DIETRO LE QUINTE

 

Lo scopo di questi credits non è fare un elenco delle citazioni esplicite e implicite presenti nel nostro lavoro, ma mostrare come una storia nasca sempre nell’intreccio delle infinite storie che gli uomini da sempre raccontano.

Abbiamo pensato che anche questa fosse una storia interessante da raccontare, da un lato, per far nascere altre storie, dall’altro, più semplicemente, per far scoprire a qualcuno un nuovo libro o un nuovo film.

Libri, film, quadri e canzoni agiscono come suggestioni, a volte con intere scene, altre con una sola parola. In certi casi sono all’origine di uno snodo narrativo, più spesso aggiungono spessore e colore a scene nate in modo del tutto indipendente.

In molti casi si tratta di ricordi di vecchie letture, in altri casi, invece, la ricerca è stata fatta appositamente per quella scena. Alcune volte, un intero filo narrativo nasce dalla ricerca del titolo più adatto a un capitolo (è quello che è successo con L’ora blu), altre volte, da un intero film, viene tratto un singolo dettaglio, come la maglia a righe di Sanae da Jules et Jim.

Usiamo molto i quadri, forse anche perché il nostro lavoro di partenza è il nostro fan manga, nel quale l’immagine prevale sul testo, ma anche le poesie e le canzoni, perché evocano le immagini meglio di quanto faccia la prosa.

Tralasceremo, ovviamente, i numerosissimi riferimenti al manga di Yoichi Takahashi, di cui abbiamo utilizzato soprattutto le serie più recenti, Rising sun e Golden 23, per non appesantire il tutto.

Abbiamo, però, preparato una versione scherzosa delle scene che ci hanno suggerito il legame tra Taro e Sanae nel nostro Presunto innocente.

Il titolo, innanzi tutto.

D’amore e ombra è uno dei più celebri romanzi della scrittrice cilena Isabel Allende, da cui è stato tratto anche un film.

Ci è servito per delineare subito il tema di una storia romantica, giocata sull’ombra, che i personaggi si fanno l’un l’altro e che è presente in ciascuno di loro.

In più, anche nel bel romanzo di Isabel Allende, la protagonista è una reporter (come la nostra Azumi) e l’eroe maschile ha dei tratti timidi e introversi, pur essendo una figura solida e forte.

L’ombra è un tema estetico e filosofico caratteristico del Giappone. O almeno così sostiene J. Tanizaki nel suo provocatorio e poetico Libro d’ombra.

In generale, il plot fondamentale della nostra storia ha preso spunto dalla storia dell’amore adulterino tra Lancelot e Ginevra. Il conflitto tra la lealtà al proprio re e il sentimento per la donna amata dilania il primo cavaliere tanto quanto Taro Misaki.

Il tema di due amici innamorati della stessa donna risulta centrale nel film Jules et Jim di F. Truffaut, da cui abbiamo preso qualche spunto.

Una donna che mette in conflitto un eroe e un vagabondo è anche la trama di Casablanca, il famosissimo film del 1942, che abbiamo citato a più riprese.

CAPITOLO PRIMO – LA MAGLIA NUMERO DIECI E MEZZO

La figura di Azumi Hayakawa, che ha richiesto il lavoro di costruzione più ampio, dato che nel manga originale è solo abbozzata, è stata ispirata ai giornalisti reporter ansiosi di raccontare il mondo: Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, per fare due esempi noti, ma soprattutto Emanuela Zuccalà, giovane giornalista impegnata sui fronti più difficili, di cui consigliamo in particolare Donne che vorresti conoscere, una straordinaria raccolta di storie di donne coraggiose.

CAPITOLO SECONDO – LA MONTAGNA DI FUOCO E DI NEVE

La figura di Kono-Hana-Sakuya-Hime, dea del Fuji-san, è parte del pantheon scintoista. Abbiamo raccolto le informazioni confrontando le diverse fonti disponibili sul web in inglese e francese.

L’immagine della montagna di neve che va tenuta all’ombra è stata poeticamente utilizzata da Roberto Benigni in una sua intervista, parlando della moglie. Noi l’abbiamo unita all’immagine delle montagne come pilastri del cielo, di tradizione tibetana.

L’uso di indurre il travaglio con un pellegrinaggio a un monte santo, è, invece, un tradizionale consiglio delle ostetriche e delle nonne, in molte zone d’Italia. Nella Lombardia nord-occidentale, la meta è il Sacro Monte di Varese, nel cui antichissimo santuario è conservata la cinta della Madonna, reliquia che protegge partorienti e puerpere.

CAPITOLO QUINTO – IL RITORNO DEGLI EROI

La scena della domanda di matrimonio di Ishizaki a Yukari, si chiude con una battuta presa quasi letteralmente da un classico di Billy Wilder: “Baciami, stupido!”

CAPITOLO SESTO – PENELOPE ALLA GUERRA

Il titolo è quello di un’opera di Oriana Fallaci, reporter a cui, di sicuro, Azumi Hayakawa amerebbe assomigliare.

Il tema della Penelope insofferente ci sembrava calzare particolarmente anche con il lato Anego di Sanae Nakazawa.

Il gingko sotto cui sosta Taro Misaki è una pianta dalle caratteristiche botaniche particolari, una sorta di fossile vivente, risalente all’epoca dei dinosauri. Straordinariamente longevo e resistente (i gingko biloba di Hiroshima sopravvissero all’esplosione atomica) e caratterizzato da foglie di forma e colore unici, è un medicamento utilizzato da millenni, che rinforza il cuore e lo spirito.

L’immagine che Azumi ha di Sanae Nakazawa, il vento tra i ciliegi, nasce dal tema, che abbiamo utilizzato anche nel fan manga, del sakura come simbolo del mono no aware, ovvero il sentimento dell’impermanenza dell’essere. Potete trovare un approfondimento nell’ultima tavola del nostro speciale Sakura hana.

CAPITOLO SETTIMO – L’ULTIMO GRANELLO DI SABBIA

L’Hanakotoba è l’antico linguaggio dei fiori giapponese, che viene utilizzato anche nell’ikebana.

La scena sulla spiaggia è ispirata alla bella canzone di Ivan Graziani, Agnese Dolce Agnese, a cui abbiamo dedicato il video.

CAPITOLO OTTAVO – UN SOGNO DENTRO UN SOGNO

A Dream Within a Dream è un famosissimo componimento di Edgar Allan Poe.

L’immagine del futuro nascosto nel passato, come il fiore nel seme, viene da G. W. F. Hegel.

Sanae, sulla spiaggia, indossa una maglietta a righe, come Jeanne Moreau in Jules et Jim, di F. Truffaut, film che racconta la storia di una donna amata da due amici.

Ho trascorso con voi ogni giorno della mia vita. Ditemi che lo sapete. […] Ditemi che sapete anche che io sarò ancora con voi ogni giorno che m’è dato da vivere. Perché stasera ho imparato, mia cara, che in questo nostro splendido mondo ogni cosa è possibile.

La dichiarazione d’amore di Taro è ispirata alle bellissime parole che il generale Lowen rivolge a Martina quando, ormai anziani, dopo essere stati separati per tutta la vita, si incontrano per l’ultima volta. Il racconto è Babette’s feast, un piccolo gioiello di K. Blixen, da cui è stato tratto anche un poetico film danese, superbamente recitato.

L’immagine del medaglione spezzato a metà nasce dall’etimologia stessa della parola symbolon, che indicava le due metà di un coccio che veniva spezzato per sancire un alleanza. Ciascuno dei due contraenti ne conservava una parte.

Da Plauto in poi, diventa un topos della letteratura di tutti i tempi, in particolare nelle scene di agnizione, e impazza nei feuilleton ottocenteschi in tutte le sue forme e varianti.

L’idea che la scena d’amore si svolga in una dissolvenza è una delle più belle battute di La Rosa Purpurea Del Cairo, vecchio film di Woody Allen.

CAPITOLO NONO – NAUFRAGHI

Il naufragio per eccellenza, richiamato più volte in questo capitolo, è quello di Ulisse, che avvista Itaca e viene risospinto al largo, come inevitabile controcanto all’attesa di Penelope.

In particolare l’Ulisse di questo capitolo è quello dell’omonima poesia di U. Saba, per il quale “il porto accende ad altri i suoi lumi”.

I pensieri di Taro Misaki che guarda le luci del porto risentono di suggestioni provenienti da diverse canzoni, tra le altre Sono seduto sulla banchina del porto di Zucchero e Sitting on the dock of the bay di Otis Redding.

Ma, soprattutto, il mare aperto delle possibilità è un’immagine centrale del Così parlò Zarathustra di F. Nietzsche.

CAPITOLO DECIMO – DIECI ANNI DI SOLITUDINE

Il titolo del capitolo in cui entrano in scena Natsuko Ozora e Roberto Hongo non poteva non richiamare un romanzo sudamericano. La scelta è caduta su Cent’anni di solitudine di G. G. Marquez.

Un vecchio amore dei genitori risvegliato dal sentimento di due giovani è uno snodo centrale di A summer place, film del 1959, dal celeberrimo tema musicale.

Il tempo sospeso in cui vivono Sanae e Taro, invece, richiama i giorni nella isba sepolta dalla neve di un altro classico del cinema, Doctor Zhivago, storia di un amore adultero e contrastato.

La crisi di nervi della signora Nakazawa rispecchia l’inizio di Pride and prejudice di Jane Austen. La madre di Sanae, in molti punti, è ispirata all’esilarante e snervante signora Bennet.

CAPITOLO UNDICESIMO – IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Il titolo viene da Emily Dickinson, Portami il tramonto in una tazza.

Gli amori di Ares e Afrodite sono un tema classico della mitologia greca, da Omero in poi.

Per questa e per tutte le storie provenienti dalla mitologia, il riferimento è K. Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia.

La versione latina degli stessi miti è raccontata da Ovidio ne Le Metamorfosi.

CAPITOLO DODICESIMO – L’ORA BLU

L’ora blu è una particolare condizione di luce che si verifica al crepuscolo, molto nota ai fotografi.

Grazie anche al doppio senso del termine blue (triste) in inglese, l’immagine ha ispirato molti artisti e dato vita a numerose poesie e canzoni. Nel video abbiamo utilizzato When the blue hour comes di Roy Orbison, il cui testo rispecchia bene lo stato d’animo di Sanae in questo momento. Trovate una traduzione nella didascalia del video.

L’immagine della falena gialla sulla tela indaco viene da un’opera di Jan Fabre, Dancing the hour blue (Walking leaves), citata anche nell’illustrazione del video. Il pittore belga all’ora blu ha dedicato molti dei suoi dipinti, realizzati con un particolarissimo utilizzo della bic blu. Questa stessa tecnica è quella che abbiamo utilizzato in tutte le nostre illustrazioni.

Sanae avvolta nel mantello notturno trapunto di stelle riprende un’antica e suggestiva iconografia mariana, che i pittori di ogni tempo hanno immortalato nelle numerose Madonne della Misericordia.

La perentoria affermazione di Tsubasa “Io sono padrone del mio destino” è una citazione da Invictus, del poeta inglese W. E. Hanley. Il verso è celeberrimo nel mondo anglosassone ed è spesso citato in libri e film, tra i quali l’altrettanto celebre Casablanca.

Nel consiglio che Natsuko Ozora dà alla nuora riecheggia Va’ dove ti porta il cuore, di S. Tamaro, straordinario best seller di alcuni anni fa.

Il libro letto da Taro Misaki è L’amore ai tempi del colera, di G. G. Marquez, in cui il protagonista aspetta per tutta la vita la donna amata, sposata a un altro.

CAPITOLO TREDICESIMO – SI ALZA IL VENTO

Il titolo richiama da un lato, la bellissima poesia di Paul Valéry e, dall’altro, l’ultimo film di H. Miyazaki. Anche nel nostro capitolo, all’alzarsi del vento, ognuno dovrà tentare di vivere.

L’intera struttura del capitolo, con la tempesta atmosferica che riflette la tempesta dei cuori, è ispirata a Wuthering heights, di E. Brontë, il grande classico del romanticismo inglese.

La scena sulla spiaggia affonda le sue radici nelle vecchie canzoni estive, La canzone del sole di L. Battisti e Sapore di sale di G. Paoli su tutte.

La spada di Ninigi, sposo della dea del Fuji-san, che adirato raduna le nubi, è anche una delle insegne regali della famiglia imperiale giapponese.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – L’AURORA DALLE DITA DI ROSA

Titolo omerico.

La dea dell’aurora, Eos in greco, si innamora del mortale Titone, ma, per distrazione, chiede per lui solo la vita eterna e non l’eterna giovinezza.

Il primo kanji del nome Sanae (che significa “primo germoglio”) viene comunemente tradotto con “prima”. In realtà, l’immagine è concreta e antica e indica il colore del cielo prima dell’alba, quando raggiunge il suo punto di oscurità più profonda. Più precisamente, il colore è quello dell’inchiostro estratto dalle galle di quercia, secondo l’antica tecnica comune a Oriente e Occidente.

L’immagine dell’amante che “sorge come l’aurora, bella come la luna” viene dal Cantico dei cantici, tradizionalmente attribuito a Salomone. Nell’ultimo verso, noi abbiamo trasformato l’esercito schierato in battaglia nella nazionale del Brasile.

L’urto di un meteorite che modifica l’inclinazione dell’asse terrestre è l’ipotesi avanzata dall’originale scienziato I. Velikovsky, e da molti altri dopo di lui, per spiegare alcuni fenomeni climatici e rivolgimenti narrati nei testi antichi delle più varie tradizioni, tra cui il Diluvio e la scomparsa di Atlantide.

