7 – NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

Capitolo settimo

NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

 

La testa appoggiata sul tavolo del bar, Izawa seguiva il movimento ipnotico delle bollicine che risalivano lente alla superficie del bicchiere di limonata.
Ci sarebbe voluto qualcosa di decisamente più alcolico per aiutarlo a riprendersi, ma i suoi diciotto anni, purtroppo, non glielo permettevano.
L’idea di raccontare che Misaki avesse una cotta per Sanae gli era piaciuta proprio perché priva di qualsiasi fondamento, come tutte le calunnie più efficaci. Quando la sua storia aveva cominciato a prendere inaspettatamente corpo nella realtà, era stato il primo a stupirsi.
Ma, si sa, la vita non fa che tentare invano di imitare l’arte.
Ora, però, la faccenda era molto diversa. L’arte restava sotto il rigoroso e onnipotente controllo del regista. La vita, invece, si permetteva di sfuggirgli da ogni lato, facendosi beffe di lui.
Batté un pugno sul tavolo.
Le bollicine si rincorsero rapide verso la superficie.
L’aveva baciato, dannazione!
Dopo aver recitato per anni la parte della fidanzata fedele, dopo aver respinto sdegnata qualsiasi invito e, soprattutto, dopo aver respinto lui, ecco che ora baciava Taro Misaki!
Quel goffo, smidollato, balbettante perdente che arrossiva a ogni istante!
Chiunque, ma non lui!
Non bastava che gli avesse rubato il posto in squadra?!
Lo sguardo feroce di Izawa risalì lungo la cannuccia, su cui le bollicine si arrampicavano allegre.
Era arrivato il momento di sistemare una volta per tutte la questione col numero undici.
Era arrivato il momento di distruggerlo.
Con un colpo dritto al cuore.


“Taro, sei sveglio?”
La voce di Ichiro Misaki chiamava dal corridoio.
Taro girò la testa verso l’orologio sul comodino e si rese conto che stava fissando il soffitto da oltre quattro ore.
Erano rientrati dalla spiaggia nella tarda mattinata e lui era salito direttamente in camera sua, si era sdraiato sul letto e da lì non si era più mosso, senza riuscire nemmeno ad addormentarsi.
Sanae lo aveva baciato.
Baciato.
Lui, Taro Misaki.
Sanae.
La fidanzata di Tsubasa.
Doveva esserci un errore. Da qualche parte, c’era di sicuro un errore.
Doveva rivederla. Subito. Per capire.
Fece per alzarsi.
No, meglio di no.
Le mani strinsero la coperta.
Sopportare il dubbio, pur di tenere in vita la speranza, o porre fine all’incertezza, col rischio che il castello di illusioni crollasse miseramente?
Una tortura.
Per l’ennesima volta, le sue paure, le sue insicurezze, la sua timidezza lo soffocavano.
Prese un ampio respiro.
Si alzò deciso, uscì dalla stanza e arrivò alla porta.
“Va tutto bene?”, chiese il padre.
Taro si bloccò, la mano sulla maniglia.
Non era mai andata meglio. O, forse, non era mai andata peggio.
“Sì, tutto bene”, rispose senza voltarsi. Poi aggiunse, mentendo per la prima volta in vita sua: “Vado a fare due passi sulla spiaggia…”


