17. ZEFIRO TORNA

Capitolo diciassettesimo

ZEFIRO TORNA

 

Azumi Hayakawa era abbastanza soddisfatta.
Il matrimonio di Ishizaki e Yukari le aveva permesso di raccogliere gran parte del materiale che le mancava per il suo articolo.
I ragazzi della medaglia d’oro erano stati tutti molto gentili e il clima di festa aveva contribuito a sciogliere un po’ i loro caratteri così riservati.
Aveva evitato di parlare con Tsubasa, dopo il loro ultimo, bellicoso incontro.
Il capitano della nazionale, peraltro, non sembrava in vena di chiacchiere. Non faceva altro che seguire con lo sguardo Sanae Nakazawa, radiosa come non mai, che sorrideva amabilmente a tutti.
A tutti, tranne che a Taro Misaki.
Non poteva che finire così, pensò Azumi. Era stata solo questione di tempo, ma, alla fine, la scommessa l’aveva vinta.
Di sicuro era il momento peggiore per chiedere a Misaki quella benedetta intervista, ma lei, ormai, non poteva più rimandare. Prese un ampio respiro e si diresse verso il numero 11.
“No, mi dispiace”, ribadì per l’ennesima volta Misaki.
“Ti prometto che parleremo solo di calcio”, disse Azumi.
“Del calcio non si parla”, ribatté il centrocampista, “Il calcio si gioca”.
“Io morirei di fame”, rispose lei ridendo.
Azumi si accorse che Misaki cercava Sanae con lo sguardo e non si trattenne.
“Ti ha ignorato per tutta la sera!”, sbottò, “Possibile che non riesci a dimenticarla, dopo quello che ti ha fatto?”
Misaki la guardò.
“Mi dispiace, Azumi”, mormorò. E uscì in giardino.
Azumi scosse la testa.
Restò a fissare la porta del giardino, in attesa che Misaki rientrasse. Voleva provare a parlargli di nuovo, per scuoterlo da quel torpore incantato in cui sembrava imprigionato.
Dopo pochi secondi vide uscire anche Genzo Wakabayashi, con passo deciso e scuro in volto.
“Allora, sei riuscita finalmente a intervistare Misaki?”
Alle sue spalle, Azumi riconobbe la voce allegra di Ishizaki.
“Non ancora”, fece in tempo a dire, voltandosi.
Un fruscio richiamò la sua attenzione. Guardò immediatamente la porta del giardino. Appena in tempo per vedere l’abito blu di Sanae Nakazawa che spariva nell’oscurità.
Ishizaki seguì il suo sguardo.
“Azumi, forse è meglio che tu sappia una cosa…”
Ishizaki parlava, ma lei annuiva senza ascoltare, gli occhi fissi alla porta.
Pochi istanti e Wakabayashi ricomparve, furioso come se una donna gli avesse segnato con un tunnel.
Di Sanae Nakazawa, nessuna traccia.
“Forse non avrei dovuto dirtelo, ma…”, continuò Ishizaki
Lei lo interruppe.
“Ho bisogno di una boccata d’aria”, si scusò.


Azumi si affacciò sul giardino. Continuava a nevicare.
Si guardò intorno, ma non vide nessuno.
Fece pochi passi nell’aria fredda della sera, quando un fruscio blu inchiodò i suoi piedi al terreno gelato.
Dalla sala giungevano le voci e la musica.
Nella penombra del giardino, appena rischiarata dal riflesso della neve, sotto i fiocchi che cadevano lenti, Sanae Nakazawa e Taro Misaki si baciavano.
Azumi rimase impietrita.
Avrebbe voluto scomparire.

