Capitolo secondo – L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI SHANGHAI

Capitolo secondo

L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI SHANGHAI

 


I giorni, a Hong Kong, non interessavano a nessuno. Erano solo l’inutile parentesi tra due notti.
Appena calavano le tenebre, un brulichio di piccoli e grandi traffici cominciava a muoversi sulle silenziose acque del porto, che guardavano passare, con la stessa suprema indifferenza, famiglie disperate di profughi e derrate di sigarette americane.
L’insegna del Misaki’s Café si accese puntualissima nella notte buia dell’isola e cominciò ad attrarre clienti come falene.
La giovane donna in elegante abito bianco si guardava intorno con aria smarrita, a pochi passi dall’entrata.
– Prego, – sorrise il capitano Sawada, aprendole la porta.
Alle spalle della donna apparve una sagoma che lo fece trasalire. Per un istante si paralizzò, poi l’ombra fece un passo avanti.
– Ozora Tsubasa! Niente meno! Ma quale onore!
Il leggendario capitano del fu Nankatsu Football Club alzò un sopracciglio.
– Buonasera, capitano Sawada.
– Avanti, avanti! – fece cordiale il gendarme, – Non capitano molto spesso personaggi tanto illustri in questo noioso angolo di mondo! Sarò felice se sarete miei ospiti!
Tsubasa fece una smorfia, che lasciava chiaramente intendere che il piacere non era reciproco. Sawada fece finta di non vedere e accompagnò la coppia al tavolo migliore della sala.
– Devo darti subito una pessima notizia, – disse il gendarme con un’espressione gongolante, – Misaki non giocherà.
La giovane donna si mosse imbarazzata sulla sedia.
– Sono sicuro che riuscirò a convincerlo, – ribatté Tsubasa.
– Non credo proprio… – disse Sawada, accendendosi una sigaretta, – È molto cambiato da quando giocavate insieme… Faticherai a riconoscerlo.
La donna si voltò verso la sala, in direzione dell’orchestra. Ishizaki, al pianoforte, stava attaccando uno dei suoi pezzi forti.
– Comunque non disperare… – continuò Sawada, – Qui hai già una squadra al completo! Ishizaki, come vedi, è al pianoforte, Matsuyama, prima o poi, si degnerà di portarci da bere, mentre nella saletta riservata puoi trovare Izawa, Kisugi e Taki. Ti manca solo il portiere, ma saprai già che, all’altro estremo del porto, il Pappagallo blu è di proprietà di un certo Wakabayashi, nome che dovrebbe dirti qualcosa. Per completarti la difesa, poi, il maggiore Hyuga ha pensato bene di far rilasciare Jun Misugi. Era nel mio ufficio stamattina, a mendicare un visto…
Al nome di Hyuga, lo sguardo di Tsubasa si rabbuiò.
– Andiamo, – fece Sawada, alzandosi, – ti accompagno a salutarli.
Tsubasa fece per seguirlo di malavoglia.
– Ti spiace…?
La giovane donna fece un sorriso di assenso.


Sawada attraversò il locale con Tsubasa al fianco, tendendo l’orecchio al mormorio che si levava al loro passaggio. Gli avventori avevano di sicuro riconosciuto il celebre giocatore e ne stavano commentando la presenza a Hong Kong.
– Matsuyama… – chiamò Sawada.
Il maître stava per liquidare il noioso cliente con una rispostaccia, quando si paralizzò.
– Tsubasa…
Il gendarme si godette la sua faccia come un genitore davanti al figlio che apra i regali di Natale.
– I giornali ti hanno dato per morto almeno cinque volte! – esclamò Matsuyama.
– Erano tutte vere, come vedi, – rispose ridendo Tsubasa.
I due si abbracciarono calorosamente. Sawada ringraziò il cielo che Hyuga non fosse presente.
– È qui per una partita… – spiegò il gendarme, dondolandosi sui tacchi, – La Yamato contro tutti…
Matsuyama lo guardò incredulo.
– Un’idea di Hyuga, – confermò Tsubasa, – io spero tanto che sarai dei nostri!
– Potrei non esserci? – replicò l’ex capitano della Furano, – Porterò anche qualche amico. Anche se il caldo di questo posto infernale non ha giovato molto ai miei compagni…
Tsubasa lo salutò con una pacca sulla spalla e puntò dritto verso la saletta riservata, sempre marcato stretto da Sawada.


