25. LA FINESTRA SUL PACIFICO

Capitolo venticinquesimo

LA FINESTRA SUL PACIFICO

 

“Arriveranno tra poco”, disse la baby sitter, “Li aspetti pure in salotto”.
L’uomo entrò con passo esitante, mentre la ragazza si precipitava nella stanza dei bambini, per evitare che Hayate pranzasse a base di gerani sconditi.
L’ospite girò imbarazzato lo sguardo nella stanza. L’occhio del pittore notò un quadro, appeso bene in vista sulla parete.
Il disegno ritraeva tre figure addormentate. Dai semplici tratti trasparivano con chiarezza l’amore e la meraviglia dell’autore davanti ai suoi modelli.
Il quadro riscaldava la stanza, facendone il cuore della casa.
All’uomo ricordò un suo disegno giovanile, che lo aveva seguito in tutti i suoi spostamenti. Ovunque arrivasse, per prima cosa appendeva nella nuova casa il ritratto fatto al figlio, quando aveva solo tre anni e giocava col suo primo pallone.
L’ospite sentì qualcuno che gli tirava la camicia.
Abbassò gli occhi e vide un bimbetto di circa un anno che lo guardava con un grande sorriso.
“Mamma!”, esclamò Daibu, indicando il quadro.
Evidentemente l’ospite gli sembrava in difficoltà nel decodificare il soggetto.
“Mamma! Bimbi!”, ripeté convinta la piccola guida turistica.
L’uomo accarezzò la testa del piccolo e fece per avviarsi alla porta.
“Guardi che saranno qui a momenti”, disse la baby sitter, mentre levava di mano il sapone ad Hayate, che aveva la bocca piena di schiuma.
“Non importa”, disse a bassa voce l’uomo, “Tornerò un’altra volta”.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa sbuffò, guardando fuori dalla finestra.
Il cielo era grigio e afoso.
Luglio soffocava Parigi e lei detestava l’idea di trascorrere lì l’autunno.
Sfogliò svogliatamente l’agenda.
L’unico impiego che aveva trovato, dopo aver abbandonato la carriera giornalistica, era quello di tutor degli studenti giapponesi alla Sorbonne Nouvelle.
Aiutare le matricole terrorizzate a districarsi tra aule e corsi: davvero un lavoro avventuroso…
Stava cercando qualcosa da fare in patria e sperava di rientrare in Giappone il prima possibile.
Per una forma di scaramanzia, non si era nemmeno fatta mettere il nome sulla porta dello studio.
Qualcuno bussò.
Azumi frugò tra le carte per recuperare la lista dei ricevimenti del giorno.
“Avan…”
Si fermò, col foglio a mezz’aria.
Il primo studente della lista si chiamava Nakazawa Sanae.



Per un lunghissimo minuto le due ragazze si guardarono in silenzio.
Fu Azumi a parlare per prima.
“Cosa diavolo ci fai qui?”
“E tu? Cosa diavolo ci fai qui?”, replicò Sanae.
“Ho cambiato lavoro”, ribatté Azumi laconica.
Sanae fece per andarsene. Poi si voltò.
“È per via di quell’intervista?”, chiese.
Poi aggiunse: “O è per quello che è successo con Tsubasa?”
“Che cosa vuoi ancora da me?”, sbottò Azumi, “Mi sono innamorata di due uomini: il primo moriva per te e il secondo non ti dimenticherà mai!”
“E quindi molli tutto?”, replicò decisa Sanae, “Credevo fossi una combattente, visto che tutti dicono che mi assomigli…”
“Noi non ci assomigliamo!”, gridò Azumi, “Sono stufa di vivere nella tua ombra, non voglio più essere la tua brutta copia!”
Sanae la guardò stupefatta.
“La mia brutta copia? Ma se sei sempre stata più forte e più indipendente di me! Io ho speso la mia esistenza all’ombra di Tsubasa, mentre tu ti costruivi la tua vita, girando il mondo!”
Azumi guardò Sanae Nakazawa. E la vide per la prima volta.
Aveva i suoi rimpianti, i suoi errori, le sue ferite, esattamente come lei.
Quel che l’aveva resa una divinità ai suoi occhi, era stato l’amore di Misaki.
Abbassò lo sguardo, confusa.
“Stai facendo un errore madornale”, concluse Sanae, “Ma io ho un’idea per rimediare…”

∗ ∗ ∗

“Studi di Eurosport France”, disse l’uomo, appena sbarcato all’aeroporto Charles De Gaulle.
Il tassista impostò la destinazione, azionò il tassametro e partì.
Per fortuna il navigatore dava le indicazioni, perché lui non riusciva a staccare gli occhi che per pochi istanti dallo specchietto retrovisore.
Era un tassista d’altri tempi e non si permetteva di parlare coi passeggeri.
Si rivolse all’uomo solo quando fu sceso.
“Anche se è un nemico, lei mi è sempre piaciuto. Me lo farebbe un autografo?”

