5 – UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

Capitolo quinto

UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

 

Sanae ricalcolò mentalmente gli ingredienti che le servivano per preparare la quota di bento che le spettava. Lei e Yukari se li erano equamente divisi, lasciando a Kumi di occuparsi delle bibite. Considerando l’appetito insaziabile dei ragazzi e il fatto che, di sicuro, qualcuno avrebbe proposto lo spuntino di mezzanotte, le toccava preparare almeno una quindicina di cestini individuali. Un lavoro che le avrebbe richiesto quasi l’intera giornata.
Il carrello era quasi pieno e si pentì di non essersi fatta accompagnare dal padre. Si caricò i sacchetti tra le braccia e uscì dal negozio tenendoli in equilibrio precario, intravedendo a fatica la strada davanti a sé.
Pochi passi e andò a sbattere contro la ruota di una bicicletta.
“Mi scusi!”, disse, tentando di non far cadere nulla dai sacchetti.
“Manager!”
Sanae sbucò a fatica dalle buste della spesa.
“Misaki-san! Ti prego! Dammi una mano!”


Seduti al tavolo della caffetteria, Ishizaki, Kisugi e Taki sorbivano in silenzio la loro bibita, mentre Izawa li preparava allo spettacolo a cui avrebbero assistito durante la serata.
“Le ha dedicato la vittoria davanti a tutti… Non l’ho mai visto fare nemmeno a Tsubasa… È proprio cotto, evidentemente.”
Ishizaki si mosse sulla sedia.
“Vedrete questa sera…”, incalzò Izawa, “Il mare sullo sfondo, la luce incerta del falò, le stelle a fare da cornice… Uno scenario perfetto per una dichiarazione, particolarmente adatto a un animo romantico come quello del nostro Misaki… Sono sicuro che troverà una scusa per appartarsi con lei e dirle finalmente quello che prova…”
“Sono stanco delle tue menzogne…”
La voce di Ishizaki aveva interrotto la scena sul più bello.
Izawa lo guardò stupito. Come si faceva a non essere presi dal racconto?
“Misaki ha la ragazza a Parigi e Anego è la fidanzata del suo migliore amico!”, esclamò Ishizaki, alzandosi di scatto e battendo i pugni sul tavolo, “Per lui è un’amica e nient’altro! E chiunque sostenga il contrario dovrà vedersela con me!”
“Ma certo, Ishizaki! Misaki ha la fidanzata a Parigi e per questo ha fatto voto di castità!”, colse la palla al balzo Izawa, “Ma non avete visto ieri?”
Ishizaki fremeva di rabbia, strinse i pugni ancora più forte.
“Che cosa avremmo dovuto vedere ieri?”, si incuriosì Taki.
“È talmente chiaro!”, rise Izawa, “Fidanzata o non fidanzata, Misaki usciva con un’ammiratrice, che gli ha portato dei fiori dopo la partita. Lui ne ha approfittato per mollarla per la manager e lei gli ha distrutto il mazzo di fiori sulla testa!”
La squadra ammutolì. La scena del giorno prima aveva oggettivamente lasciato tutti molto perplessi.
Izawa approfittò del momento di spaesamento del suo uditorio.
“La fidanzata a Parigi, l’ammiratrice e la manager! Davvero un bravo ragazzo il vostro Misaki!”
Ishizaki non poté sopportare oltre. Caricò il destro e lo stampò in faccia a Izawa.
“Ti farò ingoiare tutte le tue calunnie!”, gridò prendendolo per la camicia, nonostante il tavolo che li divideva.
Kisugi e Taki intervennero prontamente.
“Ora basta, Ishizaki! Calmati!”
Izawa si ripulì il sangue del labbro col dorso della mano.
“Mi hai dato un pugno perché sai che è vero…”, ghignò, girando lo sguardo verso la vetrina.
La sorte gli fornì un insperato aiuto.
“Toh!”, indicò, “Eccolo là, il tuo cavaliere senza macchia!”
Gli sguardi di tutti seguirono il gesto di Izawa.
Sul marciapiede opposto, Misaki stava aiutando Sanae con la spesa, con affettuosa premura.
Ishizaki si lasciò ricadere sulla panca, con la testa tra le mani.