Esitò per cinque minuti buoni. Poi, finalmente, si decise.
– Può chiamarmi il pianista? – chiese al cameriere.
Ishizaki fu informato della richiesta, guardò verso il tavolo e non riuscì a trattenere una smorfia.
Spinse il pianoforte verso la giovane in abito bianco, si sedette con aria professionale e cominciò a suonare senza una parola.
– Dov’è? – chiese lei, senza preamboli.
– Non ne ho idea, – rispose Ishizaki, – non passa di qui molto spesso.
– Come sta? – insistette la donna.
– Magnificamente, – replicò il pianista, – ha una splendida fidanzata, che sposerà a breve.
Le dita della giovane donna giocavano intorno al bicchiere.
– Una volta mentivi decisamente meglio, – sorrise.
Ishizaki smise di suonare.
– Per favore, vattene via di qui! Gli hai già fatto abbastanza male!
La donna sembrò non sentire.
– Me la suoni, per favore?
Ishizaki fece un sospiro. Poi prese a strimpellare un motivetto.
– Non questa, Ryo…
– Non so di cosa parli.
Lo sguardo basso sul tavolo, la giovane in abito bianco accennò un motivo a mezza voce.
Il pianista fece una smorfia di disappunto. La donna non si diede per vinta.
– Per favore, solo per una volta…
Abbassò la voce e lo sguardo.
– Ryo, suonala… Suona As time goes by
Ishizaki si arrese. Mise le mani sulla tastiera del pianoforte e le fece scorrere sull’arpeggio iniziale.


You must remember this
a kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…


All’altro capo del locale, le note colpirono Misaki come un pugno allo stomaco. Con passo deciso, si diresse verso il pianoforte.
– Ishizaki, ti avevo detto chiaramente che non volevo mai più sentire quella maledetta canzo…
Si interruppe di colpo, lo sguardo in quello della giovane in abito bianco.
Ishizaki chiuse gli occhi, trattenendo il respiro. Poi, la voce di lei ruppe quell’insostenibile silenzio.
– Buonasera, Taro…
Ishizaki ringraziò l’inventore del pianoforte su rotelle, ci caricò sopra il suo sgabello e si dileguò in men che non si dica.


Tsubasa ragionava su quali giocatori gli mancassero per completare la formazione, tentando di sottrarsi alle chiacchiere di Sawada, quando vide le due figure, bianche e immobili, l’una di fronte all’altra.
– Ah! Eccoti, finalmente! – fece Sawada – Ti ricordi di…
– Buonasera, Sanae, – lo interruppe Misaki.
– L’hai riconosciuta subito! – si stupì Sawada, – Hai un’ottima memoria! Dopo più di dieci anni…
– L’ultima volta ci siamo visti il giorno della caduta di Shanghai, – disse Misaki, senza staccare gli occhi dalla giovane.
– Un giorno che non si dimentica… – confermò lei con un sorriso triste.
– Come stai, Misaki?
La voce di Tsubasa spezzò l’incantesimo che legava gli occhi dei due.
Misaki si riscosse e tese la mano all’ex compagno di squadra.
– È molto che non ci vediamo…
– Sì, molto, – sorrise Tsubasa ricambiando la stretta.
– Immagino tu sia qui per la partita con la Yamato… – disse l’ex numero undici.
– Immagini bene. E avrai già capito che ho intenzione di schierare la Golden Combi, – confermò il capitano della Nankatsu.
– Mi dispiace, – disse Misaki, – Io non sarò della partita.
La delusione si dipinse sul volto di Tsubasa.
– Visto? – intervenne Sawada, – Te lo avevo detto…
Tsubasa fece per replicare, ma Misaki glielo impedì.
– Ho chiuso col calcio. E con la politica non voglio avere a che fare. Mi tocca vivere a Hong Kong, cercando di evitare di pestare i piedi a lui e ai suoi amici, – spiegò indicando Sawada.
Tsubasa sospirò. Faticava davvero a riconoscere l’amico.
– La porta dello spogliatoio è sempre aperta. Anche se cambi idea all’ultimo.
– Non la cambierò, – rispose perentorio Misaki andandosene.


