ATTO QUARTO

ATTO QUARTO

 

Una notte insonne, passata a palleggiare nel cortile di casa Nakazawa. Il caldo soffocante del teatro, che annebbiava le idee già abbastanza confuse. E una domanda, che martellava nella testa, senza lasciare spazio a nessun altro pensiero:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Tsubasa era nelle condizioni peggiori per affrontare l’esigentissima regista, che gli chiedeva di esprimere strazio e passione per la bella cortigiana in kimono di seta celeste, dalle movenze flessuose e dalla voce sconosciuta.
Seduti sulle assi del palcoscenico, Ishizaki, Izawa e gli altri si facevano aria coi grandi cappelli di bambù, godendosi il fatto che, data la pessima prova del nuovo primo attore, Yukari avrebbe avuto molto meno da ridire sulla loro recitazione.
– Amore, passione, fuoco! – riprovò Yukari, – Sei disposto a morire per lei, devi farmelo sentire in ogni sillaba! Sanae, digli qualcosa tu, per piacere!
La prima attrice accarezzò il braccio del marito.
– Prova a pensare a quando eravamo lontani… – sussurrò.
Tsubasa la guardò senza sentirla. La domanda continuava a sovrastare ogni altra voce:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Yukari guardò Sanae con un sospiro di sopportazione.
– Proviamo il primo dialogo, – ordinò sconfortata.
Aprì il copione e lo mise sotto il naso di Tsubasa.
– Da qui, – indicò, – Vediamo se almeno qui mi metti un po’ di sentimento…
Sanae chiuse per un momento gli occhi, le mani giunte vicino al viso, per raccogliere la concentrazione. Poi fece un gesto ampio col braccio, per trascinare lo strascico. Un passo, e nel kimono celeste, come per magia, Tsubasa vide comparire la bella cortigiana Ohatsu.
– Perché non mi hai più cercata? – cominciò la voce calda e sconosciuta, – Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
Tsubasa boccheggiò alla ricerca di una frase che non fosse quella che continuava a martellargli nella testa.
Ma prima che potesse trovarla, una voce uscì dal buio della platea.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Sanae spalancò gli occhi e le guance persero colore, sul volto l’espressione di chi si vede davanti uno spettro.
Il fantasma venne avanti tra le poltrone vuote.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore… – continuò.
Arrivato ai piedi del palcoscenico, Toku guardò la sua Ohatsu in kimono celeste.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
– Taro Misaki! – urlò Yukari in preda all’entusiasmo.
Misaki salì gli scalini del palcoscenico sotto lo sguardo raggelato di Sanae.
Tsubasa guardò la moglie, che sembrava trasformata in una statua di sale. Poi guardò Misaki, sul cui volto le luci di scena rivelavano i segni di una notte insonne. Senza una parola, passò il cappello del primo attore al nuovo arrivato e scese a sedersi in prima fila.
– Avanti, ora sì che si fa sul serio! – si esaltò Yukari.
Izawa sostenne Ishizaki, che stava per avere un malore.
Con il cappello in mano, Misaki incrociò per un istante lo sguardo di Sanae, poi puntò l’indice contro Yukari.
– A una condizione. Niente bacio finale.
– Quale bacio? – balbettò Tsubasa dalla platea.