CAPITOLO QUINDICESIMO – NEVE E GELO

La madre di Sanae qui prende alcune pose delle commedie italiane degli anni ’50, in particolare avevamo in mente la suocera di Piede Amaro (Nino Manfredi) in Audace colpo dei soliti ignoti.

In quanto “cattolica-apostolica-e-romana”, disapprova il divorzio della figlia e giura di restare “finché il Signore le dà la forza”, con il genero. Che si ritrova, quindi, senza moglie, ma con la suocera. Il massimo.

Ichiro Misaki apostrofa Sanae come fa il padre di Armand Duval in La dame aux camélias di A. Dumas (o di Alfredo Germont ne La Traviata, se preferite la versione di G. Verdi).

I dipinti di Monet che raffigurano la neve sono molti. Qui abbiamo pensato, in particolare, alla Veduta di Argenteuil sotto la neve.

CAPITOLO SEDICESIMO – L’OMBRA A CUI NON APPARTENIAMO

Il titolo è la traduzione di un verso di The dark end of the street, incisa da James Carr e rilanciata dal film The Commitments, di A. Parker. Si tratta della canzone che Taro e Sanae ballano nell’ultima scena e che racconta di un amore adulterino costretto a vivere nell’ombra. Il testo è tradotto nel video.

L’abito di Sanae Nakazawa è un modello dell’epoca d’oro della maison Dior, quando la casa di moda parigina vestiva Grace Kelly e Audrey Hepburn.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – ZEFIRO TORNA

Il titolo è un famosissimo verso di F. Petrarca, riguardante il vento occidentale che in Europa segna l’inizio della bella stagione. Secondo la mitologia, Zefiro si innamorò della ninfa Cloris che, posseduta dal vento divino, si trasformò in Flora, dea della primavera. Il celebre quadro di S. Botticelli illustra proprio questo mito, che viene citato anche ne La nascita di Venere, dello stesso autore.

Lo sconforto di Tsubasa, per cui “anche da lontano si vedeva che lei non lo amava più”, ricalca le parole di un blues di E. Jannacci, Si vede.

L’incanto di Taro davanti a Sanae che dorme è lo sgomento del mortale davanti all’apparizione divina, come Tiresia, accecato dopo aver visto Atena nuda. Ma è anche lo sguardo del pittore che coglie la sensualità dell’abbandono del sonno, come Picasso nel Ritratto di Marie Thérèse.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – LA DEA DELLA VITTORIA

Il Jardin sauvage de Saint Vincent è un’area naturale nel cuore di Montmartre. Abbandonato per anni, è stato colonizzato da piante e animali selvatici tipici dell’ambiente originario su cui sorge la capitale francese. Ora questo spazio prezioso è tutelato e, pur con le dovute limitazioni, aperto al pubblico.

L’hachimaki, che compare in tante scene dei manga giapponesi, è la fascia tradizionalmente indossata dai kamikaze, ma anche da tutti coloro che si cimentano in un’impresa, dagli esami al parto.

L’amore tra la dea e il mortale ha molte versioni nella mitologia greca. Forse le più calzanti, rispetto alla nostra storia, sono quella di Venere e Anchise e di Eos e Titone.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO – E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

Qui viene esplicitato uno dei riferimenti base del nostro plot, ovvero la saga di Camelot. Le versioni della storia di Lancelot e Ginevra sono molte: la prima è quella di T. Malory, Le Mort d’Arthur.

Anche la carta degli amanti, estratta dalla nonna di Kumiko dai tarocchi, raffigura proprio il primo cavaliere e la regina di Camelot.

La meta di Azumi Hayakawa, l’ex Unione Sovietica, è stata scelta a partire da uno dei più famosi lavori del reporter T. Terzani, Buonanotte, signor Lenin, che racconta i giorni della caduta dell’impero sovietico, e dal libro di E. Zuccalà, giornalista che ha raccontato il Giardino atomico. Ritorno a Chernobyl.

La vecchia canzone menzionata da Tsubasa, “It’s still the same old story / a fight for love and glory” è la celeberrima As time goes by, di Casablanca. Anche in questo film un eroe e un vagabondo (Humprey Bogart) sono divisi dall’amore per la bellissima Ingrid Bergman.

CAPITOLO VENTESIMO – UN’OMBRA PER SEMPRE SARAI

Il titolo riprende un’opera di O. Soriano, Un’ombra ben presto sarai.

La lettera scarlatta che Azumi Hayakawa vede sul petto di Sanae è, ovviamente, quella di N. Hawthorne, in cui l’adultera è esposta sulla gogna.

CAPITOLO VENTIDUESIMO – DUELLO AL CAMP NOU

Il duello, ovviamente, è quello western. Il capitolo è pensato per la regia di Sergio Leone e con la colonna sonora di Ennio Morricone.

CAPITOLO VENTITRESIMO – VINCITORI E VINTI

Il volo di Sanae tra le braccia di Taro è ispirato (come si dirà anche nel capitolo seguente) alla storia di Paolo e Francesca, cantata da Dante nel V canto dell’Inferno. Una citazione nella citazione richiama di nuovo Lancelot e Ginevra.

L’illustrazione è ispirata al dipinto preraffaellita di D. G. Rossetti, raffigurante proprio gli amanti di Gradara.

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO – LA COSA PIÙ BELLA SULLA NERA TERRA

Il titolo è un verso tratto da una delle più belle liriche di Saffo, poetessa greca del V secolo a.C., tradotto in latino da Catullo. La cosa più bella sulla nera terra, per i due poeti, è ciò che uno ama.

La “donna in grado di scatenare una guerra”, a cui il cronista francese paragona Sanae, è Elena, la più celebre adultera dell’antichità, il cui rapimento scatenò la guerra di Troia.

Elena di Sparta è menzionata anche nel V canto dell’Inferno dantesco, che qui viene esplicitamente citato.

CAPITOLO VENTICINQUESIMO – LA FINESTRA SUL PACIFICO

Taro con Sanae, Tsubasa con Azumi: ovvero un incrocio rispetto alla situazione iniziale. Il modello viene da Le affinità elettive, di W. Goethe, dove la storia d’amore tragica simboleggia le forze chimiche che spingono alcuni elementi a legarsi tra loro a scapito di altri. Noi abbiamo preferito evitare il finale drammatico.

Il quadro che Ichiro Misaki dipinge per Taro e Sanae è ispirato ai numerosi quadri di Chagall sul tema degli sposi, che spesso fluttuano leggeri in un cielo dai colori intensi.

 

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25. LA FINESTRA SUL PACIFICO

Capitolo venticinquesimo

LA FINESTRA SUL PACIFICO

 

“Arriveranno tra poco”, disse la baby sitter, “Li aspetti pure in salotto”.
L’uomo entrò con passo esitante, mentre la ragazza si precipitava nella stanza dei bambini, per evitare che Hayate pranzasse a base di gerani sconditi.
L’ospite girò imbarazzato lo sguardo nella stanza. L’occhio del pittore notò un quadro, appeso bene in vista sulla parete.
Il disegno ritraeva tre figure addormentate. Dai semplici tratti trasparivano con chiarezza l’amore e la meraviglia dell’autore davanti ai suoi modelli.
Il quadro riscaldava la stanza, facendone il cuore della casa.
All’uomo ricordò un suo disegno giovanile, che lo aveva seguito in tutti i suoi spostamenti. Ovunque arrivasse, per prima cosa appendeva nella nuova casa il ritratto fatto al figlio, quando aveva solo tre anni e giocava col suo primo pallone.
L’ospite sentì qualcuno che gli tirava la camicia.
Abbassò gli occhi e vide un bimbetto di circa un anno che lo guardava con un grande sorriso.
“Mamma!”, esclamò Daibu, indicando il quadro.
Evidentemente l’ospite gli sembrava in difficoltà nel decodificare il soggetto.
“Mamma! Bimbi!”, ripeté convinta la piccola guida turistica.
L’uomo accarezzò la testa del piccolo e fece per avviarsi alla porta.
“Guardi che saranno qui a momenti”, disse la baby sitter, mentre levava di mano il sapone ad Hayate, che aveva la bocca piena di schiuma.
“Non importa”, disse a bassa voce l’uomo, “Tornerò un’altra volta”.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa sbuffò, guardando fuori dalla finestra.
Il cielo era grigio e afoso.
Luglio soffocava Parigi e lei detestava l’idea di trascorrere lì l’autunno.
Sfogliò svogliatamente l’agenda.
L’unico impiego che aveva trovato, dopo aver abbandonato la carriera giornalistica, era quello di tutor degli studenti giapponesi alla Sorbonne Nouvelle.
Aiutare le matricole terrorizzate a districarsi tra aule e corsi: davvero un lavoro avventuroso…
Stava cercando qualcosa da fare in patria e sperava di rientrare in Giappone il prima possibile.
Per una forma di scaramanzia, non si era nemmeno fatta mettere il nome sulla porta dello studio.
Qualcuno bussò.
Azumi frugò tra le carte per recuperare la lista dei ricevimenti del giorno.
“Avan…”
Si fermò, col foglio a mezz’aria.
Il primo studente della lista si chiamava Nakazawa Sanae.



Per un lunghissimo minuto le due ragazze si guardarono in silenzio.
Fu Azumi a parlare per prima.
“Cosa diavolo ci fai qui?”
“E tu? Cosa diavolo ci fai qui?”, replicò Sanae.
“Ho cambiato lavoro”, ribatté Azumi laconica.
Sanae fece per andarsene. Poi si voltò.
“È per via di quell’intervista?”, chiese.
Poi aggiunse: “O è per quello che è successo con Tsubasa?”
“Che cosa vuoi ancora da me?”, sbottò Azumi, “Mi sono innamorata di due uomini: il primo moriva per te e il secondo non ti dimenticherà mai!”
“E quindi molli tutto?”, replicò decisa Sanae, “Credevo fossi una combattente, visto che tutti dicono che mi assomigli…”
“Noi non ci assomigliamo!”, gridò Azumi, “Sono stufa di vivere nella tua ombra, non voglio più essere la tua brutta copia!”
Sanae la guardò stupefatta.
“La mia brutta copia? Ma se sei sempre stata più forte e più indipendente di me! Io ho speso la mia esistenza all’ombra di Tsubasa, mentre tu ti costruivi la tua vita, girando il mondo!”
Azumi guardò Sanae Nakazawa. E la vide per la prima volta.
Aveva i suoi rimpianti, i suoi errori, le sue ferite, esattamente come lei.
Quel che l’aveva resa una divinità ai suoi occhi, era stato l’amore di Misaki.
Abbassò lo sguardo, confusa.
“Stai facendo un errore madornale”, concluse Sanae, “Ma io ho un’idea per rimediare…”

∗ ∗ ∗

“Studi di Eurosport France”, disse l’uomo, appena sbarcato all’aeroporto Charles De Gaulle.
Il tassista impostò la destinazione, azionò il tassametro e partì.
Per fortuna il navigatore dava le indicazioni, perché lui non riusciva a staccare gli occhi che per pochi istanti dallo specchietto retrovisore.
Era un tassista d’altri tempi e non si permetteva di parlare coi passeggeri.
Si rivolse all’uomo solo quando fu sceso.
“Anche se è un nemico, lei mi è sempre piaciuto. Me lo farebbe un autografo?”

∗ ∗ ∗

“Per Lei è stata un’annata di sogno”, disse la giornalista, “La medaglia olimpica, la Champions League e ora la candidatura al Pallone d’oro”.
“Ho avuto la fortuna di veder ripagati i miei anni di sacrifici”, disse l’intervistato, “Purtroppo non è sempre così”.
Eurosport France poteva finalmente mandare in onda l’intervista al giocatore che stava incantando il mondo, l’uomo decisivo della vittoriosa nazionale olimpica, l’artefice della prima Champions League del Paris Saint-Germain, l’artista del centrocampo, Taro Misaki.
“Un’ultima domanda: so che lei non ama parlare della sua vita privata, ma posso chiederle solo di confermare la notizia del suo imminente matrimonio?”
“No comment”, rispose il numero 11, con un sorriso che valeva più di una risposta affermativa.
“Ringrazio, a nome della redazione, il signor Taro Misaki, per la cortesia di essere qui con noi oggi. Aggiungo anche un ringraziamento personale, per aver accettato le mie scuse relativamente ad un’intervista che non sarebbe mai dovuta andare in onda”, disse guardando in camera Azumi Hayakawa.
Le luci si spensero e Misaki si diresse verso la parte buia dello studio, da dove gli sorrideva Sanae.
“Arrivederci”, disse lei, tendendo la mano alla giornalista.
“Arrivederci di sicuro”, replicò Azumi, “Ora manca solo la tua di intervista”.
“Scordatela”, sorrise Sanae.
Azumi guardò Taro Misaki e Sanae Nakazawa scomparire nella luce che proveniva dall’esterno.
Si sedette con un sospiro e si mise a riordinare le sue carte.
Un rumore di passi rimbombò nello studio ormai deserto.
“Ti ho cercata dappertutto. Sembravi sparita nel nulla”.
Si voltò nella direzione da cui veniva la voce e in controluce riconobbe la sagoma di Tsubasa Ozora.
“E tu cosa diavolo vuoi?”, lo apostrofò.
“Quando parti per l’ex Unione Sovietica?”, ribatté Tsubasa.
“Tra una settimana”, disse lei, tornando a guardare le carte, “E starò via due mesi”.
“Come vedi, se cercavi una copia della tua paziente Penelope, hai proprio sbagliato indirizzo”, aggiunse Azumi con sarcasmo.
“Io non voglio una copia di Sanae”, ribatté Tsubasa, “Io voglio te”.

