22. DUELLO AL CAMP NOU

Capitolo ventiduesimo

DUELLO AL CAMP NOU

 

“Ed è gooooooooool!!!!!!!!!!!!!!!!!”, gridò l’altoparlante, mentre la metà dello stadio vestita di bandiere blu esplodeva in un fragoroso boato.
Segnare per primi al Camp Nou era una scossa di adrenalina.
Taro Misaki, appena liberatosi dall’abbraccio dei suoi compagni di squadra, fece quello che tutti si aspettavano, ovvero il consueto gesto di dedica, la cui destinataria era ormai nota a tutto il mondo.
Le telecamere si spostarono sulla panchina blaugrana, ma Tsubasa Ozora non era visibile, coperto in gran parte da due giocatori in piedi.
L’intervista della sera prima aveva chiarito a tutta la squadra i motivi della stagione critica del giocatore e, quando era apparso sul megaschermo Misaki con la sua dedica alle tribune, due dei suoi compagni di panchina, vedendo la sua faccia, si erano alzati per nascondere alle telecamere il loro giovane amico.
“Che teste di…”, fece uno dei due vedendo che la regia indugiava, sperando che si spostassero.
“È colpa mia”, disse Tsubasa.
“Tu hai tutte le giustificazioni del mondo”, rispose il compagno, “Questi invece sono solo sciacalli”.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa, in tribuna stampa, tifava per i blaugrana.
Si augurava che Misaki perdesse contro un Barcellona senza Tsubasa.
Una sconfitta per entrambi: l’unico risultato che potesse darle qualche soddisfazione.
Sanae Nakazawa non era in tribuna vip nemmeno questa volta, ostinatamente decisa a restare nell’ombra.
Proprio un atteggiamento da divina, pensò Azumi. In questo modo la sua presenza aleggiava su tutto lo stadio, come se guardasse la partita direttamente dalla sua dimora celeste.

∗ ∗ ∗

Sanae sedeva tesa e silenziosa accanto a Roberto Hongo.
Taro le aveva dedicato quel gol importantissimo e lei non poteva nemmeno rispondergli con un sorriso.
La vicinanza dell’allenatore brasiliano la rendeva ancora più insofferente. Sapeva bene quanto fosse affezionato a Tsubasa. Per lui era stato come un secondo padre.
“Ho visto Tsubasa in campo quest’anno”, disse all’improvviso Roberto, “E ho visto l’intervista”.
Sanae sospirò. C’era da aspettarselo…
“Ha bisogno di te”, aggiunse, “Ha bisogno di saperti sugli spalti a tifare per lui”.
Sanae si voltò di scatto, pronta a replicare.
Ma Roberto non aveva ancora finito.
“Ma io capisco bene che cosa ha provato Misaki per tutto questo tempo…”, disse guardando il numero 11 in maglia blu.
Sanae fissò il suo vicino in silenzio.
“Anche se lui è stato più fortunato di me”, aggiunse quasi tra sé.

∗ ∗ ∗

La partita aveva un ritmo indiavolato.
Il Barcellona non ci stava a perdere e, nella bolgia di un tifo scatenato, tentava di imporre il proprio gioco.
Rivault, che cominciava a sentire di nuovo il dolore alla schiena, ebbe un attimo di esitazione su un pallone.
Un guizzo blu notte lo superò d’un balzo e, saltando altri due avversari, arrivò al limite dell’area.
“L’artista del centrocampo crossa al centro… Ed è gol!!!!!!!!!”, urlarono in tribuna stampa in quindici lingue diverse.
L’attaccante del PSG indicò il compagno di squadra, come a dire che lui aveva fatto il minimo indispensabile per mettere a frutto quella palla d’oro.
“Alzati”, disse l’allenatore blaugrana all’indirizzo di Tsubasa, “Vediamo quanta rabbia hai in corpo”.
Il mister sapeva che da quella partita non dipendeva solo la stagione, ma anche la sua panchina.

∗ ∗ ∗

Sul 2 a 0 per la squadra francese, con grande soddisfazione della tribuna stampa, sotto gli sguardi carichi di emozioni contrastanti di amici e parenti e, soprattutto, davanti agli occhi di Sanae Nakazawa, Ozora Tsubasa fece il suo ingresso in campo.