∗ ∗ ∗


Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore. Sta facendo il giro dei clienti ed è appena giunto al tempio Ikutama, quando, da una casa da tè, lo chiama una voce di donna.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Toku fa per alzare il cappello dalle larghe falde.
– Ohatsu… Tu qui?
La giovane cortigiana, bella come un fiore di giaggiolo nel suo kimono di seta, lo ferma con un gesto.
– No, è meglio che tu tenga il cappello. Sono con un cliente, è meglio che non ti veda.
Si avvicina al giovane tirando verso di sé lo strascico.
– Perché non mi hai più cercata? Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
E nasconde le lacrime nelle ampie maniche celesti.
Toku alza appena la falda del cappello.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Le sfiora una manica del kimono, per poterla vedere in viso.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore…
Ohatsu lo guarda con gli occhi pieni di pianto. Anche sulle ciglia di Toku spunta una lacrima.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
Con un profondo sospiro, comincia a raccontare. Lo zio, che lo ha cresciuto da che è rimasto orfano e nel cui negozio ancora lavora, voleva fargli sposare una nipote della moglie. Lui ha rifiutato, naturalmente, ma lo zio si è accordato a sua insaputa con la matrigna, che subito ha detto di sì, per intascare le due kwamme della dote.
– Quando l’ho saputo, – dice Toku, – sono corso da lei, per farmi restituire la somma e sciogliermi dall’impegno. Ma le aveva già spese, così ho dovuto impegnare tutto ciò che avevo per poter raccogliere il denaro. Tornavo giusto in città, quando, sulla strada, vedo Kuheiji che si batteva il petto e si strappava i capelli.
Un amico, Kuheiji. Di più, un fratello, per il povero Toku dal cuore gentile. Che si è subito informato del motivo di tanta disperazione. Due kwamme, ecco la causa. Un debito da restituire entro il tramonto, questione di vita o di morte.
– Cosa potevo fare? Io potevo aspettare qualche giorno, lui no di certo. Così gliele ho date, e lui, tra le lacrime, ha giurato di ridarmele al più presto. Avrebbe dovuto restituirmele ieri, ma non l’ho visto. Andrò da lui stasera stessa, e questa faccenda sarà finalmente chiusa. Stai tranquilla.
Ohatsu si asciuga le belle ciglia con la lunga manica celeste.
– Oh, Toku! Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti come già è stretto il mio petto.
Ohatsu prese la mano di Toku, ma, invece che appoggiarsela sul seno, rimase lì, col gesto a mezz’aria e le guance che andavano in fiamme.
– Be’? – fece Yukari.
– Secondo me questa parte la dovremmo saltare, – disse Sanae, mollando di colpo la mano di Misaki come se fosse arroventata.
– Che parti saltiamo lo decido io! – urlò Yukari, – Non ho mai chiesto la tua opinione e non ci tengo!
– Allora fattela tu la tua dannata parte! – gridò più forte Sanae.
Misaki si levò il cappello e lo usò per farsi aria.
– Ci risiamo… – sospirò Izawa, appoggiandosi alla scenografia.
– Ho due bambini a casa! – Sanae puntò il dito sulla regista, – E sono qui a perdere tempo con le tue manie!
– Fai la prova come si deve, e puoi essere a casa dai tuoi marmocchi in meno di mezz’ora! – sbraitò Yukari.
– Nishimoto, saltiamo due battute e andiamo a quando entra Ishizaki, – propose Izawa, – Così noi facciamo quel che dobbiamo fare, ci leviamo di torno e voi potete andare avanti a discutere all’infinito.
Yukari fece segno di fare come volevano e andarsene al diavolo in aggiunta. Misaki si rimise il cappello, Sanae riprese il suo posto in scena con un’espressione di burrasca sulla faccia. Dalle quinte uscì Ishizaki, che tentava di far finta di essere Hyuga, seguito da Morisaki, Kisugi e Taki che cantavano così male da sembrare ubriachi.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
– Kuheiji! – chiama Toku, e lo ferma, trattenendolo per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
Kuheiji si volta con aria seccata.
– Che vuoi? Tieni giù le mani! Che maniere sono queste?
– Cosa voglio? – ribatte Toku, – Voglio le mie due kwamme! Dovevi restituirmele ieri e non ti sei fatto vedere.
Kuheiji scoppia in una risata.
– Ma sei impazzito? Non ho mai preso da te nemmeno un centesimo! E stai attento a quel che dici, o potresti pentirtene.
I compagni di Kuheiji si levano il cappello, pronti a difendere il suo nome onorato con i pugni.
– Non hai mai preso… Oh, questa poi! – Toku sente il sangue negli occhi per la rabbia, – Ma se hai insistito tu per darmi una ricevuta, quando io mi fidavo sulla parola! Guarda!
E tira fuori dalla manica del kimono un foglio giallastro, spiegandolo con le mani tremanti d’ira.
– Adesso di’ che questo non è il tuo sigillo, se ne hai coraggio!
Senza scomporsi, Kuheiji esamina il foglio.
– Sì, è il mio sigillo, – ammette.
Guarda con aria d’intesa i suoi compagni.
– Per la precisione è il sigillo che mi è stato rubato la settimana scorsa, ricordate?
Punta l’indice sullo sconcertato Toku che, la bocca aperta e gli occhi spalancati, non riesce a credere alle proprie orecchie.
– E il ladro sei tu! – lo accusa Kuheiji, – Ladro e falsario! Che ora tenti di estorcermi due kwamme!
Gli butta il foglio sulla faccia.
– Dovrei denunciarti, e ti taglierebbero la testa! Ringrazia che siamo amici, e spariscimi da davanti!
– Traditore! – grida Toku, e lo afferra per il kimono.
– Pezzente! – lo insulta di rimando Kuheiji, prendendolo per il petto.
Uno spintone, un pugno, e in un attimo è una zuffa. Toku è solo, Kuheiji, invece, ha tre compagni. Tutti insieme prendono a battere e calpestare il povero commesso.
– Aiuto, per carità! – chiama Ohatsu agitata e in lacrime, – Aiuto, correte!
Ma ecco ricomparire il suo cliente.
– Attenta a non farvi male! – dice e la trascina con sé, per portarla via di lì.
– Stop!
La voce di Yukari non prometteva niente di buono.
Izawa e Sanae fecero capolino da dietro la quinta dove il cliente di Ohatsu l’aveva trascinata. Kisugi, Taki e Morisaki lasciarono rialzare Misaki, che aveva la cintura slacciata e i capelli in disordine.
– Qualcosa non andava? – chiese piano Ishizaki.
– Tutto! – esplose Yukari, – Faceva schifo!
Girò intorno uno sguardo di fuoco alla ricerca di un capro espiatorio. Izawa si nascose dietro la quinta, Ishizaki si calò il cappello sugli occhi, Taki, Kisugi e Morisaki fecero finta di aiutare Misaki a ricomporsi.
– Tu! – puntò finalmente l’indice Yukari.
– Io? – mormorò Tsubasa in prima fila.
– Niente spettatori alle prove! Fuori di qui!

