4 – CIÒ CHE AMOR VUOLE, AMORE OSA

Capitolo quarto

CIÒ CHE AMOR VUOLE, AMORE OSA

 

La Nankatsu rientrò negli spogliatoi stanca, ma soddisfatta. Erano passati per ben due volte in vantaggio. La vittoria non sembrava così lontana.
Ora era importante riposare il più possibile per poter affrontare al meglio i 45 minuti del secondo tempo. Supplementari esclusi, ovviamente.
I ragazzi si buttarono famelici sulle fette di limone preparate dalle manager. Forse i contenitori non erano poi così tanti.
“Dov’è il nostro eroe?”, chiese Izawa sospettoso, non vedendo Misaki.
“È uscito per ultimo dal campo, ora vedrai che arriva”, rispose Ishizaki, addentando la settima fetta, “Lasciategli qualcosa da mangiare…”


Misaki strinse più forte il pugno, appoggiandosi alla parete.
L’entrata di Hyuga era stata durissima e ora sentiva la caviglia gonfiarsi di secondo in secondo. Sawada gli era sfuggito proprio perché il piede non aveva risposto come avrebbe dovuto.
Zoppicava verso gli spogliatoi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere fiato.
Il secondo tempo sarebbe stato lunghissimo, pensò, altro che fare un altro gol…
“Misaki-san!”
Il numero undici si voltò sorpreso.
La team manager aveva in mano la cassetta del pronto soccorso.


Misaki chiuse dietro di sé la porta dell’infermeria.
“Che cosa ci fai qui?”, chiese stupito, “È proibito alle manager scendere negli spogliatoi durante la partita…”
“Non puoi certo giocare il secondo tempo con la caviglia conciata a quel modo”, rispose la ragazza.
Misaki la guardò sorpreso. Aveva fatto di tutto per evitare di zoppicare. E lei, dagli spalti, se n’era accorta lo stesso.
“Vediamo com’è il danno”, disse Sanae, “Una medicazione dovrebbe aiutarti.”
Il numero undici arrossì al solo pensiero.
“No… no… È una cosa da nulla…”, protestò.
“Non riuscivi nemmeno a camminare nel corridoio…”, insistette Sanae.
Aveva ragione. Non sarebbe mai riuscito a rientrare in campo in quello stato.
Rassegnato, si sedette sul lettino in modo che Sanae potesse esaminargli la caviglia.
La ragazza con la punta delle dita, gli sfiorò il collo del piede.
Misaki serrò gli occhi, dato che non poteva nascondersi.
Si accorse che le mani di Sanae restavano immobili. Gli sembrò quasi di percepire un tremito.
Aprì gli occhi stupito.
Sanae si voltò di scatto e, con le guance in fiamme, si mise a frugare nella cassetta del pronto soccorso alla ricerca delle bende.
Evidentemente, la manager era più imbarazzata di lui.
“Sanae-chan…”, mormorò.
Sanae si fermò all’improvviso.
“Scusami…”, disse la ragazza, senza guardarlo, “Solo che…”
Solo che era corsa negli spogliatoi senza nemmeno pensarci. Aveva notato che Misaki zoppicava e si era precipitata da lui, a dispetto del regolamento, delle apparenze, della prudenza.
E ora, soli nell’infermeria silenziosa, le mani le tremavano…
“Sanae-chan…”
Sanae alzò lo sguardo.
“Ci penso io…”, disse Misaki con un sorriso gentile, “Lo sai che so fare le fasciature…”
La team manager riprese il controllo di sé.
“No… no…”, sorrise, “Va tutto bene…”
Recuperò le bende nella cassetta e cominciò la medicazione.
Misaki sentiva le mani esitanti di Sanae muoversi delicatamente intorno alla sua caviglia.
La stanza bianca e fresca e i rumori ovattati provenienti dallo stadio davano la sensazione di trovarsi in un fiocco di neve che volteggiava lento nel cielo invernale.
I minuti sembravano scorrere lentissimi, in un fiume al margine del tempo.
Per un istante, Misaki sperò che si fermassero.
Invece, Sanae terminò la medicazione.
“Ho finito”, disse, “Prova a camminare.”
Misaki si alzò obbediente.
Nessun dolore.
Spostò prudentemente il peso del corpo.
Nulla.
La fasciatura era davvero comoda ed efficace.
“Grazie…”, disse.
Sanae fece un sorriso imbarazzato e mise la mano sulla maniglia della porta.
Dal corridoio, arrivò improvviso il vociare dei giocatori.
“Ferma!”, esclamò Misaki, bloccando la porta con un gesto deciso.
Sanae lo guardò stupita.
“Se ti vede Izawa…”, spiegò arrossendo il numero undici.
La team manager intuì.
“Ti ha preso di mira per via dei tre gol?”, chiese.
Misaki sorrise.
“Avrebbe trovato un altro motivo. Non è la prima volta.”
“Izawa è la malignità fatta persona…”, osservò Sanae.
“Basta non ascoltarlo…”, rispose Misaki.
“Non è così semplice “, replicò la ragazza, “Ha la capacità di leggerti dentro e di dire la cosa che può farti più male…”
Le voci in corridoio si spensero in lontananza.
“Il problema è che, a furia di calunnie, finisce con il dire la verità…”, aggiunse a mezza voce Sanae.
“Sanae-chan…”
Misaki aspettò che lei lo guardasse negli occhi.
“Izawa mente anche quando dice la verità. Non credergli mai.“


