ATTO QUINTO

ATTO QUINTO

 

Per la prima del suo capolavoro, Yukari aveva fatto le cose in grande. Con un prodigioso giro di telefonate, aveva raccolto il tutto esaurito, richiamando nel teatrino del vecchio liceo l’intera generazione d’oro, con tanto di famiglie e fidanzate al seguito. Wakabayashi e Hyuga avevano rimandato il ritorno in Europa per l’occasione, e Matsuyama era arrivato da Hokkaido la mattina stessa, facendo finta di cedere alle insistenze di Yoshiko. Agli angoli della piccola sala, erano stati piazzati dei provvidenziali ventilatori, che evitassero agli spettatori di svenire non tanto per l’emozione quanto per l’afa di fine estate.
– Che peccato non poter venire! – disse la signora Nakazawa, ma qualcuno doveva pur badare ai bambini, e poi Manabu aveva promesso un filmato integrale della memorabile rappresentazione.
Per un momento, Tsubasa pensò di offrirsi di badare ai gemelli, lasciando il suo posto in prima fila alla suocera. Ma, anche se sentiva cigolare gli ingranaggi del destino, pronti a stritolarlo, lui non era tipo da abbandonare il campo prima che la partita fosse finita.
Arrivò al teatro che già brulicava di gente, come un formicaio prima del temporale.
– Tsubasa! – lo chiamò la voce di Yayoi.
Il numero dieci la cercò tra la folla. Finalmente ne distinse i capelli rossi e l’abito verde acqua. Dietro di lei, Misugi, gli fece un cenno di saluto con la testa.
– Io… – si imbarazzò Tsubasa, – Ho due posti in prima fila… Non avevo pensato…
– Va benissimo, – tagliò corto Misugi, – Yukari mi ha trovato un posto un paio di file dietro i vostri.
Le luci si accesero e si spensero tre volte, per invitare gli spettatori a sedersi. Tsubasa e Yayoi raggiunsero la prima fila. Nel piccolo teatrino scolastico, erano tanto vicini al palco da poter quasi sfiorare gli attori.
Yayoi vide il volto pallido e teso di Tsubasa e gli strinse piano la mano. Il numero dieci si voltò con un sorriso tirato.
– Come finirà? – le chiese, – Malissimo?
– Non è detto, – anche Yayoi si sforzò di sorridere, – Le storie finiscono come vogliono loro.
Con un cenno della mano, Yukari ordinò il buio in sala.