∗ ∗ ∗

“Cosa sarà?”, chiese Sanae davanti al grosso pacco, rettangolare e piatto, appena consegnato dal fattorino.
“Un pallone, mi pare evidente”, rispose Taro.
Alla parola magica, Hayate dette uno strappo deciso alla carta da pacco. Un’ondata di colori riempì la stanza.
Il bimbo fece un’espressione delusa: quello non sembrava affatto un pallone…
Attratto dai colori, Daibu si mise con impegno a finire il lavoro lasciato a metà dal fratello e liberò il quadro dal suo involucro.
“Mamma! Taro!”, disse illuminandosi con un sorriso, quando scoprì le due figure ritratte nel dipinto.
Hayate tentò di afferrare i fiori blu, poi il velo della sposa.
“Giallo!”, gridò Daibu con entusiasmo.
I due sposi abbracciati erano trasportati dal vento, al di sopra dei tetti di Parigi.
Taro e Sanae lessero nell’angolo la firma dell’autore: Ichiro Misaki.

∗ ∗ ∗

“I tuoni in lontananza erano l’ultima traccia del forte temporale che aveva segnato quella giornata estiva.
Suonò il campanello.
“Daichi, vai ad aprire! Sono occupata in cucina”, disse la madre.
Daichi lasciò malvolentieri i giochi e andò ad aprire la porta.
Si trovò davanti un uomo alto, dalla carnagione abbronzata, con le mani grandi. Si chinò su di lui con un sorriso e gli parlò con un accento straniero.
Il bambino pensò che gli sembrava di averlo già visto, ma non riusciva a ricordare dove. Forse in televisione.
Seguì l’ospite che si dirigeva in cucina e si fermava sulla porta.
Sentì il rumore di un piatto che cadeva sul pavimento.
Il bambino si affacciò e vide sul volto della madre l’espressione di chi ha visto un fantasma.



Daichi si infilò nel taxi, mentre lo straniero caricava le valigie.
“Ma davvero in Brasile tutti giocano a pallone tutto il giorno?”, chiese eccitato, sporgendosi dal finestrino.
Lo straniero gli sorrise.
Natsuko Ozora girò le chiavi nella toppa e si fermò un attimo a guardare la casa.
Poi, salì anche lei e il taxi partì.
La casa rimase silenziosa, nella sera ancora carica dell’elettricità del temporale.
Dalla finestra della sala, nessuno avrebbe più guardato verso l’oceano.

∗ ∗ ∗

Dietro le quinte

 

24. LA COSA PIÙ BELLA SULLA NERA TERRA

Capitolo ventiquattresimo

LA COSA PIÙ BELLA SULLA NERA TERRA

 

Azumi Hayakawa mise stancamente gli ultimi vestiti in valigia.
Aveva ancora negli occhi l’immagine di Sanae Nakazawa e Taro Misaki che si baciavano nel Camp Nou gremito, incuranti dei flash dei fotografi e dello sguardo delle telecamere.
Sembrava quasi che non aspettassero altro che farsi vedere dal mondo, insofferenti dell’ombra a cui erano stati costretti per mesi.
In fondo, l’intervista aveva fatto loro un favore, pensò la giornalista.
A quella inquadratura, in sala stampa, si era scatenato il putiferio.
Il telecronista italiano, in un commosso impeto lirico, li aveva paragonati alle “colombe dal disio chiamate” del quinto canto dell’Inferno.
“Ecco chi era la tua affascinante amica del Camp des Loges”, aveva ammiccato il collega francese, “Una donna in grado di scatenare una guerra…”
Azumi pensò che Tsubasa era stato uno stupido.
Quei due erano belli, innamorati e con il mondo contro. Avevano avuto subito il pubblico dalla loro.
E, d’altro canto, chi aveva mai parteggiato per il marito nella storia di Paolo e Francesca?

∗ ∗ ∗

Come promesso, Sanae aveva portato il vincitore nel proprio ristorante preferito.
L’insalata di baccalà, comunque si chiamasse, era stata effettivamente deliziosa.
Sanae notò che, da almeno cinque minuti, Taro stava giocando pensieroso col tovagliolo.
“Ho pensato a che cosa avrei potuto regalarti in caso di vittoria”, cominciò finalmente il numero 11, con aria vaga, “Ma so che hai già più gioielli di quanti ti piaccia indossarne”.
Sanae lo guardò divertita: la stava prendendo alla lontana.
“Allora mi sono guardato in giro, ci ho pensato per un po’, e alla fine ho trovato. È senza dubbio la cosa più bella che io abbia mai visto”.
Soddisfatto della faccia incuriosita che lo guardava dall’altra parte del tavolo, tirò fuori un foglio arrotolato, accuratamente legato con un fiocco rosso.
Lei lo guardò con l’aria di chi sa di essere presa in giro, ma decide di stare allo scherzo.
Sciolse il fiocco e srotolò il foglio.
L’espressione divertita lasciò il posto a uno stupore commosso.
Taro si sporse sul tavolo e le bisbigliò:
“So che non è un anello di diamanti, ma vorrebbe sposarmi signorina Sanae Nakazawa?”
Sanae gli afferrò la maglietta per avvicinarlo abbastanza per dargli un bacio.
Il foglio cadde per terra.
Disegnandola con la mano sicura che aveva fin dagli anni dell’infanzia, Taro l’aveva ritratta addormentata insieme ai bambini.

∗ ∗ ∗

Ishizaki sentì di non poter sopportare oltre.
La testa del soccer prodigy era crollata sul tavolo, ingombro di bicchieri vuoti.
Si asciugò le lacrime col dorso della mano.
“Ora basta”, disse alzandosi, “Ti riporto a casa”.
Uscirono sul marciapiede deserto, reggendosi a fatica sulle gambe.
Si incamminarono con le spalle curve e lo sguardo basso.
Tsubasa inciampò e finì in ginocchio sul marciapiede.
Ishizaki fece per aiutare il capitano a rialzarsi.
“Lascia”, disse una voce alle sue spalle, “Ci penso io”.

∗ ∗ ∗

In quella casa, ogni angolo, ogni oggetto faceva trapelare la mano di Sanae. Era come trovarsi nel suo abbraccio.
Misaki capiva perfettamente come doveva sentirsi l’amico lì dentro. Sapeva bene che sentire la sua presenza, senza poterla avere vicina, metteva una tristezza struggente.
Tsubasa era crollato sul marciapiede e lo avevano riportato a casa. Sanae era in cucina a preparare caffè caldo per tutti.
Quel che restava del soccer prodigy era sdraiato sul divano, mentre Misaki stava in piedi davanti alla grande porta finestra, che si affacciava sulla città.
Si sentiva a disagio lì dentro. Quella casa era piena dei coniugi Ozora.
“Fa terribilmente male”, esordì Tsubasa quasi tra sé, “Non mi ero mai reso conto. Adesso vedo quanto fa terribilmente male”.
Quella sera, davanti al megaschermo dello stadio, gli era stato improvvisamente chiaro quanto doloroso fosse vedere la donna amata tra le braccia di un altro.
L’esperienza della sconfitta, dell’impossibilità di raggiungere ciò per cui si era tanto sofferto e lottato, era per lui del tutto nuova. Aveva fatto duri sacrifici, ma aveva sempre ottenuto ciò che si era prefisso. E aveva sempre pensato che fosse tutto merito suo, che la volontà altrui o, peggio, la fortuna non c’entrassero nulla.
“Non lo sapevo”, disse, come se si scusasse.
Sanae stava per entrare nella sala con le tazze, ma, quando sentì Tsubasa parlare, si fermò.
Ci fu una lunga pausa di silenzio.
“Mi dispiace tanto, Tsubasa”, disse Misaki, abbassando la testa, “Davvero”.
Era sincero. Avrebbe tanto voluto che le cose fossero andate in modo diverso.
“Non è colpa di nessuno”, disse finalmente Tsubasa. E quella frase gli doveva essere costata davvero tanto.
Sanae decise che adesso poteva entrare. Misaki andò sul balcone con la sua tazza, per lasciarli parlare da soli. Per un momento, ebbe paura che l’incantesimo della casa dei coniugi Ozora agisse su Sanae. Di sicuro su di lui stava facendo effetto.
“Scusami”, disse Tsubasa alla moglie.
La ragazza gli accarezzò con un gesto affettuoso i capelli.
“Perché non vieni a vedere i bambini nei prossimi giorni?”, disse.
Tsubasa alzò lo sguardo e si accorse di avere davanti una Sanae che non aveva mai visto.

∗ ∗ ∗

“Torniamo in albergo, Taro”, disse Sanae alle sue spalle.
Il suo tono morbido e carezzevole e il tocco della sua mano sul braccio fecero sussultare Misaki.
L’incantesimo della casa dei coniugi Ozora lo aveva preso a tal punto che si aspettava di essere congedato dai due, come un ospite che si fosse trattenuto troppo a lungo.
Su di lei, invece, sembrava non aver fatto nessun effetto.
“Se non fossi passata di qui, non sarei mai arrivata da te”, sorrise Sanae, come per rispondere ai suoi pensieri.
E lui, l’artista del dribbling, il ragazzo dalla vita fatta di mille curve, non poté che darle ragione.

∗ ∗ ∗

Capitolo venticinquesimo – La finestra sul Pacifico

 

23. VINCITORI E VINTI

Capitolo ventitreesimo

VINCITORI E VINTI

 

Il ritmo del secondo tempo era, se possibile, superiore a quello del primo.
Le due squadre volevano chiudere la partita senza andare ai supplementari, in cui a decidere sarebbe stata la lotteria della stanchezza.
I due giovani assi giapponesi impazzavano a centrocampo, raccogliendo boati di ammirazione per le loro prodezze, ma, per il momento, nessuno dei due era riuscito ad andare a rete e nemmeno a mandare in gol un compagno.
In tribuna stampa, c’era dell’entusiasmo. La partita era fantastica. Era del tutto impossibile prevederne l’esito.
Ishizaki si sorprese a pensare se, per una volta, si potesse fare un’eccezione e assegnare la coppa a pari merito.
Nel salotto di casa Nakazawa, gol e dediche erano stati accolti senza commenti.
Solo i più giovani si erano permessi di fare il tifo.
Yoshiko Yamaoka aveva esultato senza imbarazzo al gol dell’adorato fratello e aveva sussultato all’entrata fallosa di Tsubasa sulla gamba sinistra di Taro.
Si sentiva ancora in colpa per l’incidente che aveva così pesantemente condizionato la vita e la carriera del fratello ed era davvero felice che finalmente potesse godersi un po’ di meritato successo e di serenità.
Daichi Ozora, avvolto in un’enorme bandiera blaugrana, regalatagli dal fratello, era balzato in piedi urlando ai due gol della sua squadra del cuore.
Atsushi Nakazawa, invece, si chiedeva che cosa stesse pensando sua sorella di tutta quella faccenda. Conoscendola, era sicuro che l’intervista doveva averla resa furiosa.
Era sempre stato molto legato a Tsubasa, che considerava come un fratello, ma gli piaceva anche Taro Misaki, che lo aveva sempre fatto giocare a calcio, quando era piccolo.
Non se la sentiva di schierarsi in una guerra a cui non avrebbe mai voluto assistere.
La signora Nakazawa guardava la partita in silenzio, spostando lo sguardo a tratti sulle sue due ospiti. Non sembravano guardarsi con ostilità, anzi, a volte si scambiavano un accenno di sorriso lievemente malinconico.

∗ ∗ ∗

Ormai la partita era agli sgoccioli e il Camp Nou era una bolgia infernale.
Le due fazioni dei tifosi sostenevano i loro beniamini con tutte le forze rimaste, dopo quasi novanta minuti di una battaglia senza esclusione di colpi, ricca di spettacolo e di emozioni.
In tribuna stampa si diceva che quella finale era in assoluto una delle migliori mai giocate e che sarebbe di sicuro entrata nella leggenda, chiunque ne fosse uscito vincitore.
“Ora si tratta solo di fortuna”, disse il giornalista inglese, “Vedremo a chi sorriderà la dea bendata”.
Azumi Hayakawa pensò che la dea si era modernizzata e adesso, più prosaicamente, portava gli occhiali scuri.

∗ ∗ ∗

A un minuto dalla fine, il soccer prodigy conquistò un pallone vagante a centrocampo. Cambiando improvvisamente passo, puntò deciso la porta del PSG. Seminò quattro avversari in pochi metri ed entrò in area.
Con un recupero fulmineo, Misaki gli si parò davanti.
“Qui!”, gridò il numero 9 blaugrana, liberissimo.
Tsubasa guardò con la coda dell’occhio il compagno, poi cercò lo sguardo del suo ex migliore amico.
Misaki era ostinatamente concentrato sul pallone.
Sugli spalti, lo stadio intero trattenne il fiato.
Ishizaki chiuse gli occhi.
Sanae pensò che fosse arrivato il momento di togliersi gli occhiali scuri.
“A noi due!”, esclamò il soccer prodigy. E tentò un rapido dribbling.
Fintò un doppio passo a destra, poi spostò il peso del corpo a sinistra, infine allungò il passo di nuovo a destra.
Ma la palla rimase magicamente tra i piedi di Misaki, che ripartì rapido come il fulmine.
“Ero libero!”, gridò con rabbia l’attaccante del Barcellona, “Hai buttato via la partita per le tue vendette!”
“Non è ancora finita!”, gridò Tsubasa.

