6 – NOTTE DI MEZZ’ESTATE

Capitolo sesto

NOTTE DI MEZZ’ESTATE

 

Una ventina di biciclette colorate, addossate l’una all’altra, si affollavano intorno al piccolo capanno. Gli ultimi bagnanti lasciavano la spiaggia sotto la luce calda del tramonto. Le barche bianche e azzurre aspettavano rovesciate la pesca dell’indomani.
“Scommetto che vi addormenterete tutti!”, esclamò Ishizaki, “E l’alba la vedrò solo io!”
“Ma se tu non riesci a tenere gli occhi aperti nemmeno di giorno!”, lo apostrofò Taki, “È un miracolo che non ti addormenti nel bel mezzo di una partita!”
Kisugi si mise a ispezionare meticolosamente i bento.
“Questo onigiri è terribile! È tutto bitorzoluto! Che diavolo gli è successo?!”
“La prossima volta li farai tu e sembreranno delle opere d’arte!”, si risentì Yukari.
“La verità è che non ci metti affetto!”, rincarò Ishizaki, “Guarda questo della prima manager: sembra un quadro.”
Nel portavivande ovale, gli onigiri, il rotolo di frittata e le verdure componevano in effetti un disegno equilibratissimo per forme e colori.
“Non è merito mio”, ammise Sanae, “Quello lo ha preparato Misaki. Si vede il talento dell’artista…”
L’intera squadra si voltò in direzione del numero undici.
“Beh?”, intervenne Sanae, “Credevate che fosse proibito dare una mano? Certo, considerata la vostra abilità in cucina, forse dareste più lavoro che altro…”
“Davvero un uomo da sposare il nostro Misaki, eh?”, osservò Izawa con un sorrisetto, mentre le guance del numero undici andavano in fiamme.
“Tutto il contrario di te, Izawa”, lo incenerì Sanae.


L’inevitabile partita di calcio durò fino alla scomparsa del pallone, inghiottito dall’oscurità.
Seguendo fedelmente le indicazioni dell’abile regista della serata, il falò venne acceso nel punto più riparato della spiaggia e attrasse i ragazzi come falene.
Nonostante le buone intenzioni, qualcuno cominciava già a sbadigliare.
Izawa notò che Misaki si era seduto in disparte, lo sguardo perso sulle luci delle imbarcazioni, e pensò che fosse il momento giusto per cominciare l’ultimo atto.
“Ti devo delle scuse, Misaki”, esordì, sedendosi accanto a lui.
“Come?”, rispose Misaki sorpreso.
“Ti devo delle scuse…”, ripeté Izawa, “Questa volta ho davvero esagerato con le prese in giro…”
Fece una sapiente pausa, mentre Misaki lo guardava sospettoso.
Chinò la testa, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, come se fosse l’ultima cosa al mondo che avrebbe voluto dire, sfoderò la battuta più geniale di tutto il suo copione:
“Mi costa moltissimo ammetterlo… Ma la verità è che sono invidioso perché la manager è innamorata di te.”
Misaki si alzò in piedi di scatto.
“Izawa, adesso falla finita!”
Il numero otto si finse sorpreso.
“Farla finita? Ero il primo a non volerci credere! Ma i ragazzi hanno ragione! Solo un cieco potrebbe non notarlo! Non ha occhi che per te!”
Misaki lo afferrò per un braccio, costringendolo ad alzarsi.
“Ora basta! Chiudiamo questa faccenda una volta per tutte!”
“Vuoi picchiarmi sotto i suoi occhi? Sono sicuro che ti sta guardando anche in questo momento…”, arrischiò Izawa, sapendo che il numero undici non avrebbe mai avuto il coraggio di andare a vedere il bluff, “E scommetto che se solo ti allontani, ti seguirà nel giro di qualche minuto…”
Misaki rispose con uno spintone.
“Vattene al diavolo!”, esclamò.
E si avviò deciso in direzione delle barche rovesciate dei pescatori.
Izawa sogghignò:
“Scommessa accettata, vedo…”


“Ho assolutamente bisogno di parlarti”, insisté Yukari, che era finalmente riuscita a trarre in disparte Sanae, “È importante!”
“Non ora”, rispose l’amica.
“Domani sarà troppo tardi!”, esclamò Yukari, “Lo vuoi capire che Misaki si è preso una cotta per te?”
Sanae sembrava non ascoltarla, gli occhi fissi verso Izawa e Misaki, che sembravano impegnati in una discussione non proprio amichevole.
“Sanae! Ascoltami!”, gridò Yukari.
“Yukari! Non ora!”, ribatté Sanae, piantandola in asso.