Izawa allungò le gambe sotto il tavolo della caffetteria.
Ishizaki lo guardò pieno di speranza.
“E davvero tu credi che, in questo modo, tornerà tutto come prima?”, chiese.
“Ne sono sicuro”, lo rassicurò Izawa, “La manager è distrutta, piange da stamattina. Si è resa conto di aver fatto una sciocchezza e ha bisogno del nostro aiuto per rimediare. Dobbiamo fare tutto il possibile, Ishizaki. Per il bene suo e di Tsubasa.”
Ishizaki annuì convinto.
“Ma anche per il bene di Misaki, naturalmente”, aggiunse subito Izawa, “Te la immagini che situazione al ritorno del capitano?”
Ishizaki impallidì. Non voleva nemmeno pensarci.
“Hanno bisogno di noi, Ishizaki”, ribadì il numero otto.
“Che cosa devo fare?”, chiese obbediente Ishizaki.
Izawa nascose un sorriso soddisfatto.
“Devi parlare con Misaki il prima possibile”, disse, “Spiegagli che la manager è disperata, che l’idea di aver tradito Tsubasa l’ha sconvolta e che si è resa conto di amarlo ora più che mai.”
Ishizaki annuì convinto. Era esattamente quello che si aspettava da Sanae.
Izawa si alzò per andarsene.
“Scusa…”, disse Ishizaki.
Il numero otto si voltò senza capire.
“Ti ho accusato di dire falsità e, invece, eri l’unico ad aver capito tutto…”, spiegò il difensore.
Izawa nascose una smorfia.
“L’unica cosa importante è che tutto torni al suo posto”, rispose, “Questa commedia è durata fin troppo.”


“L’ho baciato!”, esclamò Sanae, alzandosi di colpo a sedere sul letto.
Aveva dormito fino a metà pomeriggio e ora la nebbia del sonno si diradava lentamente, mettendo progressivamente a fuoco i contorni di un’immagine.
Scostò il lenzuolo con un gesto deciso e si precipitò allo specchio.
Apparentemente nulla sembrava cambiato dal giorno prima.
“Ho baciato Taro Misaki!”, ripeté.
L’immagine riflessa non sembrava voler tenere conto dell’informazione.
Afferrò il telefono.
“Mi spiace…”, disse all’altro capo Ichiro Misaki, “È uscito poco fa… Ha detto che andava alla spiaggia…”
Sanae infilò in fretta i vestiti, scese le scale di corsa e spalancò la porta.
E trovò Izawa che stava per premere il campanello.
“Che diavolo vuoi?”, lo apostrofò Sanae.
“Buongiorno anche a te, manager.”
“Scusa, devo andare”, tentò di dribblarlo la ragazza.
Il centrocampista non si fece saltare tanto facilmente.
“Che bacio romantico…”, ghignò, bloccandole il passo, “Davvero da cartolina…”
Sanae si morse le labbra. Quel dannato pettegolo li aveva visti. Era proprio vero: l’invidia non dormiva mai…
“Mi chiedo che cosa ne penserebbe Tsubasa…”, continuò Izawa, “La sua fidanzata che bacia il suo migliore amico… Romantico, molto romantico…”
Sanae cercò di smarcarsi, ma il numero otto le afferrò il braccio.
“Il Brasile sembra tanto lontano, ma le voci corrono veloci… Nello spogliatoio, per esempio, si diffonderanno in un attimo…”, minacciò.
Sanae si liberò con uno strattone.
“Puoi dirlo a chi ti pare!”, esclamò, piantandogli in faccia uno sguardo di fuoco, “E, quanto a Tsubasa, vorrà dire che mi risparmierai di scrivergli una lettera.”
Izawa restò di sasso, la mano sospesa a mezz’aria.
“Mi… mi stai dicendo… che… che pensi davvero di mollarlo per quell’insulso, balbettante, perdente di Misaki??”, trasecolò.
“Mi pare che sia tu a balbettare…”, notò ironica Sanae.
La ragazza ritenne che la conversazione era durata abbastanza e infilò il cancello.
Izawa tentò un disperato colpo di coda.
“Sei un’illusa! Non pugnalerà mai il suo migliore amico per un bacio!”, gridò.
Sanae non lo ascoltò neppure.
Svoltò l’angolo e si precipitò verso la spiaggia.
Pochi passi e si trovò davanti Yukari.
“Ti stavo cercando!”, la bloccò l’amica, “Io e te dobbiamo parlare…”


