15. NEVE E GELO

Capitolo quindicesimo

NEVE E GELO

 

Il matrimonio di Yukari e Ishizaki avrebbe coinciso col Capodanno, per permettere al giocatore di prendersi la luna di miele prima che la Jubilo Iwata riprendesse il campionato.
“Vai a fare due passi”, disse Yukari, che aveva ancora un milione di cose da fare e si trovava Ishizaki che le ronzava intorno senza combinare nulla.
Appena pronunciata la frase, si rese conto che erano le precise parole che sua madre diceva al marito almeno una volta al giorno. Era proprio pronta per fare la moglie…
Ishizaki uscì dalla casa della fidanzata e vide che cominciavano a scendere i primi fiocchi di neve.
“Meno male”, pensò.
Avevano preferito sposarsi d’inverno, per via dei tempi del campionato, e quindi non era possibile avere la tradizionale, caratteristica pioggia di petali di ciliegio a incorniciare la cerimonia.
Ishizaki, che sotto la scorza ironica era l’ultimo dei romantici, era molto dispiaciuto, ma Yukari lo aveva consolato dicendo che, con la neve, sarebbe stato ancora più poetico.
Si mise a camminare spedito per scaldarsi, e, in pochi minuti, si trovò davanti alla casa di Misaki.
Un filo di fumo usciva dal camino: da Parigi erano già arrivati.
Ishizaki avrebbe voluto salutare Misaki, ma l’idea di trovare lì Sanae lo imbarazzava molto.
Perciò decise di andare a vedere se per caso fosse già arrivato Tsubasa.
“Vieni, Ryo!”, disse la signora Ozora, “Sali pure, e, se dorme, sveglialo!”
Ishizaki bussò alla camera di Tsubasa, una voce assonnata lo invitò ad entrare.
“Allora, sei pronto per affrontare il nemico?”, gli disse l’amico, quando entrò nella stanza.
Era arrivato la sera prima da Barcellona ed era ancora intontito dal fuso orario.
Ishizaki rise. Non sarebbe mai stato pronto ad affrontare Yukari, nemmeno se avesse campato mille anni. Tanto valeva farlo adesso.
“Come va in Europa?”, chiese l’imminente sposo.
Tsubasa fece una faccia storta, come a dire che preferiva parlare di qualcos’altro.
Il giorno dopo sarebbe stata una giornata concitata, perciò Ishizaki approfittò di quel momento tranquillo per dire a Tsubasa qualcosa a cui teneva molto.
“Grazie per aver accettato di farmi da testimone”.
“Siamo amici, no?”
“Voglio dire, mi rendo perfettamente conto che non sarà facile…”
Non riusciva a trovare le parole per finire la frase. Non era mai stato bravo in queste cose.
Per fortuna, Tsubasa capì.
“Prima o poi li dovrò incontrare, no?”, disse, “Sta’ tranquillo, non ho intenzione di rovinarti la giornata”.
“Non ho mai pensato niente del genere”, si schermì Ishizaki, “È che… insomma…”
Tsubasa cambiò discorso.
“E se andassimo fuori a giocare a pallone sotto la neve?”
Ishizaki allargò il volto in un sorriso. Adesso riconosceva il soccer prodigy!
Uscirono di corsa e andarono a tirare quattro calci al vecchio campo della scuola.

∗ ∗ ∗

Un muro contro muro.
Non si erano ancora rivolte la parola, dopo oltre un quarto d’ora.
Atsushi, il fratello minore di Sanae, preso in mezzo a quella guerra di nervi fra la madre e la sorella, decise di avere un improvviso, urgente bisogno di vedere la fidanzata.
“Ti vedrò ancora prima che riparti?”, chiese a Sanae.
“Forse”, rimase vaga lei.
La porta si chiuse e le due donne restarono sole in una stanza in cui l’aria si poteva tagliare col coltello.
I bambini dormivano nel port-enfant. Si poteva sentire il rumore dei fiocchi di neve che cadevano.
La prima a cedere fu Sanae.
“I bambini potresti anche guardarli!”
Sua madre sedeva con lo sguardo ostinatamente rivolto dalla parte opposta della stanza rispetto a quella in cui stavano lei e i suoi figli.
“Ho pietà di quelle povere creature”, rispose la madre senza voltarsi.
Sanae stava per esplodere. Detestava la propensione di sua madre alle sceneggiate e alle espressioni melodrammatiche. Di peggio, c’era solo la sua totale sudditanza alla buona reputazione.
Dal preciso istante in cui aveva detto che non sarebbe tornata a Barcellona con Tsubasa, ma che sarebbe andata con Taro a Parigi, sua madre aveva smesso di parlarle e aveva preso a considerare i suoi bambini come i poveri figli di nessuno.
La cosa peggiore era che doveva chiederle di tenerli per tutto il giorno e la notte del matrimonio di Yukari. Sarebbero stati impegnati fino a tarda ora e non poteva certo averli con sé.
“Credevo che saresti stata contenta di vedere almeno loro, dopo tutto questo tempo!”
Sanae aveva alzato il volume della voce.
“Anche la signora Natsuko sarebbe felice di vederli”, disse provocatoria la madre, “Sono anche nipoti suoi”.
Sanae nascose un ghigno. Li avrebbe portati molto più volentieri dalla madre di Tsubasa, se non fosse stato che lei doveva ospitare il figlio.
Prese il port-enfant e fece per uscire. Era meglio non perdere altro tempo e cercare un’altra soluzione.
La madre vide sfumarle l’opportunità di una scena teatrale e rilanciò :
“Quanto durerà ancora questo concubinato?”
Sanae si passò la mano sugli occhi. Se la situazione non fosse stata già così pesante, probabilmente avrebbe riso di quella battuta da melodramma d’altri tempi, ma era stanca, preoccupata per il fatto di dover rivedere il marito e doveva trovare una soluzione per i gemelli.
Posò lentamente il port-enfant, si voltò verso sua madre e, col tono più trattenuto che poté, lanciò la bomba:
“Finirà presto. Ho intenzione di chiedere il divorzio”.
Sanae si mise comoda, per godersi bene l’effetto delle sue parole.
La madre riuscì a barcollare da seduta. Rivoltò gli occhi all’indietro, batté le mani e poi si coprì il volto. Mormorò fra sé più volte, con tono lamentoso, invocando i santi.
Quando l’ouverture fu finita, guardò la figlia con gli occhi pieni di lacrime.
“Non posso crederci! Tu, mia figlia, un… un…”
Non riusciva nemmeno a pronunciare la parola, tanto la sconvolgeva.
“Che cosa dirà la gente?”
La frase l’avevano pronunciata insieme, madre e figlia, la prima con tono drammatico, la seconda facendole il verso.
Per Sanae era sufficiente e infilò la porta.
Era sul cancello quando sopraggiunse il padre, di ritorno dal lavoro.
“Piccola! Quando sei arrivata?”
Dal volto della figlia, intuì che cosa era successo.
“Posso vedere i miei nipotini?”
Al contrario della madre, il padre di Sanae era stato decisamente più comprensivo.
Non perché appoggiasse le scelte della figlia, ma perché riteneva che non fosse suo compito giudicare, ma semplicemente stare vicino a coloro a cui voleva bene.
“Pensavo ce li lasciassi un giorno, mentre voi eravate al matrimonio”.
“Lo pensavo anch’io”, disse Sanae, facendo segno con la testa verso la casa.
Il padre sospirò.
“Portali qui domani mattina, ci penso io”.
Sanae sorrise. Suo padre sistemava sempre tutto.

