Capitolo quinto – DIECI MALEDETTI MINUTI

Capitolo quinto

DIECI MALEDETTI MINUTI

 


La Yamato rientrò in campo con cinque minuti d’anticipo, per rimarcare che, giocando con quel genere di squadra, non aveva nemmeno bisogno di riposarsi.
Sawada cercò Misaki sugli spalti e individuò subito, in cima alle tribune, la camicia bianca gonfiata come una vela dal vento dell’oceano.
Il gendarme fece segno con due dita, a indicare, nel contempo, la certezza della vittoria e l’importo della scommessa. Ma Misaki non rispose. Dopo l’incontro con Sho, l’ex centrocampista era in allerta per cogliere il minimo segnale di allarme.
Le tribune giapponesi assistevano composte e silenziose al chiasso delle curve cinesi, impegnate nelle scommesse sul secondo tempo.
– Non ce l’ho fatta…
Jun Misugi guardava sconfortato verso il campo.
Misaki batté una mano sulla spalla dell’amico.
– Sei stato eroico, – disse con sincera ammirazione.
Misugi si asciugò il sudore dalla fronte.
– Quattro gol in dieci minuti… – mormorò, – Se almeno ci fossi tu in campo…
– Dieci minuti? – notò Misaki.
I due si scambiarono uno sguardo.
– Vado da Yayoi… – disse Misugi, – Tu preparati a correre.
La Ronin sfruttò il riposo fino all’ultimo secondo, per fare il pieno di energie per quei dieci, fatidici minuti. Finalmente, le maglie bianco-grigio-ecru si schierarono sul campo, pronte per il secondo tempo.
– Me lo ricordavo più magro Misugi… – osservò Sawada, indicando il nuovo entrato.
Hyuga non si voltò nemmeno.
– Possono far entrare chi vogliono. Li spazzeremo via tutti!
E diede ai suoi il segnale della carica.


Due anni di dura vita alla macchia avevano regalato a Sho il miglior stato di forma della sua vita. La difesa della Yamato sembrava un formicaio impazzito a ogni incursione del centrocampista prestato alla guerriglia.
Trascinando con sé almeno un paio di marcatori, il cinese riusciva anche ad aprire spazi per il capitano, che riprendeva via via possesso del centrocampo.
Lo sbraitare di Hyuga copriva il rumore della folla dello stadio.
– Dannazione! Possibile che non riusciate a fermarli???
La prospettiva di soli dieci minuti da giocare aveva magicamente moltiplicato le energie della Ronin. Per un tempo così breve, i giocatori sentivano di riuscire a dare fondo a tutte le loro risorse. L’adrenalina faceva il resto.
– Sono già passati tre minuti! – gridò Sho all’indirizzo di Tsubasa, servendogli la palla al limite dell’area.
Il capitano non si fece pregare. Caricò il destro e…
– Goooooool!!!!!!
Sulle tribune giapponesi, Misaki vide un abito bianco schizzare in piedi per festeggiare la rete.


Il maggiore Hyuga raccolse il pallone in fondo alla porta con un’espressione più scura della sua maglia. Wakashimazu tentò inutilmente di mimetizzarsi col palo.
– Che non succeda mai più… – ringhiò basso l’attaccante e si riportò a centrocampo.
L’onta andava lavata, e subito. Hyuga diede le istruzioni per la vendetta a Sawada.
– Al calcio d’avvio basta che la tocchi. Tirerò da centrocampo.
Sawada riconobbe nella sua voce il nervosismo dei campionati scolastici e lo ritenne un pessimo auspicio.
Obbediente, al fischiò di avvio il gendarme sfiorò appena la palla.
Il maggiore colpì con tutta la rabbia che aveva in corpo, intenzionato a travolgere qualsiasi giocatore avesse la sventura di trovarsi tra lui e la porta.
Ma, malauguratamente per Hyuga, su quella traiettoria c’era solo Sho.
Il guerrigliero rimase immobile e impassibile fino all’ultimo, poi, con il gesto rapido ed elegantissimo di un maestro di taijiquan, ribatté il tiro del maggiore, amplificandone ulteriormente la potenza.
La palla attraversò fulminea l’intero campo da gioco, sotto lo sguardo attonito di giocatori e spettatori, e si infilò perfettamente al sette alle spalle di un raggelato Wakashimazu.
– Due!!!!!!! – gridò Ishizaki, correndo ad abbracciare il nuovo entrato.
– E un minuto guadagnato! – ammiccò Tsubasa, raggiungendolo.
Le curve cinesi, che avevano accolto il primo gol della Ronin con un timido mormorio, cominciavano a scaldarsi, e gli infiltrati della polizia segreta faticavano non poco a soffocare gli applausi.
Il chiasso giunse fino all’esterno dello stadio, nel quieto cimitero inglese.
– Hai finito? – chiese Go.
– È tutto pronto, – confermò l’artificiere.
Nell’erba verdissima e umida spiccava il cavo scuro della miccia.
Un nuovo boato si levò dallo stadio.
– Finiranno per non sentire l’esplosione… – commentò preoccupato il comandante.


