ATTO TERZO

ATTO TERZO

 

La sagoma inconfondibile del Fuji-san si staccava appena dal cielo lilla del tramonto, inafferrabile e vaga come un fantasma. Ai suoi piedi, il mare si lasciava abbracciare dalle colline azzurre, i cui contorni svaporavano nell’umidità della sera. Una rosea tristezza colorava le case, le onde, i cantieri navali, mentre la luce appassiva piano, ripiegandosi su se stessa come un fiore d’ibisco che appassisce.
– Ne hai parlato con lei? – chiese Yayoi, appoggiando la tazza di tè.
Tsubasa fece segno di no con la testa e continuò a guardare oltre i vetri. Dalla terrazza, il prato declinava dolcemente verso la città, fino a confondersi coi cespugli che imbrunivano.
Yayoi prese un pasticcino e cominciò a sbocconcellarlo piano piano.
– Non ha senso che ti tormenti per una cosa del genere. Ha sposato te, no? Qualunque cosa significhi la lettera, fa parte del passato.
Tsubasa fece un profondo sospiro. Nel prato, una coppia di turisti in viaggio di nozze si faceva fotografare col paesaggio sullo sfondo.
Yayoi finì il suo pasticcino e provò a scuotere il suo interlocutore.
– Scusa, anch’io volevo sposare te! L’ho detto persino a tua madre! – rise.
La risata di Yayoi riuscì a far voltare Tsubasa e a strappargli un’ombra di sorriso.
– Tu mi hai dimenticato molto in fretta, per la verità, – si sforzò di rispondere a tono il numero dieci.
Yayoi puntò l’indice contro di lui.
– Forse se tu mi avessi scritto, come avevi promesso…
Tsubasa tornò a guardare il Fuji-san, cha appariva e spariva in lontananza.
– E se mi avesse sposato solo perché Misaki le ha detto di no? – mormorò.
Yayoi sospirò, scosse la testa, e finì il suo tè in silenzio.
La luce rosa lasciò il posto a un’ombra azzurra che incupiva il paesaggio, trascinandolo rapidamente verso la sera. Tsubasa si passò una mano sugli occhi, poi allontanò la sua tazza di tè, fredda e intatta. Yayoi cercò lo specchietto nella borsa e si diede un velo di rosa alle labbra.
– Il treno non mi aspetta, – disse alzandosi.
Tsubasa alzò la testa e farfugliò dei ringraziamenti per essere venuta appena le aveva telefonato. Yayoi rispose con un sorriso. Poi tornò a farsi seria.
– Stai attento, Tsubasa. Rimestare nel passato è pericoloso.
Guardò anche lei oltre i vetri la montagna divina che giocava a nascondersi.
– Corri il rischio di riportare in vita i fantasmi. E dopo non è facile convincerli a tornare nell’ombra.
Gli appoggiò la mano sulla spalla, lieve come un petalo.
– Dai un bacio ai bambini da parte mia, – salutò.

