24. LA COSA PIÙ BELLA SULLA NERA TERRA

Capitolo ventiquattresimo

LA COSA PIÙ BELLA SULLA NERA TERRA

 

Azumi Hayakawa mise stancamente gli ultimi vestiti in valigia.
Aveva ancora negli occhi l’immagine di Sanae Nakazawa e Taro Misaki che si baciavano nel Camp Nou gremito, incuranti dei flash dei fotografi e dello sguardo delle telecamere.
Sembrava quasi che non aspettassero altro che farsi vedere dal mondo, insofferenti dell’ombra a cui erano stati costretti per mesi.
In fondo, l’intervista aveva fatto loro un favore, pensò la giornalista.
A quella inquadratura, in sala stampa, si era scatenato il putiferio.
Il telecronista italiano, in un commosso impeto lirico, li aveva paragonati alle “colombe dal disio chiamate” del quinto canto dell’Inferno.
“Ecco chi era la tua affascinante amica del Camp des Loges”, aveva ammiccato il collega francese, “Una donna in grado di scatenare una guerra…”
Azumi pensò che Tsubasa era stato uno stupido.
Quei due erano belli, innamorati e con il mondo contro. Avevano avuto subito il pubblico dalla loro.
E, d’altro canto, chi aveva mai parteggiato per il marito nella storia di Paolo e Francesca?

∗ ∗ ∗

Come promesso, Sanae aveva portato il vincitore nel proprio ristorante preferito.
L’insalata di baccalà, comunque si chiamasse, era stata effettivamente deliziosa.
Sanae notò che, da almeno cinque minuti, Taro stava giocando pensieroso col tovagliolo.
“Ho pensato a che cosa avrei potuto regalarti in caso di vittoria”, cominciò finalmente il numero 11, con aria vaga, “Ma so che hai già più gioielli di quanti ti piaccia indossarne”.
Sanae lo guardò divertita: la stava prendendo alla lontana.
“Allora mi sono guardato in giro, ci ho pensato per un po’, e alla fine ho trovato. È senza dubbio la cosa più bella che io abbia mai visto”.
Soddisfatto della faccia incuriosita che lo guardava dall’altra parte del tavolo, tirò fuori un foglio arrotolato, accuratamente legato con un fiocco rosso.
Lei lo guardò con l’aria di chi sa di essere presa in giro, ma decide di stare allo scherzo.
Sciolse il fiocco e srotolò il foglio.
L’espressione divertita lasciò il posto a uno stupore commosso.
Taro si sporse sul tavolo e le bisbigliò:
“So che non è un anello di diamanti, ma vorrebbe sposarmi signorina Sanae Nakazawa?”
Sanae gli afferrò la maglietta per avvicinarlo abbastanza per dargli un bacio.
Il foglio cadde per terra.
Disegnandola con la mano sicura che aveva fin dagli anni dell’infanzia, Taro l’aveva ritratta addormentata insieme ai bambini.

∗ ∗ ∗

Ishizaki sentì di non poter sopportare oltre.
La testa del soccer prodigy era crollata sul tavolo, ingombro di bicchieri vuoti.
Si asciugò le lacrime col dorso della mano.
“Ora basta”, disse alzandosi, “Ti riporto a casa”.
Uscirono sul marciapiede deserto, reggendosi a fatica sulle gambe.
Si incamminarono con le spalle curve e lo sguardo basso.
Tsubasa inciampò e finì in ginocchio sul marciapiede.
Ishizaki fece per aiutare il capitano a rialzarsi.
“Lascia”, disse una voce alle sue spalle, “Ci penso io”.

∗ ∗ ∗

In quella casa, ogni angolo, ogni oggetto faceva trapelare la mano di Sanae. Era come trovarsi nel suo abbraccio.
Misaki capiva perfettamente come doveva sentirsi l’amico lì dentro. Sapeva bene che sentire la sua presenza, senza poterla avere vicina, metteva una tristezza struggente.
Tsubasa era crollato sul marciapiede e lo avevano riportato a casa. Sanae era in cucina a preparare caffè caldo per tutti.
Quel che restava del soccer prodigy era sdraiato sul divano, mentre Misaki stava in piedi davanti alla grande porta finestra, che si affacciava sulla città.
Si sentiva a disagio lì dentro. Quella casa era piena dei coniugi Ozora.
“Fa terribilmente male”, esordì Tsubasa quasi tra sé, “Non mi ero mai reso conto. Adesso vedo quanto fa terribilmente male”.
Quella sera, davanti al megaschermo dello stadio, gli era stato improvvisamente chiaro quanto doloroso fosse vedere la donna amata tra le braccia di un altro.
L’esperienza della sconfitta, dell’impossibilità di raggiungere ciò per cui si era tanto sofferto e lottato, era per lui del tutto nuova. Aveva fatto duri sacrifici, ma aveva sempre ottenuto ciò che si era prefisso. E aveva sempre pensato che fosse tutto merito suo, che la volontà altrui o, peggio, la fortuna non c’entrassero nulla.
“Non lo sapevo”, disse, come se si scusasse.
Sanae stava per entrare nella sala con le tazze, ma, quando sentì Tsubasa parlare, si fermò.
Ci fu una lunga pausa di silenzio.
“Mi dispiace tanto, Tsubasa”, disse Misaki, abbassando la testa, “Davvero”.
Era sincero. Avrebbe tanto voluto che le cose fossero andate in modo diverso.
“Non è colpa di nessuno”, disse finalmente Tsubasa. E quella frase gli doveva essere costata davvero tanto.
Sanae decise che adesso poteva entrare. Misaki andò sul balcone con la sua tazza, per lasciarli parlare da soli. Per un momento, ebbe paura che l’incantesimo della casa dei coniugi Ozora agisse su Sanae. Di sicuro su di lui stava facendo effetto.
“Scusami”, disse Tsubasa alla moglie.
La ragazza gli accarezzò con un gesto affettuoso i capelli.
“Perché non vieni a vedere i bambini nei prossimi giorni?”, disse.
Tsubasa alzò lo sguardo e si accorse di avere davanti una Sanae che non aveva mai visto.

∗ ∗ ∗

“Torniamo in albergo, Taro”, disse Sanae alle sue spalle.
Il suo tono morbido e carezzevole e il tocco della sua mano sul braccio fecero sussultare Misaki.
L’incantesimo della casa dei coniugi Ozora lo aveva preso a tal punto che si aspettava di essere congedato dai due, come un ospite che si fosse trattenuto troppo a lungo.
Su di lei, invece, sembrava non aver fatto nessun effetto.
“Se non fossi passata di qui, non sarei mai arrivata da te”, sorrise Sanae, come per rispondere ai suoi pensieri.
E lui, l’artista del dribbling, il ragazzo dalla vita fatta di mille curve, non poté che darle ragione.

∗ ∗ ∗

Capitolo venticinquesimo – La finestra sul Pacifico

 

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