ATTO QUINTO

ATTO QUINTO

 

Per la prima del suo capolavoro, Yukari aveva fatto le cose in grande. Con un prodigioso giro di telefonate, aveva raccolto il tutto esaurito, richiamando nel teatrino del vecchio liceo l’intera generazione d’oro, con tanto di famiglie e fidanzate al seguito. Wakabayashi e Hyuga avevano rimandato il ritorno in Europa per l’occasione, e Matsuyama era arrivato da Hokkaido la mattina stessa, facendo finta di cedere alle insistenze di Yoshiko. Agli angoli della piccola sala, erano stati piazzati dei provvidenziali ventilatori, che evitassero agli spettatori di svenire non tanto per l’emozione quanto per l’afa di fine estate.
– Che peccato non poter venire! – disse la signora Nakazawa, ma qualcuno doveva pur badare ai bambini, e poi Manabu aveva promesso un filmato integrale della memorabile rappresentazione.
Per un momento, Tsubasa pensò di offrirsi di badare ai gemelli, lasciando il suo posto in prima fila alla suocera. Ma, anche se sentiva cigolare gli ingranaggi del destino, pronti a stritolarlo, lui non era tipo da abbandonare il campo prima che la partita fosse finita.
Arrivò al teatro che già brulicava di gente, come un formicaio prima del temporale.
– Tsubasa! – lo chiamò la voce di Yayoi.
Il numero dieci la cercò tra la folla. Finalmente ne distinse i capelli rossi e l’abito verde acqua. Dietro di lei, Misugi, gli fece un cenno di saluto con la testa.
– Io… – si imbarazzò Tsubasa, – Ho due posti in prima fila… Non avevo pensato…
– Va benissimo, – tagliò corto Misugi, – Yukari mi ha trovato un posto un paio di file dietro i vostri.
Le luci si accesero e si spensero tre volte, per invitare gli spettatori a sedersi. Tsubasa e Yayoi raggiunsero la prima fila. Nel piccolo teatrino scolastico, erano tanto vicini al palco da poter quasi sfiorare gli attori.
Yayoi vide il volto pallido e teso di Tsubasa e gli strinse piano la mano. Il numero dieci si voltò con un sorriso tirato.
– Come finirà? – le chiese, – Malissimo?
– Non è detto, – anche Yayoi si sforzò di sorridere, – Le storie finiscono come vogliono loro.
Con un cenno della mano, Yukari ordinò il buio in sala.

∗ ∗ ∗


Sui gradini del tempio di Ikutama, sotto lo sguardo spietato degli antichi leoni di pietra, la bella Ohatsu e il suo Toku dal cuore gentile piangono le sventure che li hanno tenuti separati. Ma ora, non appena Kuheiji restituirà le due kwamme che ha avuto in prestito dall’amico fraterno, potranno rivedersi quanto e più di prima, e un dolce sole di primavera tornerà a splendere nei loro cuori, asciugando le loro lacrime come fa con la rugiada del mattino.
– Oh, Toku! – sospira Ohatsu, – Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti quanto è fredda la mia mano.
Tsubasa vide Sanae appoggiare appena la mano su quella di Misaki. Alla fine, evidentemente, Yukari aveva dovuto cedere alla sua prima attrice e rinunciare alla mano sul seno affranto.
– Uno a zero… – non poté fare a meno di pensare Tsubasa, e gli sembrò che il respiro gli diventasse più facile e ampio.
– Fatti coraggio, Toku! E ricorda sempre che non c’è nulla che ci possa separare. L’amore che ci siamo giurati vale forse solo per questo mondo?
Lo sguardo con cui Toku accarezza la sua Ohatsu dice che la vita gli è meno cara dell’amore di lei.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
Un canto sgraziato di ubriachi annuncia l’arrivo di Kuheiji, che dietro la maschera dell’amico fraterno, cela un animo spietato, odioso e perverso, che tutto trapela dalla sua truce figura.
– Kuheiji! – lo riconosce Toku, e lo trattiene per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
E gli mostra la ricevuta, scritta su carta color della paglia, che dice chiaro che due kwamme gli ha prestato e che due kwamme deve riavere, con tanto di sigillo, a sottoscrivere il contratto.
Ma il malvagio ha tramato un tranello, tanto più astuto quanto più spietato. Con un inganno, come fa l’uccellatore col pettirosso innamorato, ha preso al laccio il buon Toku, e ora lo accusa di frode, di falso, di furto.
– Traditore! – grida Toku.
– Pezzente! – lo insulta Kuheiji.
Ma le parole non colpiscono abbastanza forte, e i due si avvinghiano, mentre i tre compagni di Kuheiji giungono tosto a dargli man forte.
– Aiuto, per carità! – chiama la povera Ohatsu, – Aiuto, correte!
Ma il cliente con cui è arrivata al tempio scambia il suo dolore per paura di donna.
– Attenta a non farvi male! – dice e se la porta via, lasciando a Toku solo il rumore delle sue lacrime.
I tre compagni di Kuheiji non smettono di dargli addosso. Chi lo batte, chi lo calpesta.
– Vile! – urla Toku, – Farabutto!
Il povero commesso cade qua e là rotolando. Finché i tre si allontanano, e Toku può rialzarsi barcollando, i capelli scarmigliati, la cintura sciolta, i segni delle percosse sul volto.
Cerca con gli occhi Kuheiji, promettendogli in cuore la morte.
Ma il vigliacco è fuggito chissà dove, senza lasciare nessuna traccia. Toku si lascia cadere affranto a sedere sulla nuda terra, e piange calde lacrime.
– Ohimé! Colui che credevo un fratello! E che mi giurava gratitudine e fedeltà per tutta la vita! Che farò ora?
Batte a terra coi piedi, digrigna i denti e si dispera, stringendo i pugni.
– Ma il mio cuore è puro! E tutta Osaka ne avrà la prova, prima che siano trascorsi tre giorni!
Raccoglie il cappello strappato e lo rimette sul capo.
– Scusatemi tutti, se vi ho disturbato, – mormora, – Perdonatemi!
E col volto a terra, se ne torna mogio mogio singhiozzando nel crepuscolo, mentre il sole declina.
Le luci sulla scena si spensero, a segnare la fine del primo atto. In platea, si alzò un mormorio compassionevole per le disgrazie del povero Misaki, il cui stato faceva tanta pietà da non poterne reggere la vista.
– A me è piaciuto da pazzi Ishizaki, – commentò Hyuga ammirato, – È quanto di più bastardo abbia mai visto in vita mia…
– Un marmocchio col pannolino bagnato… – alzò un sopracciglio Wakabayashi.

