19. E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

Capitolo diciannovesimo

E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

 

A Barcellona erano soddisfatti. Nonostante il loro numero 10 fosse acciaccato e il suo sostituto orientale fosse in cattiva forma, erano riusciti lo stesso ad arrivare in finale in Champions League.
Sarebbe stata una vera sconfitta altrimenti, visto che la partita si sarebbe giocata al Camp Nou.
L’altra finalista, reduce da una stagione senza precedenti, era, naturalmente, la squadra della capitale francese: il Paris Saint-Germain.
Azumi Hayakawa arrivò all’aeroporto di Barcellona due giorni prima della finale, per presenziare alla conferenza stampa. Il reportage sulla generazione d’oro era stato un successo e ora non poteva mancare l’ultimo capitolo, quello sullo scontro tra i due partner della leggendaria Golden Combi.
Tsubasa Ozora rispose alle domande dei giornalisti sulla sfida fratricida con poche, scontate battute.
Azumi uscì dalla sala chiedendosi che cosa mai avrebbe potuto raccontare. La storia tra i due centrocampisti ricordava molto la saga di Camelot, con il primo cavaliere Lancelot, bello e gentile, che portava via l’incantevole Ginevra al valoroso re Artù. Ma era chiaro che parlare di quella vicenda era fuori discussione.
“Azumi, come stai?”
Si voltò e vide il soccer prodigy che le sorrideva.

∗ ∗ ∗

“Non capisco perché non hai voluto chiamare Sanae”, ripeté Yayoi Aoba appena usciti dall’aeroporto di Barcellona.
Yukari, per l’ennesima volta, finse di non aver sentito.
Un piccolo gruppo di giocatori della nazionale olimpica, con mogli e fidanzate, si era organizzato per assistere al Camp Nou alla storica finale, che avrebbe visto contrapporsi, per la prima volta, due giocatori giapponesi.
“Prendila così: il terzo posto è tutto tuo!”, rise Izawa all’indirizzo di Hyuga, appena arrivato da Torino. La sua Juventus aveva perso la semifinale contro il Barcellona di Tsubasa e la sconfitta gli bruciava ancora.
“È inutile”, rincarò Izawa, “Il soccer prodigy è invincibile! Fattene una ragione…”
“Qual è il pronostico di tua nonna questa volta?”, chiese Yayoi alla sua vicina.
“I tarocchi hanno indicato la carta degli amanti”, rispose Kumi Sugimoto, ammiccando.
“Allora, mi dispiace per Misaki, ma vedo già Sanae baciare Tsubasa con in mano la coppa”, rise Yayoi.
“Qualcuno sa qualcosa di Wakabayashi? Al telefono non risponde…”, chiese Matsuyama.
“Verrà di sicuro”, rispose Misugi, “Ci sarà da festeggiare in ogni caso!”
Ishizaki scambiò un rapido sguardo con Yukari.
Lui, invece, era convinto che, in ogni caso, sarebbe stata una tragedia.

∗ ∗ ∗

Sotto il sole di mezzogiorno, le strade di Barcellona erano quasi deserte.
“L’invito viene dal coach in persona”, disse ridendo Taro, “Vuol sapere chi deve ringraziare per tutti quei gol”.
Sanae non era ancora convinta, anche se il ricevimento era riservato solo a giocatori e famiglie, con divieto d’ingresso assoluto per i giornalisti.
“Non hai fatto nulla di male, non puoi essere costretta a nasconderti per sempre nelle tribune minori”, incalzò lui, “E poi guarda che i miei compagni hanno minacciato di pedinarmi!”
Sanae si lasciò sfuggire un sorriso, che Taro prese per una risposta affermativa.
Anche lei non vedeva l’ora di poter uscire del tutto dall’ombra e di vivere in pieno sole con il suo compagno e i bambini. Ma sarebbe stato possibile solo dopo il divorzio. E la risposta di Tsubasa non era ancora arrivata.
Sapeva benissimo che la notizia della separazione sarebbe stata un vero e proprio shock per tutte le loro conoscenze. Le reazioni di Yukari e di Wakabayashi erano solo una goccia nel maremoto che li avrebbe investiti. Ma sentiva che erano forti e uniti abbastanza da far fronte a qualsiasi cosa.
“E va bene”, disse, “Però adesso ho fame. Non vedo l’ora di mangiare un pa amb tomaquet! E se domani vincete, ti porto nel mio ristorante preferito ad assaggiare la migliore esqueixada di Barcellona!”
“Mangiare cosa?”, disse Taro, spalancando gli occhi.
“Pane e pomodoro e insalata di baccalà!” rise Sanae, prendendolo per mano, “Andiamo, che ti faccio un corso accelerato di catalano!”

