ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

 

Le nubi dell’acquazzone della sera, delicate come ali di cicala, si allungavano con passo rapido sull’orizzonte, promettendo sollievo dopo il caldo opprimente della giornata. Dalla finestra della stanza d’ospedale, si riusciva a vedere una striscia d’oceano, su cui la brezza marina disegnava lunghe piume bianche di schiuma.
– Mamma… – mormorò Sanae.
Tsubasa tornò vicino al letto. Le asciugò la fronte, bagnata dal sudore della febbre. Sanae cercò di scostargli la mano, senza smettere di bisbigliare parole incomprensibili.
– Sanae… – provò inutilmente Tsubasa.
Si sedette vicino a lei e le prese la mano. Era rovente come la sabbia al sole d’agosto. Le labbra continuavano a muoversi e a masticare parole a mezza voce.
Tsubasa strinse la mano tra le sue. Sul comodino, vicino alla medaglia d’oro, portata in regalo da Madrid, c’era il vecchio hachimaki scolorito, che Sanae si legava sulla fronte quando ancora era Anego, e urlava il suo amore per Tsubasa sugli spalti, con indosso la divisa maschile.
– Sapeva che avrebbe dovuto combattere, – si morse le labbra Tsubasa, e serrò gli occhi, per non pensare quanto era stata sola nella battaglia.
Era tornato di corsa, col primo volo, subito dopo la cerimonia di premiazione.
– Sono nati! – diceva il messaggio della madre, arrivato all’atterraggio, ma spedito dieci ore prima.
Rivedeva, momento per momento, la corsa in taxi verso l’ospedale, con la medaglia d’oro in mano e il tassista che pretendeva un autografo, le porte a vetri che sembravano non volersi aprire mai, il corridoio vuoto, nella luce incerta del primissimo mattino.
La prima a venirgli incontro era stata sua madre.
– Finalmente sei qui! – aveva detto, – I bambini stanno bene…
Non c’era stato bisogno di aggiungere nient’altro. Dietro di lei era arrivata la madre di Sanae. In lacrime.
Una febbre altissima, dovuta a un’infezione post parto, aveva detto il medico, e si era dilungato in spiegazioni che suonavano molto come scuse e che Tsubasa non aveva minimamente ascoltato. Solo una frase era riuscita ad arrivargli:
– In pericolo di vita.
Senza stare a sentire altro, aveva spalancato la porta della stanza. Nell’azzurro quieto delle pareti, tra le lenzuola bianchissime, le guance di Sanae sembravano in fiamme. L’intero corpo era scosso dai brividi e le mani pallidissime si stringevano alle lenzuola, dando l’impressione di una foglia che tremasse nel vento di novembre e che cercasse disperamente di non farsi portare via.
Si era avvicinato in punta di piedi.
– Sanae… – aveva chiamato, con la voce incrinata.
Lei si era voltata per un momento, ma gli occhi dicevano chiaramente che non lo aveva riconosciuto. Tra le labbra violacee e asciutte si agitavano schegge di parole.
A quegli occhi bui e a quei frammenti di voce, Tsubasa si era dovuto abituare nei tre giorni seguenti, durante i quali l’aveva vegliata giorno e notte.
Il dottore veniva, sentiva il polso, leggeva la temperatura, poi se ne andava, muto e con la faccia scura.
– Possiamo solo aspettare…, – aveva detto.
– Possiamo solo aspettare… – si ripeté Tsubasa, cercando di bagnarle con una pezzuola le labbra che non smettevano di muoversi.
– È così difficile aspettare… – mormorò, e guardò Sanae con un sorriso triste, – Nessuno lo sa meglio di te.
Fuori dalla finestra, nel minuscolo giardino dell’ospedale, l’usignolo fece sentire il suo canto, per salutare il sole che tramontava e lasciava finalmente spazio alla frescura della notte.
Sanae fece un profondo sospiro, si voltò verso Tsubasa e gli piantò negli occhi i suoi occhi scuri di febbre.
– Cos’è mai questo legame tra di noi? – disse improvvisamente a voce alta, – Perché mai non posso dimenticarti?
Tsubasa si sorprese a cercare una risposta alle prime parole intelligibili di quei lunghissimi tre giorni, ma Sanae non gliene diede il tempo. Si alzò a sedere sul letto, le guance in fiamme e gli occhi luccicanti.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – gridò, indicando davanti a sé, – Questo è il posto giusto!
Strinse la mano di Tsubasa tanto forte da fargli male.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre…
Un’onda di commozione chiuse la gola di Tsubasa.
– Sanae…
Sanae gli buttò le braccia al collo e lo baciò con le labbra roventi di febbre.
– Per sempre… Taro-chan!

