16. L’OMBRA A CUI NON APPARTENIAMO

Capitolo sedicesimo

L’OMBRA A CUI NON APPARTENIAMO

 

Il primo ad arrivare fu Misaki.
Schivò divertito la signora Ishizaki che correva frenetica qua e là per la casa, gridando che Yukari era una santa e che suo figlio aveva bisogno ancora della balia, altro che di una moglie!
“Ryo! Sei pronto o cosa?”, gli gridò da sotto.
“Mia madre ritiene che, se non me lo ricordasse lei, mi dimenticherei perfino di respirare”, spiegò Ishizaki a Misaki che rideva.
“Beh, da oggi puoi contare su Yukari per evitare l’anossia, no?”
“Fai poco lo spiritoso. Yukari ha decisamente un bel caratterino, ma non mi pare che Anego sia da meno”.
Si zittì di colpo. Il gusto della presa in giro aveva prevalso sull’imbarazzo che la situazione gli procurava.
Misaki non era affatto dispiaciuto. La prese come la prima, gentile ed amichevole presa d’atto ufficiale del legame tra lui e Sanae.
Ishizaki, invece, era mortificato. Quello era il tipo di battuta che aveva sempre riservato a Tsubasa. Sarebbe stata una giornata molto complicata.
Il soccer prodigy suonò alla porta. Ishizaki guardò Misaki, il cui sguardo seguiva i fiocchi di neve che scendevano lenti fuori dalla finestra. Sembrava tranquillo.
I passi di Tsubasa risuonarono sulle scale e Ishizaki trattenne il fiato. La sagoma inconfondibile del capitano della nazionale riempì il vano della porta.
Misaki si voltò con calma e i loro sguardi si incontrarono.
Tsubasa, nonostante tutti i buoni propositi, non riuscì ad evitare che la sua bocca si piegasse in una smorfia. Quel traditore del suo ex amico aveva un’aria schifosamente serena e felice.
Ishizaki non ce la faceva più e, sopraffatto dalla tensione, ruppe il silenzio.
“E tu che pensavi di avere un vestito ridicolo! Guarda il mio!”
Di nuovo, gli toccò zittirsi di colpo. Si riferiva al vestito che Tsubasa aveva indossato per il matrimonio con Sanae, che era stato oggetto di parecchie battute.
Pensò che l’unica cosa che poteva fare per sopravvivere a quella giornata era staccarsi la lingua.
“Ti aspetto di sotto. È quasi ora”, disse Misaki, uscendo dalla stanza.
La porta era troppo stretta e le spalle si urtarono. Tsubasa non resistette e gli afferrò il braccio.
Misaki non si voltò nemmeno.
“Non oggi”, disse.
Tsubasa mollò la presa.

∗ ∗ ∗

Kumi tentò per l’ennesima volta di avviare una conversazione.
Per qualche inspiegabile motivo le sue senpai, di solito così loquaci, erano terribilmente laconiche.
“Il tuo vestito è magnifico, Nakazawa senpai. Il mio scompare al confronto”.
Il vestito di Sanae era evidentemente europeo, pensò Kumi, e le stava benissimo.
Aveva sempre avuto una sincera ammirazione per quella che, alle scuole medie, era stata la sua rivale in amore. Aveva capito presto che, tra loro due, Tsubasa non aveva mai avuto il minimo dubbio, tanto che la cosa non aveva rovinato l’amicizia tra le due ragazze.
Visto che anche quell’argomento era caduto nel vuoto, Kumi giocò la carta dei bambini. Si sa che le neo mamme non parlerebbero d’altro per ore.
“I piccoli stanno bene?”
“Sì, grazie”, sorrise finalmente Sanae, “Sono molto vivaci!”
“Tireranno già calci al pallone, immagino”, rise Kumi. Poi aggiunse:“Sono sicura che Tsubasa è un papà meraviglioso!”
Sanae avvampò e si voltò di scatto verso la finestra. Yukari la fissò nello specchio con l’aria di chi voleva proprio sentire la risposta.
Kumi guardò le sue senpai sempre più perplessa, si inventò qualcosa da fare al piano di sotto e le lasciò sole.
“Ha ragione, hai un vestito bellissimo: moda di Parigi, immagino”, fece ironica Yukari.
“Sai che sembri mia madre?”, ribatté l’altra, sapendo che l’amica non l’avrebbe preso certo come un complimento.
“Dovrò rivalutare tua madre”, rispose Yukari secca.
Sanae era veramente avvilita. Il suo ritorno in Giappone era stato sotto il segno dell’ostilità e della disapprovazione.
“Ci manca solo che mi chiedi di non dare spettacolo. Quella sarebbe proprio una frase da lei”, disse Sanae rassegnata.
Yukari si voltò verso la sua amica. Aveva un’aria abbattuta e stanca. Pensò che forse aveva esagerato.
Aprì le braccia.
“Ehi, Sanae”.
Sanae la guardò riconoscente e abbracciò l’amica.
“Andiamo”, disse, riprendendosi, “O Ishizaki si stancherà di aspettare”.
“I veri uomini sono quelli che sanno aspettare”, ribatté Yukari con un sorriso.

