Capitolo settimo – AVREMO SEMPRE SHANGHAI

Capitolo settimo

AVREMO SEMPRE SHANGHAI

 


L’afa aveva preso la forma di una lieve nebbia, che sfumava i contorni delle cose, sciogliendoli nella prima oscurità. Tsubasa aprì con un gesto stanco la porta della stanza d’albergo. Sanae si voltò di scatto.
– Tsubasa!
– Grazie al cielo stai bene! – esclamò il capitano, precipitandosi ad abbracciarla.
– Ti hanno lasciato andare… Ero così in ansia! – disse lei.
– Sawada mi ha rilasciato, non aveva motivi per trattenermi. Dovrà vedersela con Hyuga, credo… – sorrise il numero dieci.
L’espressione di Sanae mescolava stranamente sollievo e malinconia.
– Sono così felice che tu sia salvo… – ripeté accarezzandogli con tenerezza la guancia.
Tsubasa le sfiorò la mano con un bacio.
– Dobbiamo assolutamente trovare quei due visti, – disse.
Sanae abbassò lo sguardo, si sciolse dalla stretta di Tsubasa e si diresse verso la finestra.
– Tsubasa… – cominciò esitante, lo sguardo nella nebbia della strada, – Mi rendo conto di quanto sia il momento sbagliato…
– Tsubasa!!!
Due colpi imperiosi alla porta segnalarono l’arrivo di Ishizaki.
– Prepara le valigie! Misaki ha trovato due visti per te!


Misaki guardò ancora una volta nella strada buia, illuminata a intervalli regolari dai fari delle motovedette.
– Ishizaki non ne sa nulla, immagino… – chiese Sawada, seduto al bancone.
– Certo che no! – rispose Misaki, – Ti pare che si sarebbe prestato, altrimenti?
– La faccia che farà sarà inferiore solo a quella di Hyuga… – pensò a voce alta il gendarme.
Si versò di nuovo da bere.
– Avrei dovuto perquisirtelo meglio il locale, dopo l’arresto di Urabe… – rimpianse Sawada, – Dove diavolo erano le lettere?
– Nel pianoforte di Ishizaki, – rispose Misaki.
Sawada riappoggiò il bicchiere.
– Tutta colpa di Hyuga, allora, – disse, scuotendo la testa, – e del suo odio per la musica…
– Sparisci! – ordinò Misaki, – Arrivano!
Sawada eclissò il bicchiere e si lasciò inghiottire dall’ombra dell’angolo più buio del locale.


– Mi ha chiamato pochi minuti fa… – disse Ishizaki, guidando a tutta velocità la vecchia Vauxhall sul viale deserto, – Lo sapevo… Lo sapevo che ti avrebbe aiutato…
Si asciugò una lacrima col dorso della mano.
Nello specchietto retrovisore, i due passeggeri guardavano ciascuno fuori dal proprio finestrino, nella nebbia scura della sera.
L’auto si fermò con una frenata brusca davanti al Misaki’s Café. L’insegna al neon era spenta e nel locale silenzioso brillava solo una luce pallida, riflessa dallo specchio dietro il bancone.
La porta si aprì, per lasciar entrare i tre visitatori e il fascio dei fari delle motovedette. Tsubasa si avvicinò al bancone, su cui erano in bella vista le lettere di transito.
– A cosa devo il cambio di opinione? – chiese senza preamboli.
– Non crederai di essere l’unico a cui piace giocare all’eroe… – rispose Misaki.
Ishizaki abbracciò commosso il capitano.
– Sono sicuro che ci rivedremo presto… – mormorò, – La guerra finirà, e di nuovo giocheremo tutti nella stessa squadra…
Tsubasa ricambiò l’abbraccio e l’augurio dell’amico.
Sanae, incapace di aspettare oltre, si avvicinò a Misaki.
– Perché due visti? – chiese a voce più bassa possibile, – Io non ho intenzione di partire!
Un fruscio la interruppe.
– Non preoccuparti, i visti sono per lui e per te. Il signor Ozora Tsubasa, invece, farà la cortesia di seguirmi in gendarmeria. I saluti, vedo che li ha già fatti.
Sawada, sbucato dall’oscurità del locale, rendeva il suo invito più convincente grazie alla pistola che aveva in pugno.
Lo sguardo attonito di Sanae si specchiò in quello altrettanto smarrito di Ishizaki.
Tsubasa, invece, chinò la testa con un sorriso amaro.
– Mi avevi avvisato che mi avresti sparato alle spalle…
– Cosa vuoi… – fece filosofico Sawada, – La guerra cambia le persone…
L’inconfondibile sensazione della canna di una rivoltella tra le scapole gli spense il sorriso.
– Bravo, hai fatto la tua parte, – disse la voce di Misaki alle sue spalle, – Ora appoggia la pistola sul bancone.
– Spero vivamente che tu stia scherzando… – replicò Sawada.
L’espressione degli altri tre diceva al gendarme che la faccia di Misaki non tradiva alcuna propensione alle spiritosaggini.
– Posa la pistola, – ribadì Misaki.
– Questo scherzo ti costerà molto caro… – minacciò Sawada.
– Ne parleremo dopo, – rispose Misaki, – Ora ci accompagnerai all’imbarco degli idrovolanti.