∗ ∗ ∗

Wakabayashi e Tsubasa sedevano con aria sconfortata davanti a una lunga fila di bicchieri vuoti.
Tsubasa non aveva più rivisto la moglie da quella drammatica mattina a casa di Misaki.
Se n’era andata, senza nemmeno una parola.
Il momento più difficile era stato ritornare a casa, a Barcellona, e trovarla vuota e silenziosa. Era la prima volta in vita sua che sperimentava davvero la solitudine e lo smarrimento di non avere nessuno ad aspettarlo.
Aveva lasciato cadere il pallone che aveva in mano e lo aveva colpito di controbalzo con tutta la forza del suo piede destro. La sua rabbia aveva fatto letteralmente esplodere la cristalleria, ordinatamente disposta nella credenza.
L’urlo da combattente di Tsubasa aveva coperto il fragore dei vetri infranti. Il capitano aveva violentemente scrollato le spalle, scuotendosi di dosso lo sconforto.
Non era ancora finita. Avrebbe riportato Sanae e i bambini in quella casa. Avrebbe ricostruito quello che era andato in pezzi.
Giurò a se stesso che avrebbe resistito alla tentazione di vedere i bambini, finché tutto non fosse tornato come prima. Gli costava moltissimo, ma chiedere di incontrarli avrebbe significato accettare come definitiva quella situazione. Invece era certo di avere la forza per ribaltarla.
Mille volte era risorto sul campo. Lo avrebbe fatto anche nella vita.


Vuotò l’ennesimo bicchiere e lo sbatté con forza sul tavolo.
Wakabayashi gli poggiò una mano sulla spalla.
Tsubasa alzò lo sguardo. Nella sala le coppie ballavano al ritmo lento di un soul insopportabilmente languido. Si accorse subito che Sanae e Misaki erano spariti.
Rivederli insieme, in quella sera nevosa, aveva riempito di nuovo il suo cuore di sconforto. Si sforzavano di stare lontani uno dall’altra, ma c’era come un’energia tra loro. Erano luminosi in una folla opaca. E Sanae…
Sanae sembrava un’altra. Quando era entrata nella sala, aveva quasi stentato a riconoscerla.
Anche per questo, per tutta la sera, Tsubasa non era riuscito a distogliere lo sguardo da lei.
Indossava un abito che non le aveva mai visto, così diverso da quelli che aveva sempre portato, così elegante, così…
Così maledettamente blu. Il colore della maglia del Paris Saint-Germain.
Era inutile che quei due fossero così prudenti, pensò Tsubasa. Anche da lontano si vedeva che Sanae non lo amava più.
“Tu lo sapevi, vero?”, chiese improvvisamente a Wakabayashi.
Il portiere vuotò il bicchiere.
“Andiamo”, disse, “Ti accompagno a casa”.
Tsubasa si alzò barcollando e seguì l’amico.
Appena usciti all’aperto, l’aria gelida gli diede una sferzata e si sentì subito più lucido.
Wakabayashi vide qualcosa muoversi con la coda dell’occhio e si voltò. A pochi passi due ombre si baciavano.
Prese Tsubasa per un braccio.
“Andiamo”.
Ma era troppo tardi. Stava guardando anche lui nella stessa direzione.

∗ ∗ ∗

“Sarà meglio rientrare”, disse Sanae, senza però sciogliersi dall’abbraccio.
Misaki le accarezzò il viso.
“Grazie per il ballo, signorina Nakazawa. Non vorrei sembrarle sfacciato, ma mi permetterebbe di riaccompagnarla a casa?”
Sanae rise, per la prima volta in tutta la serata, e lo baciò di nuovo.
Si voltò per tornare all’interno della sala, ma subito si bloccò.
A pochi passi, c’era Tsubasa, scuro in volto come non lo aveva mai visto.
Non gli aveva più parlato da quella mattina, nemmeno per dirgli che se ne andava. Tentare di giustificarsi, di spiegare avrebbe di sicuro alleggerito la sua anima, ma non avrebbe in alcun modo lenito il dolore di Tsubasa.
E, d’altra parte, le sue parole non avrebbero potuto che risultare insulse. O crudeli.
“Mi dispiace…”, mormorò Sanae.
“Torna da me!”, implorò Tsubasa.
Wakabayashi avrebbe preferito tagliarsi un braccio, piuttosto che assistere a quella scena. Fu sul punto di colpire con tutte le sue forze il numero dieci: preferiva abbatterlo, piuttosto che vederlo umiliarsi a quel modo! Era pur sempre l’uomo che gli aveva segnato da fuori area!
“Mi dispiace, è finita”, disse piano Sanae. E si voltò per andarsene.
Tsubasa ebbe uno scatto e le afferrò il braccio.
“Non ti lascerò andare via così!”, gridò il soccer prodigy.
Misaki rivide lo schiaffo che Tsubasa aveva dato a Sanae quella mattina. Piombò fulmineo tra loro e lo spinse via.
“Non toccarla!”, esclamò.
Tsubasa caricò il destro.
Sanae gridò. Misaki si preparò a parare il colpo.
Ma il pugno non arrivò.
La mano del portiere più forte del mondo aveva fermato il braccio di Tsubasa.
“Mi secca ammetterlo”, disse Wakabayashi, “Ma non sempre un cazzotto è la soluzione…”