∗ ∗ ∗

“Adesso sto studiando il russo”, spiegò Azumi, “Con un collega pensavamo di andare negli stati dell’ex Unione Sovietica, a venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino. Hai idea di quante storie ci siano da raccontare?”
Tsubasa Ozora guardava affascinato la sua graziosa interlocutrice. Le aveva fatto una domanda sul suo lavoro e lei era partita come un fiume in piena, parlandogli di paesi lontani, di progetti avventurosi, di sogni.
Gli sembrò di riconoscere, nel tono di lei, la stessa assoluta passione che lo caratterizzava da sempre quando parlava di calcio.
“Non potrei vivere senza il mio lavoro”, continuò la giornalista, “Anche se so che mi chiede molto. E che mi condiziona molto sul piano personale”.
Avevano deciso di mangiare qualcosa insieme. Azumi cercava un locale non turistico e Tsubasa le aveva proposto un ristorante lì vicino.
“È buonissimo questo dolce”, osservò Azumi, mentre dava l’assalto alla seconda porzione di crema catalana.
“Il cuoco dà volentieri le ricette”, disse sempre più divertito Tsubasa.
“È inutile”, rise lei, “Io non so nemmeno cuocere un uovo. Dovrò accontentarmi di farne indigestione qui”.
Azumi pensò che Tsubasa era davvero gentile e simpatico quel giorno. Era stato a sentire con grande interesse i suoi racconti.
Le aveva richiamato alla mente il loro primo incontro, al Torneo di Parigi, tanti anni prima, quando era un ragazzo pieno di sogni, con un sorriso irresistibile.
Al contrario di quanto aveva pensato a Madrid, questa volta le sembrava decisamente affascinante. Era difficile non imbarazzarsi sotto il suo sguardo.
Mentre Azumi finiva il suo dolce, Tsubasa venne al punto.
“Cosa ne diresti di un’intervista?”, disse, “Anche se è la solita vecchia storia, come dice la canzone. Una battaglia per l’amore e per la gloria”.

∗ ∗ ∗

Le lenzuola andavano tingendosi dei colori del tramonto.
La baciò di nuovo.
“Guarda che domani hai la partita”, bisbigliò lei.
“Hai ragione”, commentò lui, serissimo, “Ho paura che il coach non approverebbe questo tipo di allenamento di rifinitura”.
Sanae scoppiò a ridere. Rise anche Taro.
Aveva temuto che quel ritorno a Barcellona potesse suscitare in lei sentimenti contrastanti. E, invece, le poche ore di libertà lasciate dall’allenatore, si erano trasformate in un’incantevole vacanza.
Il telefono segnalò un messaggio.
“Accendi immediatamente la televisione”, scriveva Yukari.
Dallo schermo irruppero nella stanza due volti familiari.
Un titolo scorreva sotto le immagini:
“Diretta esclusiva alla vigilia della finalissima: Parla Tsubasa Ozora. Intervista di Azumi Hayakawa”.

