21. IL CUORE DIVISO IN DUE

Capitolo ventunesimo

IL CUORE DIVISO IN DUE

 

“E tu cosa diavolo ci fai qui?”, esclamò Yukari sbalordita.
Koshi Kanda, campione nazionale dei pesi medi, sedeva nella tribuna principale del Camp Nou, tra la folla dei tifosi, in attesa del fischio d’inizio.
“Ero in Spagna per un incontro. Ti pare che potevo mancare?”, rispose sarcastico il pugile.
Ai tempi delle scuole medie, Kanda aveva sfidato Tsubasa per amore di Sanae e il numero 10 lo aveva inaspettatamente messo al tappeto.
Yukari alzò gli occhi al cielo. Ci mancava solo lui, pensò.
Il gruppo della nazionale olimpica giapponese prese posto vicino a Yukari.
Il morale era a terra.
“Non la vedo”, disse Yayoi, “Forse non è nemmeno venuta… Dev’essere una partita terribile per lei”.
“Sono sicura che c’è”, disse Kumi.
“La carta degli amanti, dicevano i tuoi tarocchi…”, disse pensierosa Yayoi.
Kumi la guardò sorpresa.
“Questa storia non ha senso!”, commentò decisa, “Io non ho mai visto nessuno innamorato come Tsubasa!”



“Sì, certo che ho sentito l’intervista”, disse Matsuyama al telefono con Wakabayashi.
“Capisci adesso perché non sono voluto venire?”, disse il portiere, “Se tu avessi visto la scena al matrimonio di Ishizaki… No, no, stavolta avrei finito per rompere qualche testa. Oppure per mettermi a piangere…”
Matsuyama non sapeva che cosa rispondergli. Anche lui si sentiva il cuore diviso in due.



Mamoru Izawa aveva già ricevuto le umili scuse di tutti i suoi compagni di squadra. Fin dai tempi del liceo aveva sempre sostenuto, nello scherno generale, che Misaki fosse perdutamente innamorato di Sanae.
Adesso, però, che la realtà gli dava ragione, proprio non gli riusciva di vantarsi del proprio acume. Il pensiero che Sanae potesse, di punto in bianco, piantare in asso il marito e volare tra le braccia del timido numero 11 non l’aveva mai minimamente sfiorato.
Anche lui era stato cieco, né più né meno dei suoi compagni.



“Ripensandoci adesso era evidente”, esclamò Hyuga, “Ai tornei del liceo, quei due erano sempre appiccicati…”
“Che fossero molto amici non è mai stato un mistero per nessuno…”, replicò Misugi.
“Ho sempre avuto dei dubbi sull’amicizia con le donne. Adesso non ne ho più!”, ribatté Hyuga.
“Ora finitela!”, sbottò Ishizaki, “Non ne posso più dei vostri commenti! Voi non avete visto Tsubasa! Era distrutto! Riuscite a immaginare che cosa deve provare nel vedere la donna che ama tra le braccia del suo migliore amico?”
“Esattamente quello che deve aver provato per anni Misaki…”, commentò Misugi.



Yukari pensò che non avrebbe potuto sopportare i commenti di Koshi Kanda per novanta minuti. Le prudevano già le mani.
Sul megaschermo apparvero le immagini di uno dei gol più belli della stagione di Misaki.
“Quello lì non lo vedo nemmeno”, sorrise sarcastico il pugile.
“Dev’essere più o meno quello che ha pensato Tsubasa”, sibilò velenosa Yukari.

∗ ∗ ∗

Ichiro Misaki non aveva nessuna intenzione di guardare la partita.
Tentò di ricominciare a dipingere, ma la sua mente era troppo piena di pensieri per guidare con serenità il pennello.
Irrequieto, si mise a scegliere i quadri per la mostra di Parigi.

∗ ∗ ∗

Natsuko Ozora sedeva imbarazzatissima sul divano di casa Nakazawa. Avevano invitato lei e il figlio minore Daichi per vedere la partita, sapendo che il marito era in mare.
La madre di Sanae si era preoccupata subito di appendere alla parete un’enorme bandiera del Barcellona, giusto per farle capire da che parte stava.
Dopo essere rinvenuta dallo svenimento che l’intervista le aveva procurato, la signora Nakazawa aveva deciso che, in quella guerra aperta e ormai pubblica, lei avrebbe preso le parti della moralità e della legalità, appoggiando incondizionatamente il genero.
La signora Ozora, invece, era arrabbiatissima col figlio, che non aveva avuto nemmeno il coraggio di risponderle al telefono.
Suonò il campanello.
La signora Nakazawa andò ad aprire. E si trovò davanti Yumiko Yamaoka e sua figlia Yoshiko.



