4. L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Capitolo quarto

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

 

“Bene”, ruggì finalmente il coach Kira, “Visto che sto rischiando di perdere la finale in questo modo, posso avere almeno uno straccio di spiegazione?”
La sua voce squarciò il pesante silenzio dello spogliatoio.
“Naturalmente lo chiedo soprattutto a voi due!”, tuonò guardando in direzione di Taro Misaki e Tsubasa Ozora, “Quante volte devo ripetere che la miglior difesa è l’attacco! Non ho visto una palla oltrepassare la metà campo!”
La crisi della Golden Combi era stata palese fin dal primo minuto, quando Misaki non era comparso al fianco di Tsubasa per il calcio d’avvio.
“È lento”, disse Tsubasa, tenendo lo sguardo basso.
“Cosa?”, fece Misaki con tono sorpreso.
“Sei lento!”, ripeté Tsubasa guardandolo negli occhi, “Non hai i tempi del numero 10. Non vedi quando sto per passarti il pallone”.
Misaki era troppo stupito per rispondere.
Il resto della squadra guardava Tsubasa attonita, incapace di credere alle proprie orecchie.
“Non sei abituato a giocare in questo modo. Né a questo livello!”, rincarò il capitano.
“Ora basta! Tsubasa, con me!”, tuonò perentorio il coach, dirigendosi fuori dallo spogliatoio e facendo segno al numero 10 di seguirlo.
La porta si chiuse con un colpo secco, lasciando la squadra nel silenzio più totale.
Il primo a parlare fu Misugi:
“Tsubasa è stato ingiusto, Misaki. Abbiamo visto tutti che tu hai corso tutto il tempo su ogni pallone, mentre lui è fermo sulle gambe”.
Misaki non rispose. Si stava battendo come un leone, ma era innegabile che la Golden Combi fosse completamente scomparsa dalla partita. E lui sapeva benissimo perché.
“È inutile stare qui a recriminare, rischiando di darci addosso l’uno con l’altro”, disse Matsuyama, “Rientriamo in campo, così almeno sfogheremo il nervosismo sul pallone”.
Izawa incrociò lo sguardo di Wakabayashi e alzò le sopracciglia.
La squadra rientrò in campo nel peggior stato d’animo possibile.
Misaki, invece, indugiò ancora un momento negli spogliatoi.
Quando tutti furono usciti, frugò nel borsone alla ricerca del telefono.
Visualizzò l’ultimo messaggio, ricevuto proprio quella mattina.
“Non arrenderti mai!”
Mittente, naturalmente, Sanae Nakazawa.

∗ ∗ ∗

“Ancora un capriccio da primadonna e voli in Giappone con una pedata nel sedere”, minacciò il coach Kira un istante dopo aver chiuso la porta.
“Misaki sta correndo come un dannato, mentre tu ti guardi in giro, fermo sulle gambe. Hai intenzione di entrare in partita o cosa?” domandò sarcastico, “E non voglio mai più sentire scemenze come quelle che hai detto nello spogliatoio! Al suo posto io ti avrei dato un pugno!”
Poi, cambiò improvvisamente tono.
“So che sei preoccupato per tua moglie”.
Tsubasa alzò finalmente lo sguardo.
“Tra poche ore sarai a casa. Cerca di concentrarti sulla partita”, disse battendogli una mano sulla spalla.

∗ ∗ ∗

Chiusi in difesa, presi d’assedio, i denti stretti per non mollare nemmeno un millimetro: i giocatori del Giappone non nutrivano più speranze di vittoria, ma di sicuro avrebbero venduto cara la pelle.
Per oltre 80 minuti avevano resistito senza prendere gol da un Brasile stellare.
I centrocampisti erano ripiegati tutti nella propria metà campo, lasciando il solo Hyuga davanti, a fare da possibile sponda a un sempre più improbabile contropiede.
Le tre M, Matsuyama, Misugi e, soprattutto, Misaki, si battevano come leoni su ogni pallone, senza cedere un millimetro.
Wakabayashi aveva già operato abbastanza miracoli da passare direttamente alla canonizzazione.
Ma il tempo passava e le energie scemavano.
Il Brasile avrebbe segnato: era solo questione di tempo.
“Certo”, disse sottovoce Misugi a Matsuyama, in un secondo di pausa, “Se non fossimo costretti a giocare con un uomo in meno…”
Tutti e due posarono lo sguardo su Tsubasa.
Il soccer prodigy era spento, distratto, non era mai riuscito a entrare in partita. In più, quando gli capitava un pallone buono, tentava sempre delle improbabili giocate individuali.
Matsuyama era sempre stato il capitano nelle situazioni d’emergenza. Questa, senza dubbio, era una di quelle.
“Tsubasa, qui non ce la facciamo più !”, gridò all’indirizzo del fantasma che vestiva la fascia, “Devi impegnarli davanti, o tra poco saremo sotto!”
Tsubasa non si voltò nemmeno.
Per quanti sforzi facesse, non riusciva a concentrarsi sulla partita.
Continuava a ripetersi che un professionista avrebbe dovuto lasciar da parte ogni altro pensiero e giocare con tutto se stesso quella partita fondamentale, che era costata a tutti un anno di lacrime e sangue.
Ma il suo pensiero era altrove.
A Sanae, prima di tutto, che quel giorno avrebbe dovuto partorire.
E a Misaki, in secondo luogo, dopo lo sconvolgente colloquio della sera prima.
Con la coda dell’occhio, vide il pallone che arrivava nella sua zona.
Cercò di smarcarsi dai difensori verde- oro, quando un lampo blu lo anticipò di un secondo, lasciandolo stordito.
Rimase fermo sulle gambe senza capire, poi vide Misaki che, dopo aver seminato tre avversari, calciava di sinistro all’angolino.
“Sìììììììììì!!!!!!!!!!!!”
Un urlo di liberazione riecheggiò alle sue spalle. I compagni quasi lo travolsero, mentre correvano dalle retrovie ad abbracciare il numero 11, che aveva ipotecato la vittoria, quando ormai non ci credeva più nessuno.
Lo stadio esplose per salutare la rete che finalmente sbloccava il risultato dopo un fulmineo contropiede della squadra nipponica.
Azumi Hayakawa, in tribuna stampa, pensò che, a questo punto, l’incontro con Misaki era diventato inevitabile.

