1 – PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

Capitolo primo

PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

 

“Il ritorno ciclico dei fenomeni astronomici è alla base del computo del tempo in tutte le epoche e in tutte le culture.”
La voce baritonale, con uno spiccato accento straniero, riempiva la volta del Konica Minolta Planetarium di Tokyo.
“La ricerca della regolarità, in cielo e sulla terra, è una sorta di esigenza primordiale per l’uomo. Le variazioni stagionali dell’arco solare, le fasi lunari, il ricorrere ciclico delle congiunzioni planetarie e delle eclissi…
Gli antichi, a ogni latitudine, hanno cercato il senso e il ritmo degli eventi della Terra nelle geometrie del cielo.”
Un centinaio di nasi in su seguiva le orbite ipnotizzanti delle sfere celesti proiettate sul soffitto curvo. L’oscurità della sala, le comode poltrone reclinate e gli occhiali 3D davano la curiosa sensazione di fluttuare in un indefinito punto dello spazio cosmico.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
L’oratore fece una pausa. La disciplinata scolaresca, venuta appositamente da uno dei licei della prefettura di Shizuoka, sembrava accusare la stanchezza della calda giornata di luglio.
Un respiro insolitamente pesante si alzò dalla terza fila. Un istante prima che si trasformasse in un vero e proprio russare, il gomito di Yukari Nishimoto colpì, con precisione da cecchino, lo spazio tra la terza e la quarta costola sinistra del bell’addormentato. Ryo Ishizaki sussultò sulla poltrona con un grufolare confuso.
L’oscurità della sala e i folti baffi bianchi aiutarono il celebre conferenziere straniero a nascondere un sorriso. Con un repentino cambio di tono, giocò la sua carta finale:
“Ora pensate bene: che cosa vi è successo cinque anni fa? Quali occasioni si sono presentate nella vostra vita?”
L’uditorio fu improvvisamente sveglio e attento.
“Cinque anni sono il tempo minimo necessario per accordare in maniera efficace l’anno lunare e l’anno solare. Dopo cinque anni, la stessa fase lunare torna nello stesso giorno del calendario. Il lustro, lo chiamavano i latini, migliaia di anni e migliaia di chilometri lontano da qui. Voi siete giovani e cinque anni vi sembrano di sicuro un’eternità. Cinque anni fa eravate dei bambini, tra cinque anni sarete degli adulti. Eppure c’è stata e ci sarà una costante, un ritorno delle lancette nel medesimo punto dell’orologio.”
L’oratore si godette il bisbigliare sommesso degli studenti.
“Sessanta mesi. Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione. Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.”
Si accarezzò i baffi, poi rivolse lo sguardo alla volta stellata artificiale sopra le loro teste.
“Cogliete l’attimo, ragazzi. Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Pochi istanti di assoluto silenzio, durante i quali lo scienziato occidentale dovette a forza trattenersi dal ridacchiare al pensiero di quanto fosse semplice avere in pugno un uditorio adolescente. Poi l’applauso scoppiò fragoroso, o, perlomeno, fragoroso quanto poteva permetterlo la rigida educazione dei liceali giapponesi.


Il treno sfrecciava veloce attraverso la prefettura di Kanagawa, in direzione sud. La sagoma del monte Fuji appariva fugace all’orizzonte nel cielo afoso del tardo pomeriggio estivo, sbiadita come un dipinto consunto dal tempo.
“No”, disse perentoria Sanae.
“Una possibilità potresti anche darmela…”, replicò Izawa.
“E perché?”, chiese ironica lei.
“Perché io sono sicuro che se tu mi conoscessi meglio…”
“…ti direi di no ancora più convinta!”, lo interruppe Sanae.
Izawa tentò una carta a sorpresa.
“Hai sentito cos’ha detto l’astronomo? Dopo cinque anni le occasioni ritornano… Cinque anni fa, al cinema con me ci sei venuta…”
L’espressione di Sanae diceva che avrebbe preferito dimenticare l’esperienza.
“Avevi detto che non saremmo stati da soli. Altrimenti non avrei mai accettato.”
Izawa distese le gambe sotto il sedile anteriore.
“Se lo dici tu, Sanae-chan…”
“E non mi chiamare per nome!”, sbottò Sanae.
Si alzò di scatto, decisa a trovare un altro posto.
Izawa le afferrò il polso.
“Tre anni e ancora lo aspetti! Lo sanno tutti che non ti ha scritto nemmeno una lettera!”
Il numero otto la vide impallidire. Gli occhi, scuri di rabbia, sembravano occupare tutto il volto.
Izawa capì di essersi bruciato da solo le ultime chances. Tanto valeva colpire duro.
“Hai intenzione di sprecare altri cinque anni prima di capire che stai aspettando l’uomo sbagliato?”, disse con un ghigno.
Con uno strattone, la ragazza si liberò dalla presa.


