6. PENELOPE ALLA GUERRA

Capitolo sesto

PENELOPE ALLA GUERRA

 

“Non scherziamo! Devi avere quell’intervista ad ogni costo”.
Il direttore era stato perentorio.
Azumi Hayakawa pensò che forse era ancora in tempo per cambiare mestiere.
Era inevitabile che, dopo la strepitosa prestazione alle Olimpiadi, l’agenzia francese le chiedesse di intervistare soprattutto il bel numero 11, che a Parigi aveva vissuto per anni.
Fece un profondo sospiro e raggiunse la sala stampa.
Ozora Tsubasa non c’era, richiamato al fianco della moglie dalla nascita dei bambini.
Il portavoce, al suo posto, era Taro Misaki.
Azumi seguì molto distrattamente quella conferenza stampa, che le parve interminabile.
Quando la conferenza stampa finì, Misaki prese immediatamente il telefono.
“È tanto che non ci vediamo. Quando posso venire a trovarti?”, scrisse.
Fece appena in tempo a inviare il messaggio, che una voce femminile ben conosciuta lo costrinse, d’istinto, a nascondere l’apparecchio.
“È molto tempo che non ci vediamo…”, disse Azumi, avvicinandosi al centrocampista.
“Sì, molto”, replicò Misaki.
“Hai giocato un torneo strepitoso”, si complimentò la giornalista.
“Grazie”.
“Me la rilasceresti un’intervista?”, chiese.
“No, no”, fece imbarazzato Misaki, “Sai che io non sono bravo in queste cose. E poi il capitano è Tsubasa, chiedi a lui”.
“Sempre un passo dietro il soccer prodigy, eh?”
Si pentì subito della battuta, ma si accorse che Misaki non l’aveva nemmeno sentita.
Il suo sguardo era fisso al telefono.
Azumi capì.
“Stai aspettando che lei ti risponda, vero?”
Misaki la fissò in silenzio.
Un breve suono segnalò l’arrivo di un messaggio.
“Vieni nel primo pomeriggio. Ti aspetto”, aveva scritto Sanae.
Il centrocampista mise il telefono in tasca e accennò un saluto.
“Per quanto ancora andrai avanti così?”, sibilò Azumi, cercando di fermarlo.
Misaki si voltò.
Azumi vide che aveva uno sguardo febbricitante, che lei non gli aveva mai visto.
“Fino a questo pomeriggio”, rispose il miglior giocatore della finale olimpica.
La giornalista lo guardò interrogativa. Poi ebbe un lampo.
“Non ci credo. Non avrai mai il coraggio di dirglielo”.
Senza una parola, Misaki si allontanò.
Mentre Azumi usciva dalla sala stampa, il telefono le segnalò un messaggio:
“Possiamo vederci tra un’ora. Ma non credo di riuscire a esserti utile”. Firmato: Sanae Ozora.
Sospirò di nuovo. La aspettava un altro incontro difficile.

∗ ∗ ∗

Sanae gli aveva dato appuntamento per il primo pomeriggio.
Taro Misaki si fermò sotto le fronde di un ginkgo.
Non riusciva a decidere se il tempo che lo separava da quel momento fosse troppo o troppo poco.
Non si vedevano da oltre un anno, da quando lei si era trasferita a Barcellona, subito dopo il matrimonio.
Se n’era andata proprio quando lui aveva trovato il coraggio di confessare a se stesso quello che provava.
Ora, quell’incontro era ciò che più desiderava e più temeva.
Sentiva il bisogno di raccogliere le proprie forze e i propri pensieri, di ripararsi all’ombra ancora per un momento, prima di affrontare, una volta per sempre, la luce del sole.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa pensò che un’ora era veramente troppo poco tempo.
Incontrare Misaki era stata davvero dura. Era la prima volta che si vedevano dopo oltre un anno e subito Sanae Nakazawa si era materializzata tra loro, come in quel pomeriggio di pioggia.
Si era sentita esattamente come allora, come se non fosse passato nemmeno un minuto, come se tutti gli sforzi che aveva fatto per dimenticarlo e per passare oltre fossero stati spazzati via come un castello di sabbia sulla battigia.
E adesso, adesso doveva andare ad affrontare lei, la donna che aveva ai suoi piedi i due fuoriclasse della nazionale giapponese: Sanae Nakazawa Ozora.