∗ ∗ ∗

Aveva desiderato scomparire, ma, forse, lo aveva già fatto.
Dal suo angolo in ombra, Azumi Hayakawa aveva assistito all’intera scena senza che nessuno si accorgesse di lei.
Solo Sanae Nakazawa, sulla soglia, si era voltata per un attimo e aveva guardato nella sua direzione. Ma, probabilmente, era stata solo una sua impressione.
Ora Azumi cercava di riordinare le idee e i sentimenti.
Quel che aveva visto e sentito non lasciava spazio a dubbi.
La signora Ozora aveva lasciato il marito per Taro Misaki.
Si ripeté più volte la frase, dato che ancora non riusciva a crederci.
L’amore di Misaki le era sempre sembrato impossibile, tanto quanto il suo sentimento per l’affascinante centrocampista vagabondo.
Aveva sempre pensato che, dato che non potevano essere felici insieme, per lo meno avrebbero condiviso la stessa infelicità. Ora l’amore di Sanae Nakazawa per il timido numero 11 spezzava quell’ultimo legame.
Azumi si sorprese a pensare che la montagna di neve, che aveva sempre sorretto il soccer prodigy, non si era sciolta sotto i raggi impietosi del sole d’agosto, come lui aveva temuto. A far fiorire la dea della primavera, liberandola del suo freddo kimono invernale, era stato il soffio mite e gentile di Zefiro, il vento nato all’ombra dei quadranti occidentali. Privato del suo candido e algido sostegno, Ozora, il grande cielo, era drammaticamente precipitato sulla terra.
Si passò una mano sugli occhi.
La storia di Taro Misaki aveva incredibilmente avuto uno straordinario, fiabesco lieto fine.
Mentre la vicenda di Ozora Tsubasa si arricchiva delle ombre e dello spessore che solo il dolore e la sconfitta possono dare.
Sanae Nakazawa, da parte sua, vinceva sempre. Avvolta nel suo magico fruscio, continuava a far apparire intorno a sé l’incantesimo del vento tra i ciliegi, al quale era impossibile resistere.
L’unica eterna sconfitta era lei, Azumi Hayakawa.

∗ ∗ ∗

Ascoltava il silenzio ovattato della neve che avvolgeva la casa.
La signorina Nakazawa, alla fine, aveva accettato di farsi accompagnare a casa. E ora, dormiva tra le sue braccia.
Taro si accorse che respiravano allo stesso ritmo.
Facendo attenzione a non svegliarla, allentò leggermente l’abbraccio per poterla guardare.
Un ricordo lontano gli attraversò la mente.


L’ultimo torneo invernale del liceo era stato accompagnato dalla neve.
A tarda sera, la vigilia della finale, Taro guardava da una finestra nel corridoio dell’albergo. I fiocchi volteggiavano lenti contro il cielo scuro.
Sentì una porta aprirsi alle sue spalle e si voltò.
Nello spiraglio apparve Sanae, immersa in un sonno profondo, del tutto abbandonata in grembo alla notte silenziosa.
Taro rimase incantato a guardare quella inattesa apparizione che illuminava la penombra della stanza.
Quando, un attimo dopo, Yukari aveva richiuso la porta, il numero 11 si era reso immediatamente conto che quell’immagine, involontariamente rubata, non lo avrebbe abbandonato mai più.

La neve continuava a cadere silenziosa. Sanae si mosse nel sonno, stringendosi più vicina.
Taro sorrise. Adesso, quell’apparizione si materializzava ogni notte tra le sue braccia.

∗ ∗ ∗

Capitolo diciottesimo – La dea della vittoria

 

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