∗ ∗ ∗


Sui gradini del tempio di Ikutama, sotto lo sguardo spietato degli antichi leoni di pietra, la bella Ohatsu e il suo Toku dal cuore gentile piangono le sventure che li hanno tenuti separati. Ma ora, non appena Kuheiji restituirà le due kwamme che ha avuto in prestito dall’amico fraterno, potranno rivedersi quanto e più di prima, e un dolce sole di primavera tornerà a splendere nei loro cuori, asciugando le loro lacrime come fa con la rugiada del mattino.
– Oh, Toku! – sospira Ohatsu, – Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti quanto è fredda la mia mano.
Tsubasa vide Sanae appoggiare appena la mano su quella di Misaki. Alla fine, evidentemente, Yukari aveva dovuto cedere alla sua prima attrice e rinunciare alla mano sul seno affranto.
– Uno a zero… – non poté fare a meno di pensare Tsubasa, e gli sembrò che il respiro gli diventasse più facile e ampio.
– Fatti coraggio, Toku! E ricorda sempre che non c’è nulla che ci possa separare. L’amore che ci siamo giurati vale forse solo per questo mondo?
Lo sguardo con cui Toku accarezza la sua Ohatsu dice che la vita gli è meno cara dell’amore di lei.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
Un canto sgraziato di ubriachi annuncia l’arrivo di Kuheiji, che dietro la maschera dell’amico fraterno, cela un animo spietato, odioso e perverso, che tutto trapela dalla sua truce figura.
– Kuheiji! – lo riconosce Toku, e lo trattiene per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
E gli mostra la ricevuta, scritta su carta color della paglia, che dice chiaro che due kwamme gli ha prestato e che due kwamme deve riavere, con tanto di sigillo, a sottoscrivere il contratto.
Ma il malvagio ha tramato un tranello, tanto più astuto quanto più spietato. Con un inganno, come fa l’uccellatore col pettirosso innamorato, ha preso al laccio il buon Toku, e ora lo accusa di frode, di falso, di furto.
– Traditore! – grida Toku.
– Pezzente! – lo insulta Kuheiji.
Ma le parole non colpiscono abbastanza forte, e i due si avvinghiano, mentre i tre compagni di Kuheiji giungono tosto a dargli man forte.
– Aiuto, per carità! – chiama la povera Ohatsu, – Aiuto, correte!
Ma il cliente con cui è arrivata al tempio scambia il suo dolore per paura di donna.
– Attenta a non farvi male! – dice e se la porta via, lasciando a Toku solo il rumore delle sue lacrime.
I tre compagni di Kuheiji non smettono di dargli addosso. Chi lo batte, chi lo calpesta.
– Vile! – urla Toku, – Farabutto!
Il povero commesso cade qua e là rotolando. Finché i tre si allontanano, e Toku può rialzarsi barcollando, i capelli scarmigliati, la cintura sciolta, i segni delle percosse sul volto.
Cerca con gli occhi Kuheiji, promettendogli in cuore la morte.
Ma il vigliacco è fuggito chissà dove, senza lasciare nessuna traccia. Toku si lascia cadere affranto a sedere sulla nuda terra, e piange calde lacrime.
– Ohimé! Colui che credevo un fratello! E che mi giurava gratitudine e fedeltà per tutta la vita! Che farò ora?
Batte a terra coi piedi, digrigna i denti e si dispera, stringendo i pugni.
– Ma il mio cuore è puro! E tutta Osaka ne avrà la prova, prima che siano trascorsi tre giorni!
Raccoglie il cappello strappato e lo rimette sul capo.
– Scusatemi tutti, se vi ho disturbato, – mormora, – Perdonatemi!
E col volto a terra, se ne torna mogio mogio singhiozzando nel crepuscolo, mentre il sole declina.
Le luci sulla scena si spensero, a segnare la fine del primo atto. In platea, si alzò un mormorio compassionevole per le disgrazie del povero Misaki, il cui stato faceva tanta pietà da non poterne reggere la vista.
– A me è piaciuto da pazzi Ishizaki, – commentò Hyuga ammirato, – È quanto di più bastardo abbia mai visto in vita mia…
– Un marmocchio col pannolino bagnato… – alzò un sopracciglio Wakabayashi.

∗ ∗ ∗


Non può bere sakè né darsi pace, la sventurata Ohatsu, costernata per quel che oggi è avvenuto. La sera scende sul quartiere del piacere e le voci delle cortigiane si rincorrono, come le correnti dello Shijimigawa, per portarle l’eco di cattive notizie.
– Toku è stato arrestato!
– E calpestato!
– Lo dicono morto!
Ma tra le ombre azzurre del giardino, ecco apparire un uomo lacero, pesto, con le spalle curve sotto un peso che il cuore non riesce a sopportare. Un cappello strappato gli nasconde il viso. E le lacrime che gli inondano le guance.
– Toku! Che t’è successo?
Ohatsu cerca il volto amato sotto le falde del largo cappello e un pianto silenzioso bagna il volto di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più ho la peggio.
Le guance sono pallide, la voce gli trema.
– Non varrà neppure mostrare il suo sigillo! Eppure lui stesso lo ha apposto. Guarda!
Sanae guardò. E vide nelle mani di Misaki un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
Anche se so che questa lettera è inutile…, lesse.
Le labbra tremarono e gli occhi si fermarono in quelli febbricitanti di Misaki.
In prima fila, Yayoi sentì Tsubasa agitarsi sulla sedia e gli strinse la mano più forte.
– Cos’è questo mortorio? – arrivò da fuori scena la voce di Ishizaki, – Avanti, bellezze! Chi mi vuole per cliente?
– Presto! – improvvisò Misaki, – Nascondimi sotto il tuo strascico!
Sanae annuì. Alzò lo strascico celeste e, con piccoli passi, accompagnò Misaki a nascondersi sotto l’alto gradino d’ingresso, ben protetto da Ishizaki da una cortina di seta celeste, ma perfettamente visibile per l’affollata platea.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta il traditore Kuheiji, – Ho notizie importanti per te!
Ohatsu, il volto pallido e turbato, cerca di nascondere l’emozione che le scuote il petto. A malapena sente le parole arroganti di Kuheiji. Fino a quando questi non le prende la mano.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Sanae cercò col piede nudo Misaki sotto il gradino e sentì che tremava per l’agitazione.
– La rovina del tuo amico è stata il suo buon cuore, – disse a Ishizaki. Poi aggiunse, più piano, con la voce che tremava:
– Mi domando… che cosa abbia intenzione di fare adesso…
Sotto lo strascico, Misaki prese con delicatezza la caviglia di Sanae e si passò il suo piede sulla gola, a simulare il colpo di un rasoio.
Sanae chiuse gli occhi per un momento, respirò profondamente e si aggrappò alla battuta del copione.
– Se così fosse, io sono pronta a morire con lui.
Sotto lo strascico, Misaki le abbracciò le ginocchia, bagnandole di lacrime vere.