∗ ∗ ∗

I due ex amici si scambiarono un breve sguardo, che le telecamere fecero di tutto per catturare e amplificare, ma furono costrette a tornare subito sulla partita che non concedeva un attimo di tregua.
La battaglia a centrocampo era durissima, ogni pallone sembrava questione di vita o di morte.
Tsubasa Ozora sfuggì all’improvviso al suo marcatore e il difensore si trovò costretto ad atterrarlo al limite dell’area.
Una posizione perfetta, pensò il mister in panchina.
Tsubasa si concentrò, nel silenzio sospeso dello stadio, prese la rincorsa e…
“Mamma mia, dove l’ha messa!!! 2 a 1!!!!! Straordinaria magia del fuoriclasse giapponese, che piazza all’angolino il suo tiro ad effetto!!!!”
I compagni corsero ad abbracciare il loro ritrovato numero 2+8, ma lui, prima di qualsiasi altra cosa, baciò la fede nuziale, che ancora portava al dito.



Roberto Hongo notò l’espressione cupa dietro i grandi occhiali neri di Sanae. Doveva sentirsi come un trofeo da vincere a suon di gol.
Gli sguardi dell’intero stadio cercarono Taro Misaki.
Il fuoriclasse del PSG stava accuratamente sistemando il pallone al centro del campo. Le telecamere attesero pazientemente che sollevasse la testa per coglierne l’espressione.
Trovarono la stessa serena determinazione che aveva prima del gol.



La marcatura di Tsubasa era affidata a un centrocampista di copertura, per lasciare libero Misaki di spaziare in attacco. D’altra parte, il numero 11 non sentiva affatto il bisogno di duellare con l’asso del Barcellona.
Tsubasa, invece, sentiva crescergli l’adrenalina in corpo ogni momento di più. Il gol gli aveva restituito l’energia dei giorni migliori e ora correva a tutto campo.
Ogni pallone che toccava era un pericolo per la difesa parigina, che tentava affannosamente di contenerlo.
Al trentesimo del primo tempo, allungò all’improvviso sulla fascia.
Giunto sul fondo, vide il numero 9 del Barça in ottima posizione al centro dell’area.
“Magnifico assist di Ozora Tsubasa! Ed è il pareggio!!!!!”
Ora fu la parte blaugrana a esplodere in un grido incontenibile. Dopo una stagione di delusioni, il loro gioiellino sembrava rinato e li avrebbe di certo trascinati alla vittoria.
In tribuna stampa un collega chiese a Azumi Hayakawa, secondo lei, che cosa fosse successo.
La giornalista non poté rispondere che sotto lo sguardo della dea della vittoria aveva visto avvenire questo ed altri miracoli.



“Fantastica progressione sulla fascia!”
Taro Misaki prese il volo sull’ala destra, la sua preferita. Sembrava impossibile fermarlo.
Un fulmine blaugrana attraversò la sua corsa, mandandolo lungo e disteso un metro più in là, con un dolore lancinante alla gamba del vecchio infortunio.
Sanae balzò in piedi.
Le telecamere inquadrarono l’arbitro che estraeva il cartellino giallo.
Il numero 2+8 del Barcellona incassò l’ammonizione senza protestare.
Misaki si spostò zoppicando a bordo campo, perché il medico verificasse l’accaduto.
Mancavano pochi secondi alla fine del primo tempo e lo accompagnarono in infermeria.

∗ ∗ ∗

Sugli spalti, Roberto Hongo posò una mano gentile sulla spalla di Sanae, per invitarla a risedersi. Tsubasa era sempre stato un giocatore correttissimo e quel brutto intervento aveva sorpreso anche lui.
Dopo pochi minuti, Sanae ricevette un messaggio sul telefonino.
“Tranquilla, non è niente. Sarò in campo”, lesse Roberto con la coda dell’occhio.
“In un momento difficile come questo, il suo primo pensiero è stato rassicurarti”, commentò.
Sanae ebbe un lieve sorriso.
“Non sono solo io a essere in campo con lui. Taro riesce a essere qui con me sugli spalti, anche nel pieno della battaglia”.
Roberto Hongo sentì come un’eco lontana in quelle parole, che lo riportarono per un attimo a un giorno di tanti, tanti anni prima, in una casa che guardava l’oceano.

