaki, volevo chiederti…”
Ishizaki si voltò di scatto. Erano giorni che non gli rivolgeva la parola, se non per bofonchiare un no a qualsiasi cosa.
“Com’era Sanae, quando io non c’ero?”
“Triste”, rispose laconico Ishizaki.
“No, non intendevo quando ero in Brasile”, precisò Tsubasa, “Intendevo prima che io arrivassi. Tu la conosci fin dalla scuola d’infanzia, no?”
Ishizaki lo guardò perplesso.
“Dovresti saperlo. Terribile. Una peste. Una lingua che tagliava il fuoco. L’unica in grado di tenere testa a Wakabayashi. Un vulcano sempre pronto ad esplodere.”

∗ ∗ ∗

La brezza della sera fece tintinnare dolcemente la campanella di vetro. Le lanterne arancioni degli alchechengi si mossero al primo alito di vento di quella torrida giornata di fine luglio.
Taro e Sanae bevevano il the, seduti sulla soglia, mentre il sole calava lento tra i tetti delle case.
“È una notizia meravigliosa”, disse Sanae, senza distogliere gli occhi dalla grande ortensia indaco, che occupava gran parte del piccolo giardino.
Taro colse un’ombra nella sua voce e si affrettò a precisare.
“Tu puoi restare qui, naturalmente”.
Sanae sorrise e seguì con lo sguardo una falena.
“Quando partirai?”, chiese.
“Il Paris Saint-Germain mi aspetta per firmare il contratto”, rispose Taro, “Partirò tra qualche giorno”.
Finalmente Sanae rivolse lo sguardo verso di lui.
“Io non resterò qui”, disse.
“Lo so”, replicò Taro, abbassando lo sguardo.
La campanella tintinnò più forte.
“Andiamo alla spiaggia prima che tu parta”, propose Sanae.
“Quale spiaggia?”, chiese Taro sorpreso.
“Torniamo su quella spiaggia, un’ultima volta”, rispose lei.

∗ ∗ ∗

Era arrivato il momento di andare a vedere chi avesse vinto la scommessa.
Azumi Hayakawa si diresse con passo deciso verso la casa di Taro Misaki.
Non era sua abitudine ragionare come una cinica calcolatrice, ma non poteva fare a meno di pensare che avrebbe vinto in ogni caso.
Durante il loro veloce incontro alla conferenza stampa, Misaki aveva lasciato intendere che avrebbe parlato con Sanae Nakazawa.
Azumi aveva scommesso che il numero 11 non avrebbe mai avuto il coraggio di confessare i suoi sentimenti. D’altra parte, se mai lo avesse trovato, lei non aveva dubbi sulla risposta dell’irraggiungibile signora Ozora.
In entrambi i casi, quindi, si aspettava di trovare Misaki nello sconforto.
Fece per affacciarsi al cancello del piccolo giardino in ombra, ma si fermò di colpo.
Dietro un enorme cespuglio di ortensie indaco, si intravedeva il rosa di uno yukata.
Vestita con il tradizionale abito da casa, una figura femminile si muoveva tra i fiori del giardino, lieve come una brezza.
Dopo un attimo sparì, come avrebbe fatto una fata in una fiaba.
Ma Azumi aveva fatto in tempo a riconoscere Sanae Nakazawa.
Si diresse decisa alla porta e suonò il campanello.
Misaki aprì dopo qualche secondo.
“Cosa diavolo sta succedendo?”, sbottò la giornalista, indicando il giardino.
“Gliel’ho detto”, disse Misaki calmo.
“E perché lei è qui?”, ribattè immediatamente Azumi.
Misaki abbassò lo sguardo.
Azumi lo guardò senza capire. Poi intuì che l’impossibile era accaduto.
“Sei un illuso, lei non lascerà mai suo marito!”, esplose, “Lo sai che non durerà!”
Misaki la guardò con un sorriso malinconico.
“Lo so”, rispose, “Appena lei se ne andrà, partirò per Parigi”.
Quella risposta disarmante prese Azumi in contropiede.
“Sarei curiosa di sapere che cosa ne pensa il tuo migliore amico di questa storia così romantica”, ringhiò con sarcasmo.
Un lieve rumore di passi arrivò dalle stanze sul retro.
Azumi si voltò di scatto e se ne andò.

