18. LA DEA DELLA VITTORIA

Capitolo diciottesimo

LA DEA DELLA VITTORIA

 

“Ed è gooooooooooool!!!!!!!!! Strepitoso gol del centrocampista giapponese Taro Misaki!!!!”
All’altoparlante dello stadio fece eco il boato dei tifosi. Sotto il cielo primaverile, il Parco dei Principi sembrò esplodere per quella rete, che regalava al Paris Saint-Germain una supremazia indiscussa e una buona fetta di scudetto.
L’Olympique de Marseille, unico vero rivale, era stato sepolto sotto tre reti, incapace di sostenere il ritmo forsennato del centrocampo parigino, guidato dalla stella venuta dal Sol Levante, il numero 11, Taro Misaki.
Taro fece il gesto di dedica, che ormai i giornalisti conoscevano bene, all’indirizzo delle tribune, e tornò a centrocampo.
Come sempre accadeva, in tribuna vip, tutti si guardarono intorno, alla ricerca della misteriosa destinataria, ma nessuno sembrava rispondere alla dedica del numero 11.
“Secondo me ci prende in giro”, si stizzì un giornalista.
La questione delle dediche dei gol era diventata l’ossessione della tribuna stampa.
In un campionato senza storia, segnato fin dall’inizio dalla supremazia del PSG, bisognava cercare delle notizie collaterali.
Il giovane campione giapponese, che aveva trascinato la squadra fin dalla prima giornata, era di una riservatezza proverbiale. Nulla si sapeva della sua famiglia, non lo si vedeva mai alle occasioni mondane, l’unica cosa erano quelle dediche, ma, finora, nessuno era riuscito a scoprire la destinataria.
Azumi Hayakawa scrutò la tribuna vip, in cerca di una fisionomia nota, ma non la trovò.
Senza alcuna pietà, l’agenzia di stampa francese le aveva chiesto di tornare a Parigi per cantare le imprese del timido fuoriclasse giapponese.
Il nuovo acquisto del PSG si era imposto subito come titolare. La sua classe e la sua eleganza, unite a uno spirito battagliero, pari a quello mostrato ai giochi olimpici, ne avevano fatto subito il punto di riferimento della squadra. Timido e schivo negli spogliatoi, il ragazzo si trasformava sul campo, dove il suo dribbling atterrava gli avversari come birilli.
“Certo che è fortunata la nazionale giapponese”, disse il collega francese ad Azumi, “Nel momento in cui Tsubasa è così in crisi, ecco che spunta questo nuovo gioiellino”.
Azumi Hayakawa non rispose e pensò alla pessima stagione di Ozora Tsubasa al Barcellona.
Lento, meccanico, prevedibile, era finito presto in panchina e lì era rimasto, salvato dalla seconda retrocessione nella squadra B solo dalle precarie condizioni della schiena di Rivault, che non gli permettevano di giocare a pieno ritmo.
I giornali non si davano ragione di un cambiamento così grande rispetto all’anno precedente, in cui aveva vinto il premio come miglior giocatore della Liga.
Azumi sapeva che, semplicemente, la dea della vittoria adesso dispensava a Parigi i suoi sorrisi.

∗ ∗ ∗

Aveva appena infilato la chiave nella toppa, quando all’interno risuonò un urlo:
“Fermo! Non metterlo in bocca!”
Taro Misaki ridacchiò: Hayate doveva averne combinata un’altra delle sue.
Aprì la porta in tempo per vedere Sanae che, con un cipiglio severo, cercava di dissuadere uno dei gemelli dall’assaggiare una manciata di terra, furtivamente sottratta ai vasi di fiori.
“Da-da-da“, cicalò una vocetta gentile.
Taro abbassò lo sguardo e sorrise a Daibu, che stava seduto sul pavimento, guardandolo di sotto in su, agitando le braccine. Si chinò per prenderlo in braccio.
“Ciao, piccolo! Tu almeno sei stato bravo?”
“No! No!”, disse con voce ferma Sanae, cercando di aprire il piccolo, ma serratissimo pugno che nascondeva la terra.
Il bimbo la guardava con espressione delusa, non riuscendo a capire perché mai la mamma gli proibisse quella che aveva tutta l’aria di essere una prelibatezza.
“Forse è stufo di pappa di riso”, osservò ridendo Taro.
“Stasera pappa di fango, allora”, disse Sanae, sforzandosi di non ridere per non perdere l’autorità che aveva faticosamente ottenuto sul piccolo sperimentatore gastronomico.
“Ho cominciato anch’io così. La minestra di fango è stata la mia prima grande specialità”, disse lui, “E mi pare che adesso tu apprezzi la mia cucina”.
Hayate si voltò verso Taro, tendendogli il piccolo pugno, come a dire che a lui l’avrebbe lasciata volentieri assaggiare, in nome della loro antica amicizia.
Sanae approfittò della sua distrazione e, con una mossa fulminea, gli tolse la terra dalle mani e lo catturò al volo per portarlo a lavarsele.
“Oggi sembra proprio arrivata la primavera”, disse Taro, “Che ne diresti di fare due passi?”
Il sole d’aprile riempiva l’appartamento affacciato sui tetti e invogliava ad uscire, dopo il lungo e scuro inverno parigino.
Sanae rientrò nella stanza e lo salutò con un bacio.
“I fiori erano bellissimi”, sorrise, “E, secondo Hayate, anche molto buoni”.
Taro rise.
“Meno male che i ciliegi giapponesi non sono velenosi…”

