Capitolo sesto – PATTO COL DIAVOLO

Capitolo sesto

PATTO COL DIAVOLO

 


– Apri! Apri, maledizione!
La voce di Ishizaki faceva vibrare la porta più dei suoi pugni.
Misaki passò dal sonno profondo alla veglia in un istante, grazie all’abitudine ai risvegli bruschi che la guerra lo aveva costretto a sviluppare. Nei tre metri che lo separavano dalla porta, si era completamente vestito ed era completamente sveglio.
– Tsubasa è stato arrestato! – gridò Ishizaki senza dargli il tempo di aprire.
Misaki gli fece segno di abbassare la voce.
Ishizaki cercò di riacquistare padronanza di sé.
– Scusa se sono venuto qui… Ho passato la notte in un sottoscala allagato… – si giustificò il difensore, – Le pattuglie della gendarmeria hanno battuto l’intera città. L’intera Kempeitai, invece, si è buttata su Sho e Tsubasa…
Con la coda dell’occhio vide un abito bianco muoversi nell’angolo.
L’espressione di Ishizaki disse che avrebbe di gran lunga preferito trovare lì Hyuga.
Misaki abbassò lo sguardo.
– Ishizaki, ho un favore da chiederti… – cominciò l’ex centrocampista.
– Lasciami fuori da questa dannata faccenda! – mise le mani avanti Ishizaki.
– Vorrei solo che tu la riaccompagnassi in albergo. Non voglio che giri per la città da sola. Intanto, io vedrò di capire cosa fare, – disse Misaki.
Ishizaki maledì un centinaio di volte il proprio cuore tenero, che agli amici non sapeva mai dire di no.
– E va bene… Aspetto tue notizie – disse, infine, con un sospiro.


– Non hai mai saputo perdere…
I due poliziotti, uno per braccio, non avevano levato a Tsubasa il sarcasmo.
– Sta’ zitto! – ringhiò Hyuga, colpendolo con uno schiaffo, – Ti rispedirò a marcire a Lunghwa!
– Non ha importanza… – replicò Tsubasa, – Qualcun altro prenderà il mio posto…
– Di sicuro non il tuo amico cinese… – ghignò il maggiore, – A quest’ora dovrebbe essere pieno di buchi sul fondo di una palude.
– Figlio di…
I due poliziotti faticarono non poco a trattenere il capitano.
– Fosse per me, saresti a fargli compagnia, – disse torvo Hyuga.
L’ingresso del capitano Sawada interruppe per un istante l’amichevole conversazione.
Il maggiore sorrise a un’ispirazione improvvisa.
– Fai arrestare la sua amica, – disse.
Un attonito “Cosa?!?” risuonò contemporaneamente nelle gole di Tsubasa e Sawada. Il capitano, questa volta, sfuggì ai due marcatori e toccò a Sawada placcarlo un istante prima che raggiungesse il maggiore.
– Scherzavo… – sogghignò Hyuga, – Ma cerca di essere meno emotivo… Per l’aggressione a un ufficiale c’è la pena di morte.


– Dovrei affogarti nella palude, altro che portarti in salvo…
Ishizaki lasciava diplomaticamente trapelare il suo scontento per la missione affidatagli da Misaki.
Camminava qualche passo avanti a Sanae, così da non doverla guardare, ma abbastanza vicino perché lei sentisse il suo brontolio.
– Non sei ancora soddisfatta, domando io? Ti rendi almeno conto di quello che gli hai fatto?
Ishizaki pareva dar voce finalmente a una serie di pensieri e di improperi tenuti in caldo per anni.
– Mesi ci sono voluti, mesi! Quando siamo arrivati qui, passava più tempo ubriaco che sobrio!
Con ampi gesti delle braccia, il difensore chiamava il cielo a testimone.
– Ora che finalmente sembrava essersi rifatto una vita, ecco che tu riappari a distruggergliela di nuovo! Sei peggio della guerra e della Kempeitai messe insieme, maledizione!
La pressione della canna di una rivoltella alle spalle interruppe lo sfogo di Ishizaki.
– Falla finita… – minacciò Sanae con voce trattenuta, – O Hong Kong dovrà rinunciare al suo miglior pianista…
Ishizaki si voltò con tutta la lentezza richiesta da una donna dal carattere infiammabile che stia impugnando un’arma.
Il volto di Sanae, però, era rigato di lacrime.
– Gli hai spezzato il cuore… – disse il difensore, con tono sconsolato.
Sanae abbassò la rivoltella.
– Te lo giuro, Ishizaki… – replicò lei, guardandolo negli occhi, – Non lo lascerò mai più.