∗ ∗ ∗


Non può bere sakè né darsi pace, la sventurata Ohatsu, costernata per quel che oggi è avvenuto. La sera scende sul quartiere del piacere e le voci delle cortigiane si rincorrono, come le correnti dello Shijimigawa, per portarle l’eco di cattive notizie.
– Toku è stato arrestato!
– E calpestato!
– Lo dicono morto!
Ma tra le ombre azzurre del giardino, ecco apparire un uomo lacero, pesto, con le spalle curve sotto un peso che il cuore non riesce a sopportare. Un cappello strappato gli nasconde il viso. E le lacrime che gli inondano le guance.
– Toku! Che t’è successo?
Ohatsu cerca il volto amato sotto le falde del largo cappello e un pianto silenzioso bagna il volto di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più ho la peggio.
Le guance sono pallide, la voce gli trema.
– Non varrà neppure mostrare il suo sigillo! Eppure lui stesso lo ha apposto. Guarda!
Sanae guardò. E vide nelle mani di Misaki un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
Anche se so che questa lettera è inutile…, lesse.
Le labbra tremarono e gli occhi si fermarono in quelli febbricitanti di Misaki.
In prima fila, Yayoi sentì Tsubasa agitarsi sulla sedia e gli strinse la mano più forte.
– Cos’è questo mortorio? – arrivò da fuori scena la voce di Ishizaki, – Avanti, bellezze! Chi mi vuole per cliente?
– Presto! – improvvisò Misaki, – Nascondimi sotto il tuo strascico!
Sanae annuì. Alzò lo strascico celeste e, con piccoli passi, accompagnò Misaki a nascondersi sotto l’alto gradino d’ingresso, ben protetto da Ishizaki da una cortina di seta celeste, ma perfettamente visibile per l’affollata platea.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta il traditore Kuheiji, – Ho notizie importanti per te!
Ohatsu, il volto pallido e turbato, cerca di nascondere l’emozione che le scuote il petto. A malapena sente le parole arroganti di Kuheiji. Fino a quando questi non le prende la mano.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Sanae cercò col piede nudo Misaki sotto il gradino e sentì che tremava per l’agitazione.
– La rovina del tuo amico è stata il suo buon cuore, – disse a Ishizaki. Poi aggiunse, più piano, con la voce che tremava:
– Mi domando… che cosa abbia intenzione di fare adesso…
Sotto lo strascico, Misaki prese con delicatezza la caviglia di Sanae e si passò il suo piede sulla gola, a simulare il colpo di un rasoio.
Sanae chiuse gli occhi per un momento, respirò profondamente e si aggrappò alla battuta del copione.
– