Prologo – LA PARIGI D’ORIENTE

Prologo

LA PARIGI D’ORIENTE

 

Dal 1936, il Giappone del tennõ Hirohito è una dittatura militare che progetta la conquista del continente asiatico. Le leggi speciali hanno sciolto persino le squadre di calcio. Tutte, tranne la squadra dell’esercito: la Yamato, battezzata come la celebre nave da guerra appena varata. La più grande corazzata al mondo, sul mare e sul campo da calcio.
Di mese in mese, la dittatura si fa sempre più oppressiva e l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale sempre più imminente
Le città costiere della Cina, occupate dalle milizie giapponesi, sono teatro di violenze e scontri. Unica eccezione, l’“isola solitaria” di Shanghai, un’oasi di prosperità e pace, alla quale è possibile accedere senza visti né passaporti, dove si rifugiano profughi provenienti dall’Europa e giapponesi in fuga dalla dittatura…


Shanghai, giugno 1941


Il lussuoso piroscafo si faceva strada a fatica tra le pigre imbarcazioni a vela quadrata, come un’automobile che si fosse imbattuta in un gregge su una strada di campagna. Gli eleganti palazzi dall’aspetto europeo ombreggiavano le banchine, a cui ormeggiavano, fianco a fianco, ultramoderne corazzate militari e barche di pescatori dalla struttura immutata da due millenni.
Una miriade di risciò e di facchini improvvisati si accalcava sul molo principale, in un vociare che quasi copriva il rumore dei motori.
Il Bandeong Maru finalmente attraccò, l’equipaggio pose la passerella e il chiassoso formicaio divenne frenetico.
Appoggiati ai due lati di un platano del Bund, i due giovani guardavano distratti i passeggeri scendere dal piroscafo, tra bambini chiassosi e bagagli ingombranti.
Una pattuglia tentava invano di mettere ordine sul molo, distribuendo strattoni e insulti in giapponese.
– Sono più nervosi del solito oggi, – osservò il giovane in kimono.
– È questione di mesi, – disse l’altro, – forse di settimane. Poi cadrà anche Shanghai.
– Che bella prospettiva… – replicò il primo, – Vorrà dire che ci sposteremo nell’interno.
– …dove i cinesi, alla tua prima parola in giapponese, ti taglieranno la gola.
Ryo Ishizaki si accarezzò il collo con l’aria di chi ne avrebbe avuto un certo dispiacere.
– Sarebbe un vero peccato, viste le doti canore che ti sei scoperto, – aggiunse l’amico, ridacchiando.
– Ridi… Non fosse per quello, non avremmo da mangiare. Gli interpreti dal francese non servono a nessuno.
Taro Misaki diede un colpo col piede a un sasso, portandolo sulla punta della scarpa. Poi prese a palleggiarlo con destrezza.
– Si darebbe il caso che siamo giocatori di calcio. Senza una squadra, che altro vuoi che facciamo?
– Ti basterebbe tornare in Giappone: la Yamato ti coprirebbe di onori.
– È un’idea. Partiamo insieme?
Tacquero, guardando il fiume.
– Quando Shanghai cadrà, ce ne andremo a Hong Kong. Ho lasciato Parigi quando sono arrivati i tedeschi, non ho intenzione di veder distruggere anche la Parigi d’Oriente.
– Che mi prenda un colpo!
Ishizaki sbarrò gli occhi, l’indice puntato alla passerella del piroscafo.
Una figuretta elegante, vestita di bianco, trascinava a fatica un grosso bagaglio, tentando, nel contempo, di non farsi rubare il cappello dal vento.
– Quella è Anego! – esclamò sbalordito.
Prima che Misaki avesse il tempo di interloquire uno stupito “Cosa?”, si ritrovò a dribblare, trascinato da Ishizaki, facchini, risciò e militari. Il difensore scopertosi centrocampista di classe si fermò solo ai piedi della passerella.
– Anegoooooo!!!
Ishizaki si sbracciava, tentando di sovrastare il chiasso poliglotta del molo.
Finalmente la ragazza si voltò. Ebbe un istante di esitazione, poi esclamò incredula:
– Ryo! Sei proprio tu?
Ishizaki afferrò cavallerescamente il pesante bagaglio, la prese per il polso e, con un perentorio “Andiamo!”, la portò fuori dalla folla brulicante. Si fermarono solo quando ebbero raggiunto l’ombra dei platani.
– Che diavolo ci fai a Shanghai? Come sta mia madre? Hai notizie degli altri? – la travolse l’ex difensore.
Sanae accennò un sorriso stanco.
– Tua madre sta bene, a parte lamentarsi della tua fuga ogni giorno…
– E gli altri? – insistette Ishizaki, – Sono anni che non so più nulla di loro…
La ragazza prese un’espressione cupa.
– Ishizaki… Per favore… Non farmi domande.
Alzò gli occhi verso il fiume, per evitare lo sguardo interrogativo dell’amico. E si accorse solo allora del giovane in abiti occidentali che accompagnava Ishizaki.
– Buongiorno, Nakazawa-san! È molto tempo che non ci vediamo… – sorrise lui gentile.
La giovane aggrottò le sopracciglia, nello sforzo di identificare un volto che riecheggiava dei tratti noti, ma come perduti in un passato lontano. Poi la fronte si distese e il volto si aprì in un sorriso.
– Taro Misaki! Santo cielo! Sono passati quasi dieci anni!
– Eravamo ancora alle scuole elementari… – confermò lui.
Ishizaki prese in mano la situazione e la valigia.
– Tu avrai sicuramente fame. E io devo iniziare a lavorare tra poco. Dove alloggi?
– Al Ritz Hotel
– Bene, lasciamo lì il tuo macigno e poi andiamo alla Belle Aurore. Così sentirai quanto sono bravo al pianoforte!
– Al pianoforte? – sgranò gli occhi sbalordita Sanae.