∗ ∗ ∗

“La sua stagione è stata piuttosto deludente”, osservò la giornalista, “Soprattutto nel confronto con gli splendori dello scorso anno”.
“Non ho mai voluto parlare delle mie vicende personali”, disse Tsubasa, “Ma hanno inciso davvero molto su quanto ho fatto in campo”.
“La sua riservatezza è sempre stata proverbiale”, osservò Azumi.
“Non ho voluto finora rendere pubbliche le mie vicende perché so che avranno pesanti ripercussioni su tutto l’ambiente della nazionale giapponese”, spiegò il numero 10.
“Posso chiederle come mai si è deciso a farlo proprio ora?”, chiese la giornalista.
Dopo i due veloci scambi iniziali, Tsubasa allungò la palla e cambiò passò.
“Stamattina, durante la conferenza stampa, mi è stato chiesto da più parti cosa provo nel giocare per la prima volta contro Taro Misaki, mio partner nella Golden Combi…”, disse.
Azumi seguì l’azione.
“In effetti, non vi siete mai trovati l’uno contro l’altro…”, commentò.
“In realtà non è affatto la prima volta che mi trovo contro Misaki”, replicò Tsubasa, “La differenza è che questa volta lo scontro avverrà alla luce del sole, cosa per lui non abituale”.
Dopo la dura premessa, il soccer prodigy sferrò l’attacco.
“Ormai da mesi, Taro Misaki vive con mia moglie e con i miei figli, a Parigi. Di nascosto da tutti, naturalmente, come si addice ai traditori”.
“Con sua moglie? Sanae Nakazawa?”, chiese Azumi, rimandandogli subito la palla.
Tsubasa scattò in una discesa inarrestabile.
“Sì, con mia moglie”, ribadì, “Il suo comportamento mi ha molto meravigliato. Ho sempre pensato che fosse una donna forte. Ora, invece, mi rendo conto che si tratta di una persona fragile e passiva, del tutto dipendente dalle scelte altrui. Altrimenti non mi spiegherei come abbia potuto seguire un debole come Taro Misaki, un uomo che non ha mai avuto il coraggio e la forza di prendere in mano la propria vita”.
Azumi Hayakawa capì che era il momento di allargare sulla fascia.
“Le Olimpiadi e il campionato del PSG sembrano, però, dimostrare il contrario”, disse con tono deciso.
“È animato solo da rivalsa nei miei confronti”, disse Tsubasa, entrando in area, “Ha sempre voluto prendere il mio posto, in campo e nella vita. È un uomo abituato a tramare nell’ombra, non a combattere alla luce del sole”.
“Lei, invece, sembra determinato a riprendere in mano la sua esistenza…”, replicò Azumi, arrivando sul fondo.
“Io mi riprenderò quello che è mio”, affermò Tsubasa con tono deciso, pronto in mezzo all’area.
“A cominciare dalla finale di domani?”, crossò la giornalista.
“A cominciare dalla finale di domani”, schiacciò di testa il soccer prodigy.
Gol.

∗ ∗ ∗

Sanae lanciò il telecomando con rabbia e il televisore pensò bene di spegnersi.
Far passare Taro per un serpente traditore e lei per un’adultera facilmente plagiabile era davvero un’offesa che gridava vendetta.
La cosa più inaccettabile era il fatto che Tsubasa le rinfacciasse di essere quello che proprio lui l’aveva costretta a diventare: un’ombra passiva, disposta per amore a rinunciare a se stessa.
Era furiosa come una tigre. Se lo avesse avuto per le mani, lo avrebbe strozzato.
Taro sentì fremere tutta la sua collera e cercò di contenerla in un abbraccio. Era davvero ferito dal comportamento di Azumi, che aveva voluto vendicarsi di lui in quel modo così meschino.
Chiamò l’allenatore, per dirgli che non avevano intenzione di partecipare al ricevimento della sera.
“Capisco benissimo”, rispose il mister, che aveva appena visto l’intervista.
A lui quel ragazzo serio e schivo piaceva moltissimo. Quelle dichiarazioni rilasciate alla vigilia della finalissima gli erano sembrate un colpo basso. Lasciò che ritrovasse un po’ di serenità in vista della partita.
“Vi abbraccio forte. Restate uniti”, diceva il messaggio sul cellulare di Taro. Era sua madre, che doveva aver visto l’intervista.
Squillò il telefono di Sanae.
“Sanae, mi dispiace…”
Era la voce di Natsuko Ozora.
“Il dolore fa fare cose molto sciocche”, disse, tentando di giustificare il comportamento del figlio, che, in realtà, trovava inqualificabile.
Sanae la ringraziò a mezza voce.
Chiuse la comunicazione e pensò che mancava solo la sua di madre.
Ma era sicura che, dopo aver visto l’intervista, fosse drammaticamente crollata sul pavimento.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventesimo – Un’ombra per sempre sarai

 

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