Capitolo primo – DUE LETTERE PER IL PARADISO

Capitolo primo

DUE LETTERE PER IL PARADISO

 

Con la progressiva avanzata delle forze di occupazione giapponesi nel Sudest asiatico, sempre più occhi, nel Giappone prigioniero della dittatura, guardano con speranza o disperazione alla libertà delle Americhe.
Macao, colonia portoghese e quindi neutrale, diviene il grande punto di imbarcazione, ma non tutti riescono a raggiungerla direttamente.
E così, iniziano un difficile e tortuoso viaggio, che parte dall’isola di Kyûshû, nel Giappone meridionale, per raggiungere poi Okinawa, da lì i territori cinesi sotto il controllo giapponese e, infine, Hong Kong, città occupata, ma separata da Macao da un golfo di soli 60 chilometri.
Giunti qui, i più fortunati riescono, attraverso i soldi, la fortuna o le conoscenze, a procurarsi il visto per Macao e per la libertà.
Ma per gli altri, quei 60 chilometri diventano lunghissimi e non possono far altro che aspettare a Hong Kong.
E aspettano… aspettano… aspettano…


La primavera del 1943 arrivava impietosa anche nel campo di prigionia di Lunghwa, esibendo sfacciata i suoi rami di pruno in fiore attraverso il filo spinato.
Le cinque baracche di legno, dislocate non lontano da Shanghai, erano riservate ai cittadini europei e americani. E a qualche ospite giapponese d’eccezione.
– Dov’è la trappola? – chiese il prigioniero, fissando lo sguardo fuori dalla finestra, sul campo da calcio accanto all’edificio D.
– Nessuna trappola, – rispose il maggiore in divisa kaki, – finita la partita, sarai rilasciato, a patto che non lasci i territori occupati.
Il prigioniero aggrottò la fronte.
– Naturalmente la signorina verrà con te, – sorrise il militare, spostando lo sguardo sulla giovane donna che assisteva alla conversazione.
Il cielo grigio di aprile faceva risaltare i fiori candidi sui rami neri.
– Dovrei giocare da solo? – chiese il prigioniero.
Il volto del maggiore si deformò in una risata.
– Non esageriamo! Potrai cercare i tuoi ex compagni. E per loro varrà lo stesso patto: liberi nei territori cinesi occupati.
Il prigioniero fece una smorfia: liberi in una gabbia. Ma non essere circondati dal filo spinato era una cosa che faceva una certa differenza.
– Per noi della Yamato è importante avere degli avversari di livello. E, al momento, non ce ne sono. Le alte sfere dell’esercito pensano che possa servire anche come propaganda, come è successo all’Italia fascista, due volte campione del mondo. Francamente, di politica me ne infischio. Ma l’idea di incontrarti di nuovo sul campo da calcio mi esalta non poco.
Il silenzio era ritmato dal tamburellare delle dita dell’ufficiale, che, in un gesto sprezzante di potere, aveva tolto la giacca e teneva i piedi sulla scrivania.
Gli stivali neri lucidissimi riflettevano la luce del pomeriggio.
La giovane donna distolse lo sguardo e tornò a fissare il prigioniero, che continuava a dare la spalle alla stanza.
– D’accordo, – disse infine, – dove sarà la partita?
– A Hong Kong, – rispose l’ufficiale.
La giovane donna nascose un sussulto.


L’idrovolante si alzò nel cielo afoso di Hong Kong, seguito dagli sguardi della folla di profughi che attendeva udienza alla Gendarmeria di Hong Kong Est, condividendo la speranza di un visto per Macao.
– Forse domani saremo su quell’idrovolante… – sussurrò una graziosa ragazza dai capelli rossi al magro giovane che le stava vicino.
La fila, normalmente molto lunga, era quel giorno addirittura chilometrica.
Il capitano Takeshi Sawada si era chiuso nell’ufficio coi suoi collaboratori da due ore e pareva non avere nessuna intenzione di aprire la porta.
– Dannazione… Dannazione…
L’ufficiale misurava a grandi passi l’ufficio, le mani dietro la schiena.
– Due ufficiali morti e due lettere di transito sparite! Basterebbe questo a rendere la giornata pessima! Ma, visto che sono nato con la camicia, entro poche ore il maggiore Hyuga piomberà qui per quella sua dannata partita! E scatenerà l’inferno!
– Abbiamo già attivato tutti i nostri informatori, – cercò di tranquillizzarlo il suo sottoposto Kazuki Sorimachi, – entro sera sapremo di sicuro qualcosa.
– La nostra speranza è che l’assassino sia molto avido o molto stupido, – continuò come tra sé il capitano Sawada, – e cerchi al più presto di vendere quei visti sul mercato nero…
Si lasciò cadere sulla sedia, asciugandosi il sudore. A maggio, l’isola era già una sorta di gigantesca sauna.
– Fai passare le richieste di visto, – disse affranto.