∗ ∗ ∗

– E adesso? – dicevano gli occhi di Tsubasa, smarriti come dopo un autogol.
Yayoi approfittò della pausa prima dell’ultimo atto per sussurrargli all’orecchio:
– La partita non è ancora finita, Tsubasa.
Il capitano fece segno di sì con la testa, gli occhi fissi sulla scena buia, su cui si sentivano armeggiare Yukari e Manabu, intenti a spostare le scenografie.
Sul palcoscenico si fece silenzio, si spensero tutte le luci di sala. In scena, la servetta Kumi accese una lanterna e chiuse le pareti di carta di riso della casa di piacere.
– Attenzione alla brace sotto la pentola! E badate che i topi non rubino il pesce!
Nemmeno il tempo di coricarsi, e già russa sonoramente, per una notte breve, che non consente sogni di sorta: c’è troppo poco tempo prima dell’alba.
Dall’andito del piano di sopra, fa capolino Ohatsu, con passo furtivo. Ha l’abito bianco di chi parte per il lungo viaggio della morte e, sopra, un mantello nero, come le tenebre che avvolgono la via dell’amore. Toku compare nel giardino.
I due si invitano a cenni, acconsentono, indicano con le dita, fanno parlare i cuori. Sotto la scala la serva dorme, ma la lampada manda chiarore. Come fare?
Ohatsu soffia. Ma è troppo lontana, e il lume resta acceso. Allora la povera sventurata si allunga tutta, salendo su un gradino, e soffia più forte. La fiamma dà un guizzo e si spegne. Nel buio, la serva brontola qualcosa, poi si rigira nel letto.
A tentoni, Ohatsu cerca il compagno, come il glicine cerca il sostegno su cui arrampicarsi. Finalmente ne trova la mano. Con passo cauto, come chi cammina sulla coda di una tigre, sgusciano fuori dal giardino e possono guardarsi in volto:
– Oh, quale gioia! – esclamano.
Ahimé! Quanto è amara e pietosa questa gioia dei due che si avviano alla morte!
Dalla platea silenziosa come una tomba, si alzò il singhiozzo di Yoshiko. Le due mani che si cercavano disperate nel buio le avevano spezzato il cuore. Matsuyama le mise un braccio intorno alle spalle, la strinse forte e andò avanti a piangere in silenzio, con la fronte aggrottata e le labbra strette.
Sulla scena, il viaggio dei due sventurati amanti proseguiva verso il tempio di Sonezaki.
– Addio a questo mondo, e a questa notte addio. Noi che camminiamo verso la morte, a cosa mai potremmo somigliare? Alla rugiada caduta sulla via verso la tomba, che svanisce sotto i nostri passi. Com’è triste questo sogno di un sogno!
Suona la campana che annuncia l’alba. Ma, dei sette colpi, solo sei ne sono stati battuti. Il settimo sarà l’ultima eco che sentiranno in questa vita. Addio, dicono, e non alle campane sole. Ma agli alberi, alle erbe, al cielo, che guardano per l’ultima volta. Le nuvole e il fiume corrono, indifferenti al loro dolore. E le stelle dell’Orsa si riflettono nell’acqua.
Luci e voci lontane giungono da una casa da tè. Un canto attraversa l’ultima aria della notte:
Cos’è mai questo legame tra di noi?
Perché mai non posso dimenticarti?
Se anche mi abbandoni e te ne vai,
Oh, no! Io non ti lascerò partire!
Uccidimi con le tue mani piuttosto,
perché mai io ti lascerò partire!
– Proprio questa canzone, – singhiozza Ohatsu, – E proprio questa notte!
Si aggrappa a Toku e, alle centootto perle del rosario che sgrana, aggiunge quelle delle sue lacrime. La compassione che suscitano non ha fine. Ha fine invece il loro cammino. L’animo è tetro come il cielo che l’ombra degli alberi nasconde. Sostenendosi l’uno con l’altra, giungono infine al bosco di Sonezaki, battuto dal vento.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – indica Ohatsu, – Questo è il posto giusto!
L’albero prodigioso è immagine del loro eterno voto d’amore. È il posto ideale per deporvi i loro corpi, effimeri come la rugiada, prima che i corvi della diga di Mumeda, domani mattina, ne facciano il loro pasto.
Toku scioglie la sua cintura. Ohatsu si leva il mantello, bagnato di pianto. E, dalla manica, estrae due pugnali. Toku ne prende uno, e uno rimane alla sua compagna.
– È inutile aspettare, – mormora Toku, – Col sorgere del giorno, sarà ancora più difficile.
Un gallo canta in lontananza. Troppo breve è la notte d’estate! I due si stringono e puntano ciascuno il pugnale contro il ventre dell’altro, così che un abbraccio li spenga nello stesso istante.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre… – dice Ohatsu.
– Per sempre… – aggiunse Sanae, – Taro-chan!
Misaki esitò un istante, gli occhi increduli e le labbra che tremavano. Poi strinse Sanae e la baciò come se, anziché il primo, fosse il loro ultimo bacio.
Con i volti pallidi e le guance rigate di lacrime, i due innamorati si accasciarono sulle assi del palcoscenico, sul grande drappo di seta rossa che simulava il sangue.
Tutte le luci si spensero e, nel buio, suonò la voce di Yukari:
– Nessuno è là a raccontare la storia, ma essa corre, come voce portata dal vento, attraverso il bosco di Sonezaki. Pregate per gli amanti, per la salvezza delle loro anime. Per loro, che divennero il modello dell’amore più vero.
La voce si spense. Nelle tenebre della platea, si sentì Wakabayashi tirare su col naso. Un momento di silenzio sospeso, poi l’applauso scoppiò fragoroso e incontenibile.
– Luci! – ordinò Yukari a Manabu.
Obbediente, l’assistente illuminò la scena.
E, sulla scena, Misaki e Sanae che si stavano ancora baciando.

