14. L’AURORA DALLE DITA DI ROSA

Capitolo quattordicesimo

L’AURORA DALLE DITA DI ROSA

 

Il cielo era di un’oscurità profonda, come il colore dell’inchiostro di quercia. La stessa immagine che formava il primo kanji del nome Sanae.
La campanella di vetro tintinnò timidamente alla brezza che precede il sorgere del sole.
La prima luce del giorno colorò di azzurro la stanza.
Sanae trattenne il respiro. Era quel momento incantato in cui, tra giorno e notte, traspare una luce rosea.
L’ora blu è passata, pensò.
Le dita rosate dell’aurora aprirono con tocco leggero le porte del cielo.
La soglia è attraversata, pensò ancora Sanae, ora non ci sarà ritorno.
Guardò Taro, che, immerso nel suo abbraccio, dormiva profondamente, per la prima volta dopo tanto tempo.
Gli sfiorò il volto con la punta delle dita.
Taro socchiuse gli occhi e la vide che gli sorgeva davanti, come la luce rosea del primo mattino.
Era la prima volta che si svegliavano l’uno accanto all’altra.
Lei gli sorrise, gli occhi scuri come l’inchiostro, e si chinò su di lui per baciarlo.
La stanza, improvvisamente, fu immersa in un’atmosfera dorata.
Bella come la luna e terribile come la nazionale del Brasile, pensò Taro con un sorriso.

∗ ∗ ∗

“Ma cosa sei? Impazzita, per caso?”
Yukari si alzò di scatto, picchiando le mani sul tavolo del bar.
Sanae la guardò con gli occhi sbarrati.
Yukari riprese un contegno, vedendo che gli altri avventori la guardavano e tornò a sedersi. Ma ribolliva di rabbia.
“Non posso credere che tu stia dicendo sul serio!”, disse, smorzando la voce, ma non la collera.
Non riusciva a star ferma sulla sedia.
Sanae taceva, sperando che l’amica riprendesse il controllo di sé, dopo il comprensibile shock procuratole dalla notizia.
“Mi sembri completamente fuori di te”, rincarò, invece, Yukari, “Non ti riconosco più”.
Sanae pensò che, invece, lei si riconosceva per la prima volta dopo tanti anni.
“Insomma, tu sei la donna di Tsubasa!”, concluse perentoria Yukari.
Questa volta fu Sanae a scattare in piedi.
“No”, disse, “Io sono Sanae Nakazawa”.
Sotto lo sguardo fiammeggiante dell’amica, Yukari capì di aver detto l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire.
“Stasera parto per Parigi”, concluse Sanae con tono gelido, “Tienitelo per te, o giuro che dovrai trovarti un’altra testimone di nozze”.
Uscì, lasciando l’amica avvilita e ammutolita, intenta a fissare le tazze vuote sul tavolo.



Una mano le toccò una spalla.
“Tutto bene?”
Yukari incontrò lo sguardo preoccupato del suo futuro marito.
Ishizaki si sedette di fronte a lei.
“Che cosa sta succedendo?”
Yukari sospirò. Come poteva spiegare a quell’animo candido e ingenuo che l’urto di un meteorite aveva cambiato l’inclinazione dell’asse terrestre e che i poli non era più al loro posto?
“Non mi crederai mai”, cominciò.

