2 – MALIGNE STELLE RIBELLI

Capitolo secondo

MALIGNE STELLE RIBELLI

 

Sanae Nakazawa staccò la spina del ferro da stiro e si asciugò il sudore.
In quel luglio tanto afoso, stirare era un’impresa impossibile anche alle cinque del mattino. Piegò con cura la maglia numero undici e la mise, insieme alle altre, nel borsone azzurro della Nankatsu F.C.
Gettò un’occhiata storta allo yukata che la madre le aveva preparato per la sera.
Da una settimana, l’intera città si preparava alla festa di Tanabata. I rami di bambù erano pronti ad accogliere i foglietti colorati con i desideri che il vento avrebbe portato fino alle stelle. I lampioncini di carta coloravano le strade, in attesa dei fuochi d’artificio della sera.
Sanae fece una smorfia e cominciò a pensare a quale scusa inventarsi per non andare alla festa.
Si caricò il borsone a tracolla e uscì.
I ragazzi sarebbero arrivati molto presto, per sfruttare le ore più fresche della giornata, in vista del torneo, che era ormai imminente.
Sul lungo viale, la brezza faceva oscillare le decorazioni di carta colorata.
Le luci dell’alba coloravano il cielo estivo.
A pochi passi dal cortile della scuola, nel silenzio del mattino, Sanae riconobbe l’inconfondibile impatto di un piede su un pallone.
La scrupolosa team manager raggiunse prima di tutto lo spogliatoio, lasciando sul tavolo centrale le divise immacolate. Controllò le riserve d’acqua e la rete dei palloni. Poi, finalmente, si avvicinò al campo di calcio.
Taro Misaki, la maglietta madida di sudore, provava l’ennesimo tiro a effetto da fuori area. L’aria sconfortata suggeriva che, fino a quel momento, i tentativi non erano stati coronati da grandi successi.
Sanae si sedette sull’erba, attenta a non fare rumore. Il numero undici pareva non averla vista e lei si guardò bene dal disturbarne la concentrazione.
Misaki fece qualche passo indietro, misurando la rincorsa con precisione millimetrica. Prese un ampio respiro, senza mai levare gli occhi dal pallone. Poi partì di scatto. L’interno del piede destro colpì, con un tocco al tempo stesso deciso e morbido, la sfera di cuoio. Il pallone portò con sé gli occhi del numero undici e quelli della team manager, entrambi col fiato sospeso, descrisse un’elegante parabola nel cielo estivo e si insaccò con un fruscio della rete all’incrocio dei pali.
“Sìììììì!!!”, gridarono contemporaneamente due voci.
Misaki si voltò sorpreso verso il bordo del campo.
“Ma…manager! Da… da quanto sei lì?”, arrossì il centrocampista.
“Complimenti Misaki-san!”, sorrise lei di rimando, avvicinandosi, “Vorrà dire che uno dei miei tre gol sarà su punizione…”
Misaki farfugliò in cerca di una via di fuga.
“Io… io… non…”
Sanae entrò decisa, nel suo tipico stile da terzino spietato.
“Non accetto scuse, Misaki-san. Hai promesso tre gol e tre gol farai.”
“Io non ho promesso!”, si schermì Misaki. Poi aggiunse, chinando la testa: “Non faccio promesse che so di non poter mantenere…”
La team manager parve non aver sentito. Gli lanciò un asciugamano.
“Forza, abbiamo ancora mezz’ora buona prima che arrivino quei pigroni dei tuoi compagni. Tu continua a tirare, che io recupero i palloni.”


“Ti rendi conto che non ci ho dormito stanotte?”
Le occhiaie di Taki confermavano la notte insonne.
“Sei un idiota! Mi chiedo come hai fatto a credere alle sciocchezze di questo serpente!”, lo apostrofò Ishizaki, indicando Izawa.
“Se lo dici tu, che sono sciocchezze…”, replicò il diretto interessato.
“Dire che Misaki abbia delle mire su Anego è più che una sciocchezza, è un’assurdità! È la fidanzata del suo migliore amico!”, si scaldò Ishizaki.
“Che, quando è partito, gli ha chiesto di prendere il suo posto… Misaki è sempre così scrupoloso…”, sogghignò Izawa.
“Io credo che tu abbia troppa fantasia, Izawa”, scosse la testa Kisugi.
“Io credo che siate ciechi come talpe”, replicò il numero otto.
“Sono amici!”, esclamò deciso Ishizaki, “E non c’è altro!”
“L’amicizia tra maschi e femmine è possibile solo se non appartengono alla stessa specie”, sentenziò ironico Izawa, “Un uomo con la sua gatta o una donna col suo criceto… Lì ti concedo che possa esserci amicizia tra i due sessi.”
Erano arrivati in vista del campo. Misaki tirava punizioni sotto lo sguardo attento di Sanae a bordo campo.
Izawa pensò che la fortuna gli forniva un ottimo spunto per il suo racconto.
“Guardatelo ora”, disse, mettendo le braccia intorno alle spalle di Ishizaki e Taki, “Prende la rincorsa… Colpisce il pallone… La palla nell’angolino… E sorride alla manager!”