∗ ∗ ∗


– È giovane e forte, – sorrise il medico, – Si riprenderà molto velocemente.
Il sole del mattino inondava la stanza azzurra con una luce chiara e pulita, come se fosse il primo giorno del mondo. Sul cuscino bianco, il nero dei capelli disordinati incorniciava il volto, che aveva ritrovato il colore tenue e delicato dei petali di un fiore. Gli occhi e le labbra erano finalmente chiusi in un sonno ristoratore, dopo l’incessante fatica del delirio. Il lenzuolo si muoveva al ritmo del respiro, tornato regolare e quieto come le onde del mare, che luccicavano fuori dalla finestra.
Il medico batté la mano sulla spalla di Tsubasa.
– Vada a casa a dormire anche lei, ne ha bisogno.
La fatica di quei tre lunghissimi giorni si fece sentire tutta insieme, e Tsubasa lasciò la stanza con passo lento e trascinato.
In corridoio, i ragazzi aspettavano notizie. Yukari si appoggiava a Ishizaki, lo sguardo fisso oltre la finestra per non far vedere gli occhi rossi. Yayoi, invece, non faceva nulla per nascondere le lacrime che continuava ad asciugarsi col fazzoletto. Wakabayashi e Misugi parlavano a voce bassissima, e si interruppero subito all’apparire di Tsubasa. Dietro tutti, vicino all’uscita, Misaki guardava le scale oltre la porta a vetri.
– Per sempre… Taro-chan! – risuonò la voce di Sanae nelle orecchie di Tsubasa.
– Beh? – gli scosse il braccio Wakabayashi.
Tsubasa ci mise un momento per tornare nel presente.
– Sta bene… – mormorò.
Yukari scoppiò finalmente nel pianto dirotto che aveva trattenuto per giorni. Yayoi si illuminò del più grande dei suoi sorrisi.
– Possiamo vederla? – chiese.
– Appena si sveglia, – rispose Tsubasa.
Un cicaleccio allegro riempì il corridoio. Un’infermiera venne a ricordare che erano in un ospedale, ma con scarso risultato.
– Misaki, volevo chiederti… – si voltò Tsubasa verso la porta.
Ma Misaki si era già dileguato.
Dalla finestra, Tsubasa lo vide allontanarsi col passo svelto e le mani in tasca, finché una curva lo sottrasse al suo sguardo, senza che si fosse mai voltato indietro.

