9. NAUFRAGHI

Capitolo nono

NAUFRAGHI

 

Uno dei più grandi pregi di Tsubasa era il candore.
Un candore infantile, disarmante, di bambino allegro al punto da ignorare ogni ombra e ogni difficoltà.
Quando riconobbe in modo inequivocabile il profumo del corpo di Sanae addosso a Misaki, rimase paralizzato, come se il cielo fosse andato in frantumi, rovinandogli sulla testa.
Per un tempo che gli sembrò lunghissimo, si sentì barcollare come se il pugno lo avesse preso lui.
Girava lo sguardo intorno senza riuscire a mettere a fuoco, finché non si fermò sulla figura della moglie. Ferma sulla porta della camera da letto.
Mollò la maglietta di Misaki e si diresse fulmineo verso di lei.
“Tsubasa!”, gridò Misaki, nel tentativo di fermarlo.
Sanae chiuse gli occhi, sperando di scomparire, insieme a tutta la stanza.
Calò un silenzio irreale. Tsubasa fissava la moglie senza riconoscerla, come se tutt’a un tratto gli avessero strappato la ragione, il cuore e l’anima. E tutto senza anestesia.
“Perché? Come hai potuto?”
La voce uscì a fatica.
Poi, accompagnandolo con una terribile ingiuria, le piantò in faccia un violento schiaffo. Sanae perse l’equilibrio e finì, ironia della sorte, tra le braccia di Taro Misaki.



Rimasero tutti e tre paralizzati da quel gesto irreparabile.
Piccolissimi e immobili, ognuno nel punto esatto in cui il lampo di quello schiaffo lo aveva fotografato.



Il primo a riprendersi dallo shock fu il numero 11.
Con Sanae singhiozzante tra le braccia, raccolse tutta la sua forza nella voce.
“Esci immediatamente di qui!”
Tsubasa, a testa china, non disse nulla. Non li guardò. Infilò la porta e uscì.

∗ ∗ ∗

Avevano passato un buon quarto d’ora seduti sul pavimento, in silenzio, con Sanae che singhiozzava sempre più sommessamente e Taro che cercava di calmarla, carezzandole piano i capelli.
Tutto era cominciato con quell’intervista, pensò Sanae.
Azumi e le sue domande avevano fatto alzare il vento che aveva spalancato le finestre della sua anima, sollevando la polvere di lunghi anni immobili.
Quel vento si era fatto così forte e irresistibile da trascinarla, quasi senza che lei se ne rendesse conto, prima davanti alla porta della casa di Taro, poi tra le sue braccia.
E adesso, dopo che Tsubasa aveva fatto irrompere la realtà in quell’atmosfera incantata di sogno, quell’abbraccio caldo e affettuoso le sembrava l’unico porto sicuro in cui fosse possibile trovare riparo.
Taro, invece, non riusciva a pensare a nulla. Sentiva solo il suo cuore seguire lo stesso ritmo dei singhiozzi di Sanae. La stringeva tra le braccia per proteggerla dalla tempesta, da cui anche lui sentiva di essere stato travolto, sussurrandole ogni tanto qualche parola tranquillizzante.
Quando vide che il suo pianto era cessato, le asciugò le lacrime e la aiutò a rialzarsi.
“Andiamo, ti porto dai bambini”, disse con un accenno di sorriso.

∗ ∗ ∗

Tsubasa aveva corso a perdifiato, senza nemmeno sapere verso dove. Si fermò solo quando sentì la milza che stava per esplodergli e un bruciore alla gola.
Si chinò ansimante, le mani sulle ginocchia, gli occhi pieni di lacrime e, appena fermo, cominciò a vomitare.
Quando le scosse degli spasmi e dei singhiozzi cessarono, si accorse di trovarsi sull’argine del fiume dove aveva trascorso tanti pomeriggi d’infanzia.
Respirò profondamente.
Doveva essere un incubo.
La ricerca vana della moglie, la vecchia indovina, la scena a casa di Misaki… Un incubo ben articolato, e anche un tantino stereotipato, a ben pensarci.
Guardò la mano con cui aveva dato uno schiaffo a sua moglie.
Il fischio del treno passò lontano, come quel giorno in cui avevano salutato Misaki dalla collina.
Si sedette a terra, infilò la testa tra le ginocchia e ricominciò a piangere.