I ramoscelli di bambù sembravano spuntare a ogni angolo della città, fuori dai negozi, all’uscita dei locali, perfino nelle buste della spesa.
Un grosso ciuffo, all’ingresso della scuola, accoglieva tra i suoi rami i tanzaku, i foglietti colorati a cui gli studenti avevano affidato i loro desideri perché il vento li portasse fino alle stelle, nella settima notte del settimo mese.
“No, non posso”, rispose Misaki, “Resto qui.”
Ishizaki si stava scolando la quarta bottiglietta d’acqua di fila. La risposta del numero undici gliene fece sputare metà per evitare di finire strangolato
“Come sarebbe che non vieni?”, chiese appena ebbe smesso di tossire.
“No…”, ripeté Misaki, “Mi alleno ancora un po’…”
“Ma vorrai scherzare?”, intervenne Kisugi, “È la sera di Tanabata, e tu, invece che uscire con noi, ti fermi ad allenarti?”
“È il momento giusto per esprimere i desideri più irrealizzabili e tu te lo perdi?”, ghignò Izawa.
“Non posso…”, ribadì Misaki, senza alzare lo sguardo, “Ho… ho fatto una promessa…”
Gli occhi dei compagni si ingrandirono a dismisura. L’istinto maligno di Izawa si risvegliò:
“E che cosa avresti promesso?”
“… Ho promesso tre gol in finale…”
“A chi?”
“…”
“A chi?”, insistette impietoso il centrocampista.
“A me.”
L’intera Nankatsu si voltò di scatto. La prima manager, le mani sui fianchi, li guardava con aria di sfida.
“Un gol per ogni anno in cui ho assistito la squadra del liceo”, spiegò Sanae, “Li chiederei anche a voi sfaticati, e farebbero un numero tale che arrivereste in finale asfaltando qualsiasi squadra. Ma non sono così sadica da estorcere promesse a chi non è in grado di mantenerle.”
Izawa la guardò con l’odio di chi si sente umiliato una volta di troppo.
“E ora sparite. Filate a casa”, concluse la team manager, “O domani farete tardi agli allenamenti, come al solito. ”
La squadra si disperse bofonchiando. Izawa infilò le mani in tasca e si mise a fischiettare, fingendo un’indifferenza che non aveva.
“Vai a casa anche tu, Misaki-san”, disse Sanae, rientrando negli spogliatoi, “Ti sei allenato abbastanza per oggi. Stasera è festa, prenditi un po’ di riposo.”
Il numero undici aprì il cancello. Il sole stava tramontando dietro i tetti delle case. La brezza della sera muoveva le foglie del bambù e dava un po’ di sollievo dopo la giornata afosa.
Si voltò verso il campo. Alcuni palloni giacevano abbandonati, supplicando un po’ di attenzione.
Misaki ebbe un attimo di esitazione.
Poi appoggiò il borsone a bordo campo e ricominciò ad allenarsi sui tiri piazzati.


“Visto?”, disse trionfante Izawa, “E voi che non mi credevate…”
Ishizaki non aveva nessuna intenzione di arrendersi.
“Non significa nulla, è una specie di patto per la squadra.”
“Sì, anche secondo me non significa nulla…”, lo sostenne Taki.
“Glielo ha chiesto Anego”, notò Kisugi, “A meno che tu non voglia sostenere che sia lei a…”
L’orgoglio di Izawa non tollerò l’idea.
“Lei gli darà di sicuro il benservito”, lo interruppe.
“D’altra parte, ha parlato l’esperto in materia”, rise Taki.
Izawa si fece livido e lanciò il contropiede.
“Tra poco si parte per il campionato nazionale e trascorreremo insieme ventiquattro ore al giorno. Lo vedrete da voi come stanno le cose. Vi basterà tenere gli occhi aperti.”