L’auto della Kempeitai si fermò sgommando davanti all’Hong Kong Cricket and Football club, nel cuore della zona di Hong Kong dedicata ai cimiteri, ribattezzata, con un supremo eufemismo o con britannico humour nero, Happy Valley.
Il capitano Sawada scese per primo e si preoccupò di fare gli onori di casa.
– Lo hanno costruito gli inglesi. Il manto erboso è superbo e le tribune degne di Wembley, – esagerò il gendarme, – sono sicuro che lo troverai perfetto per l’occasione.
Spalancò i cancelli e fece entrare gli ospiti.
Il maggiore Kojiro Hyuga e il tenente Ken Wakashimazu si scambiarono uno sguardo.
Forse non era esattamente Wembley, ma il campo da calcio del club era davvero magnifico. Gli inglesi delle colonie, si sapeva, non badavano a spese.
Il maggiore misurò a passi lenti il perimetro del campo, battendo sulla mano un grosso bastone di bambù.
Poi raggiunse il cerchio di centrocampo. Con un gesto perentorio, alzò l’indice verso il cielo:
– Li batteremo! Ve lo giuro! – disse solennemente.
Il tenente Wakashimazu lo guardò con l’ammirazione dovuta a un semidio. Il capitano Sawada si passò una mano sugli occhi.
– Prima però…
Il maggiore spostò l’indice sul gendarme, che ebbe un sussulto.
– Voglio l’assassino e le lettere di transito! – gridò.
Poi, sotto lo sguardo attonito di Sawada e quello adorante di Wakashimazu, spezzò in due il bastone, per rimarcare, senza inutili discorsi, quale trattamento intendeva riservare al colpevole.
– Sappiamo chi è, – disse paziente Sawada.
– Lo hai già messo in prigione? – ringhiò il maggiore, come una tigre a cui fosse stata stata sottratta la preda.
– Non ce n’è bisogno. Stasera sarà al Misaki’s Café. Tutti qui, la sera, vanno al Misaki’s Café.
– Ho sentito parlare molto di questo dannato Café, – disse Hyuga tra i denti, – e non capisco come fai a tollerare un locale così occidentale in questa che è ora una città giapponese!
– Ordini superiori, – rispose filosofico Sawada. Poi, con l’aria di chi recita la lezione a memoria: – Va favorito il bilinguismo, sia nella nomenclatura delle vie che nei luoghi di ritrovo, affinché la popolazione anglofona si abitui progressivamente ai nostri sani costumi na…
– Basta così! – si spazientì il maggiore della polizia speciale, – Senza contare che Misaki non vedrà l’ora di scendere in campo con i nostri avversari…
– Misaki non si interessa né di politica né di calcio. Su questo puoi stare tranquillo, – rispose Sawada.
– Lo vedremo! – replicò perentorio Hyuga.
E, con un calcio, spedì i resti del bastone sulle tribune.