“Ma dove diavolo sei stato? Ti avevamo dato per disperso!”, esclamò Ishizaki.
Misaki farfugliò una scusa arrossendo, sotto lo sguardo interrogativo dei compagni che stavano riprendendo le loro posizioni in campo.
Izawa ridacchiò, soddisfatto dell’imbarazzo del numero undici. Ormai era costantemente sotto processo.
“Per un momento ho sperato che non rientrasse in campo…”
La voce di Hyuga fece voltare il numero otto.
“Non so che diavolo gli abbiate fatto…”, continuò il capitano della Toho all’indirizzo di Izawa, “Ma sembra di giocare contro Tsubasa, maledizione!”
Izawa sentì il sangue andargli alla testa.
Hyuga che metteva Misaki sullo stesso piano di Tsubasa… La misura era veramente colma!
Guardò con odio il numero undici.
Gli mancava ancora un gol per mantenere la promessa fatta alla manager.
Ora vedremo, artista del centrocampo, pensò.


Da cinque minuti buoni, Yukari non faceva che spostare lo sguardo dal sedile vuoto di Sanae al centrocampo, in cui Misaki insisteva a non apparire.
Quella faccenda dei tre gol non le piaceva per niente.
A che gioco stava giocando Sanae?
Nella notte, mentre le cicale e il caldo non la lasciavano dormire, aveva sentito uno scricchiolio dalla stanza dei ragazzi. Poco dopo, due voci appena percettibili avevano cominciato a sussurrare nella notte.
Aveva visto che Sanae non era nel suo futon e si era chiesta chi fosse l’interlocutore.
Ora le appariva chiarissimo che non poteva trattarsi che di Taro Misaki.
Che diavolo significava quella scena da Romeo e Giulietta?
Finalmente, Sanae spuntò dalla scala delle tribune.
Yukari non le diede nemmeno il tempo di sedersi.
“Dove diavolo sei stata?”
Sanae non rispose, gli occhi che frugavano tra le maglie bianche.
Yukari seguì il suo sguardo e vide il numero undici fare la sua comparsa in campo. Appena raggiunto il suo posto, Misaki sorrise a Sanae sugli spalti.
Yukari si voltò verso l’amica.
Bisognava parlare a quattr’occhi. E subito.