∗ ∗ ∗

“Un altro! E un altro ancora!”
I tifosi del PSG erano tutti in piedi. Mancavano pochi secondi e il loro numero 11 era partito in contropiede, con un dribbling che aveva lasciato col sedere per terra tre avversari in pochi metri.
Un lampo blaugrana gli si affiancò, nel tentativo di recuperare e di impedirgli di arrivare in zona tiro.
Un tackle micidiale attraversò come una lama la corsa di Taro Misaki.
L’artista del centrocampo se ne accorse con un istante di anticipo. Con un balzo elegantissimo, che ricordava il volo di una farfalla, superò l’ultimo ostacolo.
Un attimo prima di atterrare, caricò il tiro.
“Goooooooooooooool!!!!!!!”
I tifosi in maglia blu notte sembravano impazziti. Scaricarono in quell’urlo tutta la tensione di quei novanta minuti e coprirono il fischio finale dell’arbitro.
I giocatori del PSG, compresi quelli della panchina, corsero a sommergere il loro giovane compagno con un abbraccio collettivo. Il mister si unì a loro. Era stato lui a scommettere sul giovane talento visto alle Olimpiadi e questo lo aveva ripagato con la più bella vittoria della sua carriera.
Misaki aspettò che le telecamere si girassero ad inquadrare gli sconfitti, cercò Sanae in tribuna e poi le fece segno che quel gol fantastico era tutto per lei.

∗ ∗ ∗

Tsubasa Ozora non si era ancora mosso. Era rimasto esattamente nella posizione in cui si trovava quando Taro Misaki lo aveva saltato.
Si era messo a correre a tutta velocità appena lo aveva visto dirigersi verso la porta, come se da quella corsa dipendesse la sua intera esistenza. Per un attimo lo aveva affiancato e poi era entrato con decisione per fermarne la corsa.
Era sicuro di farcela, ma Misaki era come volato oltre le sue gambe, sollevato da terra da una forza misteriosa.
Si guardò intorno e vide i suoi compagni in lacrime. Avevano combattuto fino all’ultimo e adesso la sconfitta era davvero dura da digerire. Vide l’allenatore assediato dai giornalisti che gli chiedevano del futuro della sua panchina.
Poi alzò gli occhi al megaschermo e vide, in mondovisione, sua moglie che baciava il vincitore.

∗ ∗ ∗

“Non farlo aspettare. È inutile nascondersi ancora”.
Roberto Hongo aveva intuito il dilemma di Sanae, che stava guardando le compagne dei giocatori raggiungere i mariti insieme ai loro bambini, per festeggiare tutti insieme sul campo.
“Non è un’occasione che capita tanto spesso”, sorrise.
Sanae decise che era stufa di nascondersi in tribuna e che era arrivato il momento di uscire dall’ombra.
Strinse in mano l’hachimaki, che le aveva regalato Taro, e fece per correre verso il campo da gioco.
Ma, prima, sorrise al suo vicino.
“Ha proprio ragione”, disse, “Non la faccia aspettare. È inutile nascondersi ancora”.
E volò via, lasciando a bocca aperta l’allenatore brasiliano.

∗ ∗ ∗

Taro Misaki si accorse che Sanae Nakazawa correva a precipizio giù dalle scale della tribuna.
Il cuore si mise a battergli sempre più forte e si dimenticò completamente dov’era.
Lo stadio, le bandiere, il rumore sparirono.
C’era solo lei, che gli correva incontro con un sorriso radioso.
Fece qualche passo per afferrarla mentre saltava gli ultimi gradini e gli volava tra le braccia per baciarlo.

∗ ∗ ∗

La regia non poteva chiedere di più.
Indugiò su quella scena tanto romantica per un paio di minuti. Poi, cercando di alimentare il pettegolezzo, andò a cercare tra gli sconfitti Ozora Tsubasa, ma rimase a bocca asciutta anche questa volta.
Pochi secondi prima, Rivault lo aveva raggiunto, coprendogli la testa con un asciugamano e lo aveva accompagnato nel tunnel che portava negli spogliatoi.

∗ ∗ ∗

“Mamma, ma il fratellone ha perso!”, disse Daichi Ozora con tono deluso.
“Non si può sempre vincere”, spiegò calma la madre di Tsubasa.
In quel momento, lo schermo del televisore di casa Nakazawa mostrò, con tanto di commento commosso del telecronista, Taro che abbracciava Sanae.
La signora Nakazawa diventò paonazza e si voltò di scatto verso la consuocera, in cerca di un appoggio al suo incontenibile sdegno.
Yoshiko Yamaoka non si trattenne.
“Sono davvero una coppia bellissima!”, esclamò la ragazzina con un sorriso incantato.
Natsuko Ozora non ricambiò lo sguardo della madre di Sanae, ma rimase a guardare per qualche istante lo schermo.
“Hai ragione”, disse, “Sono una coppia bellissima…”
La signora Nakazawa rimase turbata e confusa.
Yumiko Yamaoka ringraziò sorridendo il padre di Sanae, poi si avviò insieme alla figlia.
“Mi dispiace molto per sua madre”, disse la signora Nakazawa al momento di congedarle.
La signora Yamaoka annuì con un’espressione commossa e sua figlia si soffiò il naso per non far vedere che stava ridendo.

∗ ∗ ∗

Kojiro Hyuga non riusciva a staccare gli occhi dal megaschermo, sul quale Taro Misaki stava sollevando la coppa dalle grandi orecchie.
La prima, la più dura sconfitta dell’invincibile soccer prodigy era stata opera del suo migliore amico, fedele partner per anni nella leggendaria Golden Combi, il timido, gentile Taro Misaki.
Il telefono di Matsuyama segnalò un messaggio.
“Una partita magnifica”, scriveva Wakabayashi, “Sto malissimo. Vado a sbronzarmi”.
Le telecamere inquadrarono Sanae Nakazawa che volava tra le braccia del numero 11.
“In ogni caso, questa gliela potevano risparmiare…”, sbottò Kumi.
“Se avesse vinto Tsubasa, non saresti stata altrettanto sensibile”, ribatté Izawa.
Yukari pensò che aveva ragione. Tutti avevano sempre guardato la vicenda solo dal punto di vista di Tsubasa. Lei stessa sapeva benissimo che Misaki era sempre stato innamorato di Sanae, ma non aveva mai avuto nessuna comprensione per il suo dolore. Come se un amore potesse essere una colpa.
“È difficile stare a guardare il mondo che si ribalta”, mormorò Misugi, come per scusarsi.
“Ne uscirà”, disse Matsuyama, “Un vero uomo non si vede nella vittoria, ma nella sconfitta”.
Ishizaki era sopraffatto dall’emozione.
“Vado da lui”, disse, “Non posso lasciarlo solo in questo momento”.
I ragazzi della medaglia d’oro si salutarono e se ne andarono alla spicciolata, con una sensazione di disagio.
Si erano accorti di essersi dimenticati per troppo tempo che la gioia della vittoria non può esistere senza le lacrime degli sconfitti.

∗ ∗ ∗

illustrazione 4a

Capitolo ventiquattresimo – La cosa più bella sulla nera terra

 

22. DUELLO AL CAMP NOU

Capitolo ventiduesimo

DUELLO AL CAMP NOU

 

“Ed è gooooooooool!!!!!!!!!!!!!!!!!”, gridò l’altoparlante, mentre la metà dello stadio vestita di bandiere blu esplodeva in un fragoroso boato.
Segnare per primi al Camp Nou era una scossa di adrenalina.
Taro Misaki, appena liberatosi dall’abbraccio dei suoi compagni di squadra, fece quello che tutti si aspettavano, ovvero il consueto gesto di dedica, la cui destinataria era ormai nota a tutto il mondo.
Le telecamere si spostarono sulla panchina blaugrana, ma Tsubasa Ozora non era visibile, coperto in gran parte da due giocatori in piedi.
L’intervista della sera prima aveva chiarito a tutta la squadra i motivi della stagione critica del giocatore e, quando era apparso sul megaschermo Misaki con la sua dedica alle tribune, due dei suoi compagni di panchina, vedendo la sua faccia, si erano alzati per nascondere alle telecamere il loro giovane amico.
“Che teste di…”, fece uno dei due vedendo che la regia indugiava, sperando che si spostassero.
“È colpa mia”, disse Tsubasa.
“Tu hai tutte le giustificazioni del mondo”, rispose il compagno, “Questi invece sono solo sciacalli”.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa, in tribuna stampa, tifava per i blaugrana.
Si augurava che Misaki perdesse contro un Barcellona senza Tsubasa.
Una sconfitta per entrambi: l’unico risultato che potesse darle qualche soddisfazione.
Sanae Nakazawa non era in tribuna vip nemmeno questa volta, ostinatamente decisa a restare nell’ombra.
Proprio un atteggiamento da divina, pensò Azumi. In questo modo la sua presenza aleggiava su tutto lo stadio, come se guardasse la partita direttamente dalla sua dimora celeste.

∗ ∗ ∗

Sanae sedeva tesa e silenziosa accanto a Roberto Hongo.
Taro le aveva dedicato quel gol importantissimo e lei non poteva nemmeno rispondergli con un sorriso.
La vicinanza dell’allenatore brasiliano la rendeva ancora più insofferente. Sapeva bene quanto fosse affezionato a Tsubasa. Per lui era stato come un secondo padre.
“Ho visto Tsubasa in campo quest’anno”, disse all’improvviso Roberto, “E ho visto l’intervista”.
Sanae sospirò. C’era da aspettarselo…
“Ha bisogno di te”, aggiunse, “Ha bisogno di saperti sugli spalti a tifare per lui”.
Sanae si voltò di scatto, pronta a replicare.
Ma Roberto non aveva ancora finito.
“Ma io capisco bene che cosa ha provato Misaki per tutto questo tempo…”, disse guardando il numero 11 in maglia blu.
Sanae fissò il suo vicino in silenzio.
“Anche se lui è stato più fortunato di me”, aggiunse quasi tra sé.

∗ ∗ ∗

La partita aveva un ritmo indiavolato.
Il Barcellona non ci stava a perdere e, nella bolgia di un tifo scatenato, tentava di imporre il proprio gioco.
Rivault, che cominciava a sentire di nuovo il dolore alla schiena, ebbe un attimo di esitazione su un pallone.
Un guizzo blu notte lo superò d’un balzo e, saltando altri due avversari, arrivò al limite dell’area.
“L’artista del centrocampo crossa al centro… Ed è gol!!!!!!!!!”, urlarono in tribuna stampa in quindici lingue diverse.
L’attaccante del PSG indicò il compagno di squadra, come a dire che lui aveva fatto il minimo indispensabile per mettere a frutto quella palla d’oro.
“Alzati”, disse l’allenatore blaugrana all’indirizzo di Tsubasa, “Vediamo quanta rabbia hai in corpo”.
Il mister sapeva che da quella partita non dipendeva solo la stagione, ma anche la sua panchina.

∗ ∗ ∗

Sul 2 a 0 per la squadra francese, con grande soddisfazione della tribuna stampa, sotto gli sguardi carichi di emozioni contrastanti di amici e parenti e, soprattutto, davanti agli occhi di Sanae Nakazawa, Ozora Tsubasa fece il suo ingresso in campo.

∗ ∗ ∗

I due ex amici si scambiarono un breve sguardo, che le telecamere fecero di tutto per catturare e amplificare, ma furono costrette a tornare subito sulla partita che non concedeva un attimo di tregua.
La battaglia a centrocampo era durissima, ogni pallone sembrava questione di vita o di morte.
Tsubasa Ozora sfuggì all’improvviso al suo marcatore e il difensore si trovò costretto ad atterrarlo al limite dell’area.
Una posizione perfetta, pensò il mister in panchina.
Tsubasa si concentrò, nel silenzio sospeso dello stadio, prese la rincorsa e…
“Mamma mia, dove l’ha messa!!! 2 a 1!!!!! Straordinaria magia del fuoriclasse giapponese, che piazza all’angolino il suo tiro ad effetto!!!!”
I compagni corsero ad abbracciare il loro ritrovato numero 2+8, ma lui, prima di qualsiasi altra cosa, baciò la fede nuziale, che ancora portava al dito.



Roberto Hongo notò l’espressione cupa dietro i grandi occhiali neri di Sanae. Doveva sentirsi come un trofeo da vincere a suon di gol.
Gli sguardi dell’intero stadio cercarono Taro Misaki.
Il fuoriclasse del PSG stava accuratamente sistemando il pallone al centro del campo. Le telecamere attesero pazientemente che sollevasse la testa per coglierne l’espressione.
Trovarono la stessa serena determinazione che aveva prima del gol.



La marcatura di Tsubasa era affidata a un centrocampista di copertura, per lasciare libero Misaki di spaziare in attacco. D’altra parte, il numero 11 non sentiva affatto il bisogno di duellare con l’asso del Barcellona.
Tsubasa, invece, sentiva crescergli l’adrenalina in corpo ogni momento di più. Il gol gli aveva restituito l’energia dei giorni migliori e ora correva a tutto campo.
Ogni pallone che toccava era un pericolo per la difesa parigina, che tentava affannosamente di contenerlo.
Al trentesimo del primo tempo, allungò all’improvviso sulla fascia.
Giunto sul fondo, vide il numero 9 del Barça in ottima posizione al centro dell’area.
“Magnifico assist di Ozora Tsubasa! Ed è il pareggio!!!!!”
Ora fu la parte blaugrana a esplodere in un grido incontenibile. Dopo una stagione di delusioni, il loro gioiellino sembrava rinato e li avrebbe di certo trascinati alla vittoria.
In tribuna stampa un collega chiese a Azumi Hayakawa, secondo lei, che cosa fosse successo.
La giornalista non poté rispondere che sotto lo sguardo della dea della vittoria aveva visto avvenire questo ed altri miracoli.



“Fantastica progressione sulla fascia!”
Taro Misaki prese il volo sull’ala destra, la sua preferita. Sembrava impossibile fermarlo.
Un fulmine blaugrana attraversò la sua corsa, mandandolo lungo e disteso un metro più in là, con un dolore lancinante alla gamba del vecchio infortunio.
Sanae balzò in piedi.
Le telecamere inquadrarono l’arbitro che estraeva il cartellino giallo.
Il numero 2+8 del Barcellona incassò l’ammonizione senza protestare.
Misaki si spostò zoppicando a bordo campo, perché il medico verificasse l’accaduto.
Mancavano pochi secondi alla fine del primo tempo e lo accompagnarono in infermeria.