Nella Hong Kong del razionamento, il cono di luce dell’insegna al neon del Misaki’s Café delimitava uno spazio quasi magico, popolato da uomini in smoking e signore ingioiellate.
Nei pressi del porto, vicino ai grandi hotel occidentali, il locale, arredato alla più recente moda parigina, era, come aveva detto Sawada, il punto di ritrovo più frequentato della città.
Al Misaki’s Café si potevano bere alcolici di contrabbando, giocare illegalmente d’azzardo, trattare passaggi clandestini per Macao. Insomma, fare tutto ciò che rendeva la vita a Hong Kong interessante.
Il capitano Sawada aprì la porta con l’aria di chi era di casa. Il fumo delle sigarette nascondeva la piccola orchestra che suonava motivi jazz.
Una magnifica voce, dall’accento giapponese, intonò una brillante melodia americana, a cui il pubblico prese a fare il coro.
Il maggiore Hyuga storse il naso.
– In che razza di posto mi hai portato?
– I nemici bisogna conoscerli, – rispose Sawada, facendo un cenno al maître.
Hikaru Matsuyama, in uno smoking elegantissimo, con tanto di vassoio d’argento in mano, fece finta di non vedere.
Il maggiore Hyuga aggrottò le sopracciglia e i cenni di Sawada si fecero più insistenti e supplichevoli. Matsuyama si rassegnò a raggiungerlo.
– Sei ancora tu…
– Il mio solito tavolo, Hikaru, – cinguettò il capitano.
– Non ti azzardare mai più a chiamarmi per nome! – rispose a denti stretti l’ex numero 10 della Furano, – Mettetevi dove vi pare e fatela finita.
Si voltò per andarsene, ma una mano lo attanagliò.
– Ti insegnerò io come si risponde a un ufficiale! – sibilò Hyuga, brandendo in alto il (nuovo) bastone.
Matsuyama non si scompose.
– Arrogante e perdente eri, arrogante e perdente rimani.
Sawada e Wakashimazu intervennero un istante prima che la situazione precipitasse, afferrando un braccio del maggiore per ciascuno.
– Lo vedremo molto presto chi è un perdente… – ruggì Hyuga.


Lo scompiglio provocato dai nuovi, illustri ospiti non aveva scomposto più di tanto gli avventori, abituati agli screzi di una città per metà nelle mani dell’esercito di occupazione e per metà in quelle dei truffatori del mercato nero.
La musica riprese a ritmare la serata e a mascherare le voci dei traffici.
La roulette aveva appena ricominciato a girare nella saletta riservata, quando un’avvenente bionda, con un abito di strass che pareva tatuato, si presentò sulla porta. Teppei Kisugi, che controllava inflessibile gli accessi a quella parte del locale, la guardò interlocutorio.
– Devo parlargli… – implorò la donna.
Kisugi indicò con un cenno della testa un uomo seduto spalle alla porta, con uno smoking immacolato e una scacchiera davanti a sé. Sembrava concentrato su una mossa fondamentale in una partita in cui era l’unico contendente.
– Dov’eri la scorsa notte? – chiese lei con tono seccato.
L’uomo non alzò neppure lo sguardo dalla scacchiera.
– Non mi ricordo. È passato tanto tempo.
– Ti vedrò stasera? – insistette la donna, con una venatura di supplica nella voce.
– Non faccio mai programmi così in anticipo.
La conversazione, evidentemente, era stata abbastanza lunga da annoiare l’uomo in smoking, che fece per andarsene. La ragazza lo afferrò per un braccio.
– Non puoi trattarmi in questo modo! Taro, ti prego…
Misaki si voltò finalmente verso di lei.
– Azumi, vattene a casa. Non faccio per te. Trovati un brav’uomo e fatti sposare.
Levò la mano di lei dal proprio braccio e si diresse verso la sala principale.
Azumi Hayakawa si accasciò sulla sedia accanto al banco della roulette, la mano sugli occhi.
– Non capirò mai perché perdi tempo con lui, quando ci sono qui io che farei per te qualsiasi cosa… – disse il croupier.
– Izawa, fammi il santo piacere di startene zitto! – sibilò Azumi.
– Tipico di voi donne! – rincarò l’ex centrocampista, – Più uno vi tratta male, più voi gli correte dietro.
Azumi afferrò la borsa e si alzò di scatto.
– Vado a ubriacarmi. Così, almeno per una sera, non devo avere a che fare con nessuno di voi due!
– Fantastico! – replicò Izawa, ammiccando, – Così poi mi chiederà di riaccompagnarti a casa!