∗ ∗ ∗

“Allora, sei pronto per tornare a Parigi?”, chiese Ichiro Misaki al figlio, neo acquisto del Paris Saint-Germain.
“Sì… Credo di sì…”, rispose Taro.
La medaglia olimpica e il contratto con la squadra francese avevano ripagato anni di dolori e di sacrifici. Il pittore era davvero felice per il figlio.
“Potresti tornare a Montmartre”, disse il padre, continuando a dipingere, “Il quartiere ti è sempre piaciuto…”
Ci fu come una lieve esitazione nella risposta di Taro.
“Vedremo”, disse.
Poi, dopo un momento, aggiunse:
“Sai, non partirò da solo…”
“Davvero?”, domandò il padre con un sorriso, “E quando me la farai conoscere?”
“La conosci già”, rispose Taro, guardando il pavimento, “È Sanae”.
Il pittore fermò il pennello di colpo. Il colore prese a colare lento.
Quando si voltò verso il figlio, il sorriso era scomparso.
“Non capisco…”, disse.
Taro alzò lo sguardo.
“Sanae ha deciso di lasciare Tsubasa. Verrà con me a Parigi”.
Ichiro Misaki capì di essere il primo a cui il figlio dava la notizia.
Posò lentamente il pennello.
“E i bambini?”, chiese.
“Verranno con noi”, rispose Taro.
Il pittore si avvicinò alla finestra dello studio. Guardò fuori con aria grave, dando le spalle al figlio.
Taro cercò di sciogliere quel silenzio imbarazzato.
“Capisco che la notizia sia per te una sorpresa…”
Ichiro Misaki sospirò.
“Dimmi la verità, Taro”, disse, senza voltarsi, “Quanta parte ha in tutto ciò il tuo desiderio di eguagliare Tsubasa?”
Taro guardò il padre, sbalordito.
“So bene che hai sempre avuto la sensazione di essergli inferiore, in campo e fuori. Ma quello che devi fare non è prendere il suo posto, ma cercare la tua strada”.
Il pittore fece una pausa, per soppesare accuratamente ogni singola parola.
“Ti sei chiesto sinceramente se quella che desideri è Sanae o è la moglie di Tsubasa?”
Quando si voltò, vide che la porta dello studio era aperta.
Taro se n’era andato.
Lo sguardo di Ichiro Misaki cadde sul dipinto.
Una lacrima grigia aveva rovinato in modo irreparabile il quadro.
Un gesto rabbioso spedì in un angolo tela e cavalletto.
Il pittore tornò a guardare fuori dalla finestra. Sapeva che sarebbe rimasto lì, immobile, per ore. Come quel giorno lontano, in cui Yumiko se n’era andata, lasciandolo solo con Taro.

∗ ∗ ∗

Yukari era molto preoccupata.
Da circa un quarto d’ora, Ishizaki zuccherava meticolosamente il the. Dopo ogni cucchiaino, mescolava brevemente e poi ricominciava da capo.
Al quattordicesimo cucchiaino di zucchero, Yukari fece un tentativo per recuperarlo.
“Tutto bene, Ryo?”, chiese con tutta la dolcezza di cui era capace.
Ishizaki si riscosse.
“Lei non partirà, vedrai. Tutto si chiarirà”, affermò con un sorriso vagamente assente.
Yukari non ebbe cuore di fargli notare che Misaki e Tsubasa sarebbero stati i suoi due testimoni al loro matrimonio.
“Ho paura di no”, disse con la cautela di un artificiere che disinnesca una bomba.
Ishizaki ricominciò ad aggiungere cucchiaini di zucchero.
“Non partirà”, ripeté.

∗ ∗ ∗


Azumi Hayakawa si fermò davanti al cancello del piccolo giardino ombroso.
Il sole stava tramontando. Vide le foglie delle ortensie muoversi, ma era solo la brezza. Di Sanae Nakazawa non c’era traccia.
La giornalista sentiva una rabbia impotente crescerle dentro. La rivale sembrava decisa a sfuggirle, avvolta da un incantesimo che la proteggeva dal mondo.
“Non raggiungibile”, aveva detto il telefono, quando aveva provato a chiamarla.
Non raggiungibile, inarrivabile e intoccabile, pensò Azumi con un sorriso amaro.
Lei, invece, non vedeva l’ora di saggiare la consistenza di quell’essere inafferrabile, esponendolo al bagliore senza ombre del mezzogiorno.
Suonò il campanello con decisione.

∗ ∗ ∗

Tsubasa ripassò per l’ennesima volta quel che avrebbe detto alla moglie.
Non si vedevano da quasi una settimana, dopo quella terribile mattina.
L’indomani sarebbe dovuto ripartire per la Spagna. Se fosse tornata con lui a Barcellona, sarebbe stato più facile ricominciare tutto da capo. Lontani da tutti, nella loro casa, avrebbero riannodato il filo della loro vita insieme.
Il soccer prodigy giunse in vista della casa di Misaki e scorse Azumi che suonava il campanello senza ottenere risposta.
“Se n’è andata”, pensò Azumi, “E lui è partito”.
“Se n’è andata”, pensò Tsubasa, “Con lui”.

∗ ∗ ∗

Capitolo quindicesimo – Neve e gelo

 

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