3. UN PASSO FUORI DALL’OMBRA

Capitolo terzo

UN PASSO FUORI DALL’OMBRA

 

“Avete idea di cosa avessero Tsubasa e Misaki oggi?”, chiese Kojiro Hyuga quando Tsubasa fu uscito.
“Io un’ipotesi ce l’avrei”, sorrise ironico Mamoru Izawa.
“E falla finita con questa storia!”, lo zittì Hikaru Matsuyama, “Stai diventando noioso!”
Izawa alzò le spalle e andò a mettersi nell’angolo opposto della sala.
Mentre gli altri cambiavano discorso, Genzo Wakabayashi gli si avvicinò.
“Sentiamo la tua brillante teoria”, gli disse.
“Semplice”, rispose il numero 8 della Nankatsu, “Misaki è cotto di Anego. Da anni. Si vede che questa volta la faccenda è finalmente venuta fuori”.
Wakabayashi lo fissò incredulo.
“Mi stai prendendo per il culo?”
Izawa lo guardò con l’aria di chi non era mai stato più serio in vita sua.
“È una cosa ridicola”, rise Wakabayashi, “Hanno ragione a metterti a tacere!”
Izawa alzò le spalle, con l’aria di chi è abituato a non essere creduto.
“È davvero incredibile quanto siate ciechi!”

∗ ∗ ∗

Taro Misaki spense il telefono.
Non voleva che Sanae vedesse che stava passando l’ennesima notte insonne.
Il numero 11 alzò gli occhi alla luna, che illuminava la notte di Madrid.
Nel corso di quei nove mesi, era via via divenuto, in assenza di Tsubasa, il punto di riferimento della squadra olimpica. Era diventato più forte e più consapevole e aveva cominciato a tracciare una via che fosse completamente sua.
La strada che l’aveva portato fin lì, alla vigilia di quella finale, era stata lunga e difficile.
Lunga, ma destinata a tornare al punto di partenza, pensò Misaki.
La drammatica partita con la Nigeria aveva segnato il primo, decisivo passo.
Capitano dell’atletica squadra africana era Ochado, il giocatore che, dopo l’incidente occorso a Misaki, aveva occupato quello che avrebbe dovuto essere il suo posto nel Paris Saint-Germain.
Tsubasa, in Spagna, aveva appena realizzato un gol leggendario e stava trascinando il Barcellona in un’epica rimonta per lo scudetto. Il coach Kira aveva chiesto a Misaki di giocare nel ruolo di playmaker, al posto del soccer prodigy.
Il numero 11 si era trovato ad affrontare in una sola volta tutti i suoi fallimenti, i suoi rimpianti, le sue gelosie.
Dopo l’iniziale vantaggio giapponese, la Nigeria si era impadronita del gioco, segnando due gol e chiudendo ogni spiraglio all’attacco del Sol levante.
Quando Ochado l’aveva saltato, lasciandolo fermo sulle gambe, prigioniero dei suoi fantasmi, Misaki aveva provato come non mai la tentazione di arrendersi.
Poi, sentì vibrare un ruggito improvviso.
Prima ancora di capire che cosa fosse accaduto, si ritrovò all’inseguimento del numero 10 nigeriano. Con un intervento fulmineo, lo bloccò un istante prima che tirasse.
Quando si rialzò dal tackle, si accorse che i compagni lo guardavano stupiti.
Si sentiva il respiro più ampio e profondo, le spalle più larghe, il cuore più potente.
Si rese conto che, a ruggire, era stato lui.
Quella nuova determinazione guerriera gli permise di agguantare il pareggio all’ultimo minuto, con un gesto eroico. Incurante della ferita che si era procurato contro il palo, raccolse il pallone in fondo alla rete e si diresse a centrocampo, deciso ad ottenere la vittoria.
Ma l’arbitro lo fermò.
“È finita”, disse.
Nonostante la vittoria sfumata, Taro Misaki rientrò negli spogliatoi inebriato da quella nuova sensazione, che lo faceva sentire padrone di sé e del proprio destino.
Era giunto il momento di uscire dall’ombra. Per prima cosa avrebbe parlato con Tsubasa, e poi…

Era rimasto per ultimo nello spogliatoio nipponico. Gli altri erano già usciti per festeggiare.
Lui ancora non si era fatto la doccia.
Stava seduto sulla panchina, fissando il telefono.
Ishizaki si affacciò per chiamarlo, che si sbrigasse.
Misaki alzò lo sguardo, ma non riuscì a vedere nulla.
Si tolse lentamente la divisa e andò in doccia, lo sguardo a terra, le spalle curve.
Gli riecheggiarono le parole dell’arbitro: “È finita”.
Il telefono rimase sulla panchina, con l’ultimo messaggio aperto:
“Ho una notizia meravigliosa! Aspetto un bambino!”
Mittente: Sanae Nakazawa.