∗ ∗ ∗

Pochi minuti dopo, il cancello del giardino cigolò di nuovo.
Misaki si affacciò alla porta aperta.
“Fratellone, come stai? Alla fine prometti, prometti, e poi non vieni mai a trovarci!”, esclamò Yoshiko Yamaoka appena lo vide.
Taro sorrise alla sorellastra e alla madre che l’accompagnava e le fece entrare.
Le due donne furono molto sorprese di trovare lì, sola e a quell’ora, Sanae Nakazawa, ma cercarono di non darlo a vedere.
“Come stanno i piccoli?”, le chiese la signora Yamaoka.
“Sono di là”, rispose senza pensarci Taro, “Vai a vederli”.
Subito si morse la lingua. La situazione era complicata, difficile da spiegare e ogni parola era fonte sicura di ambiguità.
La signora Yamaoka fece finta di niente e seguì Sanae che la portava a vedere i bambini.
Yoshiko guardò il fratellastro piena di curiosità, ma per nulla al mondo avrebbe osato fargli una domanda.



“Sono incantevoli”, mormorò la signora Yamaoka, guardando i gemelli.
Si vedeva che il suo pensiero stava vagando lontano.
Sanae conosceva bene la storia del suo triste divorzio e dell’abbandono di Taro, che era cresciuto col padre, e che, poi, per anni, non l’aveva voluta incontrare.
Yumiko Yamaoka sfiorò con la mano il bordo della culla.
“Non c’è nulla di più terribile che non veder crescere i propri figli”, disse.
Guardò Sanae con uno sguardo triste e affettuoso.
“A volte la vita ti mette di fronte ad un bivio”, continuò, “E tu pensi che una strada sia giusta e l’altra sbagliata”.
Abbassò gli occhi.
“E, invece, entrambe le scelte sono sbagliate”, concluse con un sorriso amaro, “Perché in nessun modo puoi evitare di far soffrire chi ami”.
Sanae spostò lo sguardo sui bambini, profondamente addormentati.
Yumiko Yamaoka uscì dalla stanza e chiamò la figlia.
Si congedarono mentre gli ultimi bagliori del tramonto illuminavano il piccolo giardino.

∗ ∗ ∗

I figli sui campi da calcio, il marito in mare, la casa vuota.
Natsuko Ozora vedeva riassunta in quel giorno la sua intera esistenza.
Guardò fuori dalla finestra con la tazza da the in mano. Lontano si vedeva il mare.
Aveva scelto quella casa proprio perché le permetteva di guardare l’oceano, che era la vera casa del marito, e sentirlo così più vicino.
Mancava per mesi interi, per poi fare ritorno solo per poche settimane.
Pur amandoli teneramente, non aveva visto crescere i suoi figli.
La signora Ozora sospirò, si avvicinò ad uno scrittoio e aprì un cassetto chiuso a chiave.
Nel cassetto c’era una busta, ingiallita dal tempo. La aprì.
“Qualsiasi oceano ci separi, qualsiasi bufera dovremo attraversare, io ti aspetterò. Roberto Hongo”.
Rimise la lettera al suo posto e i suoi occhi tornarono a guardare la sera che scendeva sul Pacifico.

∗ ∗ ∗

I colpi secchi e feroci rimbombavano nello stadio vuoto.
Il pallone gli tornava fulmineo tra i piedi e subito lo calciava di nuovo contro il muro, con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Tsubasa Ozora, grondante di sudore, sembrava intenzionato a sbriciolare quella parete di cemento a furia di pallonate.
Il cuore del pallone non resse a tanto furore e si afflosciò all’improvviso sull’erba.
Il soccer prodigy fece un gesto di stizza e girò lo sguardo intorno alla ricerca di una nuova vittima.
Con sorpresa, scoprì sugli spalti un’ombra che lo osservava attenta.
“Il dio della guerra!”, pensò Azumi, affascinata dalla titanica determinazione del capitano della nazionale.
Il pallone sembrava mandare scintille di fuoco ogni volta che colpiva il muro.
Il tramonto estivo colorava dei bagliori rossastri della battaglia l’assoluta concentrazione del “ragazzo mandato dal cielo”.
D’altra parte, pensò Azumi con un filo di ironia, solo Ares poteva essere degno di Afrodite.
La dea della primavera non avrebbe mai potuto amare un semplice essere umano.
Il cuore del timido centrocampista vagabondo avrebbe fatto la fine di quel pallone, distrutto dalla furia degli dei per aver peccato di superbia.
“Che cosa ci fai qui, Azumi?”
Il tono rude del capitano la colse di sorpresa, e, per un attimo, non seppe cosa rispondere.
Si riprese rapidamente e azzardò un contrattacco.
“Ho parlato con tua moglie…”, improvvisò.

∗ ∗ ∗

Capitolo dodicesimo – L’ora blu

 

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