∗ ∗ ∗

Misaki tornava zoppicando dall’infermeria, mentre digitava il messaggio per tranquillizzare Sanae, quando si trovò di fronte, nel corridoio deserto, Tsubasa Ozora che stava per rientrare negli spogliatoi.
“La chiami anche nell’intervallo della partita. Non ti sembra di esagerare?”, disse sarcastico il soccer prodigy.
Il fantasista del PSG non raccolse la provocazione e passò oltre.
Tsubasa aveva cercato lo scontro fisico in campo, ma Misaki non aveva raccolto la sfida, così sentiva la rabbia che gli ribolliva dentro. Avrebbe volentieri fatto a pugni.
“È solo questione di tempo”, disse con un ghigno, “Poi si stancherà anche di te. È fatta così”.
Tsubasa si ritrovò a terra, con un labbro spaccato e l’aria un po’ stupita. Lo scatto di Misaki era stato così veloce che non aveva avuto il tempo di parare il colpo in nessun modo.
In quel momento, si aprì la porta dello spogliatoio del Barcellona e ne uscì l’allenatore.
Misaki chiuse gli occhi. La sua espulsione era segnata. La partita finita. Un pugno negli spogliatoi gli sarebbe costato una durissima squalifica.
Il mister guardò il suo numero 2+8 a terra col labbro sanguinante.
Poi spostò lo sguardo sullo schivo centrocampista avversario, che ce la stava mettendo tutta per fare a brandelli la sua squadra e la sua carriera.
Si voltò per rientrare in campo.
“Stai più attento la prossima volta che apri la porta dello spogliatoio, ragazzo. E tu, Tsubasa, sbrigati a farti medicare, che abbiamo una partita da vincere”.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventitreesimo – Vincitori e vinti

 

19. E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

Capitolo diciannovesimo

E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

 

A Barcellona erano soddisfatti. Nonostante il loro numero 10 fosse acciaccato e il suo sostituto orientale fosse in cattiva forma, erano riusciti lo stesso ad arrivare in finale in Champions League.
Sarebbe stata una vera sconfitta altrimenti, visto che la partita si sarebbe giocata al Camp Nou.
L’altra finalista, reduce da una stagione senza precedenti, era, naturalmente, la squadra della capitale francese: il Paris Saint-Germain.
Azumi Hayakawa arrivò all’aeroporto di Barcellona due giorni prima della finale, per presenziare alla conferenza stampa. Il reportage sulla generazione d’oro era stato un successo e ora non poteva mancare l’ultimo capitolo, quello sullo scontro tra i due partner della leggendaria Golden Combi.
Tsubasa Ozora rispose alle domande dei giornalisti sulla sfida fratricida con poche, scontate battute.
Azumi uscì dalla sala chiedendosi che cosa mai avrebbe potuto raccontare. La storia tra i due centrocampisti ricordava molto la saga di Camelot, con il primo cavaliere Lancelot, bello e gentile, che portava via l’incantevole Ginevra al valoroso re Artù. Ma era chiaro che parlare di quella vicenda era fuori discussione.
“Azumi, come stai?”
Si voltò e vide il soccer prodigy che le sorrideva.

∗ ∗ ∗

“Non capisco perché non hai voluto chiamare Sanae”, ripeté Yayoi Aoba appena usciti dall’aeroporto di Barcellona.
Yukari, per l’ennesima volta, finse di non aver sentito.
Un piccolo gruppo di giocatori della nazionale olimpica, con mogli e fidanzate, si era organizzato per assistere al Camp Nou alla storica finale, che avrebbe visto contrapporsi, per la prima volta, due giocatori giapponesi.
“Prendila così: il terzo posto è tutto tuo!”, rise Izawa all’indirizzo di Hyuga, appena arrivato da Torino. La sua Juventus aveva perso la semifinale contro il Barcellona di Tsubasa e la sconfitta gli bruciava ancora.
“È inutile”, rincarò Izawa, “Il soccer prodigy è invincibile! Fattene una ragione…”
“Qual è il pronostico di tua nonna questa volta?”, chiese Yayoi alla sua vicina.
“I tarocchi hanno indicato la carta degli amanti”, rispose Kumi Sugimoto, ammiccando.
“Allora, mi dispiace per Misaki, ma vedo già Sanae baciare Tsubasa con in mano la coppa”, rise Yayoi.
“Qualcuno sa qualcosa di Wakabayashi? Al telefono non risponde…”, chiese Matsuyama.
“Verrà di sicuro”, rispose Misugi, “Ci sarà da festeggiare in ogni caso!”
Ishizaki scambiò un rapido sguardo con Yukari.
Lui, invece, era convinto che, in ogni caso, sarebbe stata una tragedia.