La terza rete della Ronin, firmata da uno straordinario Matsuyama, aveva spazzato via tutti gli indugi delle curve cinesi. Gli infiltrati della Kempeitai si guardavano intorno smarriti. Una volta agguantato il pareggio, il tifo per i pallidi samurai si era scatenato irrefrenabile.
– Vittoria! Vittoria! – scandivano sugli spalti.
Misaki consultò il grande cronometro a bordo campo. Dieci minuti, aveva detto Misugi.
Nove erano già passati.
Anche Sho gettò un’occhiata al tempo rimasto.
– Ultima azione, – sussurrò a Tsubasa, passandogli accanto.
– Sono pronto, – rispose il capitano con un lampo negli occhi.
Misaki vide Misugi accompagnare con discrezione Yayoi al cancello di uscita. In quei dieci minuti, l’ex numero undici aveva avuto il tempo di tracciare mentalmente una sicura via di fuga, che lo avrebbe portato rapidamente in salvo a casa. Scese la scala delle tribune proprio mentre la Ronin lanciava il contropiede.
– Fermalo! Stendilo!! Sparagli!!!
Il maggiore Hyuga, nella frenesia del momento, tendeva a confondere i suoi due ruoli.
Tsubasa scese rapidissimo sulla fascia sinistra, mentre Sho seminava il panico tra i difensori sull’altro lato.
Attaccato contemporaneamente su due fronti, il tenente Ken Wakashimazu vide passargli davanti la sua intera vita, evidentemente destinata a concludersi davanti al plotone di esecuzione dei disertori.
Tsubasa crossò al centro per il guerrigliero, che, con un movimento fulmineo, gli restituì la palla in una posizione perfetta, davanti alla porta spalancata. Sugli spalti tutti balzarono in piedi…
BOOOOOOOOOOOOOOM!!!!!!!!!!!!
Nella confusione generale, le grida di panico si mescolarono all’esultanza della Ronin. Ma, su tutto, emerse il ruggito del maggiore Hyuga:
– ARRESTATELO!!!!


Sanae si guardava intorno terrorizzata, cercando con gli occhi Tsubasa, che sembrava svanito nella moltitudine che aveva invaso il campo un istante dopo l’esplosione. I gendarmi e la polizia speciale gridavano ordini e minacce, che la folla, presa dal panico come da istruzioni della Colonna, si ostinava ad ignorare.
All’improvviso, sentì una mano afferrarle il braccio. Con terrore, diede uno strattone, cercando contemporaneamente la rivoltella nella borsa. Ma la mano rispose con uno strattone più forte, che quasi la fece cadere. Chiuse gli occhi e strinse l’arma, pronta a premere il grilletto.
– Non sparare!
Spalancò gli occhi. E si accorse di essere tra le braccia di Taro Misaki.


Le pattuglie sembravano moltiplicarsi di minuto in minuto, sotto un cielo che una sapiente regia rendeva via via più minaccioso.
L’intera città era in stato d’allerta massima, nel timore di altre esplosioni e nel tentativo di catturare gli uomini della Colonna dell’East River.
Misaki si sporse dal fitto cespuglio al margine della boscaglia che sfiorava le case. La via appariva libera.
Stringendo il polso di Sanae, prese a correre per la strada che conduceva al porto. Poi curvò subito in direzione della zona popolare, per evitare Stubbs Road, troppo aperta per dare riparo.
Muovendosi con sicurezza nei vicoli scuri su cui affacciavano i retrobottega, giunse rapidamente al margine di Causeway Bay.
Ripresero fiato appoggiati al muro del piccolo porto secondario. Intorno tutto sembrava tranquillo. I pescatori ritiravano le reti nella stretta baia che costituiva, da sempre, il rifugio in caso di tifoni. Questa volta, però, la minaccia proveniva dalla terraferma.
Il buio stava calando velocemente sulla città, complici le nubi temporalesche. Le prime gocce macchiarono l’asfalto proprio mentre la luce di una pattuglia appariva in fondo alla strada.
Misaki prese un ampio respiro, poi scattò lungo il perimetro del porto, si infilò in un portoncino grigio e salì di corsa le scale. Lasciò il polso di Sanae solo dopo essersi richiuso per bene la porta alle spalle.
Si avvicinò cauto alla finestra, per controllare la pattuglia.
– Sembra ci sia Hyuga in persona… – osservò.
Sanae, immobile sulla porta, girò lo sguardo intorno. La stanza era microscopica, appena tre tatami, praticamente vuota e ordinatissima. Il proprietario poteva essere un monaco zen. La monotonia delle pareti era interrotta solo da una cartolina ingiallita, in cui Sanae riconobbe subito la veduta del porto di Shanghai.
– È… è qui che vivi? – chiese lei esitante.
Il suono di quella voce colse di sorpresa Misaki.
Si rese improvvisamente conto che, dal momento dell’esplosione, aveva agito senza pensare, come in un sogno.
Era quasi arrivato al cancello del Cricket and Football Club, quando il fragore della bomba lo aveva come risvegliato da un torpore. Era tornato indietro sugli spalti, risalendo controcorrente, tra una folla impazzita, le scale che si era proposto di scendere con tanto anticipo e con tanta calma. Aveva cercato disperatamente un abito bianco tra la folla, poi, senza una parola, aveva trascinato Sanae fuori da quell’inferno, attraverso mezza città, fino ad arrivare lì, in quella stanza, dove nessuno, all’infuori di lui, aveva mai messo piede.
E adesso, in quell’isola solitaria, in cui non aveva mai permesso a nessuno di entrare, c’era lei, in piedi nel suo abito bianco, che lo guardava.
Tornò a voltarsi verso la finestra. Il cielo scuro si era deciso a lasciar scendere la pioggia. La penombra ormai avvolgeva la strada e la stanza, in cui, prudentemente, non aveva acceso alcuna luce.
Sanae si avvicinò in silenzio alla finestra, il passo leggero sfiorava appena il tatami.
Improvvisamente, apparve la torcia della pattuglia.
Misaki ebbe di nuovo un riflesso istintivo: afferrò Sanae e si appiattì con lei nell’angolo.
Un istante dopo, un fascio di luce passava a pochi centimetri da loro, illuminando a giorno la stanza.
– Stiamo perdendo tempo, – disse flemmatica la voce di Sawada.
– Voglio sotto controllo tutti i sospetti della città! – sbraitò l’ugola d’oro del maggiore Hyuga.
– Misaki non è un sospetto, – osservò Sawada, – un uomo di guardia qui è sprecato.
I tacchi degli stivali sul selciato indicarono che il maggiore non aveva minimamente tenuto conto dell’obiezione.
– Mi spiace, Sorimachi, – disse rassegnato il gendarme.