∗ ∗ ∗

Era strano ritrovarsi in quella casa, pensò Taro, mentre aspettava la visita della madre e della sorella.
Immersa nel giardino innevato, sembrava un’isola in mezzo a un mare bianco. E un’isola era stata davvero, quando intorno infuriava la tempesta, l’estate precedente.
Sanae aveva preferito andare da sola ad affrontare la madre e lui ne aveva approfittato per invitare la sua.
Era giunto il momento di parlarle di Sanae.
La prima reazione fu uno stupito silenzio.
Poi Yumiko Yamaoka mormorò quasi tra sé:
“E i piccoli?”
“Sono meravigliosi!”, rispose Taro con entusiasmo. E cominciò a raccontare le giornate dei bambini a Parigi.
La madre lo guardava con un sorriso commosso. Suo figlio aveva davvero una capacità d’amare fuori dal comune.
La sorella ebbe il coraggio di parlargli solo quando si trovarono da soli sulla porta.
“Secondo me, siete una coppia bellissima!”, disse.
Taro rise di quel complimento infantile.
“L’ho pensato la prima volta che vi ho visti insieme, quando ti portai i fiori al torneo del liceo, ti ricordi?”
Taro la guardò sorpreso. Certo che si ricordava: era il torneo estivo che avevano vinto grazie ai suoi gol. Per festeggiare, avevano deciso di andare con tutta la squadra a guardare l’alba sulla spiaggia.
La signora Yamaoka e sua figlia si allontanarono nella neve, mentre Taro le salutava dalla finestra.
“Ho davvero un fratello fuori dal comune”, disse sorridendo Yoshiko.
“Sì”, disse la madre, “Così gentile. E così forte”.

∗ ∗ ∗

Sotto la neve, che scendeva sempre più fitta, Ichiro Misaki era diretto verso la casa del figlio, deciso a parlargli.
Non si sentivano da mesi, da quel giorno di fine luglio, in cui Taro se n’era andato senza una parola.
Giunto a pochi passi dal cancello, si fermò ad osservare una sottile figura femminile, che, avvolta in un ampio scialle, avanzava tra il vorticare dei fiocchi di neve. Il passeggino, spinto a fatica, lasciava due scie scure sul manto nevoso.
L’occhio del pittore riconobbe un’eco dei quadri invernali di Monet.
Pochi passi e la figura rivelò di essere Sanae.
Il pittore lasciò il posto al padre.
“Ero venuto per vedere Taro”, esordì, senza salutarla, “Ma ora mi rendo conto, che è con te che devo parlare”.
La ragazza si drizzò e lo fissò negli occhi.
“Torna da tuo marito”, disse il padre di Taro, senza preamboli.
Sanae fece per andarsene.
Il signor Misaki la trattenne per un braccio.
“Se tu volessi davvero bene a Taro, non lo avresti mai messo in questa situazione. Come potrà essere felice avendo tutti contro? O forse pensate di nascondervi per sempre?”
“Non abbiamo paura di avere tutti contro”, ribatté decisa Sanae.
“Smettila di fare l’eroina romantica!”, esclamò con tono duro Ichiro Misaki, “Non sei più una ragazzina che insegue sogni! Hai un marito e dei figli!”
“Ichiro!”
La signora Yamaoka stava ritta nella neve con uno sguardo carico di fuoco.
“Lasciala stare! Hanno più coraggio di quanto ne abbia mai avuto tu!”
Sanae guardò sorpresa la madre di Taro. Quel tono così deciso contrastava con l’aspetto gentile e delicato della donna.
“Se solo tu somigliassi un po’ di più a tuo figlio, forse la nostra storia sarebbe stata diversa!”, concluse Yumiko Yamaoka, con un tono che non ammetteva repliche.
Quando Ichiro Misaki si riebbe, intorno a lui c’erano solo impronte nella neve.

∗ ∗ ∗

Capitolo sedicesimo – L’ombra a cui non apparteniamo

 

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