12. L’ORA BLU

Capitolo dodicesimo

L’ORA BLU

 

Taro Misaki si sedette sulla soglia.
I primi grilli fecero sentire il loro canto nel piccolo giardino.
Lentamente, la luce si faceva blu, come se il colore delle ortensie si sciogliesse nell’aria del crepuscolo. Il volo di una falena gialla illuminò quella tela indaco.
Il tempo era sospeso nell’attimo che non è più giorno e non è ancora notte.
In quei due giorni si erano ritagliati un tempo fuori dal tempo.
Ma l’argine non poteva più reggere, il fiume dei giorni reclamava il suo diritto a scorrere.
Sapeva che Sanae sarebbe presto tornata da Tsubasa. E, quindi, era meglio partire.
A Parigi sarebbe stato più facile dimenticare, buttandosi anima e corpo negli allenamenti.
Quella casa, poi, l’avrebbe chiusa per sempre, una volta che lei se ne fosse andata. Vivere lì, sentendo la sua presenza senza poterla avere vicina, sarebbe stato insostenibile.
“La cena è pronta”, disse Sanae alle sue spalle.
L’aveva detto piano, come un sussurro. La magia di quel momento aveva catturato anche lei, che ora contemplava la notte, come in attesa.
“L’ora blu”, disse Taro quasi tra sé, “La soglia del giorno”.
L’orlo dello yukata di Sanae gli sfiorò una mano. Si voltò a guardarla.
Stava in piedi, sulla soglia, avvolta in quel mantello notturno, su cui si andavano accendendo le prime stelle della sera. Gli occhi avevano lo stesso colore intenso delle ortensie.
Taro le sorrise. E lei si sentì invasa da una nostalgia densa come l’inchiostro.

∗ ∗ ∗

“Ho parlato con tua moglie”, cominciò provocatoria Azumi.
Ozora Tsubasa impallidì al solo sentir nominare Sanae.
Gli ultimi bagliori del crepuscolo illuminavano le due figure in piedi sugli spalti deserti.
“Ti avevo detto di non farlo…”, disse cupo.
Azumi ignorò le parole del capitano e affondò il colpo.
“Non era da me che dovevi proteggere la tua montagna di neve…”, disse ironica.
“Non so di cosa diavolo tu stia parlando”, disse torvo Tsubasa.
“Lo sai dov’è la tua irreprensibile moglie in questo momento?”, chiese sarcastica Azumi.
“Sì, è con quel figlio di puttana del tuo fidanzato!”, replicò feroce il numero 10.
“Non è mai stato il mio fidanzato”, sibilò lei, “È sempre stato innamorato di tua moglie”.
“Non è vero! Sanae non gli interessa!”, scattò Tsubasa, “È solo una rivalsa nei miei confronti”.
Azumi stava per esplodere.
“E quindi hai intenzione di non fare nulla?”
“Combatterò, come ho sempre fatto”, ruggì il soccer prodigy, “E lei tornerà da me”.
“Io so che partiranno insieme per Parigi tra pochi giorni”, mentì Azumi, guardandolo dritto negli occhi.
Lo sguardo di Tsubasa si fece di fuoco.
“Non partirà”, replicò, “Ne sono certo”.
“A volte il destino si diverte a smentire le nostre certezze…”, osservò Azumi con un ghigno amaro.
“Sono io il padrone del mio destino”, concluse perentorio il numero 10.

∗ ∗ ∗

l campanello suonò timidamente, come se l’ospite esitasse.
Avevano appena finito di cenare. I bambini dormivano.
Sanae preparava il the. Taro cercava un libro, prima di andare a dormire a casa di suo padre.
Quasi senza accorgersene, i due ragazzi allungavano i minuti prima di salutarsi.
Il suono del campanello scosse la fragile intimità del dopocena.
Si scambiarono uno sguardo in silenzio. Poi Taro andò ad aprire la porta.
Si trovò davanti l’ultima persona che pensava potesse andare a bussare a quell’uscio.
Sul gradino d’ingresso stava ritta, nel suo malinconico sorriso di sempre, Natsuko Ozora.