Nella prima luce del mattino, le barche dei pescatori armavano le loro piccole imbarcazioni nel porto di Causeway Bay.
La vela bianca della camicia di Misaki si gonfiava alla brezza marina, pronta a prendere il largo.
La bomba allo stadio aveva fatto irrompere il passato nel presente, spazzando via i fragili argini delle esistenze che si erano costruiti in quegli anni di lontananza. Il destino sembrava giocare a rimescolare le carte, rendendo possibili combinazioni prima impensabili.
Prese un ampio respiro. E si buttò nella partita.


I due agenti della Kempeitai, uno per lato, scortavano Sho al luogo dell’esecuzione, trascinandolo bruscamente per le braccia.
Il guerrigliero, con ancora addosso la maglia di Misugi, con cui aveva contribuito a polverizzare la Yamato, sembrava privo di sensi.
Il maggiore Hyuga non ne aveva gradito le prodezze e, prima di affidarlo al plotone di esecuzione, glielo aveva fatto presente con i suoi soliti, amabili modi.
– Pesa come un macigno questo cinese… – disse uno dei due agenti, arrivato al margine della boscaglia, – Fuciliamolo qui e qui lasciamolo.
Non fece in tempo a finire la frase che il braccio di Sho che stava stringendo divenne rovente. I due agenti fecero un balzo di lato, terrorizzati.
Il guerrigliero, più vivo e sveglio che mai, colpì prima uno, poi l’altro, prima che avessero il tempo di mettere mano alle armi.
– Dannazione… – esclamò tra i denti l’agente.
Il tempo di quelle quattro sillabe fu sufficiente all’addestratissimo Sho per dileguarsi in due balzi sulle pendici del Victoria Peak.


– Aprite! Kempeitai!
La porta rosso lacca dell’appartamento si aprì con tutta calma su una bionda mozzafiato. Il fumo della sua sigaretta era la cosa più consistente che aveva addosso.
– Mamoru Izawa… – farfugliò il tenente Wakashimazu.
Azumi Hayakawa lo squadrò da capo a piedi.
– No, – concluse dopo l’accurata osservazione, – Izawa non è così alto.
Il tenente fece un cenno imbarazzato ai due agenti che lo accompagnavano perché ispezionassero l’appartamento. Poi fece finta di guardare, con composto cipiglio, un punto lontano, fuori dalla finestra.
L’accuratezza della perquisizione fu inversamente proporzionale alla trasparenza della vestaglia di Azumi.
– Nulla… – disse uno degli agenti dalla stanza accanto.
– Nulla, – confermò il collega dal bagno.
Il tenente Wakashimazu portò la mano al cappello, senza schiodare gli occhi dal pavimento, bofonchiò un saluto e lasciò l’appartamento.
Azumi chiuse la porta rosso lacca, poi attese che i passi sulle scale si spegnessero in lontananza.
– Via libera… – disse finalmente.
– Azumi Hayakawa, giuro che, se non mi ammazzo rientrando da questo cornicione, ti sposo domani stesso! – disse la voce di Mamoru Izawa, appeso alla finestra.


Yayoi Aoba rimboccò la vecchia coperta logora perché Jun non prendesse freddo durante il volo. I brividi scuotevano il principe del campo, segno che la febbre malarica, souvenir della prigionia tra le paludi, stava tornando a farsi sentire.
– Sta’ tranquillo… – lo rassicurò lei, – Andrà tutto bene.
Misugi ebbe un sorriso amaro.
– Dovrei essere io a tranquillizzare te… – disse.
Yayoi sorrise, accarezzandogli la fronte imperlata di sudore.
– In America troveremo un buon medico, – disse, – tornerai in forze al più presto.
Jun Misugi girò lo sguardo fuori dal finestrino dell’idrovolante. Anche questa volta un fisico troppo debole lo costringeva ad abbandonare la partita a metà.
Yayoi intuì i suoi pensieri.
– Vinceranno… – disse con tono sicuro, – E torneremo in un Giappone libero.
– Sì… – mormorò Misugi, – Ma io non sarò in campo…
Yayoi gli strinse la mano tra le sue.
L’idrovolante si alzò rumorosamente dalle acque del porto e puntò dritto Macao.