Le altalenanti emozioni degli ultimi minuti avevano parecchio scosso il povero Ishizaki, compromettendone ulteriormente le già scarse capacità di guida.
Sawada, seduto al suo fianco sotto il tiro della rivoltella di Misaki, si aggrappava terrorizzato al sedile.
– Pensavo di dover scegliere se morire accoppato da Misaki o da Hyuga… Ora finirà che ci pensi tu…
Finalmente, con un generale sospiro di sollievo, arrivarono all’imbarco degli idrovolanti, deserto nella sera nebbiosa.
Il velivolo grigio attendeva, cullato dalle tranquille onde del porto, i fortunati passeggeri della giornata.
– Ci affogherà tutti nella palude… – scosse la testa Sawada, vedendosi davanti la faccia di Hyuga, – E quella sarà la parte migliore…
Tsubasa e Ishizaki si preoccuparono di caricare i bagagli sull’idrovolante, mentre Misaki teneva sotto tiro il gendarme.
– Scrivi i nomi sulle lettere: – ordinò Misaki, – Tsubasa e Sanae Ozora.
Sanae sbarrò gli occhi.
– No! – gridò, afferrandolo per il braccio.
Sawada rigirò la penna tra le dita, come a dire che aspettava una decisione definitiva.
– Non puoi restare qui… – disse l’ex numero undici, – Hyuga mi spedirà in un campo di prigionia e non potrò fare nulla per proteggerti…
– In effetti credo che su questo punto insisterà parecchio… – commentò il gendarme.
Sanae strinse più forte il braccio di Taro.
– Non ti lascerò!
– Controllerò che il nostro amico non faccia scherzi finché l’idrovolante sarà al sicuro, – continuò Misaki.
Le sue dita sfiorarono la guancia di Sanae.
– Voglio saperti in salvo…
Ishizaki non riuscì a trattenere un singhiozzo.
– No! – scosse la testa Sanae, – Non voglio partire!
– E poi gli sei necessaria… – continuò Misaki in un sussurro, – E tu lo sai… Se non partissi, te ne pentiresti… Forse non oggi, forse non domani, ma un giorno lo rimpiangeresti e per sempre…
Il singhiozzo del difensore si mutò in un singulto soffocato.
– Non voglio lasciarti di nuovo! – esclamò decisa Sanae, – Noi…
– Noi, – la interruppe Misaki, – avremo sempre Shanghai.
Ishizaki perse ogni ritegno e scoppiò in un pianto dirotto.
– Siamo pronti!
La voce di Tsubasa e la sua mano sulla spalla diedero un istante di conforto allo straziato pianista.
– Sbrigatevi! – si riscosse Misaki, – A Sawada ci pensiamo noi…
– Buona fortuna, – tese la mano Tsubasa, – Ora so che vinceremo.
– Buona fortuna anche a te, – replicò Misaki, rispondendo alla stretta.
Tsubasa fece per allontanarsi. Sanae esitò ancora un istante e poi lo seguì.
– Che il futuro ti sorrida, – mormorò Misaki, guardandola svanire tra le brume scure del porto.
– E sarei io quello che legge troppi romanzi occidentali…
La voce di Sawada riscosse il numero undici.
– Ora avvisa la torre di controllo, – intimò, – Di’ loro che il volo è autorizzato.
Il gendarme compose con cura il numero di telefono.
– Torre di controllo? Il volo che si sta alzando è autorizzato personalmente da me, – scandì il gendarme.
All’altro capo del telefono, però, non c’era la torre di controllo, ma il maggiore Hyuga, che non perse un istante per passare all’azione.