∗ ∗ ∗

Nel teatro deserto, si sentivano solo i passi di Yukari che, dietro le quinte, armeggiava per riordinare i costumi prima che qualcuno ci mettesse le mani e le rovinasse i suoi capolavori. Sotto la luce cruda del palcoscenico, Tsubasa sedeva sul gradino della casa di piacere sotto il quale si era nascosto Misaki.
– Dio, come sono stato cieco… – mormorò, la testa tra le mani.
Yayoi gli appoggiò la mano sulla spalla e si sedette accanto a lui.
– Cieco e pazzo… – aggiunse Tsubasa, – Avevi ragione tu. Se non avessi fatto nulla…
Yayoi si alzò e andò a guardare da vicino la palma e il pino di cartone che uscivano dallo stesso tronco.
– Quando hai il volo per Barcellona?
– Domani, – rispose Tsubasa.
– Meglio così… – mormorò Yayoi.
Si voltò verso verso la platea vuota.
– Lo sai? Jun mi ha chiesto di sposarlo…
Tsubasa alzò la testa e si sforzò di sorridere.
– Su una cosa, almeno, ho avuto ragione…
Si alzò con un sospiro. Andò verso la ribalta e le tese la mano.
– Ti auguro tutta la felicità del mondo, Yayoi. Grazie per essermi stata così vicina…
Yayoi si voltò a guardarlo. Sulle labbra, il sorriso le si spense in un tremito. Tsubasa le vide gli occhi luccicanti e le guance rosse del loro addio di tanti anni prima.
Con un movimento improvviso, come un petalo trascinato dal vento, Yayoi gli buttò le braccia al collo e gli diede un bacio.
– Addio, Tsuchan! – gli sussurrò all’orecchio.
Prima che Tsubasa riuscisse a dire qualcosa, scese dal palco e corse via, col suo passo breve e leggero, senza mai voltarsi indietro.
Dietro le quinte, Yukari spense le ultime luci.

∗ ∗ ∗

Fine