∗ ∗ ∗

Sotto il sole di mezzogiorno, le strade di Barcellona erano quasi deserte.
“L’invito viene dal coach in persona”, disse ridendo Taro, “Vuol sapere chi deve ringraziare per tutti quei gol”.
Sanae non era ancora convinta, anche se il ricevimento era riservato solo a giocatori e famiglie, con divieto d’ingresso assoluto per i giornalisti.
“Non hai fatto nulla di male, non puoi essere costretta a nasconderti per sempre nelle tribune minori”, incalzò lui, “E poi guarda che i miei compagni hanno minacciato di pedinarmi!”
Sanae si lasciò sfuggire un sorriso, che Taro prese per una risposta affermativa.
Anche lei non vedeva l’ora di poter uscire del tutto dall’ombra e di vivere in pieno sole con il suo compagno e i bambini. Ma sarebbe stato possibile solo dopo il divorzio. E la risposta di Tsubasa non era ancora arrivata.
Sapeva benissimo che la notizia della separazione sarebbe stata un vero e proprio shock per tutte le loro conoscenze. Le reazioni di Yukari e di Wakabayashi erano solo una goccia nel maremoto che li avrebbe investiti. Ma sentiva che erano forti e uniti abbastanza da far fronte a qualsiasi cosa.
“E va bene”, disse, “Però adesso ho fame. Non vedo l’ora di mangiare un pa amb tomaquet! E se domani vincete, ti porto nel mio ristorante preferito ad assaggiare la migliore esqueixada di Barcellona!”
“Mangiare cosa?”, disse Taro, spalancando gli occhi.
“Pane e pomodoro e insalata di baccalà!” rise Sanae, prendendolo per mano, “Andiamo, che ti faccio un corso accelerato di catalano!”

∗ ∗ ∗

“Adesso sto studiando il russo”, spiegò Azumi, “Con un collega pensavamo di andare negli stati dell’ex Unione Sovietica, a venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino. Hai idea di quante storie ci siano da raccontare?”
Tsubasa Ozora guardava affascinato la sua graziosa interlocutrice. Le aveva fatto una domanda sul suo lavoro e lei era partita come un fiume in piena, parlandogli di paesi lontani, di progetti avventurosi, di sogni.
Gli sembrò di riconoscere, nel tono di lei, la stessa assoluta passione che lo caratterizzava da sempre quando parlava di calcio.
“Non potrei vivere senza il mio lavoro”, continuò la giornalista, “Anche se so che mi chiede molto. E che mi condiziona molto sul piano personale”.
Avevano deciso di mangiare qualcosa insieme. Azumi cercava un locale non turistico e Tsubasa le aveva proposto un ristorante lì vicino.
“È buonissimo questo dolce”, osservò Azumi, mentre dava l’assalto alla seconda porzione di crema catalana.
“Il cuoco dà volentieri le ricette”, disse sempre più divertito Tsubasa.
“È inutile”, rise lei, “Io non so nemmeno cuocere un uovo. Dovrò accontentarmi di farne indigestione qui”.
Azumi pensò che Tsubasa era davvero gentile e simpatico quel giorno. Era stato a sentire con grande interesse i suoi racconti.
Le aveva richiamato alla mente il loro primo incontro, al Torneo di Parigi, tanti anni prima, quando era un ragazzo pieno di sogni, con un sorriso irresistibile.
Al contrario di quanto aveva pensato a Madrid, questa volta le sembrava decisamente affascinante. Era difficile non imbarazzarsi sotto il suo sguardo.
Mentre Azumi finiva il suo dolce, Tsubasa venne al punto.
“Cosa ne diresti di un’intervista?”, disse, “Anche se è la solita vecchia storia, come dice la canzone. Una battaglia per l’amore e per la gloria”.

∗ ∗ ∗

Le lenzuola andavano tingendosi dei colori del tramonto.
La baciò di nuovo.
“Guarda che domani hai la partita”, bisbigliò lei.
“Hai ragione”, commentò lui, serissimo, “Ho paura che il coach non approverebbe questo tipo di allenamento di rifinitura”.
Sanae scoppiò a ridere. Rise anche Taro.
Aveva temuto che quel ritorno a Barcellona potesse suscitare in lei sentimenti contrastanti. E, invece, le poche ore di libertà lasciate dall’allenatore, si erano trasformate in un’incantevole vacanza.
Il telefono segnalò un messaggio.
“Accendi immediatamente la televisione”, scriveva Yukari.
Dallo schermo irruppero nella stanza due volti familiari.
Un titolo scorreva sotto le immagini:
“Diretta esclusiva alla vigilia della finalissima: Parla Tsubasa Ozora. Intervista di Azumi Hayakawa”.

