8. UN SOGNO DENTRO UN SOGNO

Capitolo ottavo

UN SOGNO DENTRO UN SOGNO

 

Non aveva balbettato, questo no.
Anzi, le parole gli erano uscite come un fiume in piena, concitate, senza pause.
Ma era riuscito a dirglielo solo a testa china.
Non riusciva ad alzare lo sguardo, i muscoli del collo come paralizzati.
Seguirono gli istanti più lunghi della sua vita.
Lei era zitta e immobile e lui avrebbe preferito mille volte urla e schiaffi a quell’inferno silenzioso e sospeso.
Si diede dello stupido. Pensò che aveva rovinato tutto.
La complicità, l’amicizia, l’affetto. Tutto sarebbe stato spazzato via.
Nulla avrebbe più potuto tornare come prima.
Pensò che era stato un pazzo. Come amici, almeno, avrebbero potuto vedersi e sentirsi… Ma ora?
Ora lei lo avrebbe cancellato d’un colpo dalla lista degli esistenti.
Un lieve fruscio lo riscosse.
Ecco. Se ne stava andando.
Avrebbe infilato la porta. Così, senza nemmeno una parola. E non l’avrebbe mai più rivista.
Serrò gli occhi…


Un tocco gentile si posò sul suo braccio.
La sorpresa gli permise di superare la paralisi.
Alzò la testa di scatto e, a pochi centimetri, trovò i profondi occhi scuri di lei.
Non sembravano affatto arrabbiati, ma colmi di tenerezza, forse persino leggermente umidi.
Di sicuro la voce le tremava, quando disse:
“Davvero hai detto che mi ami, Taro?”

∗ ∗ ∗

La mattina dopo la sceneggiata dei garofani, il soccer prodigy giunse di nuovo davanti alla porta di casa Nakazawa. Prese ripetutamente dei profondi respiri e suonò il campanello.
“Mi spiace, è uscita. Ha detto che andava a fare una visita. Immagino sia da Yukari, sai, per il matrimonio…”
Tsubasa si precipitò da Yukari, che fu molto sorpresa di vederlo.
Non aveva nessun appuntamento con Sanae e gli suggerì di provare da Kumi, perché forse si erano trovate per discutere dei regali.
Tsubasa cominciava a innervosirsi.
Chiamò la moglie al telefono, ma lo trovò spento.
Con passo deciso si diresse verso casa Sugimoto.

∗ ∗ ∗

Doveva essere un sogno, non c’era dubbio.
Una mano tra i capelli di Sanae, l’altra a stringerle la vita, da alcuni minuti Taro Misaki stava baciando la signora Ozora.
“Davvero hai detto che mi ami, Taro?”, aveva detto.
E quando il suo sguardo aveva incontrato quello febbricitante dell’amico di sempre, un fulmine era corso lungo la spina dorsale di entrambi.
Dopo un lungo momento, in cui Taro aveva sentito (ne era sicuro) il cuore fermarsi, Sanae aveva posato le proprie labbra sulle sue.
Ma Sanae era la donna di Tsubasa, fin dalla notte dei tempi, e non quadrava nella storia che baciasse qualcun altro. E meno di tutti il suo fraterno amico Taro.
In un punto fuori dal tempo e dallo spazio, fuori dalla storia, Sanae Nakazawa stava baciando Taro Misaki.

∗ ∗ ∗

Tsubasa arrivò a casa Sugimoto già molto nervoso.
Lo fu ancora di più quando gli venne ad aprire la nonna di Kumi.
La vecchia era un’indovina e a Tsubasa quel genere di cose dava terribilmente sui nervi.
Il destino uno se lo costruisce con le proprie mani. Il resto sono superstizioni da vecchie comari.
“Kumi è uscita con un’amica”.
Tsubasa si sentì sollevato. Ecco risolto il mistero. Sua moglie era a far compere per il matrimonio di Yukari.
“Sono via da un po’. Entra pure ad aspettarle”, aggiunse la vecchia.
Tsubasa si sentì immediatamente a disagio. C’erano ovunque strani aggeggi di divinazione.
“Vuoi che ti legga le carte?”, chiese la donna.
Tsubasa rise: “Per carità!”
“Magari potrebbero aiutarti a capire dove sta il problema con tua moglie”, disse la vecchia calma.
Tsubasa smise di ridere di colpo.
“Scusi, chi le ha detto che ho un problema con mia moglie?”
La vecchia gli sorrise e gli fece cenno di seguirla.
Entrarono in uno stanzino drappeggiato con pesanti teli scuri.
Su un tavolino c’era un cuscino di velluto, sul cuscino una sfera di cristallo.