∗ ∗ ∗


Il medico aveva ragione. Sanae andava rifiorendo a vista d’occhio, nonostante i bambini che la impegnavano giorno e notte. Per fortuna, la giovane famiglia Oozora alloggiava a casa Nakazawa e poteva così contare sull’aiuto della nonna, che si preoccupava anche di nutrire abbondantemente “la sua bambina”, perché tornasse in forze come e più di prima.
Nel salotto chiaro, il via vai di amiche era continuo. Dalla finestra, aperta per far entrare un po’ di brezza di mare, il cinguettio usciva ininterrotto, come quello di un nido nel mese di aprile. Per prima era venuta Yoshiko, a salutare prima di tornare a Hokkaido e a invitare tutti al matrimonio che si sarebbe celebrato in primavera. Sanae le aveva mostrato il suo vestito da sposa, e le due ragazze avevano cicalato per un pezzo di abiti bianchi, fiori e cerimonie. Poi era passata Kumi, e le chiacchiere avevano riguardato la somiglianza dei piccoli con Tsubasa e le loro future, indubbie prodezze calcistiche. Adesso, nel salotto ciangottante era il turno di Yayoi, tutta presa dai piccoli, che avevano persino smesso di piangere per compiacerla.
– Sono bellissimi! – fece la voce commossa dell’ospite.
Tsubasa, nel cortile, fece rimbalzare il pallone contro la saracinesca del garage.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco… – ripeté, talmente assorto da non accorgersi che stava parlando a voce alta.
– Sbam! – rispose il pallone.
– Incantevoli è la parola giusta! – cinguettò ancora la voce di Yayoi, – Farete la benedizione al tempio prima di partire?
– Sì, certo! – rispose Sanae e subito le voci andarono l’una sopra l’altra a lodare i deliziosi, minuscoli kimoni colorati che le nonne avevano preparato per i neonati.
– Il posto giusto… – rimuginò Tsubasa.
– Sbam! – ripeté ostinato il pallone.
Tsubasa lo fermò col piede e si sedette sui gradini d’ingresso.
Dal salotto si levarono alti i saluti, i baci, le promesse di rivedersi il giorno dopo. Poi finalmente il nido tacque, e Yayoi uscì dalla porta.
Tsubasa alzò la testa per salutare. L’occhio da infermiera di Yayoi notò subito i lineamenti tesi e le guance scolorite.
– Sanae migliora e tu crolli? – sorrise.
Per un lungo momento, Tsubasa rimase a fissare il sorriso tanto rassicurante e affettuoso della sua prima amica d’infanzia.
– Posso parlarti un istante? – si sentì dire.
Yayoi fece segno di sì con la testa, l’espressione meravigliata per quel tono serio e misterioso.
Tsubasa fece qualche passo in giardino, per allontanarsi dalla finestra, da cui adesso venivano i miagolii dei piccoli, che reclamavano all’unisono il biberon.
– È successo quando Sanae aveva la febbre alta… – cominciò Tsubasa a bassa voce.
Ci pensava da allora, senza riuscire a venirne a capo
– Parlava di un pino e una palma… – esitò ancora Tsubasa, – Poi mi ha baciato. E mi ha chiamato Taro-chan.
Yayoi si mise a ridere.
– Guarda che è del tutto normale! Sapessi cosa racconta la gente nel delirio! Ho sentito di quelle cose in ospedale!
La risata argentina di Yayoi confortò Tsubasa.
– E non c’è nemmeno bisogno del delirio, sai? – continuò la ragazza, – A me è capitato nel sonno!
– Davvero? – fece Tsubasa, che sentiva il cuore ogni momento più leggero.
– Ho gridato Tsuchan, per la precisione! – rise più forte Yayoi.
Tsubasa scoppiò a ridere con lei, mentre le orecchie gli diventavano rosse.
– E Misugi cos’ha detto?
– Niente! – rispose Yayoi, – Ci abbiamo riso sopra, come adesso.
Tsubasa tornò serio, ma adesso lo sguardo era sereno e sulle labbra gli aleggiava il sorriso. Yayoi piegò leggermente la testa di lato, come per guardarlo meglio.
– Ti ricordi come ti sei arrabbiato quando ti ho detto che volevo chiamarti così?