 


La Belle Aurore, nel cuore del Settore Internazionale, era il punto di ritrovo dei rifugiati giunti dalla Francia, arrivati lì quasi tutti l’anno precedente, dopo l’occupazione nazista di Parigi e l’instaurazione del governo di Vichy. Per la maggior parte erano artisti giapponesi, sorpresi dalla guerra nella capitale francese. Molti di loro non avevano simpatia per il regime e Shanghai costituiva una sorta di limbo, in cui, affacciati sulla madre patria, attendevano l’evolversi degli eventi.

You must remember this
A kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…
The fundamental things apply
as times goes by…


Sanae guardava a occhi spalancanti il bizzarro spettacolo di un difensore giapponese in kimono, che cantava, con voce sorprendentemente vellutata, una canzone di chiara impronta americana.
– Credevo di aver visto di tutto, in vita mia…
Misaki rise.
– A volte le situazioni d’emergenza fanno emergere talenti insospettabili…
Il tavolo della Belle Aurore era ingombro di cibo. Ishizaki non aveva lesinato sull’ospitalità, commisurando l’appetito della sua amica sul proprio metro di misura.
Misaki osservava con discrezione la sua graziosa vicina.
Difficile riconoscere il maschiaccio delle scuole elementari nella giovane donna elegante e dall’aria malinconica che gli stava ora davanti.
Il tram sferragliò nella strada, coprendo le note della canzone.


It’s still the same old story
a fight for love and glory
a case of do or die
the world will always welcome lovers
as time goes by…

 


Zanzare grandi come cacciabombardieri si infrangevano sulla zanzariera, che cercava disperatamente di proteggere il riposo pomeridiano di Ishizaki, nel retro della Belle Aurore.
L’estate di Shanghai serpeggiava lenta e afosa, come un fiume saturo di alghe.
Misaki fece per infilarsi la giacca di lino chiaro.
– La porti fuori anche oggi?- chiese Ishizaki, cercando di muovere il numero minimo di muscoli, al di sotto dell’asciugamano bagnato che teneva sulla testa.
– …
– Hai intenzione di aspettare ancora molto per dirglielo? – proseguì Ishizaki, sempre calibrando al minimo il dispendio energetico.
– Dirle cosa? – chiese sorpreso Misaki.
– Che ti sei innamorato di lei.
Misaki si paralizzò, una manica infilata e una a penzoloni.
– Ricordati solo questo, – continuò con tono vissuto Ishizaki, da sotto l’asciugamano, – un bacio è ancora un bacio, un sospiro è solo un sospiro…
Misaki riconquistò l’altra manica.
– Ma va all’inferno, Ishizaki!
E abbandonò l’amico in pasto alle zanzare.