Il rumore dei motori dell’idrovolante ruppe il silenzio della notte di Hong Kong.
Un istante dopo, l’auto della Kempeitai frenava a pochi centimetri da Sawada.
Ne scese uno Hyuga più infuriato che mai.
– Che diavolo significava quella telefonata? – sbraitò.
Sawada indicò l’idrovolante, che si staccava dall’acqua in quel momento.
– Tsubasa è là sopra. Ha lasciato detto di salutarti, – spiegò.
Poi, per evitare che il maggiore gli mettesse le mani al collo, indicò nell’ombra Misaki che, a fianco di un singhiozzante Ishizaki, lo teneva sotto tiro.
– Con voi faremo i conti più tardi! – ruggì il maggiore. E afferrò il telefono.
– Li farò abbattere e chiuderemo qui la faccenda, – ringhiò.
– Metti giù quel ricevitore, – disse calmo Misaki, puntandogli la rivoltella.
Sawada alzò le sopracciglia.
Hyuga guardò il numero undici con disprezzo.
– Pronto! – disse.
– Metti giù quel ricevitore… – ripeté Misaki.
Ishizaki aveva smesso di respirare.
– Sono il maggiore Hyuga, l’idrovolante va…
Alla torre di controllo sentirono nel ricevitore l’eco di uno sparo.
Hyuga scivolò lentamente verso il pavimento, gli occhi sbarrati e una macchia rossa sul petto, che si faceva più ampia ogni secondo che passava.
– Tu… maledett… – digrignò tra i denti.
Misaki guardò attonito la canna della propria rivoltella. Fredda e senza fumo.
Poi seguì lo sguardo vuoto di Hyuga e quello sbalordito di Sawada e di Ishizaki, che fissavano un punto nell’oscurità, appena oltre le sue spalle.
– Te lo avevo detto, Ryo… Ti avevo giurato che non lo avrei mai più lasciato… – disse la voce di Sanae.


– … Tsubasa mi ha scritto che è riuscito ad arrivare in Brasile… Mentre per la morte di Hyuga sono stati arrestati i soliti sospetti…
I giocatori della rinata Nankatsu F. C., seduti sull’erba del campo di allenamento, avevano ascoltato il racconto di Ishizaki quasi senza respirare.
Wakabayashi tirò su col naso.
– E Misaki e Anego? – chiese, interpretando, da buon capitano, il pensiero di tutti.
– Hanno raggiunto la British Army Aid Group. Coi miei 20.000 yen, peraltro…
Takeshi Sawada pareva tenere molto alla precisazione.
– E tu cosa diavolo ci fai qui? – lo apostrofò Wakabayashi, scattando in piedi, – Ci alleneremo con o senza il tuo consenso, sappilo!
L’accoglienza freddina non spaventò Sawada.
– Ho lasciato l’esercito, – spiegò – E mi chiedevo se aveste bisogno di un centrocampista tattico…
I giocatori si guardarono: in effetti, senza Tsubasa, Misaki e Misugi, uno coi piedi buoni a centrocampo avrebbe fatto comodo…
– Ho portato anche un attaccante e una versatile mezza punta, che può improvvisarsi portiere, – aggiunse accennando a due figure all’altra estremità del campo, che fecero un timidissimo cenno di saluto con la mano.
Wakabayashi si voltò verso i compagni di squadra.
– Voi che ne dite? – chiese.
– Che questo è l’inizio di una bella amicizia! – rispose per tutti Ishizaki.

∗ ∗ ∗

FINE

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