∗ ∗ ∗


Anche se non avevano mai smesso di vedersi e avevano lasciato il ritiro olimpico solo da poche settimane, la riunione degli ex giocatori della Nankatsu liceale aveva il sapore allegro e malinconico di tutte le rimpatriate. Alla fine, con le buone e, soprattutto, con le cattive, Yukari era riuscita a rimettere insieme la compagnia, e adesso tutti si affannavano a indossare i costumi di scena nel teatrino del vecchio liceo, vuoto per le vacanze.
Tutti tranne Taro Misaki, che, a suo rischio e pericolo, aveva resistito strenuamente alle peggiori minacce.
La parte del primo attore, dunque, il povero e appassionato Toku, doveva, per forza di cose, andare a Tsubasa, nonostante lo scarso entusiasmo della regista.
– Contenta tu… – aveva detto a Sanae.
Lasciato in disparte dai ricordi liceali che il luogo aveva risvegliato negli altri, Tsubasa, silenzioso e assorto, si infilò il logoro kimono dell’orfano innamorato. Poi nascose la faccia scura dietro a un largo cappello di bambù.
Ishizaki, con indosso i panni signorili del crudele Kuheiji e il grande cappello in mano, si sedette su una panca con aria sconsolata.
– Non so cosa ti sia venuto in mente, Tsubasa. Non hai idea di cosa ti aspetta…
– Urla e insulti, lacrime e sangue! E un finale tragico, – calcò la mano Izawa, – È il teatro, bellezza!
Morisaki annodò la cintura del kimono.
– Ti picchieremo piano, capitano, – promise.
– Però tu devi piangere lacrime vere lo stesso, – aggiunse Taki, – O toccherà a noi provvedere.
Kisugi si calcò il cappello sulla testa.
– Non so Misaki come facesse… Era incredibile.
– Con Yukari e Anego che gridavano a quel modo, rischiavo sempre di piangere anch’io! – intervenne Ishizaki.
– Era un inferno, questo è sicuro, – convenne Izawa.
Si raccolse i capelli e li legò con un fermaglio, alla maniera degli antichi samurai, poi si sedette accanto a Ishizaki e gli mise un braccio intorno alle spalle.
– E sai qual era la cosa peggiore di tutte?
Tutta la compagnia si voltò in attesa: tra le sfuriate di Yukari, le urla di Anego e i lanci di copioni e di insulti, c’era solo l’imbarazzo della scelta.
– La cosa peggiore di tutte è che Yukari aveva ragione! – sbottò Izawa, – Quei due sul palco erano strabilianti!
Tutti tacquero per un momento, ricordando le scene recitate da Sanae e Misaki.
– È vero… – ammise Morisaki, – Ti strappavano il cuore.
– Ho visto piangere di nascosto persino te! – fece Taki, indicando Izawa.
Izawa tentò di negare e subito le voci si rincorsero a dire che l’avevano visto benissimo che andava a infilarsi dietro le tende oscuranti per non far vedere i lacrimoni.
Ishizaki tirò su col naso così forte da zittire tutti.
– Non ho mai pianto tanto in vita mia… E adesso eccoci qua da capo, – si voltò verso Tsubasa, – Guarda in che abisso ci stai trascinando…
Una mano timida bussò alla porta.
– Siete vestiti? – chiese la voce di Kumi.
– Pronti! – rispose Izawa.
– Siete davvero vestiti? – ribadì seccata la voce di Sanae.
Morisaki assicurò che nessuno era nudo né in mutande.
La porta si aprì e inquadrò due figurette, che sembravano scese allora allora da una stampa antica in carta di riso. Vestita di uno yukata bruno, coi capelli scarmigliati e i piedi scalzi, la servetta Kumi aiutava la cortigiana Sanae a portarsi dietro l’ampio strascico di un magnifico kimono in seta celeste. Sulle lunghe maniche, i papaveri pronti a sbocciare sembravano così veri da poter ingannare le farfalle.
– Come sto? – chiese Sanae, sollevando il cappello di Tsubasa.
Negli occhi del numero dieci, la seta celeste sfumò in un foglio azzurro pallido di carta da lettere adolescenziale:
Anche se so che questa lettera è inutile…
– Insomma, dovete farmi venire su la muffa? – urlò la voce di Yukari dal palcoscenico, – Avanti, in scena!

∗ ∗ ∗


– No, no, no!
Yukari sembrava sul punto di strapparsi i capelli.
– Quando dico cattivo, voglio dire spietato, odioso, perverso! Uno capace di strappare il cuore a mani nude al fratello e poi ridere di lui!
Ishizaki provò un’altra volta e si guardò intorno in cerca di appoggio. Non era forse l’espressione più spietata, odiosa e perversa che avessero mai visto in vita loro?
– Sembri un neonato col pannolino bagnato! – urlò ancora Yukari.
– In effetti i gemelli hanno quell’espressione, quando li devo cambiare, – rincarò la dose Sanae.
Ishizaki buttò per terra il cappello di bambù.
– Io non sono capace di fare il cattivo! Posso fare il buffone, lo sciocco di buon cuore, l’amico fedele. Non posso fare il cattivo! Non funzionerà mai!
Yukari chiarì in malo modo che era perfettamente d’accordo. Aveva in mente ben altri interpreti per quel ruolo, ma le toccava lavorare col materiale scarso che si ritrovava.
Un’ispirazione le attraversò gli occhi.
– Immagina di essere Hyuga nella finale dell’ultimo campionato delle scuole medie.
Ishizaki si vide davanti agli occhi la terribile, interminabile partita, con Tsubasa tenuto in piedi da continue iniezioni di antidolorifici e Hyuga che urlava di non avere nessuna pietà. Provò con tutte le sue forze a calarsi nella maglia nera del capitano della Toho.
– Adesso ci siamo! – batté le mani Yukari.
Ishizaki si guardò intorno meravigliato. I ragazzi lo guardavano impressionati. Solo Tsubasa, nascosto sotto il suo cappello di bambù, faceva finta di leggere il copione, perso nei suoi pensieri.
– Sono stato bravo? – miagolò Ishizaki, e l’espressione della Tigre lasciò di nuovo il posto a quella da bebé in attesa del cambio.
– Ora tu, – fece Yukari, indicando il capitano.
Tsubasa alzò gli occhi dal copione.
– Non la vedi da settimane, – cominciò Yukari, mettendo le mani sulle spalle di Sanae, – E forse non potrai mai più vederla. Il cuore ti sanguina al solo pensiero. Ma il destino vi fa incontrare proprio davanti ai gradini del tempio, dove lei sta pregando per te. Lei ti riconosce. E ti chiama.
Yukari strinse il pugno, come se avesse in mano il cuore di Tsubasa.
– Fammi sentire lo strazio!
Fece un cenno alla prima attrice.
– Avanti, dagli la battuta!
Sanae fece un passo avanti. Con un movimento flessuoso come un ramo di salice, amplificato dalle ampie maniche del kimono, si portò una mano davanti alla bocca.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Tsubasa rimase incantato e sconcertato davanti a una voce calda che mai le aveva sentito.
– Tsubasa! – lo svegliò Yukari, – Sei Toku o non lo sei?
Tsubasa cercò la battuta sul copione.
– Ohatsu… – cominciò, – È meglio che tu tenga il cappello…
Yukari si lasciò cascare seduta con la testa tra le mani.
– Quella è la battuta di Sanae…
Ishizaki cercò di guadagnare l’uscita.
– Dieci minuti di pausa? – propose.
Yukari fece segno di lasciarla sola con il suo dolore.

