Capitolo terzo – UN BUON POSTO PER MORIRE

Capitolo terzo

UN BUON POSTO PER MORIRE

 


Yayoi non riusciva a credere alle proprie orecchie.
– Avevi promesso che saremmo partiti subito! – ripeté, – Potremmo essere oggi stesso a Macao, e domattina in volo per l’America!
Jun Misugi guardava fuori dalla finestra. Le acque del golfo giocavano con i raggi del sole primaverile.
– Giocherò la partita, – disse, – poi andremo dove vuoi tu.
– Non puoi davvero pensare di scendere in campo! – continuò Yayoi, sempre più disperata, – Le tue condizioni sono gravi! È troppo pericoloso!
– Ora basta! – scattò Misugi, – Non puoi chiedermi di fuggire in questo modo!
Yayoi si lasciò cadere sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Jun chinò la testa con un profondo sospiro. Poi le si sedette accanto, abbracciandola stretta.
– Sei stato mesi in quel maledetto campo… – mormorò Yayoi tra le lacrime, – Ora finalmente abbiamo la possibilità di andarcene… Abbiamo perfino il visto autorizzato dalla Kempeitai
Jun le accarezzò con tenerezza i capelli.
– Ascolta Yayoi… – cominciò con dolcezza, – Hyuga mi lascia andare, convinto che non vivrò abbastanza a lungo da infastidirlo. Ma io vivo da tanti anni con la morte al mio fianco… Ho imparato a conoscerla. E so che non è ancora venuto il momento.
Yayoi soffocò un singhiozzo.
– Yayoi… Io non voglio fare l’eroe… – aggiunse Jun, – Avrei tanto voluto vivere una vita tranquilla al tuo fianco… Ma è destino che viviamo in un’epoca tanto buia… E ai nostri figli non voglio raccontare di essere stato un codardo, che fuggiva davanti al nemico…
Si strinsero in un lungo, commosso abbraccio. Poi Yayoi cercò il suo sguardo.
– Sarò sugli spalti a tifare per te, – disse decisa, – come sempre.


– Sono pronto! Quando si comincia?
Wakabayashi batté il pugno sul tavolo, a rimarcare la sua determinazione nell’impresa.
– Non avevo dubbi! – rise Tsubasa.
Il Pappagallo blu nel pomeriggio era semideserto, popolato solo dalle mosche e da qualche piccolo borseggiatore.
– Ho un’altra domanda… – aggiunse Tsubasa, abbassando la voce.
Wakabayashi fece un cenno e magicamente tutti i dipendenti sparirono.
– Sto cercando due visti, – spiegò Tsubasa appena furono soli.
Wakabayashi si allungò sulla sedia.
– E io un passaggio per la luna…
Tsubasa sospirò.
– So bene che la cosa è rischiosa…
– No, – lo interruppe Wakabayashi, – la cosa è impossibile. Far uscire te da Hong Kong è condannarsi a morte. Siamo amici, ma non fino a questo punto.
– Capisco… – disse a mezza voce Tsubasa.
– Certo, per lei è diverso… – aggiunse Wakabayashi, accennando col capo a Sanae, – Un visto te lo trovo quando vuoi. Gratis, ovviamente. Mi dici di sì e domani lei è a Macao.
Tsubasa guardò Sanae, che pareva interessarsi solo alla sua tazza di the.
Wakabayashi fece per alzarsi.
– Parlatene pure un attimo tra voi, – disse.
Le mosche zampettavano allegre sul tavolo, appiccicoso di chissà quale intruglio.
– Non partirò da sola, – chiarì subito Sanae.
– Mi sentirei meglio se tu fossi in salvo… – disse Tsubasa.
– Senti… Se fossi tu a potertene andare, lo faresti? – chiese, guardandolo negli occhi.
– Certo, – mentì lui, – lo farei subito.
Sanae sorrise.
– Certo… Non mi hai abbandonata in situazioni peggiori… Prenderemo due visti. Oppure nessuno.
Tsubasa chinò la testa.
Wakabayashi si avvicinò, intuendo che la conversazione era finita.
– Ti aspetto oggi pomeriggio per gli allenamenti, – disse Tsubasa, tendendogli la mano, – per i visti cercheremo ancora un po’.
Wakabayashi approfittò della stretta per avvicinarsi all’orecchio di Tsubasa.
– Sai che Urabe è stato arrestato per via di due lettere di transito che farebbero uscire di qui perfino te? E che quelle lettere non gli sono state trovate addosso? Secondo me, due chiacchiere con Misaki sull’argomento potrebbero essere interessanti…
Tsubasa aggrottò le sopracciglia, prese il cappello e uscì con Sanae.


