Capitolo quarto – SULLA CODA DELLA TIGRE

Capitolo quarto

SULLA CODA DELLA TIGRE

 


Solo un paio di spettatori avevano assistito all’ultimo allenamento della Ronin, sotto un cielo plumbeo, con un’umidità insostenibile, che rendeva l’aria densa e pesante.
I giocatori sedevano a bordo campo, sfiniti, dopo quel tour de force durato una settimana, che aveva appena scalfito anni di ruggine.
I corpi erano deboli, ma gli spiriti forti: la sfida dell’indomani sarebbe stata comunque combattuta.
– Posso parlarti?
Misaki riconobbe alle sue spalle la voce del capitano.
– Non ho intenzione di giocare, – rispose senza voltarsi.
– Non ho intenzione di chiedertelo, – ribatté Tsubasa.
Il capitano gli fece cenno di seguirlo nell’angolo dello stadio opposto a quello in cui la squadra metteva a punto gli ultimi dettagli tecnici.
Si sedettero sulle tribune deserte.
– Si tratta di Sanae, – esordì Tsubasa.
Misaki girò lo sguardo sul campo.
– So che tu hai le lettere di transito, – continuò il capitano.
– Hanno sbagliato di nuovo il fuorigioco, – disse l’ex numero undici, indicando il campo, su cui Misugi ripeteva le direttive alla difesa.
Tsubasa ignorò l’interruzione e proseguì, con tono più basso:
– La partita di domani, molto probabilmente, è una trappola. E comunque, se anche così non fosse, è possibile che io non riesca mai a lasciare il Giappone.
Il capitano fece una lunga pausa. Poi prese un ampio respiro.
– Portala via di qui, Misaki. Usa le lettere per partire con Sanae e mettila in salvo.
Misaki si voltò a guardarlo.
Tsubasa finse di seguire i movimenti dei difensori.
– Non ti lascerebbe mai, – sorrise amaro Misaki, tornando a fissare il campo.
Tsubasa seguì con lo sguardo un aeroplano che passava altissimo sopra di loro. Probabilmente l’aviazione americana in ricognizione.
– Vedi, Misaki, – disse il capitano, – la prigionia mi ha insegnato a prestare attenzione alle minuzie, perché da quelle può dipendere la tua vita. E le minuzie, spesso, ti permettono di leggere nel cuore degli uomini. E di distinguere, per esempio, la lealtà e l’ammirazione dall’amore…
Tra i due calò un silenzio solido, amplificato dal vocio del campo.
L’aeroplano fu inghiottito dal cielo plumbeo, con le sue preziose foto sull’isola occupata.
Misaki si alzò.
– Complimenti, Tsubasa… C’ero quasi cascato…
Il capitano lo guardò sorpreso.
– Convincermi che sei disposto a vedermi partire con lei pur di metterla in salvo… – disse Misaki, sarcastico, – E ora quale sarebbe la mia parte? Commosso dal tuo gesto eroico, dovrei offrirti le lettere di transito?
– Misaki, ascolta… – tentò Tsubasa.
– No, ascolta tu! – lo interruppe l’ex numero undici, puntandogli l’indice contro, – Se davvero pensassi che lei mi ama, non esiterei un istante a spararti alle spalle!
Il capitano rimase attonito.
– E ora falla finita con questo ridicolo teatrino e lasciami in pace! – concluse Misaki, – Quelle lettere non le avrete, a meno di passare sul mio cadavere!
– Tsubasa! – chiamò Misugi dal campo, – Sbrigati! Abbiamo bisogno di te!
La provvidenziale interruzione riscosse Tsubasa. Non fece in tempo a voltarsi per rispondere, che Misaki si era dileguato nel pomeriggio afoso.