∗ ∗ ∗

“Ma dai! Questa è una notizia meravigliosa!”
Sanae, al telefono, non stava in sé dalla gioia.
“Ma certo che ti farò da testimone! Che razza di domande fai?”
“Naturalmente Tsubasa farà da testimone a Ryo”, disse Yukari, “Insieme a Misaki…”
“Mi accorderò con Kumi il prima possibile per farti il più bel regalo che tu possa immaginare!”, rise Sanae.
Ogni volta che Yukari pronunciava il nome del numero 11 in presenza di Sanae, lo faceva con cautela. Non aveva mai visto di buon occhio l’amicizia tra Sanae e Misaki, fin dai tempi del liceo.
A lei era chiarissimo che il centrocampista aveva un debole per la team manager, e la cosa le sembrava promettere, prima o poi, grossi guai.
Aveva tentato di parlarne con Sanae, ma lei aveva chiuso categoricamente l’argomento, dicendo che le sue erano pure fantasie. E Yukari si era ripromessa di non menzionare mai più la faccenda.
“Pensa come saranno invidiose Yayoi e Yoshiko!”, rise Sanae, pensando alle storiche fidanzate di Misugi e Matsuyama.
“Vorrà dire che si litigheranno il bouquet!”, rispose Yukari, ridendo.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa fu la prima a rompere quel silenzio così imbarazzante.
“Mi fa piacere che tu abbia accettato il mio invito”.
Sanae Nakazawa accennò un sorriso, mescolando il the.
“Non credo che troverai nulla di interessante da scrivere”.
Aveva accettato l’invito della giornalista con molta riluttanza.
Yayoi l’aveva avvisata che Azumi stava scrivendo la storia della generazione d’oro e della sua impresa olimpica. Aveva già raccolto le storie relative a Misugi e a Matsuyama. Ora toccava al capitano.
L’intervista a Sanae Nakazawa sarebbe stata un vero e proprio scoop, un’occasione da non lasciarsi assolutamente sfuggire. Ma Azumi aveva preferito lasciare la signora Ozora per ultima.
Non c’era stato nessun bisogno della raccomandazione di Tsubasa per prendere quella decisione. L’idea di trovarsi faccia a faccia con lei innervosiva non poco la giornalista.
Sapeva che l’incontro con la donna amata da Misaki si sarebbe inevitabilmente trasformato in un confronto. E che lei, molto probabilmente, lo avrebbe perso.
“La mia è una storia terribilmente banale”, ribadì Sanae.
Al confronto di Yayoi Aoba, alle prese con la malformazione cardiaca di Jun Misugi, o di Yoshiko Fujisawa, che Hikaru Matsuyama aveva vegliato fino al risveglio dal coma, rinunciando a giocare una partita importantissima, gli episodi della sua storia risultavano decisamente insignificanti.
“Beh, ma non mi servono necessariamente momenti eccezionali”, la incoraggiò Azumi, “Raccontami qualcosa di te, poi magari qualche particolare della storia con tuo marito…”
Osservava con attenzione la sua interlocutrice. Era la prima volta che se la trovava davanti a tu per tu e non riusciva a non farle una radiografia.
Sanae frugò nella memoria.
Avrebbe potuto raccontare di quando Tsubasa aveva fatto a pugni per lei con il pugile, ma non ne aveva mai parlato a nessuno, figuriamoci vederlo sbattuto sul giornale.
Oppure di quando aveva preso l’aereo per andare a trovarlo in Brasile.
“24 ore d’aereo per vederlo mezza giornata”. “E poi?”, avrebbe chiesto la giornalista. “E poi mi ha parlato di calcio”.
No, meglio lasciar perdere.
Azumi tentò un’ultima carta per smuovere la sua laconica intervistata. Una storia romantica sul capitano non poteva mancare.
“Beh, dammi almeno un’immagine, il tuo ricordo più romantico, ci sarà pure, no?”
Sanae esitò un attimo. Poi alzò lo sguardo e le piantò in faccia due occhi spalancati.
Evidentemente un ricordo le aveva attraversato la mente. Le sue guance si tinsero di scarlatto.
“No”, disse Sanae con un tono di voce leggermente più alto di quello usato fino a quel momento.
Azumi capì che non sarebbe riuscita a cavare un ragno dal buco.
“Sei la persona più riservata che io abbia mai incontrato”, rise, “No, forse la seconda…”, aggiunse a voce più bassa, quasi tra sé.
“È… è ora che io vada”, disse Sanae, alzandosi improvvisamente, “I bambini aspettano. Mi dispiace di non esserti stata utile”.
“Non importa”, commentò Azumi, sorpresa da tutta quell’improvvisa fretta.
Sanae Nakazawa uscì a precipizio dal locale, lasciandola lì a rimuginare davanti alle tazze ancora mezze piene.
Anche per Azumi Hayakawa era stato un incontro difficile. Per tutto il tempo aveva dovuto trattenere l’unica domanda che voleva davvero farle:
“Mi dica, signora Ozora, come si fa a far innamorare di sé due uomini del calibro di Ozora Tsubasa e Misaki Taro? Sia così gentile da svelare a noi comuni mortali il suo segreto…”