La Nankatsu aveva ripreso il controllo della partita, con Misaki che riusciva a spaziare dall’attacco alla difesa, come se non accusasse la fatica, e, in aggiunta, Izawa che aveva deciso di far ammattire i terzini della Toho.
All’ennesimo duello perso, Hyuga si lasciò sfuggire un gesto di stizza.
“Dannazione! Ora basta!”, gridò all’indirizzo di Sawada, “Chiudiamo questa maledetta partita!”
Due rapidi scambi e la coppia d’oro della Toho scese velocissima, seminando il centrocampo della Nankatsu. Hyuga allargò sulla destra per l’agile e minuto centrocampista, che restituì prontamente il pallone al capitano, smarcatosi in posizione di tiro.
“Vai, Hyuga!”
Il capitano della Toho caricò il più micidiale dei suoi tiri. Ma un lampo bianco lo abbagliò all’ultimo, costringendolo a chiudere gli occhi. Li riaprì immediatamente, sorpreso.
Il fulmine bianco, con il numero undici sulle spalle, gli aveva fatto sparire il pallone dai piedi e ora stava scendendo velocissimo verso la porta di Wakashimazu.
I difensori della Toho tentarono freneticamente di opporsi alla discesa di Misaki, ma invano. Il suo velocissimo dribbling ne lasciò almeno tre col sedere per terra.
Il numero undici vide Izawa libero al limite dell’area ed effettuò un cross millimetrico.
Il numero otto si ritrovò addosso tre difensori.
“Passa!”, gridò Misaki, smarcato al centro dell’area.
Izawa non lo degnò nemmeno di uno sguardo.
I tre difensori lo chiudevano da ogni lato, impedendogli il tiro.
“Passa!!”, gridò di nuovo Misaki.
Ma Izawa non aveva nessuna intenzione di passare, anche a costo di perdere il pallone. Era stufo di ruoli da comparsa. Il gol della vittoria lo avrebbe fatto lui, non l’odiato numero undici.
Hyuga decise che ne aveva abbastanza di quell’idiota.
“Stendetelo”, gridò ai difensori, “O lo faccio io!”
Il numero otto sfruttò il suo perfetto controllo di palla per resistere al primo difensore, al secondo, al terzo…
Ma un quarto marcatore entrò con precisione millimetrica sul pallone, soffiandoglielo da sotto il naso.
Izawa si stupì che Hyuga fosse intervenuto con tanta classe, lasciandogli intatte le gambe. Alzò gli occhi e vide invece Misaki che, sotto gli sguardi attoniti dell’intera Toho, metteva la palla all’angolino.
“Treeeeee!!!!!!”, sentì gridare dagli spalti.


Izawa, paralizzato al limite dell’area, seguì con lo sguardo la corsa dei suoi compagni, che andavano ad abbracciare il numero undici.
Il fischio finale gli tolse ogni speranza di protagonismo.
Avevano vinto. Ma lui aveva perso. Con in più la beffa di vedersi soffiato il pallone proprio dall’odiato compagno di squadra.
Tutti festeggiavano, quando lui aveva solo voglia di piangere. Per un istante, pensò di imbucarsi nello spogliatoio della Toho, dove avrebbe trovato uno scenario più consono al suo umore.
Poi accadde qualcosa, qualcosa che riaccese in Izawa la speranza della vendetta.
Misaki, liberatosi dall’abbraccio dei compagni, si voltò verso gli spalti.
E, a dispetto di tutta la sua proverbiale timidezza e riservatezza, fece un chiaro gesto di dedica all’indirizzo di Sanae.
Izawa lo guardò stupito.
Il numero undici fissava la manager, elemosinandone il sorriso.
Izawa sogghignò all’idea che la sua calunnia stesse mettendo solide radici nella realtà.
Evidentemente, Taro Misaki era davvero cotto di Anego. E cotto al punto da farle una dedica davanti agli occhi dell’intero stadio.
La situazione giusta, un piccolo aiuto, e si sarebbe davvero dichiarato alla fidanzata di Tsubasa, polverizzando in un istante la propria fama di amico fedele ed affidabile per eccellenza.
In aggiunta, si sarebbe ritrovato col cuore spezzato dall’inevitabile rifiuto della vergine di ferro Sanae Nakazawa.
Davvero una magnifica storia…
Uno scenario giusto…, pensò, Uno scenario giusto è proprio quello che ci vuole.


“Cinque anni!”, gridò Kisugi, “Abbiamo vinto come cinque anni fa!”
“E quindi ora ne vinceremo tre di fila!”, replicò Ishizaki.
Qualcuno bussò alla porta dello spogliatoio, interrompendo il vociare dei festeggiamenti.
“Avanti!”, esclamò magnanimo il capitano.
La prima manager si affacciò all’ingresso.
“Misaki-san, c’è una ragazza che vuole parlarti…”
Izawa alzò le sopracciglia, con aria interessata. Forse la giornata poteva ancora riservare qualche soddisfazione.
“Manager, non mi dirai che stai portando il messaggio di un’ammiratrice di Misaki…”
Il numero undici arrossì violentemente.
Sanae ignorò il commento e accompagnò Misaki fuori dallo spogliatoio.
“Non sembra un’ammiratrice…”, gli disse, “Sembra più… una parente!”
“Una… parente?”, chiese esitante Misaki.