Un rumore di passi nella notte madrileña lo distolse dai suoi pensieri.
Si voltò e alle sue spalle vide l’ombra inconfondibile del capitano.
“Che cosa ci fai sveglio, Tsubasa?”, disse Misaki, “Non sai che domani abbiamo una partita importante?”
“Vale lo stesso per te”, rispose Tsubasa con fare scontroso.
Misaki si zittì.
“Andiamo a fare due tiri?”, propose Tsubasa.

Il campo era illuminato a giorno. Misaki e Tsubasa trascinarono la rete coi palloni al limite dell’area e cominciarono a tirare punizioni.
Le prime dieci si insaccarono nel più assoluto silenzio.
“Domani giocherò tutta la partita”, disse all’improvviso Tsubasa.
“Lo so”, rispose Misaki, “Il coach me l’ha detto”.
“È stata tua l’idea del doppio playmaker?”, chiese Tsubasa.
La sua palla batté contro la traversa.
“Certo che no!”, rispose stupito Misaki, “Pensi che il coach Kira faccia scegliere qualcosa ai giocatori?”
Tsubasa mise la palla a terra in silenzio.
“Non ti cederò il posto tanto facilmente”.
Palo.
Misaki lo guardava sempre più sorpreso.
“Io non voglio il tuo posto, Tsubasa, ma non sono nemmeno la tua ombra”, disse infine.
Il suo tiro si insaccò perfettamente al sette.
“Mi dispiace che tu viva così male il fatto che anch’io sto trovando la mia strada e che finalmente raccolgo qualche soddisfazione”, aggiunse il numero 11.
“Puoi avere tutte le soddisfazioni che vuoi”, disse Tsubasa, “Basta che non ti prendi le mie”.
Di nuovo il suo pallone finì sulla traversa, e al soccer prodigy scappò un gesto di stizza.
Misaki posò la palla a terra e tirò.
Angolino a destra. Imprendibile.
“Tsubasa…”
Il capitano lo guardò.
“È tutta la vita che vivo nella tua ombra, nel posto che tu mi hai assegnato”, disse Misaki con tono calmo, “Ora, semplicemente, ho intenzione di uscirne”.
“Hai intenzione di dichiararmi guerra?”, ribatté Tsubasa aggrottando la fronte.
“Al contrario”, rispose tranquillo Misaki, “Ho intenzione di spostarti dal centro della mia esistenza”.
Tsubasa lo guardava senza capire.
“Sei più di un fratello, per me, Tsubasa”, spiegò Misaki, “Per questo ci ho messo così tanto”.
Fece una lunga pausa.
Posò il pallone a terra.
Poi, con tono più fermo e deciso: “Non è una questione personale”, disse, “Però io devo fare la mia strada e, se questo significherà incrociare la tua, non aspettarti che io ti ceda il passo”.
Calciò il pallone in porta. Incrocio dei pali.
“Di che diavolo stai parlando?”, sbottò Tsubasa.
Misaki posò un nuovo pallone a terra.
Prese un profondo respiro.
E fece il suo primo passo fuori dall’ombra.
“Mi dispiace, Tsubasa, non posso farne a meno. Appena tornati in Giappone, dirò a Sanae che la amo da sempre”.
Tsubasa lo guardò come tramortito.
“Cos’hai detto?”
“Mi dispiace, Tsubasa”.
“Sei ridicolo!”, gridò il soccer prodigy, “Nel migliore dei casi, Sanae si farà una bella risata!”
“Lo so”, rispose tranquillo Misaki, “Ma io lo farò comunque”.
Il suo tiro si insaccò perfettamente all’angolino sinistro.

∗ ∗ ∗

Sanae capì che era arrivato il momento. L’ostetrica aveva ragione: il pellegrinaggio sul Fuji-san funzionava sempre.
“Mamma, presto!”, gridò.
In pochi istanti furono pronti per andare in ospedale.
Aveva promesso a Tsubasa che se la sarebbe cavata benissimo da sola, ma adesso avrebbe preferito averlo al suo fianco.
Strinse i denti. Sapeva fin da principio che le cose sarebbero andate così.
Mancava poco all’inizio della finale olimpica. Prima di entrare in sala parto, mandò un messaggio di incoraggiamento a Tsubasa.
Del travaglio non gli disse nulla: si sarebbe solo agitato per niente.
Per fortuna, il decorso del parto sembrava ottimale.
“Sarà breve”, disse l’ostetrica ridendo, “Riuscirà perfino a vedere la partita!”

∗ ∗ ∗

Capitolo quarto – L’altra faccia della medaglia

 

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