∗ ∗ ∗

Sanae si fermò pochi passi fuori dal locale a riprendere fiato.
Non sarebbe dovuta venire, lo sapeva.
Era stato umiliante. Non poteva raccontare nulla di sé, perché nulla c’era da raccontare.
Gli studi interrotti, il matrimonio giovanissima. Al massimo poteva dare qualche ricetta di cucina.
Davanti ad Azumi Hayakawa, che aveva girato mezzo mondo e faceva un lavoro interessante, si era sentita subito una nullità.
Cosa voleva sentire? La storia della Penelope paziente?
A lei Penelope non era mai piaciuta, aveva sempre pensato che Ulisse, lei, sarebbe andata a cercarlo.
Quell’ultima domanda, poi, l’aveva travolta.
Al centro della sbiadita immagine in bianco e nero, che quell’involontario bilancio della sua vita aveva fatto apparire, la domanda della giornalista aveva fatto sorgere all’improvviso i colori vividi e sensuali di un ricordo dimenticato.
Sotto quello sguardo che la scrutava, fisso e indagatore, e che sembrava volerle leggere dentro, Sanae si era ritrovata nella luce di un lontano mattino d’estate, che credeva sepolto per sempre.
Il terrore che l’altra potesse vedere quella scena, le aveva letteralmente tolto il respiro.
Poteva forse raccontare alla giornalista che il ricordo più romantico della sua vita non aveva come protagonista suo marito?

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa raccolse i propri fogli e fece finalmente per andarsene.
L’incontro con Sanae Nakazawa era stato avvilente.
Era vestita in modo semplice, senza trucco né gioielli, ma da ogni suo movimento traspariva una grazia luminosa.
In un primo momento si era domandata come mai la chiamassero Anego. A lei era sembrata più una ventata di primavera che avesse riempito il locale.
Poi aveva visto quegli occhi, così pieni di fuoco. Quando glieli aveva piantati in faccia, lei aveva pensato che l’avrebbero incenerita.
Quando alla fine se n’era andata, era stato come un soffio di petali, il sollevarsi del vento tra i ciliegi, lo scomparire di una fata in una fiaba.
In realtà, non c’era bisogno di farle nessuna domanda, pensò Azumi.
Come si poteva resistere a una fata della primavera che vestiva l’hachimaki dei kamikaze?

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – L’ultimo granello di sabbia

 

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