∗ ∗ ∗


Tsubasa sentiva un impellente bisogno di aria e di un pallone. Lasciò cappello e kimono nello spogliatoio e corse al campo di allenamento del liceo, che, per fortuna, era solo a pochi passi dal teatro scolastico.
Nel silenzio del pomeriggio d’agosto, gli venne incontro l’inconfondibile rumore di un piede che calciava un pallone. L’ombra di un giocatore solitario e assorto si disegnò netta sul verde dell’erba. Il giocatore palleggiò col piede destro, poi col sinistro, senza mai lasciare che il pallone toccasse terra. Finalmente lo appoggiò gentilmente sul prato e tirò in porta.
La palla descrisse una parabola elegante come il volo di una rondine e andò a sbattere sulla traversa, per poi spegnere i propri rimbalzi tra i piedi di Tsubasa.
– Misaki…
Il numero undici chiamò la palla, indicando davanti a sé.
Il piede di Tsubasa disegnò un lancio millimetrico, che Misaki restituì senza nemmeno fargli sfiorare l’erba. Il capitano della nazionale medaglia d’oro alle ultime olimpiadi si trovò in posizione perfetta sulla traiettoria del cross.
Palo.
Tsubasa e Misaki rimasero a guardare il pallone che rotolava beffardo dalla parte opposta del campo.
– Fa troppo caldo per giocare, – disse Misaki, sedendosi all’ombra.
Tsubasa approvò, sedendosi anche lui.
Misaki si sdraiò sull’erba, le braccia dietro la testa. Le nuvole bianche e gonfie si rincorrevano dal mare verso la montagna, portandosi via la speranza di un po’ di refrigerio.
Tsubasa guardò l’amico una, due, tre volte. Poi, finalmente, si decise.
– Lo so che non me l’hai detto per amicizia… Ma io forse avrei preferito saperlo.
– Sapere cosa? – fece Misaki, senza staccare gli occhi dalle nuvole fuggitive.
Tsubasa girò lo sguardo intorno sui palloni, le panchine, lo spogliatoio. Prese un respiro più ampio e sputò il rospo:
– Che Sanae era innamorata di te.
Misaki si alzò appoggiandosi a un gomito.
– Come hai detto, scusa?
Tsubasa sospirò.
– Misaki, basta bugie, per favore. Ti dico che so tutto.
Levò la lettera di tasca e la mise nelle mani di Misaki.
Il numero undici lesse le poche righe scritte sul foglio azzurro. Alzò gli occhi su Tsubasa, poi li riabbassò di nuovo sulle parole di Sanae.
– Tsubasa! Tsubasa, si può sapere dove sei?
La voce di Sanae arrivò da dietro lo spogliatoio.
Tsubasa si alzò in piedi, senza staccare gli occhi da Misaki, che continuava a fissare il foglio azzurro.
Sanae comparve al bordo opposto del campo, tra lo svolazzare della seta celeste del kimono dal lungo strascico. Alla vista di Misaki, si fermò di colpo.
– Yukari ha detto che possiamo andarcene a casa. Sbrigati. I bambini aspettano.
Tsubasa andò verso di lei con passo esitante, voltandosi indietro ogni due metri. Sanae lo prese sottobraccio e fece un freddo cenno di saluto a Misaki.
Rimasto in piedi, in mezzo al campo, con in mano la sua lettera d’amore.

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Atto quarto