∗ ∗ ∗

“Si può sapere dov’eri finita?”
La madre di Sanae la aspettava sulla porta.
“Come al solito il tuo telefono era spento!”, continuò la madre, “Anche Tsubasa ti cercava!”
“Lo so”, rispose Sanae in un soffio.
Taro temeva che la signora Nakazawa notasse il segno sulla guancia della figlia, che a lui pareva terribilmente visibile.
La madre di Sanae, invece, sembrò non farci caso.
“Torneremo domani”, disse salendo in macchina, “I bambini hanno già mangiato”.
Il signor Nakazawa e suo figlio Atsushi salutarono con un cenno della mano, lasciando Taro e Sanae sulla porta di casa.
Sanae salì subito dai bambini.
Taro, invece, uscì sul balcone della sala per chiamare Ishizaki. Non poteva fare a meno di essere preoccupato per Tsubasa.
“Ishizaki, sono io. Sbrigati, cerca Tsubasa. Trovalo e non mollarlo un istante, capito?”
Riagganciò con un sospiro.
Guardò la scala, aspettando di veder comparire Sanae.
Non si erano ancora parlati, da quando erano usciti da casa sua.
Taro cercava le parole per quando lei sarebbe scesa. Ma ogni ipotesi che si affacciava alla sua mente, finiva per essere scartata.
Gli sembravano tutte inadeguate, perché sentiva quanto quelle parole sarebbero state pesanti e decisive per il suo destino.
Girò lo sguardo nella stanza. Su una mensola, bene in vista, una foto ritraeva Sanae sorridente coi gemelli. Era la prima foto dei bambini, fatta pochi giorni prima.
Taro capì che l’unica cosa sensata che poteva fare era andarsene, senza dire nulla.
Salì in punta di piedi, per salutarla.
La porta della stanza era socchiusa. Taro la aprì appena, per evitare di svegliare i bambini bussando.
Sul letto, in penombra, Sanae si era addormentata con i piccoli.

∗ ∗ ∗

Ishizaki lo aveva cercato per prima cosa sul campo di calcio della scuola, dove andava sempre, fin da piccolo, quando era triste, arrabbiato o voleva stare da solo e, non avendocelo trovato, cominciò a preoccuparsi sul serio.
Misaki non gli aveva spiegato nulla.
E Ishizaki non poteva avere nessun sospetto di quello che stava succedendo, perché per lui la cosa avrebbe assunto le proporzioni di un rivolgimento del cosmo, come se il sole, una bella mattina, si fosse levato da occidente.
Cose che nemmeno se le avesse viste coi propri occhi, avrebbe potuto crederci.
Quando finalmente giunse all’argine del fiume e vide Tsubasa seduto a terra, con lo sguardo perso nel vuoto, tirò un sospiro di sollievo.
Avvicinandosi, si accorse che stava piangendo in silenzio.
Una profonda pena per l’amico riempì il suo cuore.
Senza dire nulla, si sedette al suo fianco, gli mise un braccio sulle spalle e gli diede una stretta di conforto.

∗ ∗ ∗

Taro richiuse la porta e scese al piano di sotto.
Non poteva rimanere, e non riusciva ad andare via.
Si sedette sul balcone, le ombre stavano cominciando ad allungarsi. La sera stava finalmente scendendo su quella lunga giornata.
Non poteva andarsene adesso, lasciandola sola nella notte.
Non avrebbe dormito comunque. Tanto valeva vegliare lì.
Taro Misaki guardò verso il mare, che si scuriva in lontananza. E capì che avrebbe passato la vita aggrappato al ricordo di un sogno di un mattino d’estate, in cui era stato l’uomo più felice della Terra.

∗ ∗ ∗

Il sole era quasi completamente tramontato dietro le colline, quando Ishizaki riuscì a far alzare Tsubasa e a portarselo a casa.
Si infilarono nel bagno termale, ormai deserto, e ci rimasero a lungo.
L’acqua tiepida che rilassava i muscoli procurava a Tsubasa la prima sensazione piacevole di quella terribile giornata.
Non disse nemmeno una parola e seguì docilmente Ishizaki che gli imponeva di passare lì la notte, preoccupato com’era di perderlo di vista.

∗ ∗ ∗

Dal balcone di casa Nakazawa si vedevano lontane le luci del porto.
Nella sua notte più insonne, Taro Misaki guardava le navi partire e sentiva come una vertigine.
Il sogno sepolto per anni era diventato, per un attimo, un sogno a due. E poi, un istante dopo, era emerso definitivamente nella luce solida della realtà.
E questo lo spaventava.
Lo spaventava perché i sogni avevano una loro logica assurda, una loro coerenza rassicurante, mentre la realtà era vasta e imprevedibile come un mare aperto. Perché nella realtà c’erano gli altri.
Taro si sentiva in balìa di quel momento in cui tutto era possibile.
Gli sembrava di partire ogni volta che una nave si staccava dalla banchina del porto.
Le luci più grandi puntavano direttamente il largo; quelle più piccole si muovevano timorose sotto costa. Alcune imbarcazioni toccavano terra proprio quella notte, dopo mesi passati sulle acque del Pacifico.
Nella mente di Taro Misaki, l’immagine di Sanae addormentata tra i bambini assumeva i contorni di un porto tanto desiderato e appena intravisto, prima di essere risospinti al largo.
Le ore passarono lente, illuminate solo a notte fonda dalla luna calante.



Finalmente, la luce dell’alba cominciò a schiarire l’orizzonte.
Taro sentì una presenza alle sue spalle. Si voltò.
Sanae, in piedi, guardava il mare.
Nei suoi occhi tutto lo sgomento del giorno prima non sembrava aver lasciato nessuna traccia.
Erano fermi, decisi, luminosi.
“Devo andare via di qui”, disse.

∗ ∗ ∗

Capitolo decimo – Dieci anni di solitudine

 

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