∗ ∗ ∗

Montmartre era piena di colori. Le case chiare a due piani, con le loro finestre a riquadri, si stagliavano nitide contro l’azzurro del cielo primaverile.
Si sedettero su una panchina del Jardin sauvage. Il piccolo parco selvatico aveva appena riaperto e i ciliegi erano tutti in fiore.
“Buon compleanno!”, sorrise Taro, porgendole un pacchetto.
Sanae sorrise e aprì il regalo.
Si trovò tra le mani un hachimaki col sole rosso e la scritta “Realizza il tuo sogno”.
“Adesso i bambini riempiono le tue giornate, ma non sarà sempre così”, spiegò lui, “Devi cominciare a pensare che cosa vorresti fare da grande…”
“Da grande?”, chiese Sanae, stupita.
“Sì, certo”, riprese Taro, “Non hai proseguito gli studi, quando eri davvero brava, ma anche in cucina o coi fiori hai un talento fuori dal comune. A Parigi, la cultura giapponese va forte e tu saresti in grado di insegnare molte cose, dalla calligrafia, alla letteratura, alla cucina”.
Sanae non sapeva cosa rispondere.
“Oppure potresti riprendere l’università. Il francese lo stai imparando molto bene e molto in fretta”, aggiunse ancora Taro.
Sanae abbassò lo sguardo.
Tanti anni prima si era fatta anche lei quella domanda. E per rispondere aveva preso un aereo ed era volata da Tsubasa in Brasile.
Il numero 10 non le aveva chiesto nulla di lei, ma le aveva parlato dei suoi progressi come calciatore.
Al suo ritorno, Sanae aveva deciso che avrebbe passato la sua vita sugli spalti.
Ora, Taro la stava invitando a scendere in campo.

∗ ∗ ∗

Suonarono alla porta.
Strano, pensò Tsubasa, chi poteva essere così presto?
Il soccer prodigy andò ad aprire.
“Allora, capitano, sei ancora capace di segnarmi da fuori area?”
Genzo Wakabayashi era in divisa da allenamento e aveva in mano un pallone.



“Non sono venuto qui da Amburgo per farmi segnare con un tiro da niente come questo!”, gridò il SGGK, “O dopo un paio di orette ti vengono le gambe molli?”
“Un paio di orette un accidente!”, replicò Tsubasa, “Non mi hai nemmeno lasciato fermare per pranzo!”
“E ho intenzione di farti saltare anche la cena! Riparto per la Germania stasera. Non ho tempo da perdere in queste inezie!”, esclamò categorico il portiere.
Il duello proseguì senza esclusione di colpi sotto la luce artificiale dei riflettori fino a sera inoltrata.
Poi Tsubasa, sfinito, riaccompagnò uno stanchissimo Wakabayashi all’aeroporto.
Il SGGK salutò il capitano con una pacca sulla spalla.
“In Champions League vi polverizzeremo”, disse.
“Ma va all’inferno, Wakabayashi!”, rispose ridendo Tsubasa.
Wakabayashi superò il check-in con solo il pallone come bagaglio a mano.
Guardò l’orologio: 12 aprile, ore 0.05.
“E per quest’anno, il compleanno di Anego è andato”, sospirò.

∗ ∗ ∗

I giornalisti erano riuniti sulle tribune del Camp des Loges per assistere all’ultimo allenamento del Paris Saint-Germain prima della partita.
“C’è una ragazza che ti cerca”, disse un collega ad Azumi Hayakawa, indicandole una figura nell’ombra.
La giornalista fu molto sorpresa di riconoscere Sanae Nakazawa.
“Ho saputo che eri a Parigi e volevo ringraziarti”, esordì con voce timida.
Azumi fece il sorriso vago di chi non capisce.
“Ti sono grata per non aver scritto nulla di me e Taro”, spiegò Sanae, “Preferiamo per il momento non rendere pubblico il nostro legame, per non ferire Tsubasa”.
La giornalista ebbe un lieve sussulto nel sentirle nominare Misaki. Sanae pronunciava il nome del compagno con un tono tutto particolare, morbido e carezzevole.
“In Giappone tutti credono che io sia tornata a Barcellona, mentre in Spagna pensano che sia rimasta a Nankatsu dai miei, con i bambini”, precisò Sanae, “Per adesso è meglio così…”
Azumi farfugliò qualcosa sull’etica professionale.
“So che da tempo cerchi di fare un’intervista a Taro”, proseguì Sanae, “Ti prometto che cercherò di convincerlo”.
Accennò un sorriso, poi alzò gli occhi al campo d’allenamento. Azumi seguì il suo sguardo.
In quel momento, Misaki segnò un gol.
La giornalista si voltò di nuovo verso la sua interlocutrice, ma quella era già sparita.
Restò attonita, chiedendosi se per caso si fosse trattato di un’apparizione, quando il collega francese la riscosse.
“Chi era la tua affascinante amica?”, chiese.
Azumi Hayakawa pensò che non sarebbe stato facile spiegargli come, a volte, le dee rinuncino all’Olimpo per amore di un semplice mortale.

∗ ∗ ∗

Capitolo diciannovesimo – E Artù dichiarò guerra a Lancelot

 

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