“Le ruberò solo un minuto, signora Nakazawa”.
Per la madre di Sanae un minuto di colloquio con una donna divorziata, che aveva per di più abbandonato il figlio da piccolo, era molto più di quanto fosse disposta a concedere.
Che poi adesso fosse lì per perorare la causa del suddetto figlio, era una cosa che le dava addirittura il voltastomaco.
Ma la signora Yamaoka non aveva nessuna intenzione di parlare di Taro.
“Mia madre è morta due anni fa”, disse.
L’esordio sorprendente spiazzò la signora Nakazawa.
“Io l’ho saputo due mesi dopo”, aggiunse.
Fece una lunga pausa e poi proseguì:
“Da quando avevo lasciato mio marito e, soprattutto, mio figlio, mi aveva cancellato dalla sua vita. Io ero rosa dal senso di colpa, e non potevo che darle ragione”.
Almeno quello, pensò la signora Nakazawa.
“Però la cosa che mi ha fatto più male, è stata la lettera in cui mi chiedeva di andare da lei, quando aveva capito di essere in fin di vita. Uno stupido disguido postale me la fece recapitare con oltre due mesi di ritardo. Chiamai subito, ma solo per sapere che lei non c’era più”.
La signora Nakazawa non voleva darlo a vedere, ma era il genere di storia che la colpiva moltissimo. Per darsi un contegno, tentò di congedare le intruse.
“Un minuto gliel’ho concesso, ora, se mi vuole scusare…”
La signora Yamaoka e sua figlia fecero per andarsene, ma il padre di Sanae le fermò.
“Perché non restate con noi a vedere la partita?”
Per la seconda volta, la signora Nakazawa venne colta di sorpresa, ma le formalità della buona educazione ebbero il sopravvento.
“Se volete fermarvi…”, mormorò poco convinta.
Yumiko Yamaoka ebbe un attimo di esitazione, poi incrociò lo sguardo gentile di Natsuko Ozora alle spalle della padrona di casa.
“La ringrazio”, rispose entrando.
La figlia la prese in disparte.
“Posso sapere perché hai raccontato quella storia terribile sulla nonna, che sta benissimo?”, le sussurrò sbalordita.
La signora Yamaoka sorrise.
“Non hai idea di cosa possa fare una storia ben raccontata…”, rispose.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa esitò un momento prima di mettere piede nella tribuna stampa.
Giunse una voce dall’interno.
“Beh, ma nessuno di voi l’ha vista?”, chiese con tono da spogliatoio il cronista francese.
Evidentemente l’avvenenza della signora Ozora era l’argomento che teneva banco in attesa del fischio d’inizio.
“Io l’ho incontrata una sola volta”, rispose il giornalista che seguiva il Barcellona, “L’ho trovata decisamente affascinante. Somiglia un po’ alla corrispondente giapponese, hai presente? La Hayakawa”.
Azumi prese un profondo respiro ed entrò per interrompere la conversazione.
Dopo un istante di imbarazzo, tutti si precipitarono a complimentarsi per lo scoop, che aveva aggiunto benzina sul fuoco e un’ulteriore attrattiva alla partita.
Lei abbozzò un sorriso stanco. Aveva appena detto al suo capo che quello era il suo ultimo incarico: aveva già pronta la lettera di dimissioni.

∗ ∗ ∗

Col volto per metà nascosto da un paio di enormi occhiali scuri, Sanae Nakazawa cercava di raggiungere il suo posto in una delle tribune minori, tentando di sfuggire alla frenetica attenzione dei fotografi che avevano invaso la tribuna vip.
L’intervista di Ozora Tsubasa la sera prima aveva aggiunto un nuovo motivo di interesse a quella sfida già attesissima. Tutti erano curiosi di vedere la dama che aveva scatenato la guerra tra i due centrocampisti giapponesi, mandando in frantumi la leggendaria Golden Combi.
Sanae si sentiva come se l’avessero messa in palio per il vincitore della serata. Solo il timore di essere notata le impediva di scendere negli spogliatoi per tirare il collo al marito.
“Nakazawa senpai…”
Una voce nota la fece voltare.
Kumi Sugimoto, scesa a cercarla dalla tribuna vip, la guardava con gli occhi pieni di lacrime.
“Ti rendi conto di cosa stai facendo, senpai?”
La ragazza era stata innamorata di Tsubasa alle scuole medie, ma aveva capito presto che lui non aveva occhi che per Sanae. Commossa dal profondo sentimento che legava quei due, si era adoperata perché si dichiarassero reciprocamente, prima che Tsubasa partisse per il Brasile.
“Com’è possibile?”, riprese Kumi, “Non avevo mai visto nessuno innamorato come voi. È stato questo ad aiutarmi a superare il dolore…”
Sanae la guardò con uno sguardo triste.
“Mi dispiace, Kumi… Non posso farci niente…”
Una mano sfiorò il braccio di Sanae, interrompendo la penosa conversazione.
“Mi scusi, ma quello è il mio posto…”
Sanae si voltò e l’uomo la guardò con un moto di sorpresa.
Protetto anche lui da un paio di occhiali scuri e dalla folla delle tribune minori, stava per sedersi accanto a lei Roberto Hongo.
In quel momento, sul tabellone, vennero annunciate le formazioni.
Tsubasa Ozora non sarebbe stato in campo.

∗ ∗ ∗

“Non mi interessano le tue questioni personali. Non partirai titolare”, aveva detto categoricamente il mister.
Tsubasa chinò la testa in silenzio.
“Ci giochiamo l’intera stagione e io voglio in campo dei professionisti, non dei bambini presi dai loro litigi”, continuò l’allenatore.
Tsubasa piombò nello sconforto. Non poter combattere era ancora peggio che perdere.
Il mister fece per andarsene. Si fermò sulla porta.
“Tieniti pronto. Rivault può giocare al massimo venti minuti”, disse senza voltarsi.
Tsubasa lo guardò pieno di gratitudine e sentì rinascere in sé lo spirito del combattente.

∗ ∗ ∗

“È tutto a posto, ragazzo?”
L’allenatore del PSG voleva sincerarsi delle condizioni del suo gioiellino prima della partita più importante di una stagione trionfale.
“Tutto a posto, mister”, rispose il centrocampista giapponese, abbozzando un sorriso.
“Allora vai, e distruggili”, rise, accompagnando le sue parole con una pacca sulla spalla.
Era il momento.
Le squadre entrarono sul terreno di gioco.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventiduesimo – Duello al Camp Nou

 

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