Il cicaleccio del capitano Sawada, reso particolarmente loquace dallo champagne e dall’assenza del maggiore Hyuga, non impediva a Tsubasa di progettare la formazione. L’inatteso rifiuto di Misaki era davvero una pessima notizia. La liberazione di Jun Misugi, Hyuga lo sapeva bene, era quasi un gesto di scherno: le condizioni del principe del campo dopo la prigionia non gli avrebbero certo permesso di giocare.
Sanae, in assoluto silenzio, non riusciva a smettere di seguire con lo sguardo lo smoking bianco di Misaki.
Il peso di quegli occhi si fece presto insopportabile per le spalle dell’ex artista del centrocampo. Lasciò in fretta la sala, rifugiandosi nell’area riservata alla roulette.
Chiuse la porta dietro di sé con un sospiro di sollievo, e si trovò davanti una graziosa ragazza dai capelli rossi.
– Posso parlarti, Misaki? Forse non ti ricordi di me… Sono Yayoi Aoba Misugi, – si presentò la giovane.
Misaki guardò il tavolo della roulette e faticò non poco a riconoscere il principe del campo in un giovane dal volto smagrito e preoccupato.
– Io… Sto cercano due visti… – mormorò esitante Yayoi.
– Mi dispiace… – rispose Misaki – Non so come aiutarti.
– Sono stata in gendarmeria stamattina, – continuò la ragazza, – e il capitano Sawada ci ha chiesto del denaro… Molto denaro… E noi non abbiamo nulla…
Yayoi non riusciva a trattenere le lacrime.
– Jun è orgoglioso, non vuole chiedere nulla… Ma dobbiamo partire al più presto… È molto malato…
Un singhiozzo interruppe la supplica.
– Sta giocando alla roulette, – riprese Yayoi, – ma non ha fortuna… Non ne ha mai avuta…
Misaki scosse la testa.
– Non posso fare nulla, – disse, – e ora scusami…
Yayoi lo afferrò per un braccio.
– Aspetta!
Gli occhi scuri, dietro le lacrime, avevano uno sguardo febbricitante.
– Sono disposta a tutto per amore di Jun! A tutto!
Nella mente di Misaki, balenò il ricordo di un lontano pomeriggio di pioggia, alla stazione di Shanghai, dove stava aspettando una donna che, per lui, non era disposta a nulla.
Distolse lo sguardo con un sorriso amaro.
– Misaki… – supplicò la voce di Yayoi.
– Tornatevene a Tokyo, – tagliò corto il numero 11.
Yayoi fu presa dalla disperazione.
– Non possiamo tornare a Tokyo! Lui morirebbe, capisci?
– Dammi retta, tornatevene a Tokyo, – ribadì Misaki, allontanandosi.


– 25 rosso! Esce il 25 rosso! Il banco vince!
Izawa raccolse la pallina e chiamò le ultime puntate.
– Tutto sul 14.
Jun Misugi si voltò e riconobbe Misaki alle sue spalle.
Un sorriso triste gli illuminò il volto smagrito.
– È inutile, Misaki… Non ho fortuna…
– Tutto sul 14, – ripeté Misaki, guardando verso Izawa, per assicurarsi che stesse seguendo la conversazione. Poi sorrise all’indirizzo di Misugi:
– Il tuo numero, no?
Misugi decise di giocare l’ultima palla e spostò le sue fiches su quello che era stato il numero della sua maglia.
La pallina girò vorticosa, seguita dagli occhi di tutti i giocatori.
Yayoi si avvicinò al tavolo per vedere meglio.
– 14! – annunciò Izawa – Il 14 vince!
Misugi si voltò incredulo verso Misaki.
– Jun! – gridò Yayoi, saltandogli al collo.
– Ora andatevene, – consigliò l’ex numero undici, – la fortuna gira in fretta.
Le labbra di Yayoi articolarono un silenzioso “Grazie” all’indirizzo di Misaki, che fece finta di non vedere.
Il numero 11 si voltò per rientrare nella saletta e si trovò di fronte Matsuyama con un’espressione vagamente inebetita.
– Izawa mi ha detto cos’hai fatto…
E gli gettò le braccia al collo.
– Santo cielo, Hikaru! Che ti prende?
Matsuyama asciugò una lacrima e riprese il suo composto servizio ai tavoli, raccontando estasiato il gesto di Misaki a tutti i dipendenti che incrociava.
Quando fu il turno di Ishizaki, le mani del pianista si bloccarono sul pianoforte.
– Sul serio?
– Giuro, – assicurò Matsuyama.
Ishizaki abbandonò l’orchestra e si diresse deciso verso la saletta riservata. Spalancò la porta e puntò dritto Misaki che lo guardava attonito. Prima che quello potesse scartarlo, lo stritolò in un abbraccio.
– Il cuore più nobile dell’intero Giappone! – disse con voce incrinata.
Misaki se lo levò di dosso.
– Ishizaki, torna istantaneamente al pianoforte o ti licenzio in tronco! E ti toccherà lavorare per Wakabayashi!


