ATTO SECONDO

ATTO SECONDO

 

I lunghi giorni di agosto si susseguivano tutti uguali, come le perle del rosario buddista. I bambini crescevano con la velocità delle gemme del bambù e Sanae si lasciava dietro le spalle anche gli ultimi segni del pericolo corso. Il suo comportamento, anche a guardarlo sotto la lente d’ingrandimento, era perfettamente normale. Parlava, rideva, si muoveva esattamente come prima del parto e della febbre. Tutto identico a prima. Non una crepa, nemmeno sottilissima, che lasciasse gettare uno sguardo su quella scena che aveva dato l’impressione di rivivere nel delirio.
– Magari mi sono sognato tutto, – pensò Tsubasa, calciando il pallone contro la saracinesca.
– Sbam! – concordò il pallone.
– Manco morta! – urlò Sanae dal salotto.
La discussione con Yukari andava avanti da giorni, ma stavolta il tono era troppo tempestoso anche per le due infiammabili manager. Tsubasa fermò il pallone sotto la suola della scarpa.
– Ma quando mai ci ricapiterà l’occasione? – gridò più forte la voce di Yukari, – Tra poco tutti se ne andranno a giocare oltremare e chissà quando ci ritroveremo ancora tutti!
– Meglio così! – chiuse le trattative Sanae.
Il pianto di un neonato si alzò a protestare, seguito subito dopo da un vagito identico, sia per tonalità che per volume. Tsubasa si sentì in dovere di entrare a dare una mano.
In salotto, le nuvole del temporale erano ancora dense. Sanae cullava il primo dei gemelli che si era messo a urlare, mentre Yukari provava a calmare il secondo. Tutte e due avevano la faccia scura.
Visto che si poteva fare a meno di lui, Tsubasa si voltò per tornare al suo pallone. Lo sguardo gli cadde sul tavolino. Tra i bicchieri di limonata, un grosso fascicolo aveva in copertina la bizzarra immagine di un pino e una palma nati dallo stesso tronco.
– E questo cos’è? – mormorò prendendolo in mano.
Il titolo in rosso recitava: Gli amanti suicidi di Sonezaki.
– Un pezzo teatrale, – rispose Yukari, levandoglielo di mano.
– Urlavate per questo? – si incuriosì ancora di più Tsubasa.
Sanae rimise nella culla il primo gemello, che si era convinto a calmarsi, e si fece passare il secondo da Yukari, per non fare torto a nessuno.
– Secondo Yukari, dovrei salire sul palco per fare una recita che è andata in malora l’ultimo anno del liceo.
Tsubasa non riusciva a staccare gli occhi dalla palma e dal pino che uscivano abbracciati da un unico tronco.
– Una recita? – chiese con tono meccanico, – Che tipo di recita?
– Due innamorati che non possono vivere il loro amore, – tagliò corto Yukari.
– E finisce malissimo, – chiosò Sanae.
Yukari fece il solletico al pancino dei bambini, finalmente tranquilli. Arrotolò tra le mani il copione e lo puntò dritto verso Sanae.
– Vedrai che riuscirò a convincervi anche questa volta! – salutò.
Sanae alzò le spalle con un sospiro, mentre Tsubasa rimaneva a fissare la porta da cui era uscita Yukari, portandosi via quel frammento di sogno che aveva fatto improvvisamente irruzione nella realtà.
I bambini ripresero a lamentarsi nella culla. Evidentemente tutta quella discussione aveva messo loro addosso un’agitazione che adesso si traduceva in un pannolino bagnato. Sanae si mise a cambiare il primo sul divano.
– Yukari è fissata con le storie d’amore, – disse, – Soprattutto se sono impossibili e strazianti.
– Ah! – fece Tsubasa, e cercò di stringere il bandolo della matassa che il caso gli aveva messo in mano, – E questa è impossibile e straziante?
– Questa le batte tutte, – disse Sanae, – I due innamorati sono Toku, povero orfano, costretto dal suo padrone a sposare una donna che non ama, e Ohatsu, giovane cortigiana, che sta per essere riscattata dal bordello da un mercante, che ne farà la sua concubina. Per rigirare il coltello nella piaga, i soldi del riscatto il mercante li estorce con un imbroglio al povero orfano, che lo considera un amico fraterno. Ai due non resta che suicidarsi insieme. Allegro, no?
Sanae finì di sistemare il pannolino e passò al secondo gemello, in quello che ormai era uno strano rituale in cui ogni singolo, minimo movimento doveva per forza di cose essere sempre ripetuto una seconda volta.
– Io ero la bella e giovane cortigiana, – rise Sanae.
Tsubasa intravide finalmente la crepa che cercava da settimane.
– E… chi faceva il povero orfano?
– Misaki, – rispose Sanae, cercando il borotalco.