Lo stretto sentiero che scendeva dal Victoria Peak fino ai margini dell’abitato regalava davvero dei panorami mozzafiato.
Shunko Sho, però, non era un inglese in completo bianco alla ricerca di uno scorcio da riprodurre con l’acquerello, ma un guerrigliero vestito di stracci, con un cono di paglia per cappello. Era autorizzato, quindi, a essere pressoché indifferente alla straordinaria vista della città che si poteva godere tra i rami profumati degli osmanti.
Il passo di Sho era rapido e leggero, un vero “passo di piccione”, come lo chiamavano i suoi compatrioti, e gli permetteva di percorrere decine di miglia senza mai fermarsi e senza sfinirsi.
Zigzagando tra i tronchi di canforo, si ritrovò in breve al margine ultimo della boscaglia, dove le cerose foglie verde scuro sfioravano i palazzi in perfetto stile vittoriano.
La luce dell’alba illuminava il porto e nuvole scure a est indicavano che il cielo azzurro era destinato a durare ben poco.
Al primo passo fuori dalla boscaglia, Sho si trasformò magicamente nel più credibile dei mendicanti di Hong Kong. Si levò pure il gusto di chiedere la carità a due gendarmi, che lo ignorarono con un gesto di disprezzo.
Scivolando rapido tra i balconi e le insegne della zona più popolare, giunse rapidamente alla bottega di una ricamatrice.
– Buongiorno, An Chun, – salutò Sho.
La ragazza non alzò nemmeno gli occhi dal lavoro. Con un cenno del capo quasi impercettibile, indicò la porta del retrobottega: i contatti cittadini della Colonna dell’East River erano già arrivati.
– Mi basta che facciate un po’ di confusione, – spiegò Sho, – al resto pensiamo noi.
– Una partita di che? – chiese perplesso uno dei presenti.
– Calcio, football… – spiegò spazientito Sho, – Ci sono stati gli inglesi fino a ieri qui! Possibile che non lo conosciate?
Le facce dei presenti dicevano che sì, era possibile.
Sho si innervosì. Afferrò una pezza, la appallottolò, poi, con un poderoso tiro, la mise al sette sulla parete.
I volti si illuminarono.
– Tsu’ Chu!!! Ma certo!!!
Annuendo e ridendo, la delegazione cittadina diede la sua approvazione al piano.


Lo stato maggiore della Kempeitai aveva fatto le cose in grande. La tribuna centrale era addobbata con centinaia di crisantemi e aveva a farle da sfondo una gigantesca bandiera col sole nascente. Zelanti gendarmi srotolarono un chilometrico striscione con la scritta: YAMATO – VITTORIA SICURA, poi presero posto ai bordi del campo, insieme alle altre forze di sicurezza, schierate senza alcun risparmio.
– Hanno una paura fottuta di perdere! – rise Wakabayashi, ritenendola proporzionale all’ampiezza dello striscione.
La Ronin si scaldava a bordo campo, nelle sue maglie, bianche nelle intenzioni e di tutte le sfumature dal grigio all’ecru nella realtà.
La Yamato fece il suo ingresso in campo per il riscaldamento nella sua impeccabile divisa nera, suscitando il boato della folla, perfettamente orchestrato dagli infiltrati della Kempeitai sugli spalti, seduti fianco a fianco ai membri cittadini della Colonna dell’East River.
Kojiro Hyuga salutò le curve osannanti, poi cominciò a prodursi in un’atletica serie di esercizi, imitato millimetricamente da Wakashimazu e, con minor precisione, da tutti gli altri.
Misaki sedeva sull’ultima fila delle tribune, l’unica in cui corresse un filo d’aria nel pomeriggio stagnante che sembrava preludere a un temporale.
Un abito bianco gli passò vicino. Sanae e Yayoi andarono a sedersi alcune file più in basso, badando a restare ben distanti dalla tribuna d’onore, ma anche a non sconfinare nelle curve cinesi, dove non avrebbero fatto differenza tra loro e degli agenti nemici.
– Basta così! Siamo pronti! – esclamò perentorio Hyuga che, evidentemente, scalpitava.
Diede le ultime direttive alla squadra, poi si apprestò con Sawada a dare il calcio d’avvio.
– Spero che i tuoi agenti siano schierati a dovere… – sibilò, – Se Tsubasa ci scappa dalle mani, ti spedisco sul fronte interno!
– Ce ne sono almeno tre pronti a saltargli addosso, nel caso sfuggisse alla marcatura, – rispose Sawada.
Hyuga lo fissò per qualche secondo. Il fischio d’inizio arrivò a salvare il gendarme dalle conseguenze della sua impudente ironia.


