9 – DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

Capitolo nono

DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, l’amica si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, sulla spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
Il tuono rimbombò più vicino.
“Non è successo nulla… Non parliamone più…”, aggiunse piano Misaki.
Sanae lo fissava incredula. Non si era nemmeno voltato a guardarla, lo sguardo fisso sul mare.
Abbassò gli occhi. Sulla sabbia, le prime gocce di pioggia lasciavano la loro impronta scura.
Una stretta gelida le serrava lo stomaco, mozzandole il respiro.
Si era sbagliata…
Non era timidezza, non era lealtà.
Misaki non l’amava.
Tutto qui.
E ora, lì, su quella spiaggia dove l’aveva baciato, si sentiva terribilmente ridicola.
Con un enorme sforzo, raccolse tutte le sue energie, si voltò e fuggì verso la strada, mentre le lacrime le rigavano le guance.
Misaki si voltò di scatto.
“Sanae-chan! Aspetta!”
Ma Sanae era già troppo lontana.


Ishizaki gli aveva detto che Misaki era diretto alla spiaggia.
Izawa pensò che forse era ancora in tempo.
E poi Sanae era così decisa, così determinata… Forse a Misaki sarebbe bastato guardarla negli occhi per capire che le parole di Ishizaki erano solo bugie.
Corse più veloce che poteva, mentre cadevano le prime gocce di pioggia.
A pochi passi dalla spiaggia, dalla curva spuntò Sanae.
Aveva l’aria smarrita e gli occhi fissi a terra. Tutta la sicurezza che le aveva visto poco prima era completamente scomparsa.
“Nakazawa-san…”, mormorò Izawa.
Sanae alzò su di lui uno sguardo feroce e pieno di lacrime e fuggì via.
Il numero otto girò lo sguardo verso la spiaggia. In lontananza, Misaki, seduto sul barcone, fissava il mare.
Izawa sferrò un calcio al guard-rail.
“Dannazione, Misaki! Ti ha baciato! Come hai potuto credere a quell’idiota di Ishizaki?!”
Lo fissò per un lungo istante, sotto le gocce che cadevano sempre più fitte.
“Come hai potuto credere a un idiota come me…”, mormorò.
Infilò le mani in tasca e tornò sui suoi passi a testa china, negli occhi l’immagine di Misaki, immobile sul barcone, mentre la pioggia cominciava a scrosciare.


“Quando pensi di rientrare a scuola?”, chiese Yukari.
“Non ne ho idea”, rispose Sanae, “Magari sono fortunata e muoio.”
Le lezioni erano riprese da qualche giorno, ma il termometro segnava ancora 38.
Per fortuna.
Decisamente non si sentiva ancora in grado di incontrare Misaki.
Aveva bisogno ancora un po’ di tempo per seppellire quel ricordo così ingombrante nell’ultimo cassetto della memoria, sperando che sbiadisse il più rapidamente possibile.
Yukari guardò fuori dalla finestra.
“Misaki era ancora assente”, osservò con aria distratta.
“Yukari”, reagì subito Sanae, “Ti ho già detto che non ne voglio parlare…”
“Certo che non ne vuoi parlare!”, scattò Yukari, “Perché di sicuro è finita malissimo, come avevo detto io! Finalmente ti ha detto che è innamorato di te e tu ti sei resa conto della grandissima stupidaggine che hai fatto! È inutile che ti rifugi nel raffreddore, prima o poi dovrai rivederlo e, in ogni caso, chi deve sentirsi in imbarazzo è lui! Quanto mi secca aver sempre ragione!”
Incrociò le braccia, con l’aria soddisfatta di chi ha sputato il rospo.
“Yukari, ti voglio tanto bene…”, scosse la testa Sanae, “Ma non hai capito proprio nulla…”
“A me sembra che sia tu a essere completamente cieca…”, replicò Yukari.
“Ora basta!”, esplose Sanae, “Ho detto che non voglio mai più sentir parlare di questa sciocchezza!”
Yukari guardò l’amica. Aveva l’aria pallida e tirata, gli occhi lucidi per la febbre. Le mani stringevano spasmodicamente la coperta. Non era il momento di mettere alla prova i suoi nervi.
“Come vuoi tu…”, disse, con tono conciliante, “Ti prometto che non ne parleremo mai più.”


“Prendersi tutta quell’acqua è stata davvero una pessima idea…”, sorrise Ichiro Misaki, porgendo al figlio l’ennesima tazza di tè bollente.
Taro, accovacciato sulla poltrona, si rintanò nella coperta, l’aria smarrita e lo sguardo perso nell’acqua dorata della tazza.
“Papà…”, disse a un tratto, “Perché non ce ne andiamo da qui?”
Il padre lo guardò sorpreso.
“Che ti succede?”, chiese, “È la prima volta che mi chiedi di partire…”
Taro non rispose, gli occhi fissi nel tè.
“Comunque non ce ne andremo a breve…”, aggiunse il padre, “Lavorerò alle vedute del Monte Fuji ancora per qualche tempo…”
Lo sguardo di Taro riemerse dalla tazza e si spostò fuori dalla finestra.
“Allora, forse, appena finita la scuola, partirò io…”, disse.
Ichiro Misaki sorrise tra sé. L’infanzia vagabonda, evidentemente, aveva lasciato il segno.
“È una buona idea…”, rispose, “Viaggiare ti farà bene di sicuro…”
Taro annuì, tuffando di nuovo lo sguardo nel tè.


“Izawa non ha il coraggio di farsi vedere, a quanto pare…”, osservò Kisugi.
“Strano…”, commentò Taki, “Avrei detto che avrebbe ricamato molto sul fatto che Misaki e la manager mancano da scuola da giorni…”
Ishizaki girò lo sguardo fuori dalla vetrina della caffetteria.
Con uno sforzo eroico, aveva fatto quel che doveva fare. Perché, allora, si sentiva malissimo?
“Alla fine, come al solito, erano tutte chiacchiere e bugie”, sentenziò Kisugi, “Finirà col fare danni, prima o poi…”
“Sarà meglio dimenticarsi tutto…”, mormorò Ishizaki.
“Per una volta hai ragione”, approvò Taki, “Cancelliamo tutta questa faccenda e chiudiamola qui.”
Ishizaki mescolò la bibita con la cannuccia.
Per una volta, ringraziò di avere una pessima memoria. Forse sarebbe davvero riuscito a dimenticare tutto.


Izawa fece un nuovo tentativo per trascrivere quella dannata conferenza.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Niente da fare.
Non gliene importava nulla delle orbite planetarie. Il suo pensiero continuava ad andare a Sanae e Misaki.
Gli sarebbe piaciuto poter dare la colpa di quel finale tragico alla loro cattiva stella, ma sapeva bene che di quel disastro non erano responsabili il sole, la luna o gli astri, ma solo ed esclusivamente lui.
Per fortuna, erano entrambi assenti da scuola e gli allenamenti erano ancora lontani. Forse sarebbe riuscito a evitare di incontrarli ancora per un po’.
Il registratore gracchiò di nuovo:
“Sessanta mesi.
Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione.
Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.
Cogliete l’attimo, ragazzi.
Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Izawa guardò di nuovo fuori dalla finestra. Il vento scuoteva le cime degli alberi.
Chissà…, pensò, Forse tra cinque anni…

∗ ∗ ∗

Cinque anni dopo…

 

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