∗ ∗ ∗

Erano così discreti da risultare sospetti.
Solo sei mesi prima avrebbero passato il tempo a chiacchierare insieme, adesso, invece, si rivolgevano a malapena la parola.
Taro e Sanae avevano deciso che quello non era né il momento né il luogo per rendere pubblico il loro legame. Ciò nonostante, non riuscivano ad allontanarsi l’uno dall’altra più di tre metri.
Wakabayashi, al tavolo del buffet, sembrava un leone in gabbia.
Presumeva di essere l’unico a saperne qualcosa e l’impossibilità di sfogarsi con qualcuno lo rendeva ancora più irritato.
Girò lo sguardo intorno a cercare Tsubasa, e lo vide vagare come un fantasma, rispondendo a monosillabi a chiunque gli rivolgesse la parola.
Wakabayashi si infilò in bocca un altro pezzo di torta e lo masticò rabbiosamente.
La faccenda per lui era stata chiara fin dalla prima giornata di campionato.
Stava guardando le sintesi degli incontri degli altri campionati europei.
Le immagini televisive mostravano uno Tsubasa spento e ripetitivo, mentre, a Parigi, il Paris Saint-Germain festeggiava il primo gol francese del suo nuovo acquisto, la stella delle Olimpiadi.
Taro Misaki fece seguire al gol un gesto discreto di dedica all’indirizzo delle tribune.
Wakabayashi ebbe un lampo. Risentì le parole di Izawa alle Olimpiadi.
E gli andò il sangue alla testa.
Afferrò il telefono e selezionò il numero di Misaki.
“Passamela”, disse appena sentì la voce all’altro capo.
“Chi?”, rispose con voce ferma Misaki.
“Non fare l’imbecille. Ti ho detto di passarmela”.
“Vai al diavolo, Wakabayashi”.



Wakabayashi si sfogò di nuovo sulla torta. Poi decise di uscire a prendere una boccata d’aria.
Appena oltre la porta si trovò di fronte Misaki. Non resistette.
“Che figlio di…”, esordì.
“Wakabayashi, falla finita”.
“Quel che mi chiedo, è che cosa le hai raccontato”.
Misaki non reagì.
“Voglio dire, lo so che sei sempre stato bravo con le parole, ma arrivare a farle il lavaggio del cervello deve aver richiesto un lavoro intensivo, scientifico, ben pianificato”.
Guardò Misaki con un sorriso sarcastico, ma si accorse che lui, invece che ricambiare il suo sguardo, fissava un punto oltre la sua spalla.
Wakabayashi si voltò e si trovò di fronte Sanae.
“Stavi dicendo, Wakabayashi?”, gli chiese.
Il super portiere esitò un istante. E gli fu fatale.
Sanae gli puntò un dito sul petto.
“Ascoltami bene, specie di raccattapalle”.
Misaki alzò un sopracciglio.
“Ti do l’impressione di una a cui sia così facile fare il lavaggio del cervello?”
No, non la dava, questo era fuori discussione.
Wakabayashi era stato preso alla sprovvista da quella reazione. Cercò rapidamente una risposta adeguatamente tagliente.
“E allora come diavolo hai potuto mollare Tsubasa per questo serpente?!”
Wakabayashi era una montagna di muscoli, alta quasi due metri, Sanae una ragazza esile e graziosa, ma Misaki non ebbe dubbi: se fossero venuti alle mani, lei lo avrebbe fatto a pezzi.
Sanae premette ancora più forte il dito sul petto del portiere e lo guardò dritto negli occhi.
“Sai cosa ti dico? Dico che sei invidioso”.
L’aveva detto senza malizia, per il puro gusto di sparare per prima, come avrebbe potuto dirgli che non lo riteneva capace di parare nemmeno una palla di tre metri di diametro.
Ma Wakabayashi diventò paonazzo.
Misaki pensò che forse era il momento di intervenire. In suo aiuto.
Il super portiere gli gettò uno sguardo carico di rabbia e rientrò nella sala per cercare Tsubasa.
“Gol”, disse Anego con un sorriso sarcastico.

∗ ∗ ∗

“Quel pallone gonfiato!”, sibilò Sanae, “Lo prenderei a sberle!”
Non lo sopportava. Erano anni che voleva rompergli qualcosa sulla testa. Prima o poi lo avrebbe fatto.
Era una serata terribilmente faticosa. Doveva sforzarsi di sorridere, facendo finta di niente, senza nemmeno poter stare vicino a Taro.
Si passò la mano sugli occhi.
Un abbraccio gentile la avvolse.
“Domani a quest’ora saremo sull’aereo”, sussurrò lui.
Lei nascose il volto nella sua giacca.
“Adesso entro e lo dico a tutti. Sono stufa di nascondermi”, disse.
Taro le accarezzò i capelli e sorrise.
Si immaginò una scena da epopea samurai, in cui lei roteava minacciosamente parole taglienti per respingere gli inevitabili attacchi di quell’esercito di invitati.
Dall’interno arrivò una musica.
“Mi concede questo ballo, signorina Nakazawa?”
Lei sorrise e cominciarono a muoversi dolcemente, al ritmo della melodia.
“Sai che tutte hanno invidiato il mio vestito?”, disse lei.
“Vorrei vedere!”, replicò lui, “Te l’ho regalato io. Si vede la mano dell’artista!”
La strinse più forte, per ripararla dai fiocchi di neve.
Si accorse che si trovavano in un angolo in ombra.
Sorrise, pensando che, all’ombra, loro due, da tempo, non appartenevano più.

∗ ∗ ∗

Capitolo diciassettesimo – Zefiro torna

 

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