– Dannazione! Chiudi quella fascia, Ishizaki! E tu torna a coprire, Matsuyama, non possiamo farcela da soli!
Impossibilitato a dare tutto se stesso sul piano fisico, Jun Misugi guidava la difesa distribuendo ordini a raffica, come il comandante di un sottomarino in missione.
– Sembra che abbiano quattro gambe! – si giustificò Ishikazi col fiatone, – È impossibile fermarli!
– Risparmia il fiato e corri! – lo apostrofò Tsubasa, ripiegato anche lui in difesa, su quella che appariva una vera e propria trincea umana intorno all’area di Wakabayashi.
La differenza di preparazione fisica era abissale. La Yamato, forte di allenamenti costanti e di un’alimentazione ricca, stava polverizzando le deboli gambe della Ronin, reduce da anni passati in clandestinità e prigionia, nutriti dal poco riso del razionamento.
Kojiro Hyuga riusciva a giocare in almeno tre posizioni diverse, sbraitando coi compagni in ogni reparto, Sawada macinava chilometri a centrocampo, senza risentire minimamente delle ore passate alla scrivania della gendarmeria, e Wakashimazu lamentava di annoiarsi a morte là in fondo, tutto da solo.
Le reti, naturalmente, spettavano di diritto al maggiore. Nessuno si sarebbe mai permesso di fare gol al suo posto. Così Sorimachi, arrivato facilmente in zona tiro, passò la palla a Hyuga che, per rimarcare da dove venisse il nome della squadra, sparò una cannonata imprendibile nella porta di Wakabayashi.
– E uno!!!! – gridò Hyuga, alzando un dito al cielo, come a dire che aveva intenzione di alzare anche le altre quattro.
La folla esplose in un boato sincronico, per evidenziare il perfetto affiatamento degli infiltrati.
– Ne prenderanno una dozzina…
Misaki si voltò verso il mendicante che sembrava intendersene tanto di calcio.
– Può darsi… – rispose, – Nel caso perderei 20.000 yen.
– Se sei stato così fesso da scommettere su una squadra come quella… – rise il mendicante.
– In quella squadra ci ho giocato, – disse Misaki, – e abbiamo vinto in condizioni peggiori.
Il mendicante non sembrava convinto.
– Non hai fatto un buon affare in ogni caso… – concluse, – La partita non finirà. Il temporale è imminente.
Il cono di paglia si alzò per un istante, lasciando balenare uno sguardo, poi il mendicante si dileguò nella folla.
– Sho! – lo riconobbe Misaki, e si alzò in piedi per essere pronto all’arrivo della tempesta.


Per la Ronin la partita era durissima.
– Mi ricordavo che ci fosse un’altra metà campo… – osservò Matsuyama in un istante di tregua, – Ma è passato tanto tempo, forse mi sbaglio.
La risata di Tsubasa era spezzata dal fiatone.
– Hanno anche l’arbitro dalla loro, – si lamentò Ishizaki, – come se ce ne fosse bisogno…
La direzione della partita, in effetti, era all’inglese per la Yamato e rigorosissima per la Ronin.
– Non importa, – disse Tsubasa, – vinceremo anche contro di lui!
Misugi, al centro della difesa, appoggiò le mani sulle ginocchia nel tentativo di riprendere fiato.
– Ce la fai? – chiese preoccupato Wakabayashi.
– Non ho nessuna intenzione di lasciarvi in dieci, – rispose con un filo di voce il principe del campo.
Sawada scese sulla fascia con la facilità di un bambino che insegue un aquilone, poi passò al centro dove Hyuga chiamava la palla, come se fosse realistica l’ipotesi di passare a qualcun altro.
– Due!!!!!!!!!
Il tuffo di Wakabayashi era stato inutile. Il missile terra-aria aveva sfondato la rete come se fosse fatta di stelle filanti.
Sugli spalti, Sanae tentava di confortare una disperata Yayoi, che non riusciva a tollerare di vedere il marito in quelle condizioni.
– Non avrei dovuto permettergli di giocare… – singhiozzava la signora Misugi, – Non avrei dovuto…
La preoccupazione di Sanae, invece, era tutta per gli agenti in divisa kaki che circondavano il campo, fitti come una siepe di rovi. La sensazione che si trattasse di una trappola cresceva di minuto in minuto.
La Yamato, intanto, dilagava. Alla mezz’ora del primo tempo, Hyuga si tolse lo sfizio di un’azione personale, attraversando la difesa della Ronin come un coltello caldo fa col burro.
– E tre!!!!!
L’orchestra sugli spalti intonò il suo miglior boato.


Il primo tempo era finalmente finito, dopo un quarto d’ora in cui la Yamato aveva preferito fare melina, per stancare e irridere i giocatori avversari.
La Ronin si avviò agli spogliatoi, troppo stanca per essere sconfortata.
– Vi è andata bene… Credevo ne avrebbero fatti il doppio!
Il mendicante, appoggiato al muro dello spogliatoio, il cono di paglia calato sugli occhi, diede il suo sarcastico benvenuto.
Ishizaki interpretò il pensiero di tutti.
– E tu chi diavolo sei???
– Ozora Tsubasa, giusto? – chiese Sho, puntando il sottile bastone di bambù sul petto del capitano, – Siamo venuti a prenderti.
Misugi capì al volo.
– Ti manda Go, vero?
Sho non rispose e diede le informazioni essenziali.
– Dieci minuti e sentirete un forte boato. Poi è possibile che la folla si faccia prendere dal panico. State tranquilli e non vi succederà niente.
Poi, rivolto a Tsubasa:
– Ti troverò io. Stai pronto.
I giocatori si guardarono perplessi e smarriti.
– Dieci minuti? – chiese Wakabayashi.
Sho non capì il senso della domanda.
– Sì… Minuto più, minuto meno…
– Non riusciremo a ribaltare la situazione in dieci minuti… – pensò ad alta voce il portiere.
Un mormorio corse tra gli altri giocatori.
Sho li guardò incredulo.
– Visto com’è andato il primo tempo, fossi in voi ringrazierei l’interruzione, che vi eviterà il pallottoliere!
– Non sono poi così forti… – obiettò Matsuyama.
– No… Possiamo farcela… – confermò Izawa.
Wakabayashi e Tsubasa confabulavano in disparte.
– Senti… – disse, infine, il capitano, – Non è che si potrebbe rimandare l’esplosione, diciamo… di una decina di minuti?
Il guerrigliero pensò di essere capitato in un covo di pazzi.
– Ma è solo una partita di propaganda! Non conta a nulla! L’unica cosa seria è usarla per farti fuggire di qui!
– La risposta è no, quindi? – chiese Tsubasa.
Sho lo guardò attonito.
– Beh, ragazzi, – fece il capitano, rivolgendosi ai compagni, – vuol dire che abbiamo solo dieci minuti. Andiamo là fuori e sputiamo l’anima! Quattro gol in dieci minuti non sono impossibili!
– Sìììììì!!!! – confermò la squadra.
Una mano magra si posò sul braccio di Tsubasa.
– Io non posso farcela… – mormorò Misugi allo stremo.
La Ronin ammutolì. In dieci l’impresa diventava impossibile.
Il capitano non si diede per vinto.
– Potresti entrare tu… – disse rivolto a Sho.
– Cosa?!
– Hai l’aria di capirne di calcio e di essere più in forma di noi… E poi sarai di sicuro vicino a me nel momento dell’esplosione… – tentò di convincerlo Tsubasa.
Il guerrigliero si sentì al centro di ventidue occhi supplicanti.
– È una pazzia… – mormorò.
Poi, la calamita del campo fece il suo dovere.
– Dammi quella dannata maglia! – disse a Misugi, – Abbiamo due minuti e mezzo per ogni gol!

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Dieci maledetti minuti

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