∗ ∗ ∗

“Come minimo farà due gol, uno per uno!”, rise la signora Ozora, guardando i nipotini tra le braccia della nuora.
Il parto era andato benissimo e adesso qualcuno era corso alla ricerca di un televisore, che permettesse alla neo mamma di vedere le prodezze del marito in diretta.
Sanae abbozzò un sorriso.
Pensò che quella, d’ora in poi, sarebbe stata la situazione normale. Lei coi bambini e lui lontano, magari dall’altra parte del mondo, esattamente come quando era in Brasile.
Era sicura che lui l’amasse. Ma sapeva che Tsubasa era terribilmente centrato su di sé.
Era proprio quella la forza straordinaria che gli permetteva di raggiungere qualsiasi obiettivo. Ma era anche il suo peggiore difetto. A volte giungeva a dimenticarsi degli altri, vedendoli come se esistessero solo in funzione di sé.
In fondo aveva in mente il modello di sua madre: a casa coi figli, da sola, mentre il marito mancava per mesi interi, tenuto lontano dal suo lavoro di capitano di Marina.
Sanae guardò la suocera, e si sentì come davanti a uno specchio.
“Gli uomini di questa famiglia non stanno a casa molto”, le aveva detto una volta ridendo la signora Ozora, “Dovrai farci l’abitudine”.
Ma l’abitudine, lei, non ce l’aveva fatta mai.

∗ ∗ ∗

Il fischio finale fu accolto da un urlo di liberazione.
Ishizaki scoppiò in lacrime e Wakabayashi lo abbracciò per nascondere le sue.
Misugi corse da Misaki per essere il primo a ringraziarlo di nuovo per quel gol straordinario, che regalava al Giappone la medaglia d’oro, dopo la vittoria più sofferta della generazione d’oro, ma i ragazzi della panchina lo avevano anticipato e avevano sommerso il numero 11 sotto il loro festoso abbraccio.
Roberto Hongo, che sedeva sulla panchina degli sconfitti, si avvicinò al capitano avversario, che restava immobile in mezzo al campo.
“Complimenti per la vittoria, Tsubasa. È la seconda volta che mi batti”.
Tsubasa lo guardò e fece un mezzo sorriso. Lo sconfitto sembrava lui.
“Capitano, andiamo a ritirare la medaglia”.
La voce del coach Kira lo riscosse.
La squadra salì sul podio per la premiazione, mentre veniva annunciato il nome del miglior giocatore del torneo.
In sala stampa non avevano avuto dubbi: il premio sarebbe andato a Taro Misaki.

∗ ∗ ∗

Sanae guardava sbalordita lo schermo, che le rimandava l’immagine di suo marito che rientrava negli spogliatoi con l’aria sconfitta e, al collo, la medaglia d’oro.
La sua espressione stonava del tutto con la situazione e col resto della squadra, che logora e festante, celebrava il suo più grande trionfo.
Il telefono le segnalò un messaggio. Poi subito un altro.
“Allora? Stai bene? Sei già in ospedale?”, diceva il primo.
Sanae richiamò subito.
“Veramente io ho già finito”, disse, “Giusto in tempo per vedere la premiazione”.
Tsubasa andò nel panico.
“Arrivo! Sono già lì ! Dammi il tempo di salire sull’aereo!”, riagganciò, mentre Sanae rideva.
“Cosa vuoi”, disse la suocera, “Gli uomini sono così. Fanno i duri, poi vanno in confusione totale in questi momenti”.
Sanae guardò il secondo messaggio.
“Come promesso, il mio gol lo dedico a te. Taro”.

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Il ritorno degli eroi

 

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