La porta del locale si aprì sulla notte scura di Hong Kong e la luce al neon disegnò due sagome alte e imponenti. Il maggiore Hyuga e il tenente Wakashimazu fecero il loro ingresso nel locale senza togliersi il cappello.
L’ex capitano della Toho individuò subito Tsubasa Ozora e lo puntò deciso.
– Tu… – disse indicandolo col bastone.
Tsubasa si voltò senza fretta.
– Vedi di non fare scherzi o ti faccio sbranare dalle tigri di Kowloon!
– Potresti anche vincere questa volta… – replicò ironico l’ex capitano della Nankatsu.
Wakashimazu si preparò a spiccare il balzo per fermare il capo, che, però, si limitò a sbattere il bastone sul tavolo.
– Ti giuro che non lascerai Hong Kong! Qui visti per te non ce ne sono! E i tuoi amici della Colonna dell’East River o, peggio, della British Army Aid li stanerò uno per uno!
Tsubasa non si scompose.
– Io sono qui per cercare dei giocatori. Hai detto che mi avresti messo in grado di giocare una partita vera. Mi mancano ancora alcuni nomi.
– Sentiamo… – intervenne conciliante Sawada.
– Urabe, per esempio, – rispose Tsubasa.
Hyuga e Sawada si scambiarono uno sguardo.
– Credo che ti servirebbe a poco… – osservò il gendarme.
– Mi servono tutti i giocatori che posso trovare, – replicò Tsubasa.
– Non è mai stato molto veloce… – ghignò Hyuga, – Figurati ora che è morto…
Tsubasa e Sanae si scambiarono uno sguardo veloce, che non sfuggì al maggiore.
– Non abbiamo ancora deciso se è morto suicida o in un tentativo di fuga… – aggiunse Sawada, con precisione da burocrate.
Tsubasa trovò che la conversazione era durata abbastanza. Si alzò e fece per dirigersi alla porta, seguito da Sanae.
Hyuga gli sbarrò la strada col bastone.
– Sta’ attento… – minacciò tra i denti l’ufficiale.
Tsubasa scostò calmo il bastone e lasciò la sala.
Hyuga lo guardò allontanarsi, fremendo di rabbia.
– Lo voglio sconfitto! Lo voglio morto! – sbraitò non appena la porta si fu chiusa alle spalle del numero 10.
– E tu fai chiudere questo dannato locale e fai tacere questa dannata musica! – ordinò a Sawada.
– Con quale scusa? – chiese il gendarme.
– Non importa! Inventane una!
Il bastone si spezzò ancora prima che Hyuga lo piegasse, obbedendo zelante alle intenzioni del suo collerico padrone.
Il fischietto di Sawada richiamò l’attenzione degli agenti e degli avventori.
– Che diavolo succede? – chiese Misaki, arrivando di corsa.
– Il locale è sotto sequestro. Si fa del gioco d’azzardo. È illegale.
– Cosa? – esclamò Misaki
– Le tue fiches, Sawada, – intervenne premuroso Izawa.


– Buonasera, Sorimachi!
L’ombra nascosta all’angolo della strada sobbalzò, poi sparì tra i vicoli del porto.
– Potevano mettermi alle calcagna un marcatore migliore… – osservò Tsubasa.
Sanae sembrò non sentire.
Camminarono in silenzio fino all’albergo.
Sempre senza una parola, entrarono nella stanza. Tsubasa spense la luce e si accostò alla finestra.
– Sorimachi è ancora lì, – disse, – appena ci lascia in pace, andrò da Misugi. Voglio sapere che contatti possiamo avere con la resistenza.
– È pericoloso… – mormorò Sanae.
Tsubasa le cinse le spalle con un braccio, sorridendo.
– Starò attento… – la rassicurò, – Ci sono abituato…
Sanae non staccava gli occhi dal pavimento. I suoi pensieri erano visibilmente altrove.
Tsubasa tornò a controllare il suo insistente marcatore. L’ombra nella strada era scomparsa.
– Tornerò presto, – disse, la mano sulla maniglia della porta.
Esitò un istante.
– Sanae… Volevo chiederti…
Lei alzò finalmente lo sguardo sulle spalle larghe di Tsubasa.
– Quando ero prigioniero… ti sei sentita molto sola?
Sanae sentì un nodo salirle alla gola.
– Perché io capisco bene che cosa significhi sentirsi soli… – continuò Tsubasa, gli occhi fissi alla maniglia della porta, – Non te ne farei mai una colpa. Lo sai, vero?
Sanae annuì in silenzio, nell’ombra della stanza.