∗ ∗ ∗

Non riusciva a ricordarsi come fossero arrivati in camera da letto.
Chi dei due aveva portato l’altro?
Di sicuro avevano seminato una buona parte dei vestiti lungo il tragitto e, altrettanto sicuramente, non avevano mai permesso alle loro labbra di separarsi, come se non potessero respirare al di fuori di quel bacio.
Taro era terrorizzato all’idea che, se si fosse staccato dalle labbra di lei, tutto sarebbe svanito per sempre come in un incantesimo, come quel mattino d’estate in riva al mare.
Lei si lasciò cadere sul letto e i respiri finalmente si separarono.
Taro trattenne il fiato, ma l’incantesimo non svanì.
I suoi occhi cercarono quelli di Sanae e li trovarono pieni del sole del mattino.
Lei lo prese per mano e posò su di lui uno sguardo che non aveva mai avuto prima.

∗ ∗ ∗

“Posso vedere il futuro, ma anche il presente e il passato”, spiegò la vecchia.
“A che serve vedere il passato?”, rise Tsubasa, “Sappiamo già quel che è accaduto!”
La vecchia sogghignò.
“Quanto sei ingenuo… Il futuro è nascosto nel passato, come un fiore nel seme, solo che non lo abbiamo visto…”
Cominciò a muovere le mani intorno alla sfera di cristallo.
“Un’alba d’estate, in riva al mare… Due ragazzi che si baciano…”, prese a dire l’indovina.
Senza volerlo, Tsubasa cominciò a frugare nella memoria.
Non gli sembrava proprio di aver mai visto l’alba sulla spiaggia con Sanae…
La vecchia stavolta aveva sbagliato trucco.
“Un barcone rovesciato… Una bicicletta azzurra e una rossa…”
Palo!, pensò Tsubasa, ghignando. La bicicletta di Sanae era azzurra, ma la sua era grigia, quindi…
“La ragazza ha gli occhi scuri e una maglietta a righe…”
Capirai, pensò Tsubasa, originalissimo…
“Il ragazzo ha un’aria delicata e gentile, i capelli corti e una camicia gialla…”
Tsubasa si alzò in piedi di scatto, come punto da uno scorpione.
L’aspetto, gli abiti, il colore della bicicletta gli avevano dipinto in mente un ritratto.
Un’immagine attraversava gli anni e gli giungeva nitida dal passato: Misaki che scampanellava davanti a casa sua, con una bicicletta rossa e una camicia gialla.
“Ora basta con queste sciocchezze!”, sbottò Tsubasa, “Quando arriveranno Kumi e mia moglie?”
“Tua moglie?”, la vecchia sgranò gli occhi per la sorpresa, “Kumi non è con tua moglie, ma con una sua amica!”
Tsubasa l’avrebbe volentieri strangolata.
Bofonchiò un saluto e infilò la porta, inseguito dai fantasmi del passato, con camicia gialla e bicicletta rossa.

∗ ∗ ∗

Taro immerse il volto nel profumo e nel tepore della pelle di lei.
La luce dell’estate entrava nella stanza, stendendo il suo velo dorato su ogni cosa.
Una brezza sottile sospingeva, come fossero onde, brividi febbrili sulla pelle di entrambi.
Quando la baciò nuovamente, una danza cominciò a trascinarli. E poi a travolgerli.
D’un tratto un indefinibile calore li avvolse, cancellando i confini tra un corpo e l’altro.
Taro continuava a ripetersi che no, non era possibile, doveva per forza essere un sogno.
In una storia fuori dal tempo, avvolti da un mattino d’estate, Sanae Nakazawa e Taro Misaki sognavano insieme di fare l’amore.

∗ ∗ ∗

Furente, Tsubasa camminava senza sapere bene dove fosse diretto.
Non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di quella spiaggia.
Sentiva la rabbia crescergli inspiegabilmente dentro ad ogni passo.
La frustrazione di non riuscire a trovare Sanae si mutava rapidamente in angoscia e la limpida mattina estiva andava prendendo i colori lividi dell’incubo.
Camminava a passi rapidi e rabbiosi come inseguendo un inafferrabile fantasma in camicia gialla.
Senza nemmeno rendersene conto, si trovò davanti alla casa di quello che una volta era il suo migliore amico.