“Davvero mangiamo tutta questa roba?”
Misaki spingeva a fatica la bicicletta su cui avevano caricato tutti i sacchetti di Sanae.
“No”, rise la ragazza, “Ne mangiate almeno il doppio.”
Il numero undici sorrise timidamente.
“Ci vorrà quasi l’intera giornata per preparare quello che poi spazzolerete in pochi minuti”, aggiunse Sanae.
Guardò Misaki. Il giorno prima, durante il viaggio di ritorno, non aveva detto nemmeno una parola. Mentre gli altri festeggiavano, lui guardava un punto lontano, fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri. Il volto era pallido e tirato, una ruga sottile gli solcava la fronte, dandogli un’espressione insolitamente dura, che lei non gli conosceva.
Il suo sguardo sembrava provenire da una profondità remota, come segnato dall’eco di un dolore antico.
Sanae lo guardò di nuovo, mentre spingeva la bicicletta con la sua spesa. Pareva aver ripreso la consueta espressione gentile, solo un po’ meno sorridente e un po’ più malinconica del solito.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa. Sanae esitò un istante. Poi chiese:
“È vero che sai cucinare?”


Misaki scosse la padella con un abile movimento del polso, poi, con un colpo secco, fece saltare la frittata, che ricadde perfettamente girata nel tegame.
Sanae non poté trattenersi dall’applaudire il cuoco giocoliere.
“A Parigi abbiamo fatto mesi a frittate e omelettes”, spiegò Misaki imbarazzato, “È solo questione di allenamento…”
Il numero undici in cucina era decisamente abile, pensò Sanae.
Contava di fargli tagliare la verdura e, invece, si era ritrovata lei a fare da assistente, mentre lui preparava le cose più complesse. Alla fine, si era messa a fare il lavoro meccanico di modellare gli onigiri, le polpette di riso avvolte nei fogli d’alga. Ma, anche lì, Misaki era arrivato a darle una mano, visto che aveva finito rapidamente tutto quello che aveva da fare. Depose l’ultimo triangolo di riso nel bento e si lavò le mani, per liberarle dal sale.
Avevano finito con largo anticipo. Mancava più di un’ora all’appuntamento per la serata.
“Credo che ci meritiamo un tè…”, propose Sanae.
Misaki annuì.
Aveva parlato lo stretto indispensabile per tutto il tempo in cui avevano cucinato e Sanae non aveva insistito nel fare conversazione.
“Ora ti mostro io un gioco di prestigio”, sorrise la ragazza.
Da una scatola dorata, estrasse due fiori secchi, distribuendone uno per tazza.
“Tè al crisantemo”, spiegò.
Aggiunse l’acqua bollente e, sotto lo sguardo meravigliato di Misaki, il fiore distese lentamente i suoi petali, riprendendo i colori originari. Pareva sbocciare nella tazza, come tornato alla vita.
Misaki finalmente sorrise.
“Scusami per ieri…”, disse Sanae.
Il ragazzo la guardò attraverso le nuvole di vapore profumato.
“Scusa se ti ho chiamato per nome… L’ho fatto senza pensarci…”, continuò la ragazza, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Stava portando altre bibite nello spogliatoio, quando aveva visto Misaki scaraventare a terra i fiori. Lo aveva chiamato, ma lui non aveva risposto, le spalle scosse dai singhiozzi. Si era avvicinata, ma di nuovo lui non aveva sentito la sua voce, come se fosse diventato improvvisamente sordo. Si era riscosso solo quando lo aveva chiamato per nome, tirandolo per la maglietta. Ma l’espressione con cui l’aveva guardata era così spaventata che si era sentita come se gli avesse strattonato il cuore, non la maglia.
Misaki la guardò sorpreso.