∗ ∗ ∗

Sugli spalti, Roberto Hongo posò una mano gentile sulla spalla di Sanae, per invitarla a risedersi. Tsubasa era sempre stato un giocatore correttissimo e quel brutto intervento aveva sorpreso anche lui.
Dopo pochi minuti, Sanae ricevette un messaggio sul telefonino.
“Tranquilla, non è niente. Sarò in campo”, lesse Roberto con la coda dell’occhio.
“In un momento difficile come questo, il suo primo pensiero è stato rassicurarti”, commentò.
Sanae ebbe un lieve sorriso.
“Non sono solo io a essere in campo con lui. Taro riesce a essere qui con me sugli spalti, anche nel pieno della battaglia”.
Roberto Hongo sentì come un’eco lontana in quelle parole, che lo riportarono per un attimo a un giorno di tanti, tanti anni prima, in una casa che guardava l’oceano.

∗ ∗ ∗

Misaki tornava zoppicando dall’infermeria, mentre digitava il messaggio per tranquillizzare Sanae, quando si trovò di fronte, nel corridoio deserto, Tsubasa Ozora che stava per rientrare negli spogliatoi.
“La chiami anche nell’intervallo della partita. Non ti sembra di esagerare?”, disse sarcastico il soccer prodigy.
Il fantasista del PSG non raccolse la provocazione e passò oltre.
Tsubasa aveva cercato lo scontro fisico in campo, ma Misaki non aveva raccolto la sfida, così sentiva la rabbia che gli ribolliva dentro. Avrebbe volentieri fatto a pugni.
“È solo questione di tempo”, disse con un ghigno, “Poi si stancherà anche di te. È fatta così”.
Tsubasa si ritrovò a terra, con un labbro spaccato e l’aria un po’ stupita. Lo scatto di Misaki era stato così veloce che non aveva avuto il tempo di parare il colpo in nessun modo.
In quel momento, si aprì la porta dello spogliatoio del Barcellona e ne uscì l’allenatore.
Misaki chiuse gli occhi. La sua espulsione era segnata. La partita finita. Un pugno negli spogliatoi gli sarebbe costato una durissima squalifica.
Il mister guardò il suo numero 2+8 a terra col labbro sanguinante.
Poi spostò lo sguardo sullo schivo centrocampista avversario, che ce la stava mettendo tutta per fare a brandelli la sua squadra e la sua carriera.
Si voltò per rientrare in campo.
“Stai più attento la prossima volta che apri la porta dello spogliatoio, ragazzo. E tu, Tsubasa, sbrigati a farti medicare, che abbiamo una partita da vincere”.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventitreesimo – Vincitori e vinti

 

21. IL CUORE DIVISO IN DUE

Capitolo ventunesimo

IL CUORE DIVISO IN DUE

 

“E tu cosa diavolo ci fai qui?”, esclamò Yukari sbalordita.
Koshi Kanda, campione nazionale dei pesi medi, sedeva nella tribuna principale del Camp Nou, tra la folla dei tifosi, in attesa del fischio d’inizio.
“Ero in Spagna per un incontro. Ti pare che potevo mancare?”, rispose sarcastico il pugile.
Ai tempi delle scuole medie, Kanda aveva sfidato Tsubasa per amore di Sanae e il numero 10 lo aveva inaspettatamente messo al tappeto.
Yukari alzò gli occhi al cielo. Ci mancava solo lui, pensò.
Il gruppo della nazionale olimpica giapponese prese posto vicino a Yukari.
Il morale era a terra.
“Non la vedo”, disse Yayoi, “Forse non è nemmeno venuta… Dev’essere una partita terribile per lei”.
“Sono sicura che c’è”, disse Kumi.
“La carta degli amanti, dicevano i tuoi tarocchi…”, disse pensierosa Yayoi.
Kumi la guardò sorpresa.
“Questa storia non ha senso!”, commentò decisa, “Io non ho mai visto nessuno innamorato come Tsubasa!”



“Sì, certo che ho sentito l’intervista”, disse Matsuyama al telefono con Wakabayashi.
“Capisci adesso perché non sono voluto venire?”, disse il portiere, “Se tu avessi visto la scena al matrimonio di Ishizaki… No, no, stavolta avrei finito per rompere qualche testa. Oppure per mettermi a piangere…”
Matsuyama non sapeva che cosa rispondergli. Anche lui si sentiva il cuore diviso in due.



Mamoru Izawa aveva già ricevuto le umili scuse di tutti i suoi compagni di squadra. Fin dai tempi del liceo aveva sempre sostenuto, nello scherno generale, che Misaki fosse perdutamente innamorato di Sanae.
Adesso, però, che la realtà gli dava ragione, proprio non gli riusciva di vantarsi del proprio acume. Il pensiero che Sanae potesse, di punto in bianco, piantare in asso il marito e volare tra le braccia del timido numero 11 non l’aveva mai minimamente sfiorato.
Anche lui era stato cieco, né più né meno dei suoi compagni.



“Ripensandoci adesso era evidente”, esclamò Hyuga, “Ai tornei del liceo, quei due erano sempre appiccicati…”
“Che fossero molto amici non è mai stato un mistero per nessuno…”, replicò Misugi.
“Ho sempre avuto dei dubbi sull’amicizia con le donne. Adesso non ne ho più!”, ribatté Hyuga.
“Ora finitela!”, sbottò Ishizaki, “Non ne posso più dei vostri commenti! Voi non avete visto Tsubasa! Era distrutto! Riuscite a immaginare che cosa deve provare nel vedere la donna che ama tra le braccia del suo migliore amico?”
“Esattamente quello che deve aver provato per anni Misaki…”, commentò Misugi.



Yukari pensò che non avrebbe potuto sopportare i commenti di Koshi Kanda per novanta minuti. Le prudevano già le mani.
Sul megaschermo apparvero le immagini di uno dei gol più belli della stagione di Misaki.
“Quello lì non lo vedo nemmeno”, sorrise sarcastico il pugile.
“Dev’essere più o meno quello che ha pensato Tsubasa”, sibilò velenosa Yukari.

∗ ∗ ∗

Ichiro Misaki non aveva nessuna intenzione di guardare la partita.
Tentò di ricominciare a dipingere, ma la sua mente era troppo piena di pensieri per guidare con serenità il pennello.
Irrequieto, si mise a scegliere i quadri per la mostra di Parigi.

∗ ∗ ∗

Natsuko Ozora sedeva imbarazzatissima sul divano di casa Nakazawa. Avevano invitato lei e il figlio minore Daichi per vedere la partita, sapendo che il marito era in mare.
La madre di Sanae si era preoccupata subito di appendere alla parete un’enorme bandiera del Barcellona, giusto per farle capire da che parte stava.
Dopo essere rinvenuta dallo svenimento che l’intervista le aveva procurato, la signora Nakazawa aveva deciso che, in quella guerra aperta e ormai pubblica, lei avrebbe preso le parti della moralità e della legalità, appoggiando incondizionatamente il genero.
La signora Ozora, invece, era arrabbiatissima col figlio, che non aveva avuto nemmeno il coraggio di risponderle al telefono.
Suonò il campanello.
La signora Nakazawa andò ad aprire. E si trovò davanti Yumiko Yamaoka e sua figlia Yoshiko.



“Le ruberò solo un minuto, signora Nakazawa”.
Per la madre di Sanae un minuto di colloquio con una donna divorziata, che aveva per di più abbandonato il figlio da piccolo, era molto più di quanto fosse disposta a concedere.
Che poi adesso fosse lì per perorare la causa del suddetto figlio, era una cosa che le dava addirittura il voltastomaco.
Ma la signora Yamaoka non aveva nessuna intenzione di parlare di Taro.
“Mia madre è morta due anni fa”, disse.
L’esordio sorprendente spiazzò la signora Nakazawa.
“Io l’ho saputo due mesi dopo”, aggiunse.
Fece una lunga pausa e poi proseguì:
“Da quando avevo lasciato mio marito e, soprattutto, mio figlio, mi aveva cancellato dalla sua vita. Io ero rosa dal senso di colpa, e non potevo che darle ragione”.
Almeno quello, pensò la signora Nakazawa.
“Però la cosa che mi ha fatto più male, è stata la lettera in cui mi chiedeva di andare da lei, quando aveva capito di essere in fin di vita. Uno stupido disguido postale me la fece recapitare con oltre due mesi di ritardo. Chiamai subito, ma solo per sapere che lei non c’era più”.
La signora Nakazawa non voleva darlo a vedere, ma era il genere di storia che la colpiva moltissimo. Per darsi un contegno, tentò di congedare le intruse.
“Un minuto gliel’ho concesso, ora, se mi vuole scusare…”
La signora Yamaoka e sua figlia fecero per andarsene, ma il padre di Sanae le fermò.
“Perché non restate con noi a vedere la partita?”
Per la seconda volta, la signora Nakazawa venne colta di sorpresa, ma le formalità della buona educazione ebbero il sopravvento.
“Se volete fermarvi…”, mormorò poco convinta.
Yumiko Yamaoka ebbe un attimo di esitazione, poi incrociò lo sguardo gentile di Natsuko Ozora alle spalle della padrona di casa.
“La ringrazio”, rispose entrando.
La figlia la prese in disparte.
“Posso sapere perché hai raccontato quella storia terribile sulla nonna, che sta benissimo?”, le sussurrò sbalordita.
La signora Yamaoka sorrise.
“Non hai idea di cosa possa fare una storia ben raccontata…”, rispose.

∗ ∗ ∗

Azumi Hayakawa esitò un momento prima di mettere piede nella tribuna stampa.
Giunse una voce dall’interno.
“Beh, ma nessuno di voi l’ha vista?”, chiese con tono da spogliatoio il cronista francese.
Evidentemente l’avvenenza della signora Ozora era l’argomento che teneva banco in attesa del fischio d’inizio.
“Io l’ho incontrata una sola volta”, rispose il giornalista che seguiva il Barcellona, “L’ho trovata decisamente affascinante. Somiglia un po’ alla corrispondente giapponese, hai presente? La Hayakawa”.
Azumi prese un profondo respiro ed entrò per interrompere la conversazione.
Dopo un istante di imbarazzo, tutti si precipitarono a complimentarsi per lo scoop, che aveva aggiunto benzina sul fuoco e un’ulteriore attrattiva alla partita.
Lei abbozzò un sorriso stanco. Aveva appena detto al suo capo che quello era il suo ultimo incarico: aveva già pronta la lettera di dimissioni.

∗ ∗ ∗

Col volto per metà nascosto da un paio di enormi occhiali scuri, Sanae Nakazawa cercava di raggiungere il suo posto in una delle tribune minori, tentando di sfuggire alla frenetica attenzione dei fotografi che avevano invaso la tribuna vip.
L’intervista di Ozora Tsubasa la sera prima aveva aggiunto un nuovo motivo di interesse a quella sfida già attesissima. Tutti erano curiosi di vedere la dama che aveva scatenato la guerra tra i due centrocampisti giapponesi, mandando in frantumi la leggendaria Golden Combi.
Sanae si sentiva come se l’avessero messa in palio per il vincitore della serata. Solo il timore di essere notata le impediva di scendere negli spogliatoi per tirare il collo al marito.
“Nakazawa senpai…”
Una voce nota la fece voltare.
Kumi Sugimoto, scesa a cercarla dalla tribuna vip, la guardava con gli occhi pieni di lacrime.
“Ti rendi conto di cosa stai facendo, senpai?”
La ragazza era stata innamorata di Tsubasa alle scuole medie, ma aveva capito presto che lui non aveva occhi che per Sanae. Commossa dal profondo sentimento che legava quei due, si era adoperata perché si dichiarassero reciprocamente, prima che Tsubasa partisse per il Brasile.
“Com’è possibile?”, riprese Kumi, “Non avevo mai visto nessuno innamorato come voi. È stato questo ad aiutarmi a superare il dolore…”
Sanae la guardò con uno sguardo triste.
“Mi dispiace, Kumi… Non posso farci niente…”
Una mano sfiorò il braccio di Sanae, interrompendo la penosa conversazione.
“Mi scusi, ma quello è il mio posto…”
Sanae si voltò e l’uomo la guardò con un moto di sorpresa.
Protetto anche lui da un paio di occhiali scuri e dalla folla delle tribune minori, stava per sedersi accanto a lei Roberto Hongo.
In quel momento, sul tabellone, vennero annunciate le formazioni.
Tsubasa Ozora non sarebbe stato in campo.

∗ ∗ ∗

“Non mi interessano le tue questioni personali. Non partirai titolare”, aveva detto categoricamente il mister.
Tsubasa chinò la testa in silenzio.
“Ci giochiamo l’intera stagione e io voglio in campo dei professionisti, non dei bambini presi dai loro litigi”, continuò l’allenatore.
Tsubasa piombò nello sconforto. Non poter combattere era ancora peggio che perdere.
Il mister fece per andarsene. Si fermò sulla porta.
“Tieniti pronto. Rivault può giocare al massimo venti minuti”, disse senza voltarsi.
Tsubasa lo guardò pieno di gratitudine e sentì rinascere in sé lo spirito del combattente.