La ragazzina indossava un grazioso abito estivo, a colori vivaci. Tra le braccia aveva un grande mazzo di fiori, accuratamente confezionato con un fiocco bianco.
Misaki la vide in fondo al corridoio dello spogliatoio e sentì le gambe tremargli.
“Buonasera, Misaki-san…”, disse timidamente la ragazzina, appena il numero undici si fu avvicinato.
Misaki mormorò un saluto in risposta.
“Io… mi chiamo Yoshiko…”, continuò lei, “…Sono la figlia di Yumiko Yamaoka…”
“Sì…”, rispose Misaki, “L’ho capito subito…”
La ragazzina fece un passo avanti e gli porse il mazzo di fiori.
“Complimenti per la vittoria…”, sorrise timida.
“Grazie…”, replicò il numero undici a voce appena percettibile.
La ragazzina si rigirò tra le dita un angolo del vestito, con imbarazzo infantile.
Misaki seguiva con lo sguardo i disegni del linoleum sul pavimento.
“Io e la mamma abbiamo tifato per te per tutto il torneo…”, cominciò, “Ora viviamo a Sendai, sai…”
Il numero undici ebbe l’impressione che il soffitto scendesse lentamente a schiacciarlo. L’aria gli pareva ad ogni istante più povera d’ossigeno.
“Io… Io non avevo idea di avere un fratello maggiore…”, continuò la ragazzina imbarazzata, “La mamma me l’ha detto solo il mese scorso…”
Misaki sentì un’insopportabile pressione alla gola. Gli sembrò di essere sul punto di soffocare.
La ragazzina sembrava cercare nell’angolo del vestito il coraggio per fare la sua richiesta.
Finalmente alzò lo sguardo e Misaki si sentì inchiodato da due occhi decisi e imploranti.
“Lo so che la odi ancora per averti abbandonato!”, esplose lei, “Ma ti supplico! Vieni a incontrare la mamma almeno una volta!”
Due grosse lacrime le rigarono le guance, per cadere sul vestito, lasciando due linee scure.
Si voltò all’improvviso, corse via e, in pochi istanti, scomparve nell’oscurità del corridoio.
Misaki, invece, si accorse di essere assolutamente incapace di muoversi.
Le mani reggevano il mazzo di fiori senza stringerlo, irrigidite in una posa innaturale. I piedi sembravano inchiodati al pavimento.
Per un lunghissimo istante, Taro Misaki credette di essere condannato a rimanere lì per l’eternità.
Improvvisamente, sentì rotolare lungo le guance due grosse lacrime. Il bruciore sulla pelle lo riscosse.
Con uno scatto improvviso sollevò il mazzo di fiori con entrambe le mani e lo scaraventò a terra con tutta la forza di cui era capace. I petali colorati esplosero in tutte le direzioni, riempiendo il corridoio.
Sentì un singhiozzo scuotergli il petto. Serrò gli occhi, nel disperato tentativo di soffocarlo. Le orecchie gli ronzavano e le lacrime presero a scorrere irrefrenabili.
“Taro-chan…”
Qualcuno gli stava delicatamente tirando la maglia.
Misaki spalancò gli occhi.
Tra i petali che ancora svolazzavano nel corridoio, apparve Sanae.
“Non mi sentivi…”, si scusò imbarazzata la ragazza, porgendogli un fazzoletto.
“Credo sia il tuo”, sorrise, “Avevo dimenticato di restituirtelo.”
Incapace di proferire parola, Misaki prese il fazzoletto e si asciugò, con gesto infantile, le guance e il naso.
Sanae si accorse che stava tremando.
“Vieni”, disse, “Ti preparo una tazza di tè…”
“No…”, mormorò il numero undici, “Grazie…”
La voce e le gambe erano ancora malferme.
“Oh, ecco dov’eri!”
La voce di Ishizaki annunciò l’arrivo del resto della squadra.
“Pensavamo di fare qualcosa di fuori dal comune per festeggiare la vittoria. Izawa ha proposto di andare tutti a fare un pic nic sulla spiaggia e restare svegli fino all’alba, per vedere il sole sorgere sull’oceano. A me, che sono il capitano, l’idea è piaciuta da pazzi. Quindi è deciso: domani sera tutti alla spiaggia! Manager, sei invitata solo se prometti di non farci allenare!”
Izawa squadrò da capo a piedi Misaki. Aveva l’aria sconvolta e le gambe gli tremavano. Sanae non gli toglieva gli occhi di dosso, con espressione evidentemente turbata. I fiori distrutti aggiungevano un ulteriore tocco drammatico.
La sua fantasia si mise febbrilmente al lavoro.

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Una favola narrata da un idiota

 

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