8 – SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

Capitolo ottavo

SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, su quella spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
“Misaki, non dire idiozie!”
Taro e Sanae si voltarono di scatto. Alle loro spalle, Izawa, le mani sui fianchi, cercava di riprendere fiato dopo la corsa.
Il tuono rimbombò più vicino.
Misaki con un salto scese dal barcone, il volto teso e pallido.
“Ti ho già detto di non immischiarti in questa faccenda…”, disse tra i denti.
Sanae sentiva gli occhi riempirsi di lacrime. Non voleva restare lì un istante di più.
Fece due passi verso la strada, ma Izawa la bloccò.
“È innamorato di te. Da sempre.”
“Chiudi quella dannata bocca!”, gridò Misaki.
In due passi raggiunse il numero otto, spingendolo via.
Izawa gettò un rapido sguardo a Sanae. Li guardava sconcertata, le guance rigate dal pianto.
Il regista optò per il colpo di scena.
Caricò il destro e restituì a Misaki uno dei due cazzotti ricevuti, rispedendolo contro il barcone.
“Taro-chan!!!!”, urlò Sanae, correndo a chinarsi su di lui.
La ragazza girò uno sguardo di fuoco su Izawa.
“Ma sei impazzito?!”
“Veramente gliene devo ancora uno…”, spiegò il numero otto, “Ma non è questo il punto. Stava per fare la più grossa idiozia della sua vita… Sai, gli piace giocare all’eroe…”
Sanae guardò Taro, che si mordeva il labbro sanguinante.
“Avanti!”, disse Izawa con tono di sfida, all’indirizzo del numero undici, “Dille che sto mentendo! Dille che non la ami, che vi dovete dimenticare tutto! Però, stavolta, diglielo guardandola negli occhi!”
Il numero undici alzò lo sguardo su Sanae. Inginocchiata accanto a lui, lo fissava con gli occhi colmi di interrogativi e di lacrime.
“Sanae-chan…”, mormorò.
Il regista osservò soddisfatto l’inquadratura. Le prime gocce di pioggia presero a cadere con tempismo perfetto.
Il primo attore, però, ancora esitava.
“E baciala, dannazione!”, sbottò Izawa, “Si può sapere che cosa aspetti?!”
Si girò sui tacchi, infilò le mani in tasca e si avviò verso la strada.
Giunto alla curva, la pioggia cominciò a scrosciare.
Si voltò verso la spiaggia. Incuranti della burrasca, i suoi due protagonisti non avevano ancora smesso di baciarsi.


“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Izawa spense il registratore con un sospiro e girò lo sguardo sugli alberi scossi dal vento, fuori dalla sua finestra.
Gli sarebbe tanto piaciuto un finale come quello per la sua storia.
Un finale da lacrime e applausi. Con lui nel ruolo di eroico Cupido.
Ma le cose, purtroppo, erano andate molto, molto diversamente…

∗ ∗ ∗

Capitolo nono – Della materia di cui son fatti i sogni

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s