Misaki vide venire verso di sé Hanji Urabe e pensò che quella era, evidentemente, una serata segnata dagli incontri sgradevoli.
– Tutto bene, Misaki? – chiese il difensore con fare eccessivamente amichevole.
– Prima andava meglio, – replicò Misaki.
Urabe incassò senza scomporsi.
– Francamente non capisco questo tuo disprezzo. In fondo non faccio che aiutare questi poveri profughi a realizzare il proprio sogno…
– … per una congrua cifra di denaro, – precisò Misaki.
– Comunque, non dovrai vedermi ancora per molto qui in giro… – disse Urabe con fare misterioso, – Ho in tasca il biglietto per la mia nuova vita, lontano da questo buco afoso e malarico.
La serata si stava scaldando e il pianista stava dando il meglio di sé.
– Se la cava davvero bene il vecchio Ishizaki… – commentò Urabe.
Misaki fece per andarsene, ma il difensore lo fermò.
– Hai sentito di quei due ufficiali uccisi sulla terraferma? Poveretti…
– Ieri erano due imbecilli qualsiasi, oggi sono due eroi nazionali. Hanno fatto carriera rapidamente, – replicò Misaki.
– Sai che si dice portassero due lettere di transito? Erano firmate da Hideki Tojo in persona. Praticamente un lasciapassare che nemmeno in Paradiso potrebbero contestare.
Misaki girò lo sguardo sulla sala, con aria indifferente.
– Sei l’unica persona di cui mi fido in tutta Hong Kong, – riprese Urabe, abbassando la voce, – forse proprio perché mi disprezzi… Domani chiuderò in bellezza la mia attività, vendendo quelle due lettere per una quantità di denaro che nemmeno riuscirò a contare…
Misaki finalmente lo degnò di uno sguardo.
– Pare che io sia riuscito ad attirare la tua attenzione, – sorrise Urabe.
– Lo farebbe anche uno scarafaggio morto sul bancone, – lo disilluse Misaki.
Urabe fece una smorfia.
– Comunque, quel che volevo chiederti è di nascondermi queste due lettere fino a domani sera. L’appuntamento è qui da te e Sawada non ti perquisirà certo il locale, dato che lo lasci vincere alla roulette.
Estrasse con molta circospezione una busta dalla tasca e la mise in mano all’ex numero undici.
– Se ti prendono, non muoverò un dito, – disse Misaki.
– Sei un amico, – sorrise viscido Urabe.
– No, – replicò l’artista del dribbling.


Il tavolo a cui sedevano i tre ufficiali era il più silenzioso dell’intera sala. L’incontro con Matsuyama aveva messo il maggiore Hyuga di pessimo umore. Il tenente Wakashimazu cercava di non respirare troppo forte per non irritarlo ulteriormente.
Sawada, invece, si guardava intorno, in cerca di un’ancora di salvezza.
– Misaki! – chiamò, appena intravide lo smoking bianco.
L’ex numero 11 della Nankatsu si voltò verso il tavolo. Decisamente d’ora in poi, prima di uscire di casa, avrebbe consultato un astrologo sui giorni infausti.
– Siedi un minuto con noi! – disse garrulo il gendarme, – Immagino che tu ti ricordi di…
– Sì, – tagliò corto Misaki.
Hyuga fece un sorriso storto.
– Io, invece, ho cattiva memoria, – disse, – così ho preferito far stilare un rapporto su di te.
Schioccò le dita e un solerte Wakashimazu fece istantaneamente apparire un faldone nella sua mano.
– Mi sento improvvisamente vecchio… Posso vederlo? – chiese Misaki.
Hyuga gli passò l’incarto.
– Non mi sei mai piaciuto, – cominciò il maggiore, – quindi sarò molto chiaro con te…
– Diamine! Siete riusciti a scoprire che ho gli occhi castani! – lo interruppe Misaki, sfogliando il dossier.
Sawada e Wakashimazu si scambiarono uno sguardo preoccupato. Il tavolo aveva cominciato a vibrare sotto la mano nervosa di Hyuga.
Ma l’ufficiale preferì contenersi.
– Ho organizzato una partita. Noi della Yamato contro tutti voi pezzenti. Domani arriverà qui anche il tuo amico Tsubasa Ozora. Questa volta vi distruggeremo!
Il tono di voce si era fatto via via più alto. Sull’ultima frase aveva addirittura sovrastato il pianoforte di Ishizaki, che si era fermato perplesso a metà del ritornello.
Misaki gli fece cenno di continuare.
– Non ho nessuna intenzione di scendere in campo, se è questo che ti preoccupa… – disse Misaki, appoggiando il riassunto della propria vita sul tavolo, – Come Sawada sa bene, non mi occupo di calcio, soprattutto se mescolato alla politica.
– In realtà pare che non sia sempre stato così… – disse il gendarme, affondando il naso nelle carte della polizia segreta, – Hai giocato a Parigi in una partita contro i tedeschi, e prima ancora con la squadra internazionale della Catalogna repubblicana nel ’36…
– Mi pagavano, – fece secco Misaki.
– La parte avversa ti avrebbe pagato di più… – sorrise Sawada.
– Può darsi, – ammise l’ex centrocampista, – sono sempre stato scarso in matematica.
Hyuga trovava snervanti le lunghe conversazioni, soprattutto se condite di ironia.
– Facciamola breve. Che tu giochi o no, non ha nessuna importanza. Noi vinceremo e spezzeremo contemporaneamente questi ultimi ridicoli simboli della resistenza al regime. Tsubasa primo fra tutti.
– Che vinca il migliore, – disse Misaki alzandosi.
Hyuga afferrò il bastone e fece per scattare. Ma la mano provvidenziale di Wakashimazu lo fermò ancora una volta.
– Sarà meglio chiudere qui la giornata, – sibilò il maggiore.
E, senza salutare, infilò il cappello e uscì, seguito dal tenente, nella notte buia di Hong Kong.