∗ ∗ ∗

“La sua stagione è stata piuttosto deludente”, osservò la giornalista, “Soprattutto nel confronto con gli splendori dello scorso anno”.
“Non ho mai voluto parlare delle mie vicende personali”, disse Tsubasa, “Ma hanno inciso davvero molto su quanto ho fatto in campo”.
“La sua riservatezza è sempre stata proverbiale”, osservò Azumi.
“Non ho voluto finora rendere pubbliche le mie vicende perché so che avranno pesanti ripercussioni su tutto l’ambiente della nazionale giapponese”, spiegò il numero 10.
“Posso chiederle come mai si è deciso a farlo proprio ora?”, chiese la giornalista.
Dopo i due veloci scambi iniziali, Tsubasa allungò la palla e cambiò passò.
“Stamattina, durante la conferenza stampa, mi è stato chiesto da più parti cosa provo nel giocare per la prima volta contro Taro Misaki, mio partner nella Golden Combi…”, disse.
Azumi seguì l’azione.
“In effetti, non vi siete mai trovati l’uno contro l’altro…”, commentò.
“In realtà non è affatto la prima volta che mi trovo contro Misaki”, replicò Tsubasa, “La differenza è che questa volta lo scontro avverrà alla luce del sole, cosa per lui non abituale”.
Dopo la dura premessa, il soccer prodigy sferrò l’attacco.
“Ormai da mesi, Taro Misaki vive con mia moglie e con i miei figli, a Parigi. Di nascosto da tutti, naturalmente, come si addice ai traditori”.
“Con sua moglie? Sanae Nakazawa?”, chiese Azumi, rimandandogli subito la palla.
Tsubasa scattò in una discesa inarrestabile.
“Sì, con mia moglie”, ribadì, “Il suo comportamento mi ha molto meravigliato. Ho sempre pensato che fosse una donna forte. Ora, invece, mi rendo conto che si tratta di una persona fragile e passiva, del tutto dipendente dalle scelte altrui. Altrimenti non mi spiegherei come abbia potuto seguire un debole come Taro Misaki, un uomo che non ha mai avuto il coraggio e la forza di prendere in mano la propria vita”.
Azumi Hayakawa capì che era il momento di allargare sulla fascia.
“Le Olimpiadi e il campionato del PSG sembrano, però, dimostrare il contrario”, disse con tono deciso.
“È animato solo da rivalsa nei miei confronti”, disse Tsubasa, entrando in area, “Ha sempre voluto prendere il mio posto, in campo e nella vita. È un uomo abituato a tramare nell’ombra, non a combattere alla luce del sole”.
“Lei, invece, sembra determinato a riprendere in mano la sua esistenza…”, replicò Azumi, arrivando sul fondo.
“Io mi riprenderò quello che è mio”, affermò Tsubasa con tono deciso, pronto in mezzo all’area.
“A cominciare dalla finale di domani?”, crossò la giornalista.
“A cominciare dalla finale di domani”, schiacciò di testa il soccer prodigy.
Gol.

∗ ∗ ∗

Sanae lanciò il telecomando con rabbia e il televisore pensò bene di spegnersi.
Far passare Taro per un serpente traditore e lei per un’adultera facilmente plagiabile era davvero un’offesa che gridava vendetta.
La cosa più inaccettabile era il fatto che Tsubasa le rinfacciasse di essere quello che proprio lui l’aveva costretta a diventare: un’ombra passiva, disposta per amore a rinunciare a se stessa.
Era furiosa come una tigre. Se lo avesse avuto per le mani, lo avrebbe strozzato.
Taro sentì fremere tutta la sua collera e cercò di contenerla in un abbraccio. Era davvero ferito dal comportamento di Azumi, che aveva voluto vendicarsi di lui in quel modo così meschino.
Chiamò l’allenatore, per dirgli che non avevano intenzione di partecipare al ricevimento della sera.
“Capisco benissimo”, rispose il mister, che aveva appena visto l’intervista.
A lui quel ragazzo serio e schivo piaceva moltissimo. Quelle dichiarazioni rilasciate alla vigilia della finalissima gli erano sembrate un colpo basso. Lasciò che ritrovasse un po’ di serenità in vista della partita.
“Vi abbraccio forte. Restate uniti”, diceva il messaggio sul cellulare di Taro. Era sua madre, che doveva aver visto l’intervista.
Squillò il telefono di Sanae.
“Sanae, mi dispiace…”
Era la voce di Natsuko Ozora.
“Il dolore fa fare cose molto sciocche”, disse, tentando di giustificare il comportamento del figlio, che, in realtà, trovava inqualificabile.
Sanae la ringraziò a mezza voce.
Chiuse la comunicazione e pensò che mancava solo la sua di madre.
Ma era sicura che, dopo aver visto l’intervista, fosse drammaticamente crollata sul pavimento.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventesimo – Un’ombra per sempre sarai

 

Intro – I’M WAITING FOR MY MAN

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