Il campo da calcio dell’Hong Kong Cricket and Football Club non aveva mai visto così tanti abbracci. I giocatori si ritrovavano dopo tanti anni, passati in prigionia o in un volontario esilio, e non pareva loro vero di poter mettere ancora gli scarpini e le maglie col numero sulle spalle.
– Il mio numero era diventato questo… – mormorò Misugi, mostrando il tatuaggio sul braccio ossuto.
Tsubasa gli mise una mano sulla spalla. La prigionia lo aveva davvero molto provato.
– Te la senti di giocare? – chiese il capitano.
Gli occhi di Misugi ebbero il lampo dei suoi giorni migliori.
– Contro Hyuga? Fosse anche l’ultima cosa che faccio! – rispose deciso.
Sugli spalti, due figure femminili osservavano il primo allenamento.
– Sembra passato un secolo… – mormorò Yayoi Aoba, e asciugò una lacrima al pensiero dei tornei del tempo della scuola.
– Siete riusciti a trovare un visto? – si informò Sanae.
– Sì… – rispose esitante la ragazza, – È stato Misaki…
Sanae si voltò verso l’amica, che, però, non sembrava intenzionata a dare altre spiegazioni.
Come evocato dalle parole della signora Misugi, l’ex numero undici apparve in cima alle tribune, al fianco di Azumi Hayakawa.
– Un vero peccato che non sia dei nostri… – disse Wakabayashi, vedendolo.
– Lascialo stare, – mormorò Ishizaki.
– Tu eri con lui anche a Shanghai, vero? – si informò Izawa.
Ishizaki alzò gli occhi verso Tsubasa, poi li riportò sul terreno di gioco.
– Sì, – rispose col tono di chi non avrebbe detto altro nemmeno sotto tortura.
Il capitano sciolse il silenzio imbarazzato e diede il via ufficiale agli allenamenti.


– Tu non giochi? – chiese Azumi.
– No, – rispose il centrocampista.
La risposta parve contrariarla.
– Mi sarebbe piaciuto rivederti sul campo… – sorrise.
Misaki, le mani nelle tasche dei pantaloni di lino chiaro, seguiva attento gli esercizi di riscaldamento sul campo.
– Trovo l’intera faccenda patetica, – disse l’ex numero undici.
– Non giocare al cinico con me, Taro Misaki, – aggiunse la ragazza, – io ti conoscevo prima della guerra…
– Prima della guerra il mondo era diverso, – ribatté lui, – e le persone erano diverse.
Azumi spostò lo sguardo sul campo da calcio.
– Grazie per avermi fatto riaccompagnare da Izawa, l’altra sera… In fondo è un bravo ragazzo.
– Per essere un croupier, è anche un discreto centrocampista, – osservò Misaki.
L’ombra di un parasole interruppe la conversazione.
– Sei sobrio? – chiese una voce femminile, con tono duro.
Azumi guardò interrogativa la giovane donna in abito bianco. L’espressione sul volto di Misaki diceva che la conversazione si preannunciava sgradevole.
– Grazie per avermi mostrato la strada dello stadio, – si congedò in fretta Azumi.
– Di nulla, – rispose Misaki.
Sanae seguì la ragazza con lo sguardo, finché non fu sicura che fosse fuori dalla portata delle loro voci.
– Ti chiedo scusa per ieri sera, – disse l’ex numero undici senza staccare gli occhi dal campo.
– Non ha importanza, – rispose Sanae, – è evidente che ho a che fare con un’altra persona rispetto a quella che conoscevo a Shanghai…
La squadra aveva iniziato le discese a due. Tsubasa aveva come compagno Misugi, che, però, faticava molto a tenerne il passo. Yayoi si avvicinò preoccupata al campo.
– Le lettere le hai date a Yayoi per amicizia, per denaro o per altro? – chiese sarcastica.
– Non so di cosa parli… – ribatté Misaki, – Io non commercio in visti. Misugi ha solo avuto fortuna alla roulette.
Sanae alzò lo sguardo verso le colline che abbracciavano il campo. Il verde scuro della macchia faceva risaltare le tribune rosse e blu.
– Le compro io le lettere di Urabe, – disse infine.
Misaki non rispose.
– Posso pagarle bene… – aggiunse.
– Non è questo il problema, – replicò l’ex centrocampista.
Sanae fece un sorriso amaro.
– Certo, non è questo il problema… È che pur di vendicarti di me, lasceresti morire Tsubasa a Hong Kong…
– Anch’io morirò a Hong Kong… – ribatté Misaki, – È un buon posto per morire. Guardati intorno. La Happy Valley non è che un grande cimitero…
Sanae scosse la testa. Evidentemente ogni tentativo sarebbe stato inutile.
Si voltò per andarsene.
– Ieri sera non mi hai risposto… – la fermò l’ex numero undici, – Mi hai lasciato per Tsubasa o c’è stato qualcun altro prima?
– Non ti ho lasciato per Tsubasa, – rispose Sanae nascosta dal parasole, – né per nessun altro. Tsubasa è mio marito. E lo era già quando ci incontrammo a Shanghai.