 


I tuoni facevano risuonare il loro passo sempre più pesante, risalendo il corso dello Huangpu. Le prime gocce di pioggia tamburellarono sul parasole chiaro.
Sanae guardò preoccupata il cielo scuro e si riparò nel gazebo in ferro battuto.
I passanti si affrettavano sui viali dei giardini pubblici, per sfuggire al temporale imminente. La stagione della pioggia delle prugne, la chiamavano i cinesi. Imprevedibile e mutevole.
Con la punta del parasole prese a disegnare ghirigori sul pavimento di marmo. Taro era in ritardo.
Un vocio sul Bund attirò la sua attenzione. Sul grande viale sfrecciarono le auto scure della pattuglia giapponese, dispiegando le sirene, in direzione della città cinese.
Una sorta di istinto, sviluppato suo malgrado negli anni, la fece mettere in allerta.
Gettò un’occhiata nervosa e preoccupata alla direzione in cui Taro insisteva a non apparire.
– Una sommossa! – corse voce sul marciapiede.
Incapace di aspettare ancora, Sanae si mise a camminare sempre più in fretta verso il Quai de France, per abbreviare la strada che la separava da Misaki.
Le voci dei rivoltosi arrivavano sempre meno smorzate, il movimento sulla strada si faceva sempre più frenetico. La sagoma familiare continuava a farsi desiderare.
Un tuono più forte degli altri squarciò le nuvole, aprendo la strada a uno scroscio. Sanae si mise a correre, il cuore che batteva all’impazzata, girando disperatamente lo sguardo intorno.
I negozianti, preoccupati più della pioggia che del tumulto, si affrettavano a ritirare la merce, dribblando i passanti che cercavano di allontanarsi il più velocemente possibile dalla zona della città vecchia, dove, evidentemente, la pattuglia giapponese stava fronteggiando dei disordini. Una signora in eleganti abiti occidentali trovò che la reazione più educata alla situazione fosse quella di svenire, gettando ulteriore scompiglio tra la folla degli stranieri e procurando un inatteso divertimento ai più filosofici passanti cinesi.
Sanae cercò di sottrarsi al fiume umano sul marciapiede, che tentava di trascinarla nella direzione opposta a quella in cui la spingeva un’angoscia sempre più forte.
Con un movimento deciso, si infilò in una stradina laterale. La pioggia, che ormai era una vera cascata, contribuì a disorientarla. Il dedalo di vicoli, tutti spaventosamente simili, la inghiottì in un batter d’occhio.
Si fermò, cercando un punto per orientarsi.
Il chiasso della folla era stato sostituito da un silenzio ostile, riempito solo dallo scrosciare della pioggia.
Dagli antichi archi in pietra si affacciarono in pochi istanti bambini e donne dall’aria misera, che guardavano, incuriositi e divertiti, l’elegante straniera bagnata fino all’osso.
– Sanae!
Si voltò di scatto.
Taro, più inzuppato di lei, la guardava stupito.
– Ti ho inseguita per tutto il lungofiume… Ti ho chiamata, ma non mi sentivi…
Strattonata tra il sollievo e l’angoscia, la nipponica riservatezza di Sanae gettò le armi. Un attonito Taro se la ritrovò in lacrime tra le braccia.
– Non ti è successo niente… Grazie al cielo…
Per il pubblico cinese lo spettacolo si stava facendo davvero fuori dall’ordinario. Le donne nascosero le loro risatine dietro le cocche dei grembiuli.
– Vieni, – disse Misaki, – Casa mia non è lontana.

 


Il longlang su cui affacciava la casa di Misaki aveva tutta l’aria di volersi rapidamente convertire in canale. La pioggia scrosciante non voleva saperne di smettere e l’acqua arrivava già al ginocchio dei passanti.
Il rumore della porta scorrevole distolse Taro dalla finestra.
Sanae piegò le braccia in un gesto buffo, che evidenziò quanto le sue mani fossero nascoste dalle maniche di uno yukata evidentemente fuori misura.
– Almeno è asciutto! – sorrise Taro, indicando i vestiti che gocciolavano in un angolo della microscopica stanza.
Anche Sanae si avvicinò alla finestra. La pioggia sferzava i tetti dei vecchi edifici con ostinazione subtropicale.
– Sanae… – chiese lui in un sussurro esitante, – Perché sei qui, a Shanghai, sola?
La fronte di lei si rabbuiò. Alzò gli occhi verso le nuvole nere che stavano calando una sera precoce sulla città.
– Ti avevo chiesto di non fare domande…
Taro chinò la testa, poi girò anche lui lo sguardo verso il vicolo.
– Ti chiedo scusa…
Il fazzoletto di cielo sopra il longlang fu illuminato da un fulmine.
Sanae finse di guardare nella strada. Il cappello di paglia di riso a cono nascondeva un passante che sembrava non curarsi troppo del temporale.
Taro nascose un sospiro. Poi sentì una mano afferrargli lo yukata sul petto.
– Giura! Giurami che non ti capiterà mai niente!
La disperata minaccia le incrinò la voce.
– Sanae… – mormorò lui stupito.
I riquadri della finestra componevano il mosaico di due volti vicinissimi.
La pioggia sul vetro sciolse i contorni dei due profili.