Izawa aveva ancora lo sguardo fisso all’angolo dietro il quale era scomparsa Sanae, quando sentì una mano sulla spalla.
Fece appena in tempo a voltarsi interrogativo, che un pugno lo colpì in pieno volto, spedendolo col sedere per terra.
“Figlio di puttana, che cosa ci fai qui??”
Izawa alzò lo sguardo sull’improvvisato pugile, che lo fronteggiava con aria decisa.
Era così stordito che gli sembrò avesse una straordinaria somiglianza con Misaki.
Chiunque fosse, lo afferrò per la maglietta.
“Ho suonato e non risponde! Dimmi dov’è andata!”
Izawa faticava a rispondere, la lingua, per la prima volta in vita sua, paralizzata per la meraviglia. Quel tizio sembrava Misaki, ma era più alto, più robusto… Di sicuro un cazzotto del numero undici non poteva fare tanto male.
“Mi… mi hai dato un pugno…”, riuscì finalmente a dire Izawa.
“Ed è solo il primo se non la pianti di immischiarti in questa faccenda!”
Non poteva essere Misaki… Non balbettava nemmeno!
“Dico, sei impazzito?”, ribadì Izawa, “Mi hai dato un pugno!”
Il misterioso sosia di Misaki lo costrinse ad alzarsi.
“Non ti permetto di giocare con questa storia! Non puoi nemmeno immaginare che cosa sono stati questi cinque anni…”
Si zittì di colpo.
I due avversari si guardarono negli occhi. Misaki si morse le labbra fino a farle diventare bianche.
Izawa, improvvisamente, realizzò quanto la realtà stesse surclassando la sua fantasia. E quanto il suo primo attore, che aveva ritenuto un timido inetto, fosse in realtà l’eroe della storia.
Forse non aveva mai capito nulla di Misaki. Forse era sempre stato così forte e così deciso. Ed era stato lui a scambiare la gentilezza e la lealtà per debolezza.
“Sei innamorato di lei da tutto questo tempo… E non le hai mai detto nulla…”, mormorò.
Il numero undici, non sapendo che altro fare, gli stampò un secondo pugno sulla faccia, mandandolo di nuovo lungo disteso.
Izawa aveva tanti difetti, ma sapeva riconoscere un eroe quando lo vedeva. E aveva sempre avuto un debole per le storie eroiche.
“Sbrigati…”, disse, pulendosi il sangue che gli colava dal naso, “Ti sta cercando…”
Misaki lo guardò diffidente, poi si avviò di corsa.
Izawa ebbe un lampo.
“Misaki!”, gridò, “Non ascoltare Ishizaki! Non credergli, qualunque cosa ti dica!”
Il numero undici si voltò per un istante e poi scomparve dietro la curva della strada.


Ishizaki vagava, l’anima in pena, in cerca del coraggio per affrontare Misaki.
Il terribile quadro dipinto da Izawa lo aveva profondamente scosso e sentiva sulle sue spalle un’enorme responsabilità. Sembrava che dalle sue parole dipendessero la felicità e la serenità di tutti.
Fu preso dallo sconforto.
Non era mai stato bravo con le parole… Non era la persona giusta per parlare con Misaki…
Girò sui tacchi, deciso a tornare a casa. Avrebbe detto a Izawa di pensarci lui.
In quell’istante, dall’angolo della strada spuntò Misaki.
Ishizaki si sentì preso in trappola.
Fece un ampio respiro.
“Misaki!”, chiamò.