Nascosto tra le paludi malariche, lo stato maggiore della Colonna dell’East River, la principale organizzazione di resistenza cinese all’invasore giapponese, sudava su una vecchia carta militare, dalle proporzioni a dir poco fantasiose.
– Mi dite che cosa dovremmo farcene di questa? – sbraitò il comandante Shunjin Go, sventolando il pezzo di carta umidiccia sotto il naso dei suoi collaboratori.
– È una pessima idea, – disse Shunko Sho da sotto il suo cono di paglia, – e non funzionerà, carta o non carta.
Go gli lanciò uno sguardo carico di disprezzo.
– Fosse per te, non faremmo che giocare con la polvere da sparo! – sibilò, – Non hai voce in capitolo!
– Rischiare uomini e mezzi per far fuggire un giapponese… – insistette Sho, – Non capisco come facciate a ragionare intorno a un’idea tanto stupida!
– Ti ho già spiegato, – Go digrignava la rabbia tra i denti, – quanto è importante il lavoro di Ozora Tsubasa. È una delle figure più carismatiche dell’opposizione al regime. Un pacifista e un eroe nazionale insieme. Le sue parole contano più delle tue bombe. Altrimenti perché credi che ci terrebbero tanto a farlo fuori?
– Affari loro… – replicò stringendosi nelle spalle Sho, – Un giapponese buono è un giapponese morto!
Go si rivolse con rabbia verso l’inutile cartina e verso i compagni ammutoliti.
– Il piano è semplice: – spiegò, – la Happy Valley è al margine della zona montuosa, impossibile da controllare per i giapponesi. Noi, invece, lì ci muoviamo a occhi chiusi. Tra lo stadio e il Monte Cameron ci sarà meno di un chilometro. Nasconderemo Tsubasa lì per qualche giorno, poi, a Tai Tam, è già pronta una barca per Macao.
– Piano perfetto… – osservò sarcastico Sho, – E quel chilometro come lo percorriamo? Sotto un mantello invisibile?
– Basterà portarlo fuori dallo stadio! – si spazientì Go, – La boscaglia arriva alla rete del Cricket and Football club!
Gli sguardi perplessi dei membri dello stato maggiore dissero a Go che il suo piano non era stato affatto convincente.
– Levati…
Go sentì la mano rovente di Sho sul braccio e fece un salto indietro.
– Tu e i tuoi dannati giochetti col qì! – ringhiò.
Sho lo ignorò e si impossessò dell’approssimativa cartina.
– Lo stadio è all’inglese, giusto? Quindi con le tribune direttamente collegate al campo. Dieci minuti dopo l’inizio del secondo tempo, noi facciamo scoppiare una bomba qui, – e indicò un punto subito a ovest dello stadio, – Il grosso della pattuglia della Kempeitai correrà a vedere che è successo, spalancando il cancello per far passare gli automezzi. La folla lascia gli spalti e invade il campo. Approfittando della confusione copriamo Tsubasa con abiti cinesi. In un istante sarà mimetizzato in una folla che sembra in preda al panico. A quel punto lo portiamo sui nostri sentieri nella boscaglia e il gioco è fatto.
Lo stato maggiore ammutolì. L’idea era tutt’altro che peregrina.
Go non si rassegnò ancora.
– E la bomba? Cosa intendi far saltare questa volta? – sbraitò.
– Il cimitero, – rispose con uno sguardo ironico Sho.