∗ ∗ ∗


Per tutta la notte, Tsubasa aveva teso l’orecchio verso Sanae, sperando che una parola, sfuggita dal segreto di un sogno, gli mettesse in mano un altro frammento del puzzle di cui Yukari gli aveva regalato un preziosissimo pezzo. Ma Sanae non si era nemmeno mossa, sprofondata nel sonno profondo e senza sogni delle neomamme.
La prima luce dell’alba filtrò dalla finestra. Tsubasa si alzò in punta di piedi e uscì a correre per schiarirsi le idee.
Il ritmo ipnotico dei passi, unico rumore nella città ancora addormentata, lo portò più lontano di quanto volesse. Si fermò a riprendere fiato sulla spiaggia, lo sguardo perso dietro le grandi navi transoceaniche, che lasciavano scie d’argento nell’oro fuso.
Finì col tornare a casa molto tardi, col sole già alto e le voci che già uscivano dalla finestra del salotto.
– Non c’è bisogno che portate fuori i bambini, – protestava Sanae, – Posso pensarci io.
Le voci della madre e della suocera si levarono all’unisono.
– Riposati finché puoi! In Spagna non avrai né le amiche né il tempo per chiacchierare con loro.
Tsubasa le incrociò sulla porta che si portavano via i gemelli, questionando se somigliassero di più alla mamma o al papà, e raccolse al volo l’involontario assist.
– Hanno ragione. Dovresti approfittarne per stare con le tue amiche.
Bevve tutto d’un fiato un bicchier d’acqua e aggiunse, con aria distratta:
– Per esempio, quella della recita era una buona idea…
– La recita? – saltò su Sanae, – Non basta Yukari? Adesso ti ci metti anche tu?
Tsubasa si sedette a tavola e lei gli mise davanti la colazione.
– Figuriamoci! – brontolò, – Coi bambini e tutto il resto!
– Per i bambini ci sono le nonne, che non vedono l’ora di tenerseli tutto il giorno, – osservò Tsubasa, – E poi mi piacerebbe vederti recitare. Non sapevo fossi una buona attrice.
– Non lo sono, – si spazientì Sanae, – L’unica possibilità che riesca bene è che Toku lo interpreti tu, – rise.
Tsubasa seguì un’ispirazione improvvisa.
– Questa è un’idea magnifica! Non ho mai recitato, mi piacerebbe provare!
Sanae rimase con le scodelle in mano e la bocca spalancata.
– Vado subito a dirlo a Yukari, – scattò Tsubasa.
– No, aspetta… – balbettò Sanae.
Ma l’immarcabile numero 10 del Barça, ormai, si era già involato verso casa Nishimoto.

∗ ∗ ∗


– Se vuoi un consiglio da amico, naviga largo. Oggi non è giorno.
Ishizaki usciva dalla casa di Yukari con la faccia di uno preso in pieno da un’onda di maremoto.
– Con questa storia della recita ci farà diventare tutti matti…
Tsubasa disse che veniva proprio a portarle una buona notizia.
– Ho convinto Sanae.
Lo sconforto di Ishizaki sembrò aumentare.
– Così adesso avrà un motivo in più per arrabbiarsi perché Misaki ha detto di no… Fossi in lui cambierei città.
Si sedette sui gradini con la testa tra le mani.
– Speriamo che stavolta non si faccia convincere, o sarà da capo l’inferno…
– L’inferno? – chiese Tsubasa.
Ishizaki scosse la testa.
– È cominciato tutto con la lezione di letteratura. L’insegnante ha avuto la bella pensata di chiamare Anego e Misaki a leggere un brano da quello stramaledetto testo. Io dormivo come un sasso, quindi non ho idea di cosa diavolo ci abbia visto, ma Yukari deve averla trovata un’interpretazione davvero convincente, perché da lì non ha più dato pace a nessuno.
Non si sapeva come (Ishizaki non escludeva la violenza fisica), alla fine era riuscita a convincere quei due, che si rivolgevano a malapena la parola. E lì era cominciato l’inferno, appunto, perché alle prove Yukari urlava e Anego gridava più forte, dicendo che avrebbe preferito essere a farsi cavare un dente. Misaki passava il tempo guardando fuori dalla finestra con l’aria di voler essere all’altro capo del mondo.
– Un inferno, – ribadì, – Speriamo che stavolta Misaki non ceda. Tanto più che a me toccava la parte del cattivo.
Con un ultimo sospiro, salutò Tsubasa con una pacca sulla spalla.
– Già il tuo amico ama vivere pericolosamente… Non seguire il suo esempio.
Tsubasa guardò Ishizaki che si allontanava scuotendo la testa.
Del tutto sprezzante del pericolo, Tsubasa suonò il campanello di casa Nishimoto con la decisione di chi bussa alla porta del destino.
Yukari arrivò ad aprire con la velocità e il passo terribile della tempesta.
– Cosa vuoi? – ruggì.
– Sanae accetta. Faccio io la parte di Toku.
Yukari lo squadrò da capo a piedi, alzando un sopracciglio.
– Tu?
Tsubasa sentì distintamente il brusio dei pensieri che le affollavano la testa.
– Facciamo così, – propose Yukari, – Sanae deve avere ancora il copione da qualche parte. Vai a studiartelo e vediamo se riesci a convincermi.