∗ ∗ ∗


Sotto il sole feroce di agosto, il cortile della scuola, vuoto e senza ombre, era di un bianco accecante. Il pallone da calcio batteva contro il muro di cemento col ritmo monotono e lugubre di una campana a morto.
Finalmente la porta del teatro si aprì e uscirono gli attori, con l’aria sconfortata e abbattuta.
– Dov’è Sanae? – chiese Tsubasa, vedendo che mancavano i due primi attori.
– Sta litigando con Yukari, – rispose Ishizaki, – Ti conviene metterti comodo.
Dalla porta, uscì Misaki. Fece un cenno di saluto e sgattaiolò via con passo veloce.
– Speriamo che stavolta non ci pianti in asso sul più bello, – fece Izawa, guardandolo che si allontanava, – Tutta la fatica, e poi nemmeno siamo andati in scena.
– Vi ha piantati in asso? – chiese Tsubasa.
Izawa si mise a palleggiare.
– Già… Per via del finale. Invece di quello originale in cui Toku uccide Ohatsu e poi si taglia la gola, Nishimoto voleva che i due amanti si baciassero mentre si pugnalavano l’un l’altra. Gran bella idea, questo va detto…
Tsubasa non aveva l’aria di considerarla tale. Izawa fermò il pallone con la suola e continuò:
– Solo che, visto che tra i nostri due primi attori non correva buon sangue, lei ha tenuto nascosta la cosa fino alla prova generale, alla vigilia della prima. Quando lo ha detto, è stato il finimondo.
Sanae, rossa come un peperone, si era messa a urlare a Yukari tutti gli insulti che conosceva. Misaki, invece, senza una parola, si era dileguato.
– Il giorno dopo, passo a prenderlo a casa sua e scopro che è partito, – continuò Izawa, – A sentire suo padre, ci pensava da un pezzo, tra l’altro.
Taki levò il pallone a Izawa, con un intervento ai limiti del cartellino giallo.
– Poteva aspettare un giorno, no? – disse l’ala della Nankatsu, – Che gli costava?
Crossò verso Kisugi, che la spedì in braccio a Morisaki.
– Per lo meno adesso non ci ritrovavamo da capo, – sospirò il portiere.
Izawa chiamò la palla.
– Quante storie per un bacio!
Stoppò di petto e si voltò verso Tsubasa.
– Sta’ tranquillo che io tutti questi scrupoli per baciare Anego non me li facevo di sicuro! – rise, – Anzi, avrei anche chiesto un supplemento di prove!
– D’altra parte, Misaki è un gentiluomo, – gli fece una linguaccia Kumi, – E tu, invece, no!
– Un gentiluomo e un vero amico, – aggiunse Ishizaki.
Sanae comparve finalmente sulla porta con l’aria furibonda.
– Andiamo! I bambini hanno aspettato abbastanza! – bofonchiò e si avviò a testa bassa.
– È vero… – mormorò Tsubasa, – È un vero amico…