 


Ishizaki camminava fischiettando, le mani in tasca, lungo la strada deserta, illuminata da lampioni radi. La pioggia appena cessata aveva risvegliato l’odore dell’asfalto.
Né Sanae né Misaki si erano fatti vedere alla Belle Aurore.
Una pattuglia passò sull’altro lato della strada, senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. I tumulti del pomeriggio erano stati sedati più dall’acquazzone che dalle forze dell’ordine.
Si infilò nel longlang buio e silenzioso. Alzò gli occhi alla finestra della stanza di Misaki. Una luce tenue rivelava la presenza di due ombre.
Ishizaki si allontanò canticchiando.


The world will always welcome lovers
as time goes by…

∗ ∗ ∗


La fredda notte invernale fu improvvisamente illuminata da un’esplosione.
La città vecchia assistette senza scomporsi: era avvezza agli spettacoli pirotecnici da circa mille anni.
Nel Settore Internazionale, invece, il boato gettò lo scompiglio.
– Arrivano i giapponesi!
La notizia passò di bocca in bocca nelle cento lingue della zona abitata dagli stranieri.
Le esplosioni divennero sempre più frequenti, tingendo di rosso lo Huangpu.
I giornalisti occidentali, arrampicatisi per amore della notizia sui tetti del Bund, videro le navi da guerra americane andare a fuoco nel porto fluviale che, per secoli, aveva aperto all’Occidente lo straordinario mercato del Celeste Impero.
L’alba livida dell’8 dicembre sorse sulla città in fiamme.


La porta della Belle Aurore si aprì per far entrare una ventata di freddo e un Ishizaki imbacuccato come uno sherpa.
– Biglietti e giornale, piccioncini – disse, appoggiando la mercanzia sul tavolo a cui sedevano Misaki e Sanae.
“È guerra! Il Giappone bombarda le Hawaii! Il Settore internazionale occupato dalla milizie nipponiche”, titolava il North China Daily News in quello che sarebbe stato il suo ultimo numero.
– A che ora è il treno? – si informò Misaki.
– Alle cinque, – rispose Ishizaki.
Poi aggiunse, puntando l’indice verso Sanae:
– E tu scordati di portarti dietro quella specie di macigno! Ti ricomprerà tutti i vestiti quando saremo a Hong Kong!
Misaki rise, mentre Sanae guardava preoccupata e distratta fuori dalla vetrina.
Ishizaki si fece serio.
– Sarà meglio sbrigarsi… Lo sai che non ci prendiamo molto con quelli della Kempeitai
– Hanno una conversazione decisamente noiosa, in effetti, – replicò Misaki.
Nella strada, la confusione aumentava di minuto in minuto. Gli occidentali tentavano di lasciare la città il prima possibile, forti dei loro passaporti stranieri, che, invece, ne avrebbero presto fatto dei prigionieri di guerra.
Sanae si alzò e scostò la tenda per vedere meglio.
– L’intero mondo va in pezzi… E noi scegliamo proprio questo momento per innamorarci, – disse quasi tra sé.
Taro la avvolse in un abbraccio.
– Non un gran tempismo, in effetti… Ma dieci anni fa eravamo un po’ troppo giovani, non trovi?
Sanae accennò un sorriso.
– Devi andartene il prima possibile, – aggiunse seria.
Dobbiamo andarcene, – precisò Misaki.
– Certo… Dobbiamo andarcene… – confermò Sanae.
– Passo a prenderti all’hotel alle quattro e mezza, d’accordo? – chiese Misaki.
– No… no… – rispose lei, evitando il suo sguardo, – Ho molte cose da fare… Ti raggiungerò alla stazione.
Un boato in distanza segnalò l’affondamento dell’ultima corazzata statunitense sullo Huangpu.
– Potremmo sposarci appena arrivati a Hong Kong… Ishizaki, ci faresti da testimone? – sorrise Taro.
– Come no? Basta che poi mi leviate il vostro zuccheroso spettacolo dai piedi… – rispose il difensore sedendosi al pianoforte.
Sanae abbassò lo sguardo.
Ishizaki cominciò a strimpellare qualche nota.
– Se preferisci, potrebbe sposarci il macchinista sul treno! – propose ridendo Taro, – Se può farlo il capitano di una nave… Dovrebbe più o meno essere lo stesso!
Sanae si voltò di nuovo verso la vetrina, nascondendo una lacrima.
Il pianista trovò che era il momento giusto per una colonna sonora diegetica.


You must remember this,
a kiss is still a kiss…


– Ehi… Che succede? – le sussurrò Taro con una carezza gentile.
– Io… Questo mondo è impazzito… Può accadere di tutto… Se venissimo separati… Ovunque tu sarai… e ovunque sarò io… voglio che tu sappia…
Non riuscì a continuare e nascose il volto nel suo abbraccio.


…a sigh is just a sigh… – continuò ispirato Ishizaki.


Taro le sollevò il viso con un bacio lieve.
– Baciami… – disse lei, guardandolo negli occhi, – Baciami come fosse l’ultima volta…
Obbediente, Misaki la baciò come si suppone debba fare un uomo degno di questo nome quando pensa che sia l’ultima volta.


The world will always welcome lovers
as time goes by…

∗ ∗ ∗

La stazione di Shanghai brulicava di gente di mille nazionalità e di mille lingue diverse.
Gli occidentali tentavano di caricare a bordo di un treno ormai traboccante i loro eleganti bagagli, firmati dalle case di moda europee, sotto lo sguardo perplesso di famiglie cinesi che, accovacciate a terra, improvvisavano un pasto caldo con scodelle fumanti di noodles.
Al mattino gelido era seguito un pomeriggio piovoso, e, sul binario 3, i passeggeri erano resi ancora più nervosi e frenetici dalla pioggia battente.
Misaki appoggiò a terra la valigia e girò intorno uno sguardo apprensivo. Il cappello e il trench gocciolavano più dei doccioni in ferro battuto, ma il loro proprietario sembrava non accorgersene.
Dette un’occhiata nervosa all’orologio.
– Passeggeri a bordo! Il treno per Hong Kong partirà tra tre minuti!
La voce dell’altoparlante sovrastava a malapena il chiasso della folla, che si accalcava per salire su quello che era l’ultimo treno che avrebbe lasciato Shanghai.
– Misaki!!!
Ishizaki si faceva largo tra la folla, senza lesinare spintoni né insulti.
Finalmente giunse a portata di voce.
– Dov’è? L’hai vista? – chiese Misaki.
– Non l’ho trovata, – scosse la testa il difensore, – in albergo non c’era, ha lasciato la sua stanza. Ma c’era questo…
Dalla tasca trasse una busta. Misaki la afferrò e l’aprì con un gesto ansioso.
Le gocce di pioggia si mescolarono rapide all’inchiostro, sciogliendolo in un’unica lacrima grigia. O forse era lo sguardo di Misaki ad annebbiarsi.
Il capostazione fischiò.
– Presto! – fece Ishizaki, afferrandolo per la manica e trascinandolo a forza sul vagone ormai in movimento.
Il treno partì in perfetto orario, carico degli ultimi fortunati che potevano lasciare l’ormai violata “Isola solitaria”.
Misaki sul predellino accartocciò la lettera che aveva in mano e, senza guardarla, la gettò via. Poi, alzò gli occhi al vapore della locomotiva, che si confondeva con le nubi invernali.


Improvvisamente, la stazione fu vuota e deserta. Il biglietto scivolò in un rivolo d’acqua, che cancellò le ultime lettere del messaggio:


Taro,
non posso venire con te, né vederti mai più.
Ti prego, non chiedermi perché.
Sappi solo che ti amo.
Che il Signore ti protegga.
Sanae

∗ ∗ ∗

Capitolo primo – Due lettere per il Paradiso

 

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