7. L’ULTIMO GRANELLO DI SABBIA

Capitolo settimo

L’ULTIMO GRANELLO DI SABBIA

 

Dopo una notte insonne, passata a sbollire la collera, Tsubasa si era alzato deciso a sistemare la situazione. Aveva inventato una scusa per evitare la conferenza stampa. Non aveva nessuna voglia di rivedere Taro Misaki.
Il suono della campanella sulla porta segnalò il suo ingresso nel negozio.
“Garofani bianchi”, disse il fiorista con fare sicuro, “Nell’Hanakotoba significano fedeltà eterna e amore reciproco”.
“Perfetto!”, sorrise Tsubasa e si mise a battere la città alla ricerca di tutti i garofani bianchi che poteva trovare.
Orgoglioso del suo straordinario bottino, Tsubasa si presentò a casa Nakazawa nel primo pomeriggio. La madre di Sanae andò ad aprire la porta e non poté trattenere un grido di meraviglia.
“Sanae!”, chiamò.
Sanae si affacciò nell’ingresso e nella cornice della porta vide suo marito, tutto sorridente, circondato da innumerevoli cesti di garofani bianchi.
Un servizievole fiorista portò dentro tutti i fiori, mentre Sanae abbassava gli occhi, per evitare di incenerire con lo sguardo garofani, cesti e marito.
Quando finalmente il salotto fu trasformato in un giardino fiorito e la porta fu chiusa, Sanae era un ordigno pronto ad esplodere.
“Santo cielo, Sanae!”, squittì sua madre, “Credo che nemmeno le regine abbiano mai avuto un regalo simile…”
“Mamma, ci lasci soli, per favore?”, sibilò Sanae col tono più trattenuto che poteva.
Tsubasa deglutì. Il sorriso cominciava a scemargli.
“Si può sapere per chi mi hai preso?”, tuonò Sanae, nell’istante stesso in cui sua madre chiudeva la porta.
Quella pagliacciata le aveva fatto montare una rabbia tale che si sarebbe mangiata tutti quegli stramaledetti garofani!
“Tipico tuo! Un gesto eclatante e mille problemi che svaniscono! Quando la finirai con questi espedienti spettacolari e ti deciderai a crescere?”
Tsubasa era attonito.
“Piglia la tua verdura e vai immediatamente fuori di qui!”, gridò Sanae furiosa.
Si girò sui tacchi e salì a vedere se tutto quel baccano avesse svegliato i bambini.
La madre di Sanae si affacciò timorosa. Vide il genero con l’aria desolata del cane bastonato.
“Il parto e la stanchezza giocano brutti scherzi…”, disse, cercando di rincuorarlo e di giustificare il comportamento, per lei incomprensibile, della figlia.
“Sì, forse…”, bisbigliò Tsubasa.
Se ne andò a capo chino, sentendosi terribilmente ridicolo.

∗ ∗ ∗

Sanae Nakazawa guardò il telefono, poi l’orologio, poi di nuovo il telefono.
Nessun messaggio.
Misaki aveva detto che sarebbe passato nel primo pomeriggio. Invece non si era visto e non aveva nemmeno mandato un messaggio di scuse.
Era stata una giornataccia. Prima quella terribile intervista con Azumi Hayakawa, poi la pagliacciata dei garofani, che l’aveva mandata su tutte le furie. Infine Taro Misaki che, per la prima volta in vita sua, scompariva senza una spiegazione.
Di nuovo si perse in quel ricordo emerso all’improvviso, che ora le inondava la mente con la sua luce estiva, senza che lei riuscisse a ricacciarlo nell’ombra, da cui era prepotentemente uscito.
Vide che era ora di dare ai bambini l’ultimo pasto della giornata. Salì al piano di sopra.
Ormai Misaki non sarebbe più arrivato.