Izawa, con aria soddisfatta, guardava il mare.
La prima scena era riuscita alla perfezione. Con la più feroce delle menzogne, aveva preparato il suo primo attore alla scena madre. Ora Misaki si aggirava nella zona buia della spiaggia tra i barconi dei pescatori. Una scenografia perfetta.
A questo punto, si trattava solo di mandarci Sanae, con una scusa qualsiasi. Vedendola arrivare, Misaki avrebbe creduto alle sue bugie e avrebbe finalmente trovato il coraggio di dichiararsi, incassando così lo sdegnato rifiuto della manager.
Nel giro di una mezz’ora al massimo, i due sarebbero tornati indietro, lei furiosa e lui con l’aria del cane bastonato, tra i mormorii di sconcerto e di disapprovazione del pubblico raccolto intorno al falò.
Applausi, grazie.
“Che diavolo gli hai detto?”
La voce irritata di Sanae alle sue spalle lo sorprese. Non c’era nemmeno stato bisogno di andare a cercarla.
“Io?”, disse Izawa, voltandosi con tono innocente, “Assolutamente nulla! Vai a chiederglielo, se non mi credi!”
Sanae lo guardò con disprezzo.
“Sarà stata una delle tue solite cattiverie!”, esclamò. E si diresse decisa nella direzione in cui il buio della notte aveva appena inghiottito Misaki.
Troppo facile…, pensò Izawa, Così quasi non c’è gusto…


Intorno al fuoco, tutti andavano via via cedendo al sonno.
Izawa aveva lo sguardo fisso alla zona della spiaggia da cui avrebbero dovuto ricomparire Misaki e Sanae, ma ormai erano passate quasi due ore e ancora non si vedeva nessuno.
Certo, Misaki era disgustosamente timido, quindi l’avrebbe decisamente presa alla lontana.
Il numero otto ebbe un gesto di nervosismo. Tutta quella splendida scenografia sprecata per un incapace! Di sicuro le avrebbe detto anche le cose sbagliate… Che maledizione le recite a soggetto!
Izawa si guardò intorno. Ormai intorno al fuoco tutti gli altri si erano addormentati.
Solo Ishizaki si sforzava di restare sveglio, facendo violenza alle proprie palpebre.
“Avete visto Sanae?”
La voce di Yukari lo riscosse.
“È andata di là”, rispose Izawa, indicando con decisione il punto opposto rispetto a quello in cui erano spariti Sanae e Misaki.
Yukari si allontanò con passo bellicoso.
Ishizaki sorrise soddisfatto.
“Ho visto Misaki andare dall’altra parte”, disse, “Avevo ragione. Le tue erano solo menzogne.”
E si strinse nella coperta, per abbandonarsi al più sereno dei sonni.
“Menzogne un accidente! È adesso che comincia il bello! Muoviti!”, lo trascinò Izawa.


Yukari aveva percorso avanti e indietro la spiaggia fin dove le luci permettevano di arrivare, ma, di Sanae, non c’era traccia. Ritornò al falò e vide che erano scomparsi anche Ishizaki e Izawa.
Si sedette accanto al fuoco per ravvivarlo, l’aria della notte era diventata improvvisamente fredda, nell’ora che precedeva il mattino.
Sanae non aveva voluto ascoltarla e, da ore, era scomparsa. Così come era scomparso Misaki.
Smosse le braci con un gesto di stizza.
Aveva un pessimo presentimento. La netta sensazione che tutto sarebbe andato nel peggiore dei modi.


Ishizaki inciampò per l’ennesima volta tra i barconi rovesciati.
“E fai piano!”, si stizzì Izawa, “Vuoi proprio svegliare tutti?”
“Non so perché mi sono fatto convincere…”, bofonchiò Ishizaki, “Non ci credo nemmeno se lo vedo! Le tue sono solo calunnie… Te l’ho dato troppo piano quel pugno stamattina!”
“Te l’ho detto, Ishizaki…”, insinuò velenoso Izawa, “Il pugno me l’hai dato perché ci credi anche tu…”
Ishizaki lo afferrò per un braccio.
“Io ti…”
Izawa gli mise una mano sulla bocca.
Una decina di metri più avanti, seduti su un barcone rovesciato, gli occhi fissi sull’oceano, Sanae e Misaki davano loro le spalle.
“Avviciniamoci…”, ordinò Izawa, “E stai zitto!”