Sanae si sedette sulla panchina dello spogliatoio deserto, illuminato dalla sola luce del campo da calcio.
Aveva sistemato le maglie, gli asciugamani, le bottigliette d’acqua per l’allenamento dell’indomani. Aveva controllato che tutto fosse pronto per il campionato nazionale, che sarebbe cominciato a giorni.
Aveva fatto di tutto, insomma, per far passare quella serata che, per gli altri, era di festa e, per lei, era solo di malinconia.
Era stanca di affidare ai tanzaku dei desideri che non si realizzavano mai. Forse alle stelle non piacevano, o forse erano troppo pesanti per volare così in alto.
In ogni caso, erano evidentemente dei desideri impossibili. E quello di quell’anno lo sarebbe stato ancora più degli altri.
Appoggiò la testa alla parete, due lacrime le scesero lente sulle guance.
“Manager, che cosa ci fai ancora qui?”
La voce di Taro Misaki la fece sussultare. Si asciugò le lacrime in tutta fretta, ma non abbastanza perché il numero undici non le notasse.
“Credevo fossi andata a casa…”, continuò il ragazzo, esitando, “Cosa… cosa succede?”
Sanae cercò di riprendersi.
“Anch’io credevo fossi andato a casa”, tentò di sorridere, “Credevo non ci fosse più nessuno…”
Si asciugò le lacrime e il naso col bordo della manica.
Misaki le tese in silenzio il fazzoletto.
Sanae lo guardò imbarazzata.
“Grazie…”, mormorò.
Uscirono in silenzio dallo spogliatoio. La team manager chiuse accuratamente la porta a chiave dietro di sé.
Misaki raccolse il borsone abbandonato a bordo campo.
Davanti al cancello, il bambù stormiva con il suo inconfondibile sussurro.
“Hai già espresso il tuo desiderio di Tanabata?”, chiese Misaki.
“No…”, rispose Sanae, “Tanto è inutile… È chiaro che le stelle sono sorde ai miei tanzaku…”
“Anche ai miei…”, sorrise Misaki, porgendole un foglietto colorato.
Il cielo era particolarmente limpido. Sanae pensò che forse, dato che le stelle sembravano tanto vicine, un’eco del suo desiderio avrebbe anche potuto raggiungerle.
Esitò un istante, poi, con una calligrafia tremolante, per l’oscurità e per la mancanza di un appoggiò, scrisse i kanji sulla carta.
Si accorse che Misaki si era allontanato di un passo, abbassando gli occhi, per non vedere quello che lei scriveva.
Gli porse la penna con un sorriso e finse di guardare le stelle, mentre lui completava il suo tanzaku.
Si guardarono imbarazzati, il foglietto colorato tra le mani. L’oscurità nascose il rossore sulle guance di entrambi.
“Mettiamoli in alto”, propose infine Misaki, “Così la strada sarà più breve…”
Piegò il ramo più alto perché Sanae potesse facilmente raggiungerlo, poi, contemporaneamente, annodarono i due foglietti, entrambi intensamente concentrati nell’operazione, per evitare che gli occhi curiosi scivolassero sul biglietto dell’altro.
Misaki lasciò andare il ramo, che tornò a svettare sugli altri.
I tanzaku oscillarono nel vento, sulla cima del mazzo di bambù.
Restarono a guardarli in silenzio per qualche istante, sullo sfondo del cielo stellato.
Il sibilo di un fuoco d’artificio segnalò che, nel quartiere centrale, la festa era giunta al suo culmine.
“Ti accompagno”, disse il numero undici, “Si è fatto tardi.”
Sanae si stupì del tono deciso con cui il ragazzo aveva pronunciato la frase e non osò sollevare obiezioni.
Camminarono fianco a fianco nella strada deserta, senza parlare, mentre sopra le loro teste le geometrie dei fuochi coloravano il cielo.
Sanae, di tanto in tanto, sbirciava Misaki. Pareva assorto, le sopracciglia corrugate e lo sguardo fisso a terra. Prendeva a calci un sasso, giusto per sfruttare anche la strada per allenarsi. Le sembrò più alto e con le spalle più larghe rispetto al solito. Si sorprese a pensare se la maglia del torneo gli sarebbe ancora andata bene.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa senza aver proferito parola.
“Grazie per avermi accompagnato…”, ruppe il silenzio Sanae.
Misaki parve non aver sentito. Era intento a tenere il sasso in equilibrio sulla punta della scarpa.
Con uno scatto improvviso della caviglia, fece roteare il sasso in aria, per riprenderlo di nuovo prima che toccasse terra.
Finalmente alzò la testa.
“Tre gol, giusto?”
Di nuovo un tono che la ragazza non riconobbe. Il numero undici pareva più grande e più sicuro di sé. Ebbe la sensazione che Taro Misaki le si stesse trasformando sotto gli occhi.
“Sta bene”, disse, “Avrai i tuoi tre gol in finale.”
Una pioggia di stelle colorate suggellò la promessa.

∗ ∗ ∗

Capitolo terzo – Direi buonanotte fino al mattino

 

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