Sawada si alzò dal tavolo con un sospiro.
– Ora faremo un po’ di trambusto. Fai mettere sul mio conto.
E, visto che Misaki lo guardava interrogativo, precisò:
– Sto per far arrestare Urabe per l’assassinio dei due ufficiali. Lo facciamo qui perché mi stai simpatico e volevo omaggiare i tuoi clienti con uno spettacolino fuori programma.
Misaki si mise comodo sulla sedia, la sigaretta tra le dita.
Sawada confabulò con due agenti, che annuirono e si diressero rapidi verso la saletta riservata.
Urabe aveva avuto davvero una serata fortunata e stava cambiando le sue fiches alla cassa.
– Può seguirci, per favore?
Urabe finse una calma che non aveva e seguì sorridendo i gendarmi. Giunto nei pressi della porta, tentò una mossa a sorpresa, scartandoli con quello che reputava un movimento fulmineo.
Misaki pensò che non era mai stato capace di fare un dribbling in vita sua. Meno che mai gli sarebbe riuscito adesso. I gendarmi, infatti, ebbero facilmente la meglio e lo trascinarono via.
– Misaki!!! – gridò Urabe sulla soglia.
L’ex numero undici, come promesso, non mosse un dito, se non per spegnere la sua sigaretta.


– Confido nel tuo spirito sportivo, – disse Sawada, appena la calma fu tornata nel locale.
– Ho già detto che non giocherò, – rispose Misaki.
– Non sarai in campo, – precisò il gendarme, – ma io ti chiedo lealtà al di fuori dello stadio.
Misaki lo guardò senza capire.
– È chiaro che la resistenza farà di tutto per far fuggire un uomo simbolo come Tsubasa. È chiaro che non deve in alcun modo trovare due visti per Macao, – spiegò l’ex centrocampista della Toho.
– Due? – chiese Misaki.
– Viaggia con una signora, – disse Sawada.
– Gliene basterà uno comunque, – replicò cinico Misaki.
– Non credo proprio… Conosco la ragazza…
– Non tutti sono cuori romantici come te… – fece ironico l’ex numero undici.
– O come te… – ribatté il gendarme, – Sotto quella scorza dura, c’è di sicuro una storia straziante.
– Leggi troppi romanzi occidentali, ti rovinerai, – lo ammonì Misaki.
Sawada girò lo sguardo sulla sala. Nonostante l’ora tarda, il locale era affollato e vivace. Probabilmente era l’unico punto di luce e rumore in tutta l’isola.
– Facciamo una scommessa, – propose Misaki.
– Una scommessa? – chiese sorpreso Sawada.
– Io dico che Tsubasa vi straccerà sul campo e poi vi sfuggirà da sotto il naso. 20.000 yen. Andata?
Sawada lo guardò ancora più sorpreso.
– Devo pur rifarmi di tutti i soldi che ti lascio vincere alla roulette per non rompermi le scatole… – spiegò Misaki.
Il gendarme ponderò bene la situazione. Se il maggiore Hyuga ne avesse avuto anche solo il sentore, lo avrebbe spedito a fare da vivandiere sul fronte interno.
Ma Misaki aveva ragione: Sawada era un romantico e leggeva troppa letteratura occidentale.
– Ci sto, – rispose.

∗ ∗ ∗

Capitolo secondo – L’ultima volta che vidi Shanghai

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