∗ ∗ ∗

Il vento d’amore ti penetra in corpo sulle rive dello Shijimigawa, e le luci che ogni sera si accendono sembrano stelle in una notte di pioggia, o lucciole fuori stagione, che illuminano il sentiero tenebroso di un amore che fa perdere coscienza di sé, e riduce gli uomini a vuote conchiglie che il fiume trascina via.
Oh, sventurata Ohatsu! È tornata a casa, ma, costernata per quanto è accaduto, non si dà pace. E, a tormentare il suo cuore, giungono voci che dicono il suo Toku calpestato, arrestato, addirittura morto!
Suo unico sfogo è il pianto, e già vorrebbe essere nella tomba. Ma ecco! Mentre con la manica di seta si asciuga le lacrime, nell’ombra appare la figura furtiva di Toku, nascosto dal buio e dal suo cappello.
– Toku! Che t’è successo?
Badando di non esser veduta né dai padroni né dalla serva che la controlla, Ohatsu esce in giardino, il suo volto s’introduce sotto le lunghe falde del cappello di lui e sommesse lacrime scendono dagli occhi di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più…
Tsubasa si sforzò di tendere l’orecchio più che poteva. Aveva pregato Ishizaki di trovargli un nascondiglio da cui potesse vedere le prove, e lui, dopo mille esitazioni, lo aveva cacciato dietro uno dei tendoni oscuranti.
– Qui perlomeno puoi sentire tutto, – aveva detto, – Ma, per l’amor di Dio, non farti scoprire da Yukari o è la volta che mi uccide!
Tsubasa si era messo seduto e aveva giurato e spergiurato di non fare il minimo rumore, ma adesso sul palco bisbigliavano, e il tendone pesante impediva di sentire cosa stesse succedendo. Con la prudenza di un artificiere, scostò appena la tenda e si appiattì contro la parete. L’equilibrio della sedia era precario, ma si vedeva quasi interamente il palcoscenico.
– E io che lo credevo un amico fraterno! Un così turpe inganno! Ora non mi resta che farla finita! – piange il povero Toku.
Una voce giunge dall’interno della casa. Entrambi la riconoscono: è il malvagio Kuheiji, che giunge coi suoi compagni per bere saké e spassarsela.
– Presto, nasconditi! – bisbiglia Ohatsu, e, nel dirlo, alza il suo strascico, così che Toku possa scivolarci sotto. Poi, a passi brevi, va a sedersi sull’alto gradino d’ingresso, in modo che lui possa nascondersi meglio e non essere visto da nessuno.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta Kuheiji, con aria arrogante, – Ho notizie importanti per te!
Si siede accanto a lei, mentre Ohatsu sistema lo strascico per non far scoprire Toku, nascosto proprio accanto ai suoi piedi.
– Il tuo bel Toku l’ha combinata grossa, – dice l’arrogante mercante, – E gli toccherà lasciare la città, se vuole evitare il disonore.
Le prende la mano, fredda e pallida come quella di una morta.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Ohatsu impallidisce. Sotto il gradino, Toku digrigna i denti e trema di rabbia e di impotenza. Temendo che si faccia scoprire, Ohatsu lo accarezza teneramente col piede nudo per calmarlo.
– La rovina di Toku è stato il suo buon cuore! – dice a Kuheiji.
Poi aggiunge, come parlando tra sé:
– Mi domando che cosa farà adesso… Temo che abbia intenzione di togliersi la vita…
Il piede sfiora Toku, a chiedergli una risposta. Lui le prende dolcemente la caviglia e si passa il piede sul collo, a simulare il colpo di un rasoio.
– Se così fosse, – aggiunge Ohatsu, con le lacrime negli occhi, – io sono pronta a morire con lui.
E, così dicendo, di nuovo accarezza col piede Toku, che piange sotto lo scalino. Lui sfiora il piede dell’amata con un gesto delicato, se lo stringe al petto, poi abbraccia le ginocchia di lei, bagnandole di lacrime.
– Sbatam! – fece una sedia, crollando fuori da un tendone oscurante e trascinandosi dietro Tsubasa.
Sul palco, Misaki alzò la faccia dalle ginocchia di Sanae, che diventò prima pallidissima, poi rossa come un peperone.
– Ishizakiiiiii!
All’urlo feroce di Yukari, Ishizaki si accartocciò nei vestiti del perverso Kuheiji, cercando di scomparire.
– Con te facciamo i conti dopo! – minacciò, indicandolo col copione.
Con passo da tigre, la regista scese in platea a buttare fuori lo spettatore clandestino. Lo spinse fino alla porta, poi gliela sprangò dietro le spalle.
– Da capo! – la sentì gridare Tsubasa, – Voglio vedere le lacrime vere!