∗ ∗ ∗

“Davvero hai detto che mi ami?”, sussurrò lei, come per riprendere un discorso lasciato a metà.
Taro ebbe un sussulto, ma continuò a tenere gli occhi chiusi e ad accarezzarle i capelli.
Ormai era definitivamente convinto che si trattasse di un sogno e che quindi tanto valesse sognare alla grande. Così rispose con una di quelle frasi che si aspetta tutta la vita l’occasione di dire:
“Non respiro senza di te. Non ho passato nemmeno un attimo della mia vita senza averti vicina”.
Era chiaramente un sogno: non aveva nemmeno balbettato.
Sanae si strinse al suo petto.
“Tu… tu ti ricordi quell’alba sulla spiaggia?”, bisbigliò.
Taro spalancò gli occhi.
Quale diavoleria era mai questa? Un sogno in un altro sogno!
“Mi sono sforzata di dimenticarla”, proseguì lei esitante, “E sono arrivata a pensare che fosse un sogno…”
Taro si sentì come in un feuilleton di fine Ottocento: all’improvviso, lei gli aveva mostrato la metà di un medaglione, di cui lui aveva sempre portato in tasca l’altra metà.
“Avevi una maglietta a righe”, mormorò lui, “E la tua vecchia bicicletta azzurra…”
Lei sorrise.
Le due metà combaciavano alla perfezione.
Taro sentì come lo scattare di una serratura.
Tutto era cominciato lì, pensò.
Sia l’amore per lei, che la necessità di nasconderlo.
A se stesso, prima di tutto.
Ora, finalmente, lei era tornata su quella spiaggia, dove lui era rimasto ad aspettarla per tutti quegli anni.

∗ ∗ ∗

Il suono del campanello riempì la casa.
Non ho nessuna intenzione di svegliarmi, pensò Taro.
Nessuno dei due si mosse e il campanello smise di suonare.
“Cosa devo fare per continuare a sognare questo sogno?”, sussurrò, “A parte uccidere lo scocciatore alla porta, intendo”.
La risata cristallina di lei riempì la stanza.
Sanae gli diede un bacio lieve e si sciolse dal suo abbraccio.
“Devo andare dai bambini”, disse con un sorriso.
Taro si riscosse. Non era quello il genere di frasi che si dice in un sogno!
Nei sogni, così come al cinema, dopo una scena d’amore arriva la dissolvenza, non è che si vede la gente rivestirsi e riprendere la vita normale!
Qualcosa non quadrava.

∗ ∗ ∗

Tsubasa aveva osservato la casa di Misaki per qualche istante.
Tutto era silenzioso e non sembrava esserci nessuno.
La stessa spinta che lo aveva portato fin lì, gli fece posare il dito sul campanello.
Senza alcun motivo apparente, ebbe la sensazione di essere sul punto di commettere un irreparabile errore.
Ma, alla fine, suonò lo stesso il campanello con energia.
Non sentendo alcun rumore, il capitano della nazionale si girò e fece per andarsene, raccomandandosi di non lasciarsi sfuggire nulla con Sanae.
Aveva appena voltato le spalle alla porta, quando dall’interno della casa sentì provenire, argentina e inconfondibile, la risata di sua moglie.

∗ ∗ ∗

“Eccomi, arrivo!”
Il campanello squillava perentorio, molto più di prima, e Taro, rassegnato, si era infilato i jeans e una maglietta per andare ad aprire. Sanae aveva recuperato i suoi vestiti e li stava indossando nella stanza.
Taro aprì la porta e la sensazione di essere in un sogno scomparve in un istante.
Davanti a lui, livido come non l’aveva mai visto, c’era il suo ex amico fraterno, il capitano della nazionale, il soccer prodigy Ozora Tsubasa.
“Dov’è?”, chiese Tsubasa con il tono più cupo che avesse mai avuto.
Misaki passò in un attimo dallo shock al contrattacco.
“Cosa diavolo ci fai qui?”
Con una spinta tentò di buttarlo fuori.
Tsubasa raccolse tutta la furia, l’ansia, il rancore nel suo pugno destro e lo stampò in faccia a Misaki, spedendolo contro la parete.
Sanae si precipitò fuori dalla stanza, giusto in tempo per vedere suo marito che prendeva Taro per la maglietta.
E si pietrificava.
Anche Sanae si fermò di colpo.
Il tempo sembrò trattenere il fiato.
Avvicinandosi così tanto al rivale, Tsubasa gli aveva sentito addosso, dolcissimo e inconfondibile, il profumo della pelle di lei.”

∗ ∗ ∗

Capitolo nono – Naufraghi

 

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