Tsubasa sorrise. Certo che se lo ricordava… Era la prima volta che, nella sua infanzia solitaria, si portava a casa un amico. Un’amica, per la precisione. La madre l’aveva guardato incredula e la nonna era corsa a vedere l’amichetta del suo Tsuchan.
– Avevi anche detto a mia nonna che eri la mia fidanzata! – precisò Tsubasa.
Yayoi rise di nuovo.
– Mi piaceva la tua nonnina, era adorabile!
Il volto di Tsubasa si rannuvolò.
– Però qui è tutto diverso… – disse quasi tra sé, – Sanae non ha mai chiamato Misaki Taro-chan, questo è sicuro.
Da anni era un suo grande cruccio il fatto che tra la sua fidanzata e il suo migliore amico i rapporti fossero freddi, se non ostili.
L’aveva scoperto, con sua grande sorpresa, quando Misaki aveva avuto quel terribile incidente. Tsubasa aveva chiesto a Sanae di andare a portargli i saluti della squadra, dato che loro non potevano lasciare il ritiro. Dopo aver inventato un’infinità di scuse, alla fine lei era esplosa:
– Devo dirtelo, Tsubasa. Tra noi non c’è mai stata molta simpatia… Forse non sono l’ultima persona che vuol vedere in questo momento, ma poco ci manca.
– In effetti, se penso al vostro matrimonio… – aggiunse Yayoi.
Tsubasa sospirò al ricordo della scena. Sanae, con l’aria seccata, era andata da Misaki a dirgli che sapeva benissimo di non essergli mai piaciuta, ma che, per un giorno, potevano sotterrare l’ascia di guerra. E, con un gesto imperioso della mano, l’aveva invitato a ballare.
Immobile come una statua di sale, con un sorriso forzato e imbarazzato, Misaki aveva risposto che non aveva idea di cosa stesse parlando.
A rompere la tensione era arrivato proprio Misugi, che aveva portato la sposa a ballare, permettendo a Misaki di dileguarsi nel parco.
– Il fuoco e l’acqua… – sospirò Yayoi, – Tanto è diretta e impetuosa Sanae, tanto è timido e riservato Misaki. Non si può pretendere che vadano d’amore e d’accordo…
– Per questo non capisco… – disse Tsubasa.
Cercò di rivedere per l’ennesima volta la scena nella stanza d’ospedale.
– Il pino e la palma, il bacio, Taro-chan… – ripeté, – Sembrava altrove… Ma quando? E dove? E cosa diavolo c’entra Misaki? Quando mai può averlo chiamato Taro-chan?
Yayoi allargò le braccia, a dire che non ne aveva la minima idea.
– Sanae è in casa?
La voce di Yukari li fece sobbalzare. Con un gesto imbarazzato, Tsubasa le fece segno che Sanae era in salotto, chiedendosi se avesse sentito qualcosa del suo bizzarro racconto.
Yukari si voltò a guardarli un paio di volte, poi si infilò in casa e, in pochi momenti, il solito cinguettio si trasformò nel rombo di un temporale imminente, come sempre succede quando due caratteri burrascosi discutono anche del più innocuo degli argomenti.
– Comunque, il mio consiglio è farci sopra una risata con lei, e godervi i vostri bei bambini, – concluse Yayoi, – Voi che potete…
– Vedrai che tra poco sarà il vostro turno, – fece Tsubasa con aria distratta, perso dietro i suoi pensieri.
Yayoi scosse la testa.
– Jun non vuole sposarmi…
Era per via della malattia al cuore, così diceva. Non poteva prometterle di proteggerla per sempre. E quindi, tra loro, tutto era come sospeso.
– Non so come andrà a finire… – sospirò Yayoi.
Tsubasa si accorse con non poco stupore che il sorriso della sua amica nascondeva una preoccupazione e un dispiacere molto più grandi dei suoi.
– Mi dispiace, Yayoi…
Con un gesto affettuoso, le prese la mano.
– Sono sicuro che cambierà idea appena si renderà conto di cosa rischia di perdere, – sorrise Tsubasa.
Yayoi nascose la commozione con un cenno silenzioso di saluto.

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Atto secondo