13. SI ALZA IL VENTO

Capitolo tredicesimo

SI ALZA IL VENTO

 

Andarci in bicicletta forse non era stata una buona idea, pensò Sanae, mentre arrancava sulla strada per la spiaggia. Non aveva più l’allenamento dei giorni del liceo, quando i chilometri in bicicletta li divorava senza sentirli.
“Andiamo, pigrona!”, la canzonò Taro e afferrò il manubrio per farle fare meno fatica.
Erano quasi arrivati.
Era mattina molto presto e non c’erano automobili sulla via verso il mare.
Sanae aveva scelto come meta la spiaggia dove avevano visto l’alba quel giorno lontano.
Taro aveva sentito una fitta al cuore, ma poi aveva pensato che fosse giusto così: il cerchio doveva chiudersi lì, lì dove si era aperto.
Arrivarono sulla spiaggia col fiatone. Lasciarono le biciclette sulla sabbia e Sanae corse verso il mare, calmissimo nella prima luce del mattino.
“Bagno!”, gridò.
“Sei ammattita?”, le urlò in risposta Taro.
Sanae non lo ascoltò nemmeno. Si tolse i vestiti mentre correva e rimase col suo vecchio costume blu di scuola, l’unico che aveva lasciato in Giappone.
Taro restò a guardarla mentre si tuffava in un’onda.
“Dai, muoviti!”, lo chiamò Sanae.
Il ragazzo levò jeans e maglietta e la raggiunse.
“Santo cielo, è di ghiaccio!”, esclamò quando riemerse dal tuffo
Lei rise e cominciò a spruzzargli l’acqua addosso.
“Ora vedrai!”, minacciò Taro e tentò di afferrarle una caviglia per farla andare sott’acqua.
Cercava di non pensare al fatto che quello sarebbe stato il loro ultimo giorno insieme. Quel pic-nic era un regalo d’addio, e lui voleva goderselo appieno.
Con un urlo, Sanae finì sott’acqua e sparì per qualche secondo, poi gli riemerse vicinissima.
Taro fu colto di sorpresa. I suoi occhi incontrarono quelli di lei.
Un pensiero doloroso gli morse il cuore. Si voltò e si diresse deciso verso la riva.
Sanae lo afferrò per un braccio e lo trattenne.
“Per favore, lasciami andare”, disse Taro senza voltarsi.
“Verrò con te a Parigi”.
Taro si immobilizzò.
“Cosa hai detto?”
“Ho detto che verrò con te a Parigi”.

∗ ∗ ∗

“E dai! Non posso mica fermarmi ad aspettarti!”
Ishizaki sbuffava e faticava a tenere il passo.
Accettare di accompagnare Tsubasa nello jogging mattutino era stata una pessima idea.
Mancava ancora qualche settimana all’inizio degli allenamenti e lui era completamente fuori forma.
Il fuoriclasse del Barcellona, invece, sarebbe partito di lì a poco e, come sempre, sembrava non accusare la fatica.
Tsubasa rallentò il passo per permettere all’amico di stargli dietro.
“Forza, Ishizaki! Dietro quella curva c’è il mare!”
Dopo altri cento metri, Ishizaki chiese, per pietà, di fermarsi cinque minuti.
Tsubasa rise e concesse all’amico la meritata pausa. Si sedettero sul ciglio della strada a guardare il mare e la spiaggia, deserta a quell’ora.
“Pensa te!”, notò Ishizaki, “Ci sono due matti che fanno il bagno!”
Lontano si distinguevano due sagome, che sguazzavano tra le onde.
“L’acqua dev’essere gelida a quest’ora!”, osservò Tsubasa.
Intanto, l’uomo aveva sollevato la ragazza in un abbraccio, erano scomparsi in acqua ed erano riemersi baciandosi.
“Beh, pare abbiano trovato come rimediare”, strizzò l’occhio Ishizaki.
Tsubasa abbassò lo sguardo. Riconosceva i gesti di una coppia felice. Lei doveva appena avergli detto qualcosa di meraviglioso.
La coppia stava uscendo dall’acqua.
“Andiamocene”, disse Tsubasa, “Sarà meglio non disturbare”.
Si alzarono per ripartire e Ishizaki notò le biciclette.
“Devono essere ragazzi del liceo”, osservò, “Una volta venimmo anche noi qui a vedere l’alba”.
Tsubasa riprese l’andatura regolare dello jogging senza dire niente.
“In realtà non vedemmo gran che…”, rise Ishizaki, “Ci addormentammo tutti come sassi!”
Proseguirono in silenzio per qualche minuto, poi Tsubasa chiese:
“Misaki e Sanae, com’erano al liceo? Voglio dire, che rapporto c’era tra loro?”
Ishizaki lo guardò perplesso. Ultimamente gli faceva delle domande strane. Sembrava uno che avesse perso la memoria.
“Lo sai, erano molto amici. Come adesso, no?”
“Hai mai pensato…”, Tsubasa esitò, “Hai mai pensato che fossero innamorati?”
Ishizaki stava per alzare le braccia al cielo, chiamando a testimoni tutti gli dei di quanto fosse totalmente assurda quell’idea, quando un’immagine lo fermò.
Proprio su quella spiaggia, quel mattino, quando aveva aperto un occhio nel dormiveglia, disturbato dai primi raggi del sole, gli era sembrato di vedere Sanae e Misaki baciarsi.
Si era strofinato gli occhi incredulo e, quando li aveva di nuovo guardati, li aveva visti fissare il mare, ed era arrossito della propria fervida immaginazione.
“Ma di cosa stai parlando?”, disse con energia, “Sai benissimo che Anego non ha fatto altro che aspettare te!”
Una raffica di vento li investì all’improvviso.
“Arriva il temporale”, disse Ishizaki.
Alzarono lo sguardo al cielo. Nuvole scure si addensavano da ovest.
“Sarà meglio tornare indietro”, osservò Tsubasa.
Si ritrovarono alla spiaggia. La coppia era sparita, ma non le biciclette.
“In effetti, quello sembra un posto molto romantico in cui ripararsi”, sorrise Ishizaki, indicando un capanno sulla spiaggia.
“Le cose romantiche non resistono alle burrasche”, disse Tsubasa con un sorriso amaro.