Misaki aveva allungato il passo per allontanarsi il più velocemente possibile da Izawa e si era ritrovato tra i barconi dei pescatori, nella zona più oscura della spiaggia.
Sanae aveva ragione: il numero otto sapeva colpire, con crudele precisione, laddove poteva fare più male.
Quando aveva smesso di sentire le voci dei compagni in lontananza, Misaki si era seduto su un barcone rovesciato, lo sguardo fisso all’orizzonte scuro.
Raccontargli che Sanae era innamorata di lui…
Che cosa diavolo aveva in mente Izawa? In quale trappola voleva infilarli con quei suoi giochetti?
Cercava di recuperare la calma, seguendo le luci lente delle navi, quando qualcuno, avvolto nella notte, inciampò nei suoi più reconditi pensieri.
“Taro-chan…”
Misaki, sbigottito, vide Sanae che si arrampicava sul barcone, per sedersi di fianco a lui.
“Che cosa ti ha detto quel verme di Izawa?”, chiese la ragazza.
“Nulla”, rispose il numero undici, con un tremito nella voce.
Sanae sorrise.
“Che succede? Mi hai spiegato tu che non bisogna mai credergli, nemmeno quando dice la verità…”
Gli occhi di Misaki cercarono disperatamente rifugio nelle acque scure.
“Hai ragione…”, disse piano, “Dice solo menzogne…”
Sanae alzò lo sguardo alla volta stellata.
“Meglio del planetario”, rise. Poi aggiunse:
“Che cosa starai facendo tra cinque anni?”
Misaki colse al volo la possibilità di cambiare discorso.
“Le Olimpiadi…”, rispose, “Tra cinque anni, spero di essere nella nazionale olimpica…”
Fissarono la luna piena, che faceva impallidire le stelle. Sembrava una gigantesca medaglia d’oro.
“E tu?”, chiese Misaki.
Sanae si fermò a riflettere.
“Non ne ho idea…”, rispose infine, “In questo momento, tutto mi sembra possibile…”
La luce della luna modellava le sagome bianche delle barche, come dune di un deserto in miniatura. Il silenzio della notte era ritmato dal rumore quieto delle onde.
Misaki guardò le navi all’orizzonte.
Il tempo pareva immobile, il mondo lontanissimo.
Perfino le prime luci dell’alba sembravano trattenersi dallo spuntare, per non rompere l’incantesimo.
Sanae si mosse piano. Misaki si voltò e gli sembrò che fosse più vicina. Molto più vicina.
Tornò a guardare verso il mare.
La luna invidiosa cominciò a calare dietro il Fuji-san.
Le luci delle navi si muovevano lente in lontananza, confondendosi con le stelle appena sorte.
Finalmente un timido chiarore segnò la linea di demarcazione tra il cielo e il mare.
“Ci siamo…”, sorrise Sanae.
Lo sguardo di Misaki rimase imprigionato dalla ragnatela di quel sorriso, incapace di voltarsi verso l’orizzonte. Vide l’aria farsi via via più dorata intorno a lei, i suoi capelli muoversi nella brezza che saliva dal mare, i primi raggi del sole riflettersi nei suoi occhi spalancati per la meraviglia.
“Sanae-chan…”, mormorò.


“Mancano solo i pop corn…”, aveva sogghignato Izawa dalla sua postazione alle spalle di Misaki e Sanae.
La schiena comodamente appoggiata a un barcone, uno spettatore facilmente manipolabile come Ishizaki e una scena magistralmente costruita nei dettagli. Che cosa chiedere di più?
Per colmo di fortuna, il vento portava le parole della coppia verso mare, anziché verso di loro, e così Izawa poteva dare una sceneggiatura degna alla sua magnifica messa in scena, senza rischiare che il suo impacciato e balbuziente primo attore gli rovinasse tutto.
“Vedi, Ishizaki?”, aveva cominciato, “Come ti avevo detto… Se l’è portata qui con una scusa, e ora la sta prendendo alla lontana. Le sta dicendo che non si è mai dimenticato di lei, nemmeno negli anni in cui era in Francia e che lei è stata il suo primo pensiero quando è tornato in patria.”
Ishizaki tentò una timida protesta, ma Izawa lo zittì con una gomitata.
L’ispirazione lo travolgeva e non voleva smettere di ascoltare la propria storia, ansioso di vederne il finale.
“Vedi? Lei lo guarda stupita. Davvero l’ha pensata così tanto? L’idea la lusinga, naturalmente. E, imbarazzata, riporta lo sguardo sull’oceano. Ecco, lui la cerca con gli occhi. Improvvisamente sono più vicini. La luce traspare dall’orizzonte, ma lui non guarda l’alba, lo vedi, Ishizaki? Lui non riesce a staccare lo sguardo da lei… Di sicuro ora ha mormorato il suo nome… Lei si volta, lo guarda e…”
Il narratore ammutolì all’improvviso.
“Izawa?”
Ishizaki strinse con tutta la sua forza il braccio del numero otto.
“Izawa… Per favore… Dimmi che ho visto male…”, supplicò.
Il regista, attonito, guardava la sua storia andare miseramente in fumo per colpa di una prima attrice che non rispettava la parte.
“Izawa…”, implorò di nuovo Ishizaki.
“Hai visto benissimo, Ishizaki”, mormorò Izawa, “È stata lei a baciarlo…”

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – Non dubitare mai del mio amore

 

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