∗ ∗ ∗

Si buttò sotto la doccia gelata, nel disperato tentativo di togliersi di dosso il torpore e lo sconforto causati dall’ennesima notte insonne.
Dal momento in cui l’aereo era atterrato a Tokyo, Taro Misaki aveva concentrato tutti i suoi pensieri e le sue energie sull’obiettivo di parlare con Sanae, il prima possibile.
Durante il lungo volo dall’Europa, aveva ripassato mille volte quello che le avrebbe detto, aggiustato ogni virgola e mandato a memoria la lezione, da quel bravo scolaretto che era sempre stato.
Ma ora, esaurita l’adrenalina olimpica, era stato preso dallo sconforto.
Dov’era finito quel coraggio che si era sentito nel petto?
Se mai fosse riuscito a dirle qualcosa, lo avrebbe fatto balbettando.
Il giorno precedente, nel primo pomeriggio, era andato da lei.
Ma una volta arrivato vicino a casa Nakazawa, aveva visto davanti alla porta Tsubasa, con la più grande quantità di fiori che avesse mai visto in vita sua.
Con le scene eclatanti il soccer prodigy ci sapeva fare, non c’era dubbio.
Misaki se ne era tornato a casa e aveva spento il telefono.
Dalla finestra entrava il sole di un mattino d’estate. Un’immagine gli attraversò la mente.
In riva al mare, di prima mattina, le biciclette abbandonate sulla spiaggia. E lui e Sanae, ancora al liceo, seduti su un barcone rovesciato ad aspettare l’alba.
Erano rimasti svegli solo loro dell’intera compagnia che voleva vegliare per tutta la notte.
Tutti, prima o poi, avevano ceduto al sonno. Tutti, tranne loro.
I primi raggi del sole apparvero sulle acque del Pacifico e Misaki li vide riflessi negli occhi di lei, colmi di meraviglia.
“Sanae…”, mormorò con un filo di voce.
Lei si voltò e lo guardò con gli occhi pieni di quell’alba meravigliosa.
Il tempo sembrò fermarsi.
I loro volti si avvicinarono e si scambiarono un lungo, dolcissimo bacio.


Misaki sapeva che tutto ciò non era mai accaduto, che era stato soltanto un sogno.
Non esisteva proprio che Sanae Nakazawa, la donna di Tsubasa fin dalla notte dei tempi, baciasse un altro. E tanto meno lui, il timido, riservato Taro Misaki.
Non poteva starci, non quadrava nella storia.
In un punto fuori dal tempo, fuori dalla storia, in un sogno lontano, Sanae Nakazawa e Taro Misaki si erano baciati.
Il campanello squillò fragorosamente.
Misaki si accigliò. Non aspettava nessuno e non aveva voglia di vedere nessuno.
Voleva restare solo con la sua tristezza.
Infilò al volo i jeans e si diresse alla porta, deciso a sbarazzarsi dello scocciatore.
Afferrò la maniglia con decisione.
Davanti ai suoi occhi spalancati, apparve Sanae Nakazawa Ozora.

∗ ∗ ∗

La porta si aprì di scatto e Sanae vide nella cornice Taro Misaki, con aria scontrosa e addosso solo i jeans.
“Scusa! Non ti volevo disturbare!”, arrossì lei.
Lo guardò che si precipitava a recuperare una maglietta, farfugliando delle scuse.
Cercò qualcosa da dire, per rompere il silenzio imbarazzato che aleggiava nella stanza.
“Avevi detto che saresti passato a trovarmi, e invece non l’hai fatto. Così sono venuta io…”
“Scusa, ho avuto un contrattempo”, disse a bassa voce Taro.
Sanae alzò gli occhi e lo vide immerso nella luce del mattino d’estate. Come in un ricordo di tanto tempo prima.
“È davvero molto tempo che non ci vediamo…”, disse lei a mezza voce.
Misaki le sembrava stranamente a disagio. Non sembrava felice di vederla.
“Forse… è meglio che me ne vada”, mormorò lei.
Ma si accorse che, a quella frase, lui aveva stretto i pugni con tutta la forza che aveva.
Vide che la tensione lo faceva quasi vibrare.
“Che cosa ti succede, Taro?”, domandò stupita.
Lui rimase immobile, con lo sguardo stanco fisso a terra.
“Che cosa ti toglie il sonno?”, aggiunse, accorgendosi che il cuore le era salito in gola.
Seguì un lungo momento di silenzio.
La polvere vorticò lenta nel raggio di sole che li divideva.
Poi lo sentì sussurrare:
“Sei tu. Sei tu che mi tormenti, Sanae. Ti amo da così tanto tempo…”

∗ ∗ ∗

Capitolo ottavo – Un sogno dentro un sogno

 

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