Sanae, il volto livido e le labbra serrate, si lasciò cadere sul sedile a fianco di Yukari.
“Che ti è successo?”, chiese l’amica.
“Izawa è un verme”, sibilò Sanae.
“E dov’è la notizia?”, rispose Yukari, “Bastava chiedere a una qualsiasi delle ragazze di questo vagone e lo avresti saputo.”
“È il re dei vermi”, precisò Sanae.
Yukari vide che l’amica tratteneva a stento le lacrime. Le strinse piano la mano.
“Non badare a quello che dice… Lo sai che è un esperto in cattiverie…”
Sanae girò lo sguardo fuori dal finestrino.
“La cosa peggiore è che le sue cattiverie dicono la verità”, mormorò.


“Izawa, facci posto!”
Teppei Kisugi accompagnò la richiesta con un eloquente calcio sulle caviglie.
Izawa bofonchiò qualcosa e si girò verso il finestrino.
Il due di picche dalla team manager bruciava parecchio e ora doveva pure sorbirsi la vicinanza del numero nove, di Ishizaki e, soprattutto, di Taro Misaki. Davvero una splendida gita…
“Cinque anni fa stavamo per giocare il primo torneo delle scuole medie…”
Kisugi pensava a voce alta, il pollice premuto sul mento.
Izawa fece una smorfia. Quella faccenda dei cinque anni lo aveva messo di pessimo umore.
Sai che bellezza, il primo torneo delle medie…
Misaki e Wakabayashi erano da poco partiti per l’Europa e la Nankatsu si era ritrovata per il suo primo allenamento. Tsubasa, al solito, aveva fatto un commovente discorso dicendo che era molto felice di ritrovare tutti, di giocare di nuovo tutti insieme e bla bla, bla bla.
Poi aveva aggiunto:
“La partenza di Misaki è un colpo durissimo per il nostro centrocampo. So che è un giocatore insostituibile. Vi chiedo solo di fare del vostro meglio.”
L’orgoglio di Izawa si era sentito ferito a morte.
Era lui il numero dieci della Shutetsu che aveva vinto il campionato nazionale prima dell’arrivo di Tsubasa, il playmaker della squadra più forte del Giappone. Gli aveva ceduto sul campo l’onore del numero sulla maglia, ma la sua classe e la sua grinta erano state determinanti per la vittoria del campionato dell’ultimo anno delle elementari.
E ora Tsubasa lo relegava nella massa indistinta dei giocatori qualunque, perché “nessuno poteva sostituire Misaki”.
Stava tornando a casa d’umore nero, quando aveva incrociato Sanae. Aveva da poco smesso gli abiti da maschiaccio per indossare dei vestiti femminili e tutti, Tsubasa compreso, avevano notato quanto fosse graziosa.
Nella mente di Izawa era balenata l’idea maligna di una piccola vendetta: essere il primo a uscire con la nuova Anego, prima dello stesso Tsubasa.
Le aveva raccontato che sarebbero andati tutti insieme al cinema con la squadra e, invece, non lo aveva detto a nessun altro.
Sanae aveva visto il film con l’aria di chi lo avrebbe volentieri picchiato, ma, alla fine, non lo aveva fatto. Avevano passato una domenica pomeriggio da tredicenni, in cui la maggior preoccupazione di Sanae era quella di non farsi vedere da nessuno e quella di Izawa di farsi vedere da più amici possibile.
Erano passati cinque anni e, in effetti, si trovava ancora lì, a incassare un rifiuto da Sanae e a essere scavalcato da Misaki sul campo.
Guardò il numero undici con sguardo torvo.
Con la partenza di Tsubasa per il Brasile, tre anni prima, aveva pensato di riottenere, se non la maglia numero dieci, almeno il ruolo di leader. Quel buffone di Ishizaki poteva anche fare il capitano, ma era sul campo che si decideva chi guidava la squadra e lui era, senza alcun dubbio, il giocatore di maggior talento, per di più nella posizione chiave del centrocampo.
Ma il rientro di Misaki in Giappone aveva cambiato tutto. Tsubasa lo aveva ufficialmente investito quale suo erede, affidandogli la squadra, come se quello smidollato fosse in grado di prendere il suo posto.
Izawa fece un ghigno.
Il posto di Tsubasa… Trascinare la squadra alla vittoria, destreggiarsi tra le ammiratrici adoranti e, infine, uscire con l’inarrivabile regina dei due di picche, Sanae Nakazawa… Quel posto, a lui, sarebbe calzato a pennello.
Taro Misaki, invece, si era dimostrato totalmente incapace su entrambi i fronti. Era del tutto ignorato dalle ragazze e li aveva guidati solo a due sconfitte.
“Cinque anni fa abbiamo vinto… Speriamo che ci porti fortuna…”, osservò sbadigliando Ishizaki, che faticava a convincere le sue palpebre a restare aperte.
“Cinque anni fa il capitano era Tsubasa, non tu…”, intervenne Izawa, “Quello faceva la differenza, altro che fortuna!”
L’orgoglio risvegliò Ishizaki.
“Grazie per la fiducia! Dopo due sconfitte, è proprio quello di cui abbiamo bisogno!”
Taro Misaki si rigirò per l’ennesima volta tra le mani il dépliant del planetario.
“Ha ragione…”, mormorò infine.
“Misaki, Izawa non voleva dire…”, si affrettò a precisare Kisugi, lanciando un’occhiataccia a Izawa che, invece, voleva proprio dire.
Il numero undici lo interruppe.
“No, ha ragione. Nessuno è in grado di rimpiazzare Tsubasa. È semplicemente un’osservazione oggettiva.”
Gol, pensò Izawa, nascondendo un ghigno.
Dai finestrini del lato sinistro fece irruzione l’azzurro del mare. Ormai non erano lontani da casa.
“Io sono convinta che questo torneo estivo sarà nostro.”
La voce femminile, dal tono deciso, si era levata dal sedile dietro quello di Misaki.
“La Toho non è superiore. Hanno solo avuto fortuna. È stata quella a fare la differenza.”
Il perentorio giudizio era stato pronunciato con un tono che non ammetteva repliche.
“Visto?”, esclamò Ishizaki, “Questo è l’atteggiamento giusto! Brava manager!”
Izawa trovò che l’intervento di Sanae era decisamente troppo. Decise di avere qualcosa di urgente da dire a Taki, quattro file più indietro.
La prima manager lo guardò allontanarsi nel corridoio, poi si sporse dal suo sedile.
“Vedrai che vinceremo, Misaki-san, ne sono sicura”, sorrise.
Il ragazzo abbozzò un sorriso timido.
“Grazie, manager Nakazawa. Spero che tu abbia ragione…”
Sanae girò lo sguardo sull’azzurro dell’oceano, che sembrava quasi inghiottire il treno.
“Che cosa facevi cinque anni fa?”, chiese con aria pensierosa.
“Ero appena arrivato a Parigi”, rispose il numero undici, chinando la testa, “Non parlavo una parola di francese. E il Giappone mi mancava da morire.”
“Non deve essere stato facile…”, osservò la ragazza.
Anche gli occhi di Misaki si tuffarono nel mare fuori dal finestrino.
“E tu, cosa facevi cinque anni fa?”, chiese.
“La team manager di una squadra di calcio, non so se la conosci. Si chiama Nankatsu F.C.”
Scoppiarono a ridere entrambi.
Sanae si fece improvvisamente seria.
“Mi devi tre gol, Misaki-san!”
Misaki si voltò sorpreso.
“Cosa?!”
“È il terzo anno che sei nella squadra del liceo. Un gol per ogni anno che ho lavato le tue magliette luride dopo le partite. Non mi sembra una gran richiesta.”
Il numero undici era troppo sorpreso e troppo imbarazzato per rispondere.
Il treno frenò dolcemente, entrando nella stazione di Nankatsu. I passeggeri recuperarono il loro bagaglio. Gli studenti si affrettarono verso l’uscita.
Sanae si alzò, fece due passi e si fermò davanti a Misaki, ancora troppo sconcertato per riuscire ad alzarsi.
“Tre gol, Misaki-san, e non in una partita qualunque, ma nella finale contro la Toho.”
L’indice puntato e lo sguardo di fuoco non ammettevano repliche, né trattative.
La ragazza si girò sui tacchi e infilò le porte d’uscita.
Fu solo grazie allo strattone di Ishizaki che l’attonito numero undici riuscì a scendere dal treno, un istante prima di ritrovarsi lanciato a tutta velocità verso Shizuoka.