∗ ∗ ∗

“È tutto a posto, ragazzo?”
L’allenatore del PSG voleva sincerarsi delle condizioni del suo gioiellino prima della partita più importante di una stagione trionfale.
“Tutto a posto, mister”, rispose il centrocampista giapponese, abbozzando un sorriso.
“Allora vai, e distruggili”, rise, accompagnando le sue parole con una pacca sulla spalla.
Era il momento.
Le squadre entrarono sul terreno di gioco.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventiduesimo – Duello al Camp Nou

 

20. UN’OMBRA PER SEMPRE SARAI

Capitolo ventesimo

UN’OMBRA PER SEMPRE SARAI

 

Tsubasa si sentiva con la testa annebbiata, come se avesse dormito per un secolo.
Senza aprire gli occhi, si rese conto di essere a casa sua, a Barcellona.
Allungò la mano nel letto e incontrò una schiena nuda. Nel dormiveglia le si avvicinò e le diede un bacio.
“Sanae, vieni qui”, bisbigliò.
“Fottuto bastardo!”
Come morsa da un serpente, Azumi Hayakawa si rizzò sul letto, vestita del solo lenzuolo.
Tsubasa non fece in tempo a svegliarsi del tutto che un gancio destro lo colpì in pieno volto.
Recitando il rosario delle peggiori ingiurie che conosceva, Azumi recuperò alla velocità della luce i suoi vestiti e, nel giro di pochi secondi, fu fuori dalla porta.
Scese a precipizio le scale. Riuscì a fermarsi solo poco prima del portone, per asciugarsi le lacrime, prima di uscire in strada.
Basta!
Non ne poteva più!
Sanae Nakazawa la perseguitava, costringendola a vivere nella sua ombra.
Non riusciva più a sopportare di essere l’Anego di Francia, condannata ad assomigliarle senza poterla eguagliare.



“Cosa ne diresti di un’intervista?”, aveva detto il giorno prima Tsubasa.
Davanti agli occhi di Azumi Hayakawa, il racconto del numero 10 aveva disegnato uno scenario per lei del tutto nuovo, in cui Sanae Nakazawa non era la divinità irraggiungibile a cui era impossibile resistere, ma solo una donna fragile, condannata a vivere all’ombra degli uomini che la conquistavano. E Misaki non appariva più come l’animo nobile che aveva anteposto la felicità altrui alla propria, ma si rivelava come un uomo privo del coraggio delle proprie scelte, al quale c’erano voluti anni per ammettere di essere innamorato della moglie dell’amico.
Tsubasa, invece, con quel suo fuoco guerriero, con la passione che gli bruciava negli occhi, le era sembrato un uomo padrone del suo destino.
Dopo l’intervista, quell’affascinante eroe l’aveva invitata a cena e corteggiata per tutta la sera.
Possibile che fosse stato così meschino da fingere tutta la gentilezza e la passione con cui l’aveva conquistata?
Possibile che lei fosse stata solo una pedina per mettere al bando il cavaliere traditore e trascinare la regina sulla gogna, con la lettera scarlatta sul petto?
Era bastato quel nome e tutto era crollato.
Era inutile. Non c’era partita con Nakazawa Sanae.

∗ ∗ ∗

Sanae Nakazawa si avviò con passo bellicoso verso la casa in cui aveva vissuto a Barcellona, decisa ad affrontare il marito per via dell’intervista della sera prima.
Davanti alla casa, si fermò per riprendere fiato e per riacquistare quel minimo di calma, che le permettesse di non prenderlo a bastonate.
Non aveva detto niente a Taro, perché voleva risolvere la questione da sola e lasciare che lui pensasse il più possibile alla partita.
Mentre cercava di tornare padrona di sé, vide uscire dal portone Azumi Hayakawa.

∗ ∗ ∗

Azumi fece un passo fuori dal portone e vide materializzarsi il suo incubo.
In due passi, Sanae Nakazawa la raggiunse, senza lasciarle scampo.
Il colpo di grazia, pensò Azumi.
Sanae la squadrò da capo a piedi.
“E sarei io quella che si deve vergognare?”
I suoi occhi erano di lava incandescente, ma il suo tono era duro e glaciale.
“Ti allei con Tsubasa per vendicarti di essere stata respinta da Taro, e poi ti infili nel suo letto…”, rincarò prima che l’altra avesse il tempo di ribattere, “Non ho mai visto nessuno più meschino e privo di scrupoli!”
“Non è vero!”, tentò di difendersi Azumi, “Mi ha usata!”
Sanae la guardò con rinnovato disprezzo.
“Siete fatti l’uno per l’altra…”, sibilò sarcastica.
“Non hai capito proprio niente!”, sbottò Azumi con rabbia, “Tuo marito vuole solo te!”
“Sei tu che non hai capito proprio niente!”, replicò con violenza Sanae, “Non è più questione di amore, ma solo di vendetta! Altrimenti tu non saresti qui”.
Azumi sentiva un nodo stringerle la gola.
“Sparisci…”, le disse a voce bassa.
Sanae la guardò stupita. Azumi stava serrando gli occhi, come per scacciare un’apparizione.
“Sparisci!”, ripeté gridando Azumi, e fuggì via.



Sanae Nakazawa si passò la mano sugli occhi.
Tutto era chiaro. Parlare con il marito non avrebbe avuto alcun senso.
Alzò lo sguardo verso il balcone di quella che era stata casa sua.
Un capitolo della sua vita si era definitivamente chiuso.

∗ ∗ ∗

Tsubasa Ozora teneva la borsa del ghiaccio sul volto e continuava a fissare il soffitto.
Aver potuto finalmente gridare al mondo la sua rabbia per il tradimento dell’amico e della moglie era stata una vera liberazione. Lo scandalo pubblico era meglio di quella guerra sotterranea e muta, che gli legava le mani e gli imbrigliava lo spirito combattente.
Aveva cercato Azumi Hayakawa col preciso scopo di rilasciare quell’intervista.
A pranzo, però, Tsubasa era rimasto affascinato dall’entusiasmo e dalla passione della giovane giornalista. Le ore passate insieme gli avevano dato nuova energia, la sensazione di poter finalmente ricominciare a vivere. Aveva sentito di nuovo il sangue pulsare nelle vene.
Ma, la mattina dopo, aveva cercato ancora lei…
Guardò la sveglia. Doveva essere al campo d’allenamento entro un quarto d’ora.
Non aveva tempo per pensare in questo momento.
Mancavano poche ore alla partita più importante della sua vita.
Non avrebbe permesso a Taro Misaki di portargli via tutto.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventunesimo – Il cuore diviso in due

 

19. E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

Capitolo diciannovesimo

E ARTÙ DICHIARÒ GUERRA A LANCELOT

 

A Barcellona erano soddisfatti. Nonostante il loro numero 10 fosse acciaccato e il suo sostituto orientale fosse in cattiva forma, erano riusciti lo stesso ad arrivare in finale in Champions League.
Sarebbe stata una vera sconfitta altrimenti, visto che la partita si sarebbe giocata al Camp Nou.
L’altra finalista, reduce da una stagione senza precedenti, era, naturalmente, la squadra della capitale francese: il Paris Saint-Germain.
Azumi Hayakawa arrivò all’aeroporto di Barcellona due giorni prima della finale, per presenziare alla conferenza stampa. Il reportage sulla generazione d’oro era stato un successo e ora non poteva mancare l’ultimo capitolo, quello sullo scontro tra i due partner della leggendaria Golden Combi.
Tsubasa Ozora rispose alle domande dei giornalisti sulla sfida fratricida con poche, scontate battute.
Azumi uscì dalla sala chiedendosi che cosa mai avrebbe potuto raccontare. La storia tra i due centrocampisti ricordava molto la saga di Camelot, con il primo cavaliere Lancelot, bello e gentile, che portava via l’incantevole Ginevra al valoroso re Artù. Ma era chiaro che parlare di quella vicenda era fuori discussione.
“Azumi, come stai?”
Si voltò e vide il soccer prodigy che le sorrideva.

∗ ∗ ∗

“Non capisco perché non hai voluto chiamare Sanae”, ripeté Yayoi Aoba appena usciti dall’aeroporto di Barcellona.
Yukari, per l’ennesima volta, finse di non aver sentito.
Un piccolo gruppo di giocatori della nazionale olimpica, con mogli e fidanzate, si era organizzato per assistere al Camp Nou alla storica finale, che avrebbe visto contrapporsi, per la prima volta, due giocatori giapponesi.
“Prendila così: il terzo posto è tutto tuo!”, rise Izawa all’indirizzo di Hyuga, appena arrivato da Torino. La sua Juventus aveva perso la semifinale contro il Barcellona di Tsubasa e la sconfitta gli bruciava ancora.
“È inutile”, rincarò Izawa, “Il soccer prodigy è invincibile! Fattene una ragione…”
“Qual è il pronostico di tua nonna questa volta?”, chiese Yayoi alla sua vicina.
“I tarocchi hanno indicato la carta degli amanti”, rispose Kumi Sugimoto, ammiccando.
“Allora, mi dispiace per Misaki, ma vedo già Sanae baciare Tsubasa con in mano la coppa”, rise Yayoi.
“Qualcuno sa qualcosa di Wakabayashi? Al telefono non risponde…”, chiese Matsuyama.
“Verrà di sicuro”, rispose Misugi, “Ci sarà da festeggiare in ogni caso!”
Ishizaki scambiò un rapido sguardo con Yukari.
Lui, invece, era convinto che, in ogni caso, sarebbe stata una tragedia.

∗ ∗ ∗

Sotto il sole di mezzogiorno, le strade di Barcellona erano quasi deserte.
“L’invito viene dal coach in persona”, disse ridendo Taro, “Vuol sapere chi deve ringraziare per tutti quei gol”.
Sanae non era ancora convinta, anche se il ricevimento era riservato solo a giocatori e famiglie, con divieto d’ingresso assoluto per i giornalisti.
“Non hai fatto nulla di male, non puoi essere costretta a nasconderti per sempre nelle tribune minori”, incalzò lui, “E poi guarda che i miei compagni hanno minacciato di pedinarmi!”
Sanae si lasciò sfuggire un sorriso, che Taro prese per una risposta affermativa.
Anche lei non vedeva l’ora di poter uscire del tutto dall’ombra e di vivere in pieno sole con il suo compagno e i bambini. Ma sarebbe stato possibile solo dopo il divorzio. E la risposta di Tsubasa non era ancora arrivata.
Sapeva benissimo che la notizia della separazione sarebbe stata un vero e proprio shock per tutte le loro conoscenze. Le reazioni di Yukari e di Wakabayashi erano solo una goccia nel maremoto che li avrebbe investiti. Ma sentiva che erano forti e uniti abbastanza da far fronte a qualsiasi cosa.
“E va bene”, disse, “Però adesso ho fame. Non vedo l’ora di mangiare un pa amb tomaquet! E se domani vincete, ti porto nel mio ristorante preferito ad assaggiare la migliore esqueixada di Barcellona!”
“Mangiare cosa?”, disse Taro, spalancando gli occhi.
“Pane e pomodoro e insalata di baccalà!” rise Sanae, prendendolo per mano, “Andiamo, che ti faccio un corso accelerato di catalano!”

∗ ∗ ∗

“Adesso sto studiando il russo”, spiegò Azumi, “Con un collega pensavamo di andare negli stati dell’ex Unione Sovietica, a venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino. Hai idea di quante storie ci siano da raccontare?”
Tsubasa Ozora guardava affascinato la sua graziosa interlocutrice. Le aveva fatto una domanda sul suo lavoro e lei era partita come un fiume in piena, parlandogli di paesi lontani, di progetti avventurosi, di sogni.
Gli sembrò di riconoscere, nel tono di lei, la stessa assoluta passione che lo caratterizzava da sempre quando parlava di calcio.
“Non potrei vivere senza il mio lavoro”, continuò la giornalista, “Anche se so che mi chiede molto. E che mi condiziona molto sul piano personale”.
Avevano deciso di mangiare qualcosa insieme. Azumi cercava un locale non turistico e Tsubasa le aveva proposto un ristorante lì vicino.
“È buonissimo questo dolce”, osservò Azumi, mentre dava l’assalto alla seconda porzione di crema catalana.
“Il cuoco dà volentieri le ricette”, disse sempre più divertito Tsubasa.
“È inutile”, rise lei, “Io non so nemmeno cuocere un uovo. Dovrò accontentarmi di farne indigestione qui”.
Azumi pensò che Tsubasa era davvero gentile e simpatico quel giorno. Era stato a sentire con grande interesse i suoi racconti.
Le aveva richiamato alla mente il loro primo incontro, al Torneo di Parigi, tanti anni prima, quando era un ragazzo pieno di sogni, con un sorriso irresistibile.
Al contrario di quanto aveva pensato a Madrid, questa volta le sembrava decisamente affascinante. Era difficile non imbarazzarsi sotto il suo sguardo.
Mentre Azumi finiva il suo dolce, Tsubasa venne al punto.
“Cosa ne diresti di un’intervista?”, disse, “Anche se è la solita vecchia storia, come dice la canzone. Una battaglia per l’amore e per la gloria”.

∗ ∗ ∗

Le lenzuola andavano tingendosi dei colori del tramonto.
La baciò di nuovo.
“Guarda che domani hai la partita”, bisbigliò lei.
“Hai ragione”, commentò lui, serissimo, “Ho paura che il coach non approverebbe questo tipo di allenamento di rifinitura”.
Sanae scoppiò a ridere. Rise anche Taro.
Aveva temuto che quel ritorno a Barcellona potesse suscitare in lei sentimenti contrastanti. E, invece, le poche ore di libertà lasciate dall’allenatore, si erano trasformate in un’incantevole vacanza.
Il telefono segnalò un messaggio.
“Accendi immediatamente la televisione”, scriveva Yukari.
Dallo schermo irruppero nella stanza due volti familiari.
Un titolo scorreva sotto le immagini:
“Diretta esclusiva alla vigilia della finalissima: Parla Tsubasa Ozora. Intervista di Azumi Hayakawa”.