L’incontro con Izawa aveva messo Misaki di pessimo umore.
Era corso da Sanae, dopo aver raccolto tutte le sue forze e tutto il suo coraggio e si era trovato davanti il numero otto.
Il pensiero che quella lingua velenosa si stesse adoperando per rovinare tutto gli aveva fatto perdere la testa. E si era lasciato sfuggire quel che non avrebbe mai voluto dire con l’ultima persona al mondo a cui avrebbe voluto dirlo.
Cinque anni… Praticamente tutta la vita.
Tutta la vita tentando di soffocare quello che provava, in uno sforzo inutile e disperato, destinato a fallire miseramente, come quello di un nuotatore controcorrente.
Non era riuscito a dimenticarla nemmeno a Parigi, nei lunghi anni della lontananza.
Al rientro in Giappone, la gioia di rivederla aveva dovuto combattere con lo sconforto di ritrovarla perdutamente innamorata di Tsubasa. E sperare che lo dimenticasse mentre si trovava in Brasile, gli era sembrata la peggiore delle vigliaccherie.
E ora, all’improvviso, quel bacio. Che aveva fatto balenare, per un attimo, l’impossibile.
Si fermò, per calmare i pensieri.
Dove poteva essere Sanae?
“Misaki…”
La voce esitante di Ishizaki lo fece voltare.


Yukari l’aveva costretta a sedersi al tavolo della caffetteria.
“Questa volta mi ascolterai!”, esordì.
Sanae cercò disperatamente una via di fuga.
“Ho un impegno importante…”, disse.
“Con Misaki, immagino!”, replicò Yukari sarcastica, “Sono giorni, forse settimane, che va avanti questa storia! Quando capirai che ti porterà solo un sacco di guai?”
Sanae guardò l’amica.
Non erano giorni. E non erano settimane.
Erano mesi.
Erano mesi che si era accorta di non riuscire più a fare a meno della sorridente e silenziosa presenza di Misaki.
Erano mesi che aveva capito di essere innamorata di lui.
“Non lo vedi che vi ritrovate sempre nello stesso posto, allo stesso momento?”, continuò Yukari, “Ma è possibile che tu non te ne sia accorta? Credi che siano coincidenze?”
Gli occhi di Sanae si rifugiarono nella tazza di tè.
No, non c’era nessuna coincidenza… Quegli incontri li aveva costruiti lei, uno per uno.
Era stata lei a cercare ogni scusa per passare più tempo con lui, al punto che si era offerta di aprire e chiudere gli spogliatoi, visto che il numero undici era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via.
“È solo questione di tempo…”, aggiunse Yukari, “Poi ti dirà che si è innamorato di te. E tu che cosa farai, allora? Me lo dici?”
Sanae non riuscì a nascondere un sorriso triste.
Yukari non aveva proprio capito nulla…
Lei, invece, si era resa conto subito di essere condannata a non sapere mai se i suoi sentimenti fossero ricambiati, se ci fosse qualcosa di più di un’amicizia.
Se anche Misaki l’avesse amata, la sua lealtà e la sua timidezza gli avrebbero impedito per sempre di manifestarglielo.
Proprio i tratti che più amava di lui rendevano la loro storia impossibile…
“Ti dirò…”, concluse Yukari, “Mi meraviglia moltissimo che non te lo abbia già detto ieri sera… Ci avrei messo la mano sul fuoco che fosse la volta buona…”
Sanae girò lo sguardo fuori dalla vetrina.
Già… Durante quella lunga notte sulla spiaggia, per un momento, anche a lei era sembrato che nulla fosse davvero impossibile. E, all’alba, lo aveva baciato.
Mentre tornavano al falò, evitando di incrociare gli sguardi, aveva pensato che quella era la sua unica e ultima possibilità. Se Misaki davvero provava qualcosa per lei, il fatto di sapersi ricambiato gli avrebbe dato la forza di mettere da parte la timidezza e di subordinare, per una volta, la lealtà all’amore.
“Sanae!”, si spazientì Yukari, “Ma mi stai ascoltando?”
Sanae spalancò gli occhi.
Dall’altra parte della strada era apparso Misaki.
Si alzò di scatto.
“Scusami!”, disse, “Devo andare!”
Yukari le afferrò il braccio.
“No, tu non vai da nessuna parte, o giuro che non ti rivolgerò mai più la parola!”
Sanae fu costretta a sedersi, le gambe irrequiete.
Oltre la vetrina, vide Ishizaki che si avvicinava a Misaki.

∗ ∗ ∗

Capitolo ottavo – Signori, addio, battetemi le mani

 

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