∗ ∗ ∗

Casa Nakazawa era immersa nel silenzio gonfio e pesante del primo pomeriggio estivo. Le finestre erano socchiuse per non far entrare la luce abbagliante del sole che picchiava spietato come un terzino di terza categoria. Sanae riposava coi bambini, e il resto della famiglia si muoveva piano piano, attento a non fare il minimo rumore. Tsubasa salì in punta di piedi in soffitta, dove la suocera aveva detto di aver messo tutti i libri e i quaderni del liceo.
Nel sottotetto, il caldo era soffocante. Gli scatoloni formavano una torre dall’equilibrio precario, che sembrava lì lì per franare da un momento all’altro. Tsubasa si asciugò il sudore che già gli colava dalla fronte e si mise alla ricerca.
Tra le mani gli passarono libri di scuola, quaderni di esercizi, foto di classe. Si mise a sfogliare qualche pagina:
Tsubasa mi manca tanto, lesse sul bordo di una lezione di matematica.
Sorrise e aprì un vecchio diario. Tra i numeri degli esercizi e le date dei compiti in classe, Sanae aveva scritto decine di volte il suo nome, quasi a tentare un incantesimo che glielo riportasse lì dal Brasile.
Nella prima scatola, c’erano solo cose del primo anno di liceo. Tsubasa passò alla seconda, catturato da quel viaggio nel tempo che avevano trascorso separati. Libri e quaderni del secondo anno, però, furono una lettura deludente: margini puliti e pagine ordinate, niente nomi né cuoricini. Sanae doveva essere diventata più riservata, forse per le prese in giro di Ishizaki e degli altri.
La terza scatola era ancora più noiosa. Tsubasa sfogliò distrattamente l’album dell’ultimo campionato scolastico, in cui Sanae, da brava manager, aveva raccolto con pazienza tutti gli articoli usciti sulle partite della squadra capitanata da Ishizaki.
La magnifica doppietta di Taro Misaki regala il titolo alla Nankatsu, lesse Tsubasa, prima di richiudere il grosso volume.
La scatola era quasi vuota. Il numero 10 rovistò sul fondo. Sotto i quaderni di inglese fece finalmente capolino l’immagine di una palma e di un pino che crescevano dallo stesso tronco. Tsubasa tirò fuori il copione e si mise a sfogliarlo con l’avido timore di chi interroga un oracolo.
Gli amanti di Sonezaki, diceva il titolo dattiloscritto, adattamento di Nishimoto Yukari.
Personaggi:
Tokubei detto Toku, giovane commesso in un negozio di salsa di soya……Misaki Taro
Ohatsu, giovane cortigiana, amante di Tokubei………………………………..Nakazawa Sanae
Kuheiji, uomo perverso, amico d’infanzia di Tokubei…………………………Ishizaki Ryo
Cliente di Ohatsu………………………………………………….……………………..Izawa Mamoru
Servetta nel bordello……………………………………………………………………Sugimoto Kumi
Sgherri di Kuheiji………………………………………Kisugi Teppei, Morisaki Yuzo, Taki Hajime


Scena prima: sui gradini del tempio Ikudama a Osaka
21 maggio 1703
Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore…


– Tsubasa!
La voce di Sanae, dal piano di sotto, chiamava col tono di chi non sa aspettare.
– Vengo! – si alzò Tsubasa, richiudendo il copione.
Dalle pagine scivolò fuori una busta leggera, che andò a posarsi davanti ai suoi piedi con la grazia della prima foglia d’autunno.
Tsubasa si chinò a raccoglierla.
Per Taro Misaki, lesse a mezza voce, riconoscendo la scrittura pulita di Sanae.
Il cuore prese irragionevolmente a battergli più forte. Le dita strapparono e spiegarono in tutta fretta, senza dargli nemmeno il tempo di pensare, finché si trovò in mano un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
La mano che aveva scritto aveva tremato quanto quella che leggeva. Gli occhi di Tsubasa corsero a divorare le parole. Poche, pochissime.
Poi tornarono indietro increduli. Una, due, tre volte.
– Non è possibile… – mormorò Tsubasa, e di nuovo dubitò di quel che aveva letto.
Ma il foglio, impietoso, ripeté imperterrito:
21 maggio 19XX
Anche se so che questa lettera è inutile, anche se so che tu non mi ricambi, né mai mi ricambierai, io sento che devo dirtelo: mi sono innamorata di te.
Sanae

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Atto terzo