La signora Ozora salutò la nuora, che abbassò gli occhi, imbarazzata al pensiero di dover spiegare la propria presenza in quella casa.
La suocera, invece, non parve minimamente sorpresa e chiese di vedere i bambini.
Li guardò sorridendo, nel silenzio sospeso della casa. Poi chiese di parlare da sola con Sanae.
Rimaste sole, le due donne si guardarono in silenzio per un lungo momento.
Sanae era sulle spine. Immaginava che cosa la suocera fosse venuta a dirle e sapeva che sarebbe stata una conversazione poco piacevole.
“Tsubasa sta malissimo”, cominciò, dandole le spalle.
Era l’attacco che Sanae si aspettava. Si indurì nel tentativo di parare il colpo.
“Puoi immaginare come io mi senta nel vederlo in quello stato”, proseguì la signora Ozora, “So che la sua felicità dipende da te e quindi, come madre, non posso che chiederti di tornare da lui e cercare di superare questo momento difficile”.
Sanae tentò di mantenere la calma. Voleva bene alla suocera, che le era stata vicina negli anni in cui Tsubasa era in Brasile, e non voleva ferirla.
Esitò un istante per trovare le parole giuste, quando la signora Ozora si voltò.
“Come donna, però…”, disse.
Sanae si immobilizzò.
“So che non dovrei dirtelo, che rischio di rovinare per sempre la felicità di mio figlio…”
Natsuko Ozora esitava. Si vedeva che aveva pensato a lungo a quel colloquio, cercando di scegliere le parole giuste.
“Segui il tuo cuore, Sanae. Non avere rimpianti”.
Sanae la guardò bene, per assicurarsi che fosse proprio la madre di suo marito.
“Ti parlo come a una figlia, perché come una figlia ti ho sempre trattato. Non decidere con la testa, decidi col cuore. Se resti con Tsubasa, fallo perché lo ami con tutta te stessa, non perché è tuo marito, o il padre dei tuoi figli. Se, invece, il tuo cuore è di qualcun altro, seguilo senza esitare, perché altrimenti avveleneresti la tua esistenza e quella di chi ti sta vicino”.
Le aveva parlato tenendole le mani, con un sorriso dolce, segnato da quella sua caratteristica, struggente malinconia.
Sanae non sapeva cosa dire. La suocera l’aveva lasciata letteralmente senza parole.
Natsuko Ozora accarezzò i capelli della nuora e le baciò la fronte.
“Dio ti benedica e ti protegga, insieme ai tuoi meravigliosi bambini”, disse salutandola.
Uscì dalla stanza e Taro, che aveva passato quei lunghissimi minuti fissando un punto inesistente fuori dalla finestra, la accompagnò alla porta.
“Dimmi, Taro”, gli disse la signora Ozora sulla soglia, “La ami davvero la piccola Sanae?”
Il numero 11 restò di stucco.
Fino a poco tempo prima non riusciva a confessare nemmeno a se stesso quello che provava e ora si trovava a doverne rendere conto niente meno che alla madre di Tsubasa.
Arrossì come un ragazzino e fece per farfugliare qualcosa, quando la donna lo fermò.
“Non è a me che devi rispondere. Ma a te stesso. E a lei”.
Si voltò e se ne andò silenziosa nella sera.

∗ ∗ ∗

Taro Misaki scese lentamente gli scalini davanti alla porta.
“Buonanotte”, disse piano, voltandosi.
“A domani”, sorrise Sanae sulla soglia.
Taro uscì dal piccolo giardino, richiudendo il cancello dietro di sé e imponendosi di non voltarsi di nuovo.
La strada era deserta e silenziosa. L’aria finalmente più fresca.
Sanae era rimasta molto colpita dalla visita della suocera. Taro pensò che, senza dubbio, l’indomani sarebbe tornata da Tsubasa. La gita sulla spiaggia sarebbe stato il loro ultimo momento insieme.
Imboccò la strada che portava al belvedere. Era inutile provare a dormire.
Al limite, sarebbe andato a casa di suo padre per sdraiarsi un paio d’ore verso il mattino.
Nella notte di luna nuova, il cielo era di un’oscurità profonda.
Alla luce del lampione che rischiarava la grande terrazza affacciata sulla città e sull’oceano, Taro trasse di tasca il libro che aveva scelto e provò a leggere:
“Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa ancora in penombra, dove era accorso d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni…”

∗ ∗ ∗

Sconvolta dagli avvenimenti delle ultime ore, Azumi Hayakawa non riusciva a dormire.
Immersa nell’oscurità della veranda, ripensava all’incontro con Tsubasa. Quell’inutile duello era servito solo a mettere in luce la totale impotenza di entrambi di fronte agli eventi.
Teneva lo sguardo basso, fissando il pavimento.
E non si accorse della stella cadente che attraversava il cielo.



La strada riecheggiava dei passi rabbiosi del soccer prodigy, che camminava con le mani in tasca e la testa bassa, senza sapere bene dove fosse diretto. Aveva cercato di stancarsi fino allo sfinimento, tirando il pallone contro quel muro di cemento, ma non era bastato.
Il sonno sembrava proprio non voler arrivare.
Giunse in vista del mare e alzò lo sguardo.
Il cielo senza luna fu attraversato da una stella cadente.
Tsubasa esitò, indeciso tra l’amore e la vendetta.



Seduta sulla soglia della casa di Taro Misaki, Sanae Nakazawa teneva lo sguardo fisso alle stelle.
Mancavano pochi giorni al passaggio dello sciame delle Perseidi e lei scrutava il cielo scuro in cerca di stelle cadenti.
Finalmente una scia dorata attraversò il velluto della notte.
In quel momento, Sanae si rese conto che era a se stessa, e non alla stella, che doveva domandare quello che voleva.



La stella cadente portò con sé un unico desiderio, espresso senza esitazioni.
Quello di Taro Misaki.

∗ ∗ ∗

Capitolo tredicesimo – Si alza il vento

 

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