∗ ∗ ∗

Yukari sbuffò. Per l’ennesima volta il telefono di Sanae risultava spento.
“Non so cosa dirti, Kumi”, disse, “Non la trovo da giorni”.
“Tanto comunque non possiamo uscire”, disse Kumi, “Mia nonna dice che sta per arrivare la burrasca”.
“Non vedi?”, disse la vecchia, indicando il Monte Fuji, “Il dio del cielo sta usando la sua spada per radunare le nubi. La dea della primavera deve averlo fatto ingelosire un’altra volta…”

∗ ∗ ∗

“Non ho idea di dove sia andata”, disse brusca la signora Nakazawa, “Ti pare che tua figlia si degni di dare qualche spiegazione?”
“Sta arrivando una burrasca, vorrei solo sapere se è al sicuro”, replicò calmo il marito.
“È alla spiaggia”, disse Atsushi, il fratello minore di Sanae.
“E tu come lo sai?”, chiese la madre.
“Me l’ha detto quando ha preso la bicicletta”, rispose il ragazzo.
La madre sospirò. Poi chiamò per avvisarla.
“Il telefono è spento, ovviamente…”
“Vado a cercarla”, disse il padre di Sanae, afferrando l’impermeabile.
“Sta’ tranquillo, papà”, disse ancora Atsushi, “C’è Misaki con lei”.
La madre scambiò uno sguardo col marito.
“Non mi piace per niente questa storia”, disse, salendo a controllare i nipoti.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa misurava la stanza con passi feroci.
Il suo umore era burrascoso quanto il cielo fuori dalla finestra. Anche lei avrebbe voluto infuriare, spazzando via tutti.
Parlare con Tsubasa aveva solo aumentato la sua frustrazione e la sua rabbia.
Quella che avrebbe davvero voluto trovarsi davanti era Sanae Nakazawa, per dirle tutto quello che pensava di lei, per strapparle quel velo di incantesimo che l’avvolgeva, per affrontarla al di fuori di quell’ombra in cui si rifugiava.
Afferrò il telefono e cercò il numero.

∗ ∗ ∗

Natsuko Ozora vedeva dalla finestra la burrasca spazzare la costa e il suo pensiero andò al marito in mare.
Pioggia e vento frustavano la città, facendo tremare i vetri con le loro ondate.
I tuoni rombavano sempre più vicini e sempre più a ridosso dei fulmini.
Un boato scosse la casa, illuminata da una saetta. La corrente saltò.
Daichi diede un urlo e si nascose dietro al divano. La madre rise.
Il rumore dello scroscio copriva ogni altro suono. La pioggia cadeva così fitta che era impossibile vedere oltre i vetri.
Un improvvisa folata di vento spalancò la finestra.
La signora Ozora fece un balzo indietro.
“Mamma!”, gridò Daichi.
Lei richiuse con fatica le imposte e i vetri.
Si sedette sul divano, abbracciando il figlio, con l’orecchio teso alla tempesta.

∗ ∗ ∗

Ichiro Misaki arrivò a casa nel tardo pomeriggio, dopo la settimana passata fuori città per una mostra.
Dal cielo scendeva una pioggia leggera. Il sereno irrompeva già tra le nubi, che non riuscivano più a trattenere i raggi del sole
Vide che il figlio aveva dormito lì nei giorni precedenti e si aspettò che comparisse per cena.
Taro, invece, non si fece vedere.
Il pittore andò nello studio e si mise a dipingere, fin quando la luce non permise più di distinguere i colori.

∗ ∗ ∗

Le ultime gocce di pioggia avevano smesso di tamburellare sulle assi del capanno.
I tuoni echeggiavano sempre più lontani.
La voce del mare era tornata ad essere un quieto mormorare.
“La burrasca è finita”, bisbigliò lui.
“Andiamo a casa”, sussurrò lei.

∗ ∗ ∗

Capitolo quattordicesimo – L’aurora dalle dita di rosa

 

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