“Allora a domani!”, salutò Ishizaki.
“A domani!”, rispose Misaki, chiudendo la porta.
I ragazzi si avviarono verso casa, mentre il tramonto colorava i vetri delle finestre.
“A che ora l’allenamento domattina?”, chiese Kisugi.
“Solito”, rispose Izawa.
Ishizaki si passò la mano sulla nuca, sapendo che sarebbe, per l’ennesima volta, arrivato in ritardo.
“Io non riesco mai a svegliarmi in tempo…”, si lamentò, “Mi chiedo come faccia Misaki, che è sempre il primo ad arrivare…”
“E l’ultimo ad andare via”, aggiunse Taki.
I nervi di Izawa vibrarono come corde di violino. Un’ispirazione improvvisa gli attraversò la mente. L’immacolata immagine del numero undici meritava uno spruzzo dell’inchiostro nero della calunnia.
“Ha un ottimo motivo per arrivare tanto presto e andare via tanto tardi…”, commentò con fare misterioso.
“E sarebbe?”, abboccò Kisugi.
“Riflettici da solo”, suggerì Izawa, “Chi è che arriva prima di tutti sul campo per aprire gli spogliatoi e li chiude la sera quando tutti se ne sono andati?”
Davanti agli occhi dei giocatori della Nankatsu, apparve l’immagine indaffarata della prima manager.

∗ ∗ ∗

Capitolo secondo – Maligne stelle ribelli

 

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