– Tutto qui?
– Tutto qui.
Wakabayashi trovava le condizioni di vendita del Misaki’s Café decisamente accettabili.
– Ishizaki sicuramente è meglio come pianista che come difensore… – ghignò, – Ti assicuro che il posto non glielo leverà nessuno…
Misaki appoggiò il suo bicchiere sul tavolo appiccicoso del Pappagallo blu.
– Sai, ho una mezza idea di rimettere in piedi la squadra, – disse Wakabayashi, – La partita dell’altro giorno mi ha fatto venire nostalgia del campo… Non si può passare la vita in panchina…
– Non credo che la Kempeitai apprezzerebbe… – osservò Misaki.
– Il che è un ulteriore incentivo, – commentò il superportiere.
Misaki sorrise.
– Con due locali da gestire e una squadra clandestina non avrai tempo di annoiarti… – disse.
Wakabayashi si versò un altro wiskhy. Per riprendere la dieta da sportivo c’era ancora tempo.
– Non avrei mai pensato che te ne saresti andato da Hong Kong…
Misaki si alzò dal tavolo, dirigendosi all’uscita.
– Non si può passare la vita in panchina… – disse, con un gesto di saluto.


Il prigioniero, legato e bendato, continuava a inciampare nelle radici dei canfori.
– Muoviti, maledizione! – ringhiò il guerrigliero.
A giudicare dai nugoli di zanzare, così densi da ostacolare il cammino, la palude non doveva essere lontana.
Un frusciò tra le foglie mise in allarme il carceriere.
– Giù!
Senza troppi complimenti, fece acquattare il prigioniero dietro un cespuglio.
Il passo veloce e leggero si faceva sempre più vicino. Tra le foglie verde scuro baluginò un pezzetto di stoffa scarlatta. Il guerrigliero mise mano alla rivoltella.
Una maglia ecru, col numero 14 rosso sulle spalle, guizzò rapida nella brughiera.
Il partigiano cinese si strofinò gli occhi, pensando a un’allucinazione.
Il misterioso giocatore smise di dribblare canfori e si fermò tendendo l’orecchio.
Girò lo sguardo intorno.
– Sho! – esclamò stupito il guerrigliero, balzando fuori dal cespuglio.
– Sho? – fece eco il prigioniero.
Il centrocampista si avvicinò al cespuglio.
– Che stai facendo? – chiese al compagno.
– Vado a buttare questo tizio nella palude, – spiegò il guerrigliero, – l’ho pizzicato nella boscaglia.
– Non mi hai pizzicato, – replicò il prigioniero, – vi stavo cercando.
– Certo che ci stavi cercando… – replicò sarcastico il carceriere, – Per consegnarci alla Kempeitai.
Il prigioniero scosse la testa. Evidentemente altri tentativi di chiarimento erano già andati a vuoto.
– Slegalo, – ordinò perentorio Sho.
– Cosa?
– Ho detto slegalo, imbecille!
Il guerrigliero lo guardò stralunato.
– Ma è un giapponese!
– Quello è Hikaru Matsuyama, – spiegò Sho, – ci aiuterà a vincere la guerra.

– E tu come diavolo lo sai? – ribatté seccato il guerrigliero.
– Ci ho giocato, – chiuse il discorso perentorio Sho.


– Ti rendi conto di quello che mi stai proponendo? – chiese Sawada, dopo un lungo momento di silenzio.
– Me ne rendo conto, – rispose Misaki, continuando a guardare fuori dalla finestra.
La Gendarmeria della zona Est si affacciava su un quadrato di prato all’inglese, perfetto per due tiri a pallone.
– E tutto questo per la ragazza… – riprese Sawada, – Sono davvero ammirato per la tua totale mancanza di scrupoli!
Misaki tagliò corto.
– Aspetto una risposta.
– Dimmi se ho capito bene… – cercò di ricapitolare il gendarme, – Io rilascio Tsubasa. Cosa che devo fare comunque perché, checché ne pensi il maggiore Hyuga, non si può arrestare qualcuno perché ti ha stracciato a calcio. Tu gli offri sottobanco le lettere di transito. Io lo becco con le mani nel sacco mentre tenta di scappare e lo spedisco per direttissima in qualche posto al confronto del quale Lunghwa è un gradevole centro termale. Tu, intanto, usi le suddette lettere di transito per fuggire verso il tramonto con la tua, anzi la sua, bella. È tutto corretto?
– Più o meno, – confermò Misaki, – Leverei il tramonto. Leggi cattivi romanzi, te l’ho sempre detto.
Sawada si passò la mano sul volto. Misaki che veniva ad offrirgli Tsubasa su un piatto d’argento… Che diavolo aveva mai quella donna?
– D’accordo, – disse infine, – Quando?
– Stasera, – rispose Misaki, – Al Café.

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – Avremo sempre Shanghai

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