Il locale era buio e silenzioso, illuminato a tratti dalla luce delle motovedette a caccia di contrabbandieri di merci e di uomini.
Le sedie sui tavoli e il fumo ancora stagnante nell’aria davano alla stanza un’atmosfera soffocante.
Le note del pianoforte di Ishizaki non facevano che amplificare il silenzio, rotto solo dal gorgogliare dell’ennesimo whisky nel bicchiere di Misaki.
– Con tutti i locali che ci sono nel mondo, doveva proprio venire nel mio… – mormorò l’ex numero undici tra sé.
– Metti via quella robaccia, – disse materno Ishizaki.
– Non mi farà più male di quello che già sento… – replicò Misaki, – Tu, piuttosto, cambia musica…
Ishizaki obbediente variò il repertorio. Misaki gli lanciò una bottiglia vuota, mostrando di non gradire.
– Finiscila, lo sai cosa voglio sentire!
Ishizaki si interruppe.
– Ora basta, andiamocene via!
– Suonala…
– Misaki…
– Dannazione! Suonala, ti ho detto! – gridò, – Se l’ha sopportata lei, posso sopportarla anch’io!
Ishizaki si rassegnò a quello spettacolo straziante.


You must remember this
a kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…


Si interruppe.
– Ora basta…
– Canta!


The fundamental things apply
as times goes by…
It’s still the same old story
a fight for love and glory…


I ricordi di Shanghai esplosero come mine americane davanti agli occhi di Misaki, dilaniandone il cuore.
Ishizaki aveva raggiunto il limite di sopportazione. Si alzò e chiuse il pianoforte.
– Finiscila! Andiamo a pescare, oppure a fumare oppio! E torniamo quando lei ha lasciato Hong Kong! Insomma, quello che ti pare, ma non voglio vederti in questo stato!
– Non posso… Sto aspettando una signora… – biascicò Misaki.
– Non verrà! – replicò Ishizaki.
– Certo che verrà! – ribatté l’ex numero undici, versandosi l’ennesimo, disperato whisky.
La luce delle motovedette del porto colpì lo specchio dietro il bancone, accecando per un attimo Misaki.
Quando riaprì gli occhi vide che la porta del locale era socchiusa. Un abito bianco rifletteva la luce della luna.
Ishizaki scaraventò a terra lo sgabello, afferrò la giacca e infilò la porta, mentre la figura bianca si scostava per lasciarlo passare.
– Che il diavolo vi porti! Tutti e due!


Il silenzio ripiombò nel locale. La figura bianca fece un passo avanti.
– Taro…
– Oh, eccoti! Mi devi un biglietto del treno, lo sai?
– Taro, devo parlarti …
– È così strano sentirti pronunciare il mio nome… Quanto tempo è passato?
– Non lo so, – mormorò lei.
– Io sì, – disse Misaki, – Ho contato i giorni. Uno per uno.
– Taro, ti prego, capisco come ti senti…
– Peccato tu non sia venuta alla stazione… – la interruppe lui, – Lo spettacolo è stato davvero buffo, sai? Un tizio bagnato fradicio con un’espressione ridicola sulla faccia… e con il cuore a pezzi.
Fece per versarsi un altro bicchiere, ma la mano di lei lo fermò.
– Ti prego, ascoltami…
Misaki si divincolò da quel contatto intollerabile e si versò il sospirato whisky.
– Dovrai essere davvero convincente, sappilo.
– Ero poco più che una bambina… – cominciò lei.
– Pessimo inizio, – la interruppe subito Misaki, – Devi lavorarci parecchio… Ma dimmi piuttosto: mi hai lasciato per Tsubasa o c’è stato qualcun altro in mezzo? O sei di quelle che non tengono il conto?
Gli occhi di Sanae si fecero di fuoco. Il rumore dello schiaffo riempì il locale, seguito dallo sbattere della porta.
Appena la porta si fu richiusa alle sue spalle, la testa di Misaki crollò sul tavolo, bagnato di lacrime e whisky.
Le luci delle motovedette seguitarono a pulsare nella notte silenziosa di Hong Kong.

∗ ∗ ∗

Capitolo terzo – Un buon posto per morire

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s