∗ ∗ ∗

“La sua stagione è stata piuttosto deludente”, osservò la giornalista, “Soprattutto nel confronto con gli splendori dello scorso anno”.
“Non ho mai voluto parlare delle mie vicende personali”, disse Tsubasa, “Ma hanno inciso davvero molto su quanto ho fatto in campo”.
“La sua riservatezza è sempre stata proverbiale”, osservò Azumi.
“Non ho voluto finora rendere pubbliche le mie vicende perché so che avranno pesanti ripercussioni su tutto l’ambiente della nazionale giapponese”, spiegò il numero 10.
“Posso chiederle come mai si è deciso a farlo proprio ora?”, chiese la giornalista.
Dopo i due veloci scambi iniziali, Tsubasa allungò la palla e cambiò passò.
“Stamattina, durante la conferenza stampa, mi è stato chiesto da più parti cosa provo nel giocare per la prima volta contro Taro Misaki, mio partner nella Golden Combi…”, disse.
Azumi seguì l’azione.
“In effetti, non vi siete mai trovati l’uno contro l’altro…”, commentò.
“In realtà non è affatto la prima volta che mi trovo contro Misaki”, replicò Tsubasa, “La differenza è che questa volta lo scontro avverrà alla luce del sole, cosa per lui non abituale”.
Dopo la dura premessa, il soccer prodigy sferrò l’attacco.
“Ormai da mesi, Taro Misaki vive con mia moglie e con i miei figli, a Parigi. Di nascosto da tutti, naturalmente, come si addice ai traditori”.
“Con sua moglie? Sanae Nakazawa?”, chiese Azumi, rimandandogli subito la palla.
Tsubasa scattò in una discesa inarrestabile.
“Sì, con mia moglie”, ribadì, “Il suo comportamento mi ha molto meravigliato. Ho sempre pensato che fosse una donna forte. Ora, invece, mi rendo conto che si tratta di una persona fragile e passiva, del tutto dipendente dalle scelte altrui. Altrimenti non mi spiegherei come abbia potuto seguire un debole come Taro Misaki, un uomo che non ha mai avuto il coraggio e la forza di prendere in mano la propria vita”.
Azumi Hayakawa capì che era il momento di allargare sulla fascia.
“Le Olimpiadi e il campionato del PSG sembrano, però, dimostrare il contrario”, disse con tono deciso.
“È animato solo da rivalsa nei miei confronti”, disse Tsubasa, entrando in area, “Ha sempre voluto prendere il mio posto, in campo e nella vita. È un uomo abituato a tramare nell’ombra, non a combattere alla luce del sole”.
“Lei, invece, sembra determinato a riprendere in mano la sua esistenza…”, replicò Azumi, arrivando sul fondo.
“Io mi riprenderò quello che è mio”, affermò Tsubasa con tono deciso, pronto in mezzo all’area.
“A cominciare dalla finale di domani?”, crossò la giornalista.
“A cominciare dalla finale di domani”, schiacciò di testa il soccer prodigy.
Gol.

∗ ∗ ∗

Sanae lanciò il telecomando con rabbia e il televisore pensò bene di spegnersi.
Far passare Taro per un serpente traditore e lei per un’adultera facilmente plagiabile era davvero un’offesa che gridava vendetta.
La cosa più inaccettabile era il fatto che Tsubasa le rinfacciasse di essere quello che proprio lui l’aveva costretta a diventare: un’ombra passiva, disposta per amore a rinunciare a se stessa.
Era furiosa come una tigre. Se lo avesse avuto per le mani, lo avrebbe strozzato.
Taro sentì fremere tutta la sua collera e cercò di contenerla in un abbraccio. Era davvero ferito dal comportamento di Azumi, che aveva voluto vendicarsi di lui in quel modo così meschino.
Chiamò l’allenatore, per dirgli che non avevano intenzione di partecipare al ricevimento della sera.
“Capisco benissimo”, rispose il mister, che aveva appena visto l’intervista.
A lui quel ragazzo serio e schivo piaceva moltissimo. Quelle dichiarazioni rilasciate alla vigilia della finalissima gli erano sembrate un colpo basso. Lasciò che ritrovasse un po’ di serenità in vista della partita.
“Vi abbraccio forte. Restate uniti”, diceva il messaggio sul cellulare di Taro. Era sua madre, che doveva aver visto l’intervista.
Squillò il telefono di Sanae.
“Sanae, mi dispiace…”
Era la voce di Natsuko Ozora.
“Il dolore fa fare cose molto sciocche”, disse, tentando di giustificare il comportamento del figlio, che, in realtà, trovava inqualificabile.
Sanae la ringraziò a mezza voce.
Chiuse la comunicazione e pensò che mancava solo la sua di madre.
Ma era sicura che, dopo aver visto l’intervista, fosse drammaticamente crollata sul pavimento.

∗ ∗ ∗

Capitolo ventesimo – Un’ombra per sempre sarai

 

18. LA DEA DELLA VITTORIA

Capitolo diciottesimo

LA DEA DELLA VITTORIA

 

“Ed è gooooooooooool!!!!!!!!! Strepitoso gol del centrocampista giapponese Taro Misaki!!!!”
All’altoparlante dello stadio fece eco il boato dei tifosi. Sotto il cielo primaverile, il Parco dei Principi sembrò esplodere per quella rete, che regalava al Paris Saint-Germain una supremazia indiscussa e una buona fetta di scudetto.
L’Olympique de Marseille, unico vero rivale, era stato sepolto sotto tre reti, incapace di sostenere il ritmo forsennato del centrocampo parigino, guidato dalla stella venuta dal Sol Levante, il numero 11, Taro Misaki.
Taro fece il gesto di dedica, che ormai i giornalisti conoscevano bene, all’indirizzo delle tribune, e tornò a centrocampo.
Come sempre accadeva, in tribuna vip, tutti si guardarono intorno, alla ricerca della misteriosa destinataria, ma nessuno sembrava rispondere alla dedica del numero 11.
“Secondo me ci prende in giro”, si stizzì un giornalista.
La questione delle dediche dei gol era diventata l’ossessione della tribuna stampa.
In un campionato senza storia, segnato fin dall’inizio dalla supremazia del PSG, bisognava cercare delle notizie collaterali.
Il giovane campione giapponese, che aveva trascinato la squadra fin dalla prima giornata, era di una riservatezza proverbiale. Nulla si sapeva della sua famiglia, non lo si vedeva mai alle occasioni mondane, l’unica cosa erano quelle dediche, ma, finora, nessuno era riuscito a scoprire la destinataria.
Azumi Hayakawa scrutò la tribuna vip, in cerca di una fisionomia nota, ma non la trovò.
Senza alcuna pietà, l’agenzia di stampa francese le aveva chiesto di tornare a Parigi per cantare le imprese del timido fuoriclasse giapponese.
Il nuovo acquisto del PSG si era imposto subito come titolare. La sua classe e la sua eleganza, unite a uno spirito battagliero, pari a quello mostrato ai giochi olimpici, ne avevano fatto subito il punto di riferimento della squadra. Timido e schivo negli spogliatoi, il ragazzo si trasformava sul campo, dove il suo dribbling atterrava gli avversari come birilli.
“Certo che è fortunata la nazionale giapponese”, disse il collega francese ad Azumi, “Nel momento in cui Tsubasa è così in crisi, ecco che spunta questo nuovo gioiellino”.
Azumi Hayakawa non rispose e pensò alla pessima stagione di Ozora Tsubasa al Barcellona.
Lento, meccanico, prevedibile, era finito presto in panchina e lì era rimasto, salvato dalla seconda retrocessione nella squadra B solo dalle precarie condizioni della schiena di Rivault, che non gli permettevano di giocare a pieno ritmo.
I giornali non si davano ragione di un cambiamento così grande rispetto all’anno precedente, in cui aveva vinto il premio come miglior giocatore della Liga.
Azumi sapeva che, semplicemente, la dea della vittoria adesso dispensava a Parigi i suoi sorrisi.

∗ ∗ ∗

Aveva appena infilato la chiave nella toppa, quando all’interno risuonò un urlo:
“Fermo! Non metterlo in bocca!”
Taro Misaki ridacchiò: Hayate doveva averne combinata un’altra delle sue.
Aprì la porta in tempo per vedere Sanae che, con un cipiglio severo, cercava di dissuadere uno dei gemelli dall’assaggiare una manciata di terra, furtivamente sottratta ai vasi di fiori.
“Da-da-da“, cicalò una vocetta gentile.
Taro abbassò lo sguardo e sorrise a Daibu, che stava seduto sul pavimento, guardandolo di sotto in su, agitando le braccine. Si chinò per prenderlo in braccio.
“Ciao, piccolo! Tu almeno sei stato bravo?”
“No! No!”, disse con voce ferma Sanae, cercando di aprire il piccolo, ma serratissimo pugno che nascondeva la terra.
Il bimbo la guardava con espressione delusa, non riuscendo a capire perché mai la mamma gli proibisse quella che aveva tutta l’aria di essere una prelibatezza.
“Forse è stufo di pappa di riso”, osservò ridendo Taro.
“Stasera pappa di fango, allora”, disse Sanae, sforzandosi di non ridere per non perdere l’autorità che aveva faticosamente ottenuto sul piccolo sperimentatore gastronomico.
“Ho cominciato anch’io così. La minestra di fango è stata la mia prima grande specialità”, disse lui, “E mi pare che adesso tu apprezzi la mia cucina”.
Hayate si voltò verso Taro, tendendogli il piccolo pugno, come a dire che a lui l’avrebbe lasciata volentieri assaggiare, in nome della loro antica amicizia.
Sanae approfittò della sua distrazione e, con una mossa fulminea, gli tolse la terra dalle mani e lo catturò al volo per portarlo a lavarsele.
“Oggi sembra proprio arrivata la primavera”, disse Taro, “Che ne diresti di fare due passi?”
Il sole d’aprile riempiva l’appartamento affacciato sui tetti e invogliava ad uscire, dopo il lungo e scuro inverno parigino.
Sanae rientrò nella stanza e lo salutò con un bacio.
“I fiori erano bellissimi”, sorrise, “E, secondo Hayate, anche molto buoni”.
Taro rise.
“Meno male che i ciliegi giapponesi non sono velenosi…”

∗ ∗ ∗

Montmartre era piena di colori. Le case chiare a due piani, con le loro finestre a riquadri, si stagliavano nitide contro l’azzurro del cielo primaverile.
Si sedettero su una panchina del Jardin sauvage. Il piccolo parco selvatico aveva appena riaperto e i ciliegi erano tutti in fiore.
“Buon compleanno!”, sorrise Taro, porgendole un pacchetto.
Sanae sorrise e aprì il regalo.
Si trovò tra le mani un hachimaki col sole rosso e la scritta “Realizza il tuo sogno”.
“Adesso i bambini riempiono le tue giornate, ma non sarà sempre così”, spiegò lui, “Devi cominciare a pensare che cosa vorresti fare da grande…”
“Da grande?”, chiese Sanae, stupita.
“Sì, certo”, riprese Taro, “Non hai proseguito gli studi, quando eri davvero brava, ma anche in cucina o coi fiori hai un talento fuori dal comune. A Parigi, la cultura giapponese va forte e tu saresti in grado di insegnare molte cose, dalla calligrafia, alla letteratura, alla cucina”.
Sanae non sapeva cosa rispondere.
“Oppure potresti riprendere l’università. Il francese lo stai imparando molto bene e molto in fretta”, aggiunse ancora Taro.
Sanae abbassò lo sguardo.
Tanti anni prima si era fatta anche lei quella domanda. E per rispondere aveva preso un aereo ed era volata da Tsubasa in Brasile.
Il numero 10 non le aveva chiesto nulla di lei, ma le aveva parlato dei suoi progressi come calciatore.
Al suo ritorno, Sanae aveva deciso che avrebbe passato la sua vita sugli spalti.
Ora, Taro la stava invitando a scendere in campo.

∗ ∗ ∗

Suonarono alla porta.
Strano, pensò Tsubasa, chi poteva essere così presto?
Il soccer prodigy andò ad aprire.
“Allora, capitano, sei ancora capace di segnarmi da fuori area?”
Genzo Wakabayashi era in divisa da allenamento e aveva in mano un pallone.



“Non sono venuto qui da Amburgo per farmi segnare con un tiro da niente come questo!”, gridò il SGGK, “O dopo un paio di orette ti vengono le gambe molli?”
“Un paio di orette un accidente!”, replicò Tsubasa, “Non mi hai nemmeno lasciato fermare per pranzo!”
“E ho intenzione di farti saltare anche la cena! Riparto per la Germania stasera. Non ho tempo da perdere in queste inezie!”, esclamò categorico il portiere.
Il duello proseguì senza esclusione di colpi sotto la luce artificiale dei riflettori fino a sera inoltrata.
Poi Tsubasa, sfinito, riaccompagnò uno stanchissimo Wakabayashi all’aeroporto.
Il SGGK salutò il capitano con una pacca sulla spalla.
“In Champions League vi polverizzeremo”, disse.
“Ma va all’inferno, Wakabayashi!”, rispose ridendo Tsubasa.
Wakabayashi superò il check-in con solo il pallone come bagaglio a mano.
Guardò l’orologio: 12 aprile, ore 0.05.
“E per quest’anno, il compleanno di Anego è andato”, sospirò.