“Veramente… Sono io che ti devo delle scuse…”, disse piano.
Cercò nei petali del fiore la calma e la sicurezza che gli servivano per quel discorso.
“E anche delle spiegazioni…”, continuò, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Sanae stava per protestare che non le doveva proprio nulla, tanto meno delle spiegazioni, ma Misaki la anticipò.
“La ragazza di ieri è la figlia di mia madre.”
Sanae ebbe un attimo di smarrimento.
“Come?”
“Mia madre mi ha abbandonato quando ero molto piccolo”, spiegò Misaki, con voce ferma, “Si è risposata e ora ha una nuova famiglia. Quella era sua figlia. Ha detto di chiamarsi Yoshiko.”
Bevve un sorso di tè.
“Suppongo si debba dire che è mia sorella”, aggiunse.
Sanae cominciò a intravedere un senso nella scena del giorno prima.
“Sei anni fa, quando mio padre doveva partire per la Francia”, continuò Misaki, “mia madre chiese di prendersi cura di me.”
Gli occhi erano tornati a seguire il lento fluttuare del fiore nella tazza.
“Io mi rifiutai anche solo di incontrarla e partii per Parigi”, seguitò, “Ieri, sbucata dal nulla, è arrivata quella ragazza, a dirmi che dovrei superare il mio odio e il mio rancore per incontrare mia madre, almeno una volta.”
Aveva parlato con tono calmo e misurato, come per fare una descrizione oggettiva dei fatti.
Si alzò e si avvicinò alla finestra. Guardò verso l’orizzonte, dove l’afa sfumava il confine tra il cielo e il mare.
“Mi dispiace…”, disse piano, “Ho avuto una reazione… infantile… Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere al pessimo spettacolo…”
Sanae lo guardò ammutolita.
Si avvicinò anche lei alla finestra.
“Non lo sapevo… Dev’essere stato terribile… Mi dispiace, Misaki-san…”, mormorò.
Misaki si voltò verso di lei.
“Preferivo Taro-chan…”, sorrise.
La luce estiva tra le tende bianche disegnava le sagome di due figure vicinissime.
Nel silenzio della cucina, Sanae credette di poter sentire distintamente il battito accelerato del proprio cuore.
“Taro-chan…”, mormorò.
Drrrrrrrrrrriiiiiiinnnnnn!
Il campanello della porta riempì la casa.


Gli onigiri erano riusciti con le forme più irregolari possibili.
Tanto non li avrebbero nemmeno guardati e li avrebbero trangugiati interi, pensò Yukari.
Li aveva fatti in fretta e furia, come tutto il resto, per potersi fiondare in anticipo a casa di Sanae.
Non ci aveva dormito l’intera notte.
Li aveva osservati in treno, durante il viaggio di ritorno dal torneo. Silenziosi e assorti, non facevano che cercarsi con lo sguardo.
Era chiaro che qualcosa poteva succedere, stava per succedere, forse era già successo.
E Yukari non aveva dubbi: avrebbe portato solo una montagna di guai.
Tsubasa troppo lontano, Misaki troppo vicino.
Una serata sulla spiaggia, in quelle condizioni, era una situazione esplosiva.
Doveva parlare con l’amica, e subito.
Aveva premuto con impazienza il campanello, facendolo vibrare come un allarme in una caserma di pompieri, e ora aspettava solo che Sanae le aprisse la porta per investirla di domande per cui non avrebbe accettato risposte vaghe.
La porta bianca si aprì lentamente, dopo qualche secondo.
E Yukari ebbe la sua risposta, chiarissima.
Con le guance scarlatte e l’aria di chi è stato colto sul fatto, nella cornice della porta apparvero Sanae e, pochi passi più indietro, Misaki.
Una montagna di guai…, pensò Yukari.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Notte di mezz’estate

 

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