∗ ∗ ∗

“Per Lei è stata un’annata di sogno”, disse la giornalista, “La medaglia olimpica, la Champions League e ora la candidatura al Pallone d’oro”.
“Ho avuto la fortuna di veder ripagati i miei anni di sacrifici”, disse l’intervistato, “Purtroppo non è sempre così”.
Eurosport France poteva finalmente mandare in onda l’intervista al giocatore che stava incantando il mondo, l’uomo decisivo della vittoriosa nazionale olimpica, l’artefice della prima Champions League del Paris Saint-Germain, l’artista del centrocampo, Taro Misaki.
“Un’ultima domanda: so che lei non ama parlare della sua vita privata, ma posso chiederle solo di confermare la notizia del suo imminente matrimonio?”
“No comment”, rispose il numero 11, con un sorriso che valeva più di una risposta affermativa.
“Ringrazio, a nome della redazione, il signor Taro Misaki, per la cortesia di essere qui con noi oggi. Aggiungo anche un ringraziamento personale, per aver accettato le mie scuse relativamente ad un’intervista che non sarebbe mai dovuta andare in onda”, disse guardando in camera Azumi Hayakawa.
Le luci si spensero e Misaki si diresse verso la parte buia dello studio, da dove gli sorrideva Sanae.
“Arrivederci”, disse lei, tendendo la mano alla giornalista.
“Arrivederci di sicuro”, replicò Azumi, “Ora manca solo la tua di intervista”.
“Scordatela”, sorrise Sanae.
Azumi guardò Taro Misaki e Sanae Nakazawa scomparire nella luce che proveniva dall’esterno.
Si sedette con un sospiro e si mise a riordinare le sue carte.
Un rumore di passi rimbombò nello studio ormai deserto.
“Ti ho cercata dappertutto. Sembravi sparita nel nulla”.
Si voltò nella direzione da cui veniva la voce e in controluce riconobbe la sagoma di Tsubasa Ozora.
“E tu cosa diavolo vuoi?”, lo apostrofò.
“Quando parti per l’ex Unione Sovietica?”, ribatté Tsubasa.
“Tra una settimana”, disse lei, tornando a guardare le carte, “E starò via due mesi”.
“Come vedi, se cercavi una copia della tua paziente Penelope, hai proprio sbagliato indirizzo”, aggiunse Azumi con sarcasmo.
“Io non voglio una copia di Sanae”, ribatté Tsubasa, “Io voglio te”.

∗ ∗ ∗

“Cosa sarà?”, chiese Sanae davanti al grosso pacco, rettangolare e piatto, appena consegnato dal fattorino.
“Un pallone, mi pare evidente”, rispose Taro.
Alla parola magica, Hayate dette uno strappo deciso alla carta da pacco. Un’ondata di colori riempì la stanza.
Il bimbo fece un’espressione delusa: quello non sembrava affatto un pallone…
Attratto dai colori, Daibu si mise con impegno a finire il lavoro lasciato a metà dal fratello e liberò il quadro dal suo involucro.
“Mamma! Taro!”, disse illuminandosi con un sorriso, quando scoprì le due figure ritratte nel dipinto.
Hayate tentò di afferrare i fiori blu, poi il velo della sposa.
“Giallo!”, gridò Daibu con entusiasmo.
I due sposi abbracciati erano trasportati dal vento, al di sopra dei tetti di Parigi.
Taro e Sanae lessero nell’angolo la firma dell’autore: Ichiro Misaki.

∗ ∗ ∗

“I tuoni in lontananza erano l’ultima traccia del forte temporale che aveva segnato quella giornata estiva.
Suonò il campanello.
“Daichi, vai ad aprire! Sono occupata in cucina”, disse la madre.
Daichi lasciò malvolentieri i giochi e andò ad aprire la porta.
Si trovò davanti un uomo alto, dalla carnagione abbronzata, con le mani grandi. Si chinò su di lui con un sorriso e gli parlò con un accento straniero.
Il bambino pensò che gli sembrava di averlo già visto, ma non riusciva a ricordare dove. Forse in televisione.
Seguì l’ospite che si dirigeva in cucina e si fermava sulla porta.
Sentì il rumore di un piatto che cadeva sul pavimento.
Il bambino si affacciò e vide sul volto della madre l’espressione di chi ha visto un fantasma.



Daichi si infilò nel taxi, mentre lo straniero caricava le valigie.
“Ma davvero in Brasile tutti giocano a pallone tutto il giorno?”, chiese eccitato, sporgendosi dal finestrino.
Lo straniero gli sorrise.
Natsuko Ozora girò le chiavi nella toppa e si fermò un attimo a guardare la casa.
Poi, salì anche lei e il taxi partì.
La casa rimase silenziosa, nella sera ancora carica dell’elettricità del temporale.
Dalla finestra della sala, nessuno avrebbe più guardato verso l’oceano.

∗ ∗ ∗

Dietro le quinte

 

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