Le parole di Sanae avevano fulminato Misaki, confondendone i pensieri e rimescolandone i sentimenti.
La seguì con lo sguardo, mentre tornava da Yayoi Aoba, che gli fece un timido cenno di saluto.
La squadra, dopo anni di inattività, riusciva a reggere solo un allenamento breve. I giocatori erano già a bordo campo.
Misaki si avviò verso il cancello, sperando che la lunga camminata fino al porto lo aiutasse a dipanare il garbuglio che si sentiva dentro.
– Come li hai trovati?
Il tono arrogante, ancora prima del timbro della voce, gli permise di riconoscere il maggiore Hyuga.
– Magri, – rispose laconico Misaki.
– Farò mandare loro della carne, – disse l’ufficiale, – che non si dica che vinciamo perché sono affamati.
Misaki infilò deciso l’uscita.
L’ufficiale, invece, si avvicinò alle giovani spettatrici sulle tribune, sedendosi alle loro spalle.
– Buonasera, – le salutò, esibendo quello che voleva essere un sorriso.
Un ostinato silenzio, riparato dai parasoli, lasciò intendere che la compagnia non era gradita. Il maggiore non era, però, tipo da cogliere le finezze.
– Ho sentito che i signori Misugi partiranno subito dopo la partita…
Il parasole azzurro di Yayoi ebbe un tremito.
– Quanto a Ozora Tsubasa, invece…
Fece una sapiente pausa, per vedere la reazione di Sanae. Ma il parasole bianco rimase immobile.
– Quanto a Tsubasa, dicevo, credo che sia una buona idea cominciare a guardarsi intorno… Ci sono diversi graziosi cimiteri in questa zona. Per una tomba degna di un eroe nazionale è il caso di pensarci per tempo…
Il parasole bianco non tradì la minima emozione.
Appena Hyuga ebbe voltato le spalle, il parasole azzurro ebbe un movimento brusco.
Il maggiore lo vide con la coda dell’occhio, poi se ne andò fischiettando.
La mano di Yayoi Aoba, ancora per qualche minuto, restò posata su quella dell’amica.
Poi, Sanae si rassegnò a rimettere la rivoltella nella borsa.


Ronin.
La voce di Matsuyama aveva rotto il silenzio di cinque minuti che era seguito alla richiesta di Tsubasa di trovare un nome per la squadra.
– Siamo samurai senza un signore, no? – spiegò l’ex capitano della Furano.
L’immagine dei guerrieri erranti, con le loro storie valorose e oscure, pronti a combattere per le cause perse, sembrava in effetti calzare a pennello.
– Mi piace, – approvò Tsubasa, – mettiamo ai voti.
La proposta, in un regime dittatoriale, aveva qualcosa di assolutamente provocatorio. I giocatori si guardarono l’un l’altro, timorosi di esprimere il loro parere.
Una mano si alzò decisa.
– Sì, – disse Misugi.
– Sì, – ribadì Wakabayashi.
Le mani si alzarono tutte insieme.
– Sì!!!!!
Sugli spalti, sotto i parasoli pastello, le ragazze applaudirono alla nascita della Ronin Football Club.


– Ho visto che parlavi con Misaki, – chiese Tsubasa sulla strada che li riportava in albergo, – hai saputo qualcosa delle lettere di transito?
– Le ha lui, – rispose Sanae, guardando verso il mare, – ma non ce le darà.
Tsubasa sospirò.
– Immaginavo…
Sanae girò lo sguardo verso il sole che tramontava.
– È un vero peccato che non sia dei nostri… Sul campo e fuori avrebbe fatto la differenza, – aggiunse Tsubasa.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto. La via che scendeva dalla Happy Valley verso il porto permetteva di abbracciare con lo sguardo l’intero golfo, in cui le navi da guerra della marina giapponese stavano facendo delle manovre di routine.
– So che la vita che ti faccio fare è davvero dura… – cominciò Tsubasa.
Sanae sorrise.
– … e che ti ho chiesto davvero molti sacrifici, – continuò lui.
Sanae gli prese la mano, stringendola nella sua.
Tsubasa alzò lo sguardo verso il cielo, insolitamente azzurro, in quel maggio tanto afoso.
– Ti prometto che ti farò uscire di qui, – disse, – a qualunque costo.

∗ ∗ ∗

Capitolo quarto – Sulla coda della tigre

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