∗ ∗ ∗

I giornalisti erano riuniti sulle tribune del Camp des Loges per assistere all’ultimo allenamento del Paris Saint-Germain prima della partita.
“C’è una ragazza che ti cerca”, disse un collega ad Azumi Hayakawa, indicandole una figura nell’ombra.
La giornalista fu molto sorpresa di riconoscere Sanae Nakazawa.
“Ho saputo che eri a Parigi e volevo ringraziarti”, esordì con voce timida.
Azumi fece il sorriso vago di chi non capisce.
“Ti sono grata per non aver scritto nulla di me e Taro”, spiegò Sanae, “Preferiamo per il momento non rendere pubblico il nostro legame, per non ferire Tsubasa”.
La giornalista ebbe un lieve sussulto nel sentirle nominare Misaki. Sanae pronunciava il nome del compagno con un tono tutto particolare, morbido e carezzevole.
“In Giappone tutti credono che io sia tornata a Barcellona, mentre in Spagna pensano che sia rimasta a Nankatsu dai miei, con i bambini”, precisò Sanae, “Per adesso è meglio così…”
Azumi farfugliò qualcosa sull’etica professionale.
“So che da tempo cerchi di fare un’intervista a Taro”, proseguì Sanae, “Ti prometto che cercherò di convincerlo”.
Accennò un sorriso, poi alzò gli occhi al campo d’allenamento. Azumi seguì il suo sguardo.
In quel momento, Misaki segnò un gol.
La giornalista si voltò di nuovo verso la sua interlocutrice, ma quella era già sparita.
Restò attonita, chiedendosi se per caso si fosse trattato di un’apparizione, quando il collega francese la riscosse.
“Chi era la tua affascinante amica?”, chiese.
Azumi Hayakawa pensò che non sarebbe stato facile spiegargli come, a volte, le dee rinuncino all’Olimpo per amore di un semplice mortale.

∗ ∗ ∗

Capitolo diciannovesimo – E Artù dichiarò guerra a Lancelot

 

17. ZEFIRO TORNA

Capitolo diciassettesimo

ZEFIRO TORNA

 

Azumi Hayakawa era abbastanza soddisfatta.
Il matrimonio di Ishizaki e Yukari le aveva permesso di raccogliere gran parte del materiale che le mancava per il suo articolo.
I ragazzi della medaglia d’oro erano stati tutti molto gentili e il clima di festa aveva contribuito a sciogliere un po’ i loro caratteri così riservati.
Aveva evitato di parlare con Tsubasa, dopo il loro ultimo, bellicoso incontro.
Il capitano della nazionale, peraltro, non sembrava in vena di chiacchiere. Non faceva altro che seguire con lo sguardo Sanae Nakazawa, radiosa come non mai, che sorrideva amabilmente a tutti.
A tutti, tranne che a Taro Misaki.
Non poteva che finire così, pensò Azumi. Era stata solo questione di tempo, ma, alla fine, la scommessa l’aveva vinta.
Di sicuro era il momento peggiore per chiedere a Misaki quella benedetta intervista, ma lei, ormai, non poteva più rimandare. Prese un ampio respiro e si diresse verso il numero 11.
“No, mi dispiace”, ribadì per l’ennesima volta Misaki.
“Ti prometto che parleremo solo di calcio”, disse Azumi.
“Del calcio non si parla”, ribatté il centrocampista, “Il calcio si gioca”.
“Io morirei di fame”, rispose lei ridendo.
Azumi si accorse che Misaki cercava Sanae con lo sguardo e non si trattenne.
“Ti ha ignorato per tutta la sera!”, sbottò, “Possibile che non riesci a dimenticarla, dopo quello che ti ha fatto?”
Misaki la guardò.
“Mi dispiace, Azumi”, mormorò. E uscì in giardino.
Azumi scosse la testa.
Restò a fissare la porta del giardino, in attesa che Misaki rientrasse. Voleva provare a parlargli di nuovo, per scuoterlo da quel torpore incantato in cui sembrava imprigionato.
Dopo pochi secondi vide uscire anche Genzo Wakabayashi, con passo deciso e scuro in volto.
“Allora, sei riuscita finalmente a intervistare Misaki?”
Alle sue spalle, Azumi riconobbe la voce allegra di Ishizaki.
“Non ancora”, fece in tempo a dire, voltandosi.
Un fruscio richiamò la sua attenzione. Guardò immediatamente la porta del giardino. Appena in tempo per vedere l’abito blu di Sanae Nakazawa che spariva nell’oscurità.
Ishizaki seguì il suo sguardo.
“Azumi, forse è meglio che tu sappia una cosa…”
Ishizaki parlava, ma lei annuiva senza ascoltare, gli occhi fissi alla porta.
Pochi istanti e Wakabayashi ricomparve, furioso come se una donna gli avesse segnato con un tunnel.
Di Sanae Nakazawa, nessuna traccia.
“Forse non avrei dovuto dirtelo, ma…”, continuò Ishizaki
Lei lo interruppe.
“Ho bisogno di una boccata d’aria”, si scusò.


Azumi si affacciò sul giardino. Continuava a nevicare.
Si guardò intorno, ma non vide nessuno.
Fece pochi passi nell’aria fredda della sera, quando un fruscio blu inchiodò i suoi piedi al terreno gelato.
Dalla sala giungevano le voci e la musica.
Nella penombra del giardino, appena rischiarata dal riflesso della neve, sotto i fiocchi che cadevano lenti, Sanae Nakazawa e Taro Misaki si baciavano.
Azumi rimase impietrita.
Avrebbe voluto scomparire.

∗ ∗ ∗

Wakabayashi e Tsubasa sedevano con aria sconfortata davanti a una lunga fila di bicchieri vuoti.
Tsubasa non aveva più rivisto la moglie da quella drammatica mattina a casa di Misaki.
Se n’era andata, senza nemmeno una parola.
Il momento più difficile era stato ritornare a casa, a Barcellona, e trovarla vuota e silenziosa. Era la prima volta in vita sua che sperimentava davvero la solitudine e lo smarrimento di non avere nessuno ad aspettarlo.
Aveva lasciato cadere il pallone che aveva in mano e lo aveva colpito di controbalzo con tutta la forza del suo piede destro. La sua rabbia aveva fatto letteralmente esplodere la cristalleria, ordinatamente disposta nella credenza.
L’urlo da combattente di Tsubasa aveva coperto il fragore dei vetri infranti. Il capitano aveva violentemente scrollato le spalle, scuotendosi di dosso lo sconforto.
Non era ancora finita. Avrebbe riportato Sanae e i bambini in quella casa. Avrebbe ricostruito quello che era andato in pezzi.
Giurò a se stesso che avrebbe resistito alla tentazione di vedere i bambini, finché tutto non fosse tornato come prima. Gli costava moltissimo, ma chiedere di incontrarli avrebbe significato accettare come definitiva quella situazione. Invece era certo di avere la forza per ribaltarla.
Mille volte era risorto sul campo. Lo avrebbe fatto anche nella vita.


Vuotò l’ennesimo bicchiere e lo sbatté con forza sul tavolo.
Wakabayashi gli poggiò una mano sulla spalla.
Tsubasa alzò lo sguardo. Nella sala le coppie ballavano al ritmo lento di un soul insopportabilmente languido. Si accorse subito che Sanae e Misaki erano spariti.
Rivederli insieme, in quella sera nevosa, aveva riempito di nuovo il suo cuore di sconforto. Si sforzavano di stare lontani uno dall’altra, ma c’era come un’energia tra loro. Erano luminosi in una folla opaca. E Sanae…
Sanae sembrava un’altra. Quando era entrata nella sala, aveva quasi stentato a riconoscerla.
Anche per questo, per tutta la sera, Tsubasa non era riuscito a distogliere lo sguardo da lei.
Indossava un abito che non le aveva mai visto, così diverso da quelli che aveva sempre portato, così elegante, così…
Così maledettamente blu. Il colore della maglia del Paris Saint-Germain.
Era inutile che quei due fossero così prudenti, pensò Tsubasa. Anche da lontano si vedeva che Sanae non lo amava più.
“Tu lo sapevi, vero?”, chiese improvvisamente a Wakabayashi.
Il portiere vuotò il bicchiere.
“Andiamo”, disse, “Ti accompagno a casa”.
Tsubasa si alzò barcollando e seguì l’amico.
Appena usciti all’aperto, l’aria gelida gli diede una sferzata e si sentì subito più lucido.
Wakabayashi vide qualcosa muoversi con la coda dell’occhio e si voltò. A pochi passi due ombre si baciavano.
Prese Tsubasa per un braccio.
“Andiamo”.
Ma era troppo tardi. Stava guardando anche lui nella stessa direzione.

∗ ∗ ∗

“Sarà meglio rientrare”, disse Sanae, senza però sciogliersi dall’abbraccio.
Misaki le accarezzò il viso.
“Grazie per il ballo, signorina Nakazawa. Non vorrei sembrarle sfacciato, ma mi permetterebbe di riaccompagnarla a casa?”
Sanae rise, per la prima volta in tutta la serata, e lo baciò di nuovo.
Si voltò per tornare all’interno della sala, ma subito si bloccò.
A pochi passi, c’era Tsubasa, scuro in volto come non lo aveva mai visto.
Non gli aveva più parlato da quella mattina, nemmeno per dirgli che se ne andava. Tentare di giustificarsi, di spiegare avrebbe di sicuro alleggerito la sua anima, ma non avrebbe in alcun modo lenito il dolore di Tsubasa.
E, d’altra parte, le sue parole non avrebbero potuto che risultare insulse. O crudeli.
“Mi dispiace…”, mormorò Sanae.
“Torna da me!”, implorò Tsubasa.
Wakabayashi avrebbe preferito tagliarsi un braccio, piuttosto che assistere a quella scena. Fu sul punto di colpire con tutte le sue forze il numero dieci: preferiva abbatterlo, piuttosto che vederlo umiliarsi a quel modo! Era pur sempre l’uomo che gli aveva segnato da fuori area!
“Mi dispiace, è finita”, disse piano Sanae. E si voltò per andarsene.
Tsubasa ebbe uno scatto e le afferrò il braccio.
“Non ti lascerò andare via così!”, gridò il soccer prodigy.
Misaki rivide lo schiaffo che Tsubasa aveva dato a Sanae quella mattina. Piombò fulmineo tra loro e lo spinse via.
“Non toccarla!”, esclamò.
Tsubasa caricò il destro.
Sanae gridò. Misaki si preparò a parare il colpo.
Ma il pugno non arrivò.
La mano del portiere più forte del mondo aveva fermato il braccio di Tsubasa.
“Mi secca ammetterlo”, disse Wakabayashi, “Ma non sempre un cazzotto è la soluzione…”

∗ ∗ ∗

Aveva desiderato scomparire, ma, forse, lo aveva già fatto.
Dal suo angolo in ombra, Azumi Hayakawa aveva assistito all’intera scena senza che nessuno si accorgesse di lei.
Solo Sanae Nakazawa, sulla soglia, si era voltata per un attimo e aveva guardato nella sua direzione. Ma, probabilmente, era stata solo una sua impressione.
Ora Azumi cercava di riordinare le idee e i sentimenti.
Quel che aveva visto e sentito non lasciava spazio a dubbi.
La signora Ozora aveva lasciato il marito per Taro Misaki.
Si ripeté più volte la frase, dato che ancora non riusciva a crederci.
L’amore di Misaki le era sempre sembrato impossibile, tanto quanto il suo sentimento per l’affascinante centrocampista vagabondo.
Aveva sempre pensato che, dato che non potevano essere felici insieme, per lo meno avrebbero condiviso la stessa infelicità. Ora l’amore di Sanae Nakazawa per il timido numero 11 spezzava quell’ultimo legame.
Azumi si sorprese a pensare che la montagna di neve, che aveva sempre sorretto il soccer prodigy, non si era sciolta sotto i raggi impietosi del sole d’agosto, come lui aveva temuto. A far fiorire la dea della primavera, liberandola del suo freddo kimono invernale, era stato il soffio mite e gentile di Zefiro, il vento nato all’ombra dei quadranti occidentali. Privato del suo candido e algido sostegno, Ozora, il grande cielo, era drammaticamente precipitato sulla terra.
Si passò una mano sugli occhi.
La storia di Taro Misaki aveva incredibilmente avuto uno straordinario, fiabesco lieto fine.
Mentre la vicenda di Ozora Tsubasa si arricchiva delle ombre e dello spessore che solo il dolore e la sconfitta possono dare.
Sanae Nakazawa, da parte sua, vinceva sempre. Avvolta nel suo magico fruscio, continuava a far apparire intorno a sé l’incantesimo del vento tra i ciliegi, al quale era impossibile resistere.
L’unica eterna sconfitta era lei, Azumi Hayakawa.

∗ ∗ ∗

Ascoltava il silenzio ovattato della neve che avvolgeva la casa.
La signorina Nakazawa, alla fine, aveva accettato di farsi accompagnare a casa. E ora, dormiva tra le sue braccia.
Taro si accorse che respiravano allo stesso ritmo.
Facendo attenzione a non svegliarla, allentò leggermente l’abbraccio per poterla guardare.
Un ricordo lontano gli attraversò la mente.


L’ultimo torneo invernale del liceo era stato accompagnato dalla neve.
A tarda sera, la vigilia della finale, Taro guardava da una finestra nel corridoio dell’albergo. I fiocchi volteggiavano lenti contro il cielo scuro.
Sentì una porta aprirsi alle sue spalle e si voltò.
Nello spiraglio apparve Sanae, immersa in un sonno profondo, del tutto abbandonata in grembo alla notte silenziosa.
Taro rimase incantato a guardare quella inattesa apparizione che illuminava la penombra della stanza.
Quando, un attimo dopo, Yukari aveva richiuso la porta, il numero 11 si era reso immediatamente conto che quell’immagine, involontariamente rubata, non lo avrebbe abbandonato mai più.

La neve continuava a cadere silenziosa. Sanae si mosse nel sonno, stringendosi più vicina.
Taro sorrise. Adesso, quell’apparizione si materializzava ogni notte tra le sue braccia.

∗ ∗ ∗

Capitolo diciottesimo – La dea della vittoria