∗ ∗ ∗

Il frinire delle cicale copriva anche l’ultima eco dei rumori della metropoli. Tra gli alberi e gli specchi d’acqua, su cui planavano enormi libellule azzurre, si poteva quasi dimenticare di trovarsi nel centro della Tokyo del ventesimo secolo e illudersi di passeggiare nell’antica Edo, ospiti del signore feudale. Solo, a tratti, al di sopra dei grandi cedri, si alzavano i parallelepipedi grigi dei grattacieli, a ricordare che l’era degli shōgun era finita per sempre.
– È stata una sorpresa trovarti davanti alla porta stamattina, – disse Yayoi, cercando con gli occhi il rosso delle carpe nelle acque verdi.
– Scusami… – mormorò Tsubasa, – Avevo bisogno di parlarti con urgenza…
I pesci dal colore di fiamma guizzarono sotto il ponte di pietra, Yayoi cambiò lato per poterli seguire.
– Mi ha fatto piacere, – sorrise, – Finiranno per mancarmi queste nostre chiacchierate…
Sollevò appena l’ombrellino chiaro che la riparava dal sole.
– E così hai ricostruito tutto?
Tsubasa appoggiò i gomiti al parapetto del ponticello.
– Credo di sì… Ci ho pensato talmente tanto che posso quasi vedermi la scena davanti agli occhi.
E davvero riusciva a vedere Sanae alla prova generale, imbarazzata e furiosa per un bacio che per lei non era solo un bacio di scena. Poi la vedeva nella sua stanza, sdraiata a letto in una lunga notte insonne. La vedeva alzarsi, sedersi alla scrivania, esitare e alzarsi di nuovo. Poi, finalmente, prendeva un foglio azzurro pallido e, con la mano che tremava, scriveva:
Anche se so che questa lettera è inutile…
La vedeva infine suonare alla porta di Misaki, la mattina dopo, le guance in fiamme e il cuore tanto veloce da serrarle la gola. E vedeva il padre di Misaki aprire, e dire che il numero undici era partito.
– Misaki aveva capito… – mormorò Tsubasa, – Aveva capito anche senza bisogno della lettera. È per questo che è partito…
– Davvero un gesto da amico, – disse Yayoi, – E da gentiluomo.
Attraversarono il ponte, in cerca di un po’ d’ombra. Nella mattina di piena estate, il parco era pieno di giovani coppie e di bambini che correvano sui prati. Trovarono un angolo tranquillo su una panchina ai piedi di un grande acero, sulla riva di uno stagno. Di fronte a loro, un’anziana signora con un grande cappello giallo, era impegnata a dipingere un quadro ad acquerello. Li salutò con un sorriso timido e un cenno della testa.
– Se tu avessi visto la scena di ieri… – riprese Tsubasa, – Era così… Così vera!
I ragazzi avevano ragione. Tra Sanae e Misaki, sul palco, correva un’energia sconcertante, che metteva nelle parole del dramma una vita tutta nuova e che avrebbe strappato lacrime a un sasso.
– Forse sarebbe meglio che questa faccenda della recita finisse qui, – disse Yayoi, disegnando un ghirigoro sul sentiero con la punta dell’ombrellino.
– Tu credi? – si voltò a guardarla Tsubasa.
Senza alzare gli occhi, Yayoi fece segno di sì con la testa.
– Ha già risvegliato troppi fantasmi, – disse, – È meglio che torniate di corsa a Barcellona, prima che il passato cominci a fare danni al presente.
Tsubasa si appoggiò allo schienale della panchina. La signora dal cappello giallo li scrutava con l’attenzione dei pittori.
– Ho insistito io perché Sanae recitasse… – pensò ad alta voce, – Come faccio adesso a dirle di mollare tutto?
– Chiedi a Misaki di lasciare la recita, come ha fatto l’altra volta, – rispose Yayoi, seguendo con gli occhi la punta dell’ombrellino, – E prenota il volo. Il prima possibile.
Tsubasa annuì con aria convinta. Yayoi si alzò e aprì l’ombrellino.
– È ora di andare, si è fatto tardi.
Il capitano si ricordò che anche la sua amica aveva dei dispiaceri. La fermò prendendola per la mano. Yayoi si voltò stupita.
– Come va con Misugi? – chiese Tsubasa.
Yayoi si sforzò di sorridere. Ritirò piano la mano da quella di Tsubasa e mosse le labbra in un saluto senza voce. Tsubasa la guardò allontanarsi con passo breve e leggero, tra il canto metallico delle cicale, nascosta dall’ombrellino chiaro.
La signora dal grande cappello giallo gli fece cenno di avvicinarsi.
– Se vuole glielo regalo, – disse, indicando il dipinto.
I colori pallidi degli acquerelli disegnavano una panchina sotto un grande acero. Un uomo giovane e bruno teneva la mano a una ragazza dai capelli rossi, con un grazioso abito a fiori e un ombrellino chiaro.
La signora sorrise.
– Vedrà che le piacerà. Così fate pace.