Stretti nell’unico angolo buio della stanza, Taro e Sanae tentavano disperatamente di trattenere il respiro e i ricordi. La pioggia dietro i vetri evocava senza pietà una stanza affacciata su un longlang, tanto tempo prima.
Sanae deglutì di nuovo, nel tentativo di sciogliere il nodo che le serrava la gola. Lo sforzo fu inutile. Una lacrima rotolò lungo la guancia e andò a infrangersi sulla mano di Taro.
Misaki allentò la presa.
– Ti chiedo scu…
Il sussurrò fu spento dal bacio di Sanae.


La tempesta sferzava il vecchio insediamento dei pescatori e il povero Sorimachi, rimasto di guardia nella strada. La luce della torcia continuava a illuminare dall’esterno la stanza, delimitando un unico cono oscuro.
Il tamburellare delle gocce sui vetri mascherò il fruscio soffice degli abiti di lino.
Le pareti di legno della microscopica stanza, odorose di tè e di pioggia, abbracciavano le due sagome, che scivolarono lentamente verso il tatami, attente a non evadere dal minuscolo spazio lasciato dalla luce inquisitoria.
Sulla stoffa bianca dell’abito, si muoveva lento il nero gioco di ombre, come negli antichi teatrini di sagome intagliate.
Le pareti si sforzavano di trattenere il mantello di oscurità che proteggeva gli amanti, delimitando un impossibile spazio al di fuori della cruda luce della realtà e del presente.
Nella strada, bagnato fino al midollo, Sorimachi starnutì, spostando maldestramente col piede la grossa torcia.
Nel cono luminoso, per un istante, apparve l’ombra di due mani che si intrecciavano sul tatami.


La notte di tempesta rendeva la città ancora più silenziosa.
– Ci sposammo in segreto, poco prima che lo catturassero… – seguitò il racconto Sanae, con voce appena percettibile, – Nessuno doveva saperlo, per non mettermi in pericolo. A quel tempo Tsubasa era già molto temuto dal regime…
L’abito bianco, che riparava le due ombre come una coperta, illuminava lievemente l’angolo scuro.
– Eravamo giovanissimi… Alcuni mesi dopo, i giornali diedero la notizia della sua morte in un tentativo di fuga dal campo di prigionia… Fu allora che decisi di partire per Shanghai, nel timore che la polizia segreta mi cercasse…
Taro guardò l’ombra della pioggia, proiettata sul muro dalla luce della guardia.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore… – tentò di continuare Sanae, ma l’emozione si faceva troppo forte. Taro la abbracciò più stretta.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore, – riprese lei, – avevo saputo che Tsubasa si trovava subito fuori Shanghai. Era vivo, ma molto malato. Mi aveva fatto cercare, attraverso la resistenza cinese. E aveva bisogno di me…
Nascose il volto nell’abbraccio.
– Non avrei mai voluto lasciarti…
Taro la accarezzò in silenzio.
La pioggia scendeva adesso con un ritmo lento e monotono. Improvvisamente la luce proveniente dalla strada si spense. Sorimachi, evidentemente, aveva deciso di averne abbastanza.
Taro sdraiò dolcemente Sanae sul tatami riconquistato all’oscurità, e si curvò su di lei per baciarla.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Patto col diavolo

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