∗ ∗ ∗

Le prove, aveva stabilito la regista, cominciavano alle otto del mattino.
– Per sfruttare le ore più fresche, – diceva Yukari.
– Perché hai gusto a torturarci, – replicava Ishizaki.
Il giorno della prova generale, a poco più di ventiquattro ore dalla prima, Yukari le anticipò di un’ora.
– Per avere il tempo di definire i dettagli, – disse la regista.
– Perché non sei contenta finché non ci vedi morti, – replicò Ishizaki.
Così Tsubasa, per poter parlare da solo a solo con Misaki, uscì di casa all’alba, con la scusa di andare a correre, con già in tasca i biglietti d’aereo per Barcellona, come gli aveva suggerito Yayoi.
Aspettò davanti alla casa del numero undici, controllando l’orologio ogni cinque minuti. Vide le finestre aprirsi e i rumori del mattino animare l’edificio. Poi, finalmente, Misaki uscì dalla porta.
– Tsubasa… – si stupì.
Il capitano si accarezzò il mento, per cercare il tono giusto.
– Sono venuto per riavere la lettera, – cominciò, – E poi…
Scelse una a una le parole.
– Poi vorrei che tu rinunciassi alla recita.
Misaki lo guardò in silenzio per un lungo momento.
– Non posso.
Tsubasa restò di sasso.
– Come sarebbe che non puoi? È quello che hai fatto l’altra volta…
Misaki fece segno di no con la testa, e si voltò per andarsene. Tsubasa lo afferrò per un braccio.
– E ridammi la mia lettera!
Misaki si liberò con uno strattone.
– Tu e la tua maledettissima lettera! – esplose, – Ti rendi conto che mi ha tolto il sonno?
L’agitazione gli accelerò il respiro.
– Sanae l’ha scritta il giorno che io sono partito! – continuò, – Il giorno che sono partito per dimenticarla!
Si passò la mano sugli occhi.
– Non devo pensarci, o finirò col dare di matto…
Tsubasa, pietrificato, dovette aspettare qualche istante perché il senso delle parole di Misaki si facesse pienamente strada nella sua mente.
– Ma… – balbettò, – Ma allora…
Allora i silenzi, le scontrosità, la scena al matrimonio, presero d’improvviso tutt’altri contorni, come gli oggetti illuminati dal lampo in una stanza buia. Il fuoco e l’acqua potevano andare d’accordo e, soprattutto, d’amore. Di più: per anni si erano cercati, ciechi e disperati. E, soprattutto, destinati per sempre a traiettorie parallele, senza riuscire a incontrarsi mai.
Mai, a meno che qualcosa, o qualcuno, non deviasse le loro corse, spezzando le leggi ferree del destino.
– Non puoi chiedermi di rinunciare, Tsubasa, – scosse la testa Misaki.
Guardò negli occhi l’amico.
– Mi dispiace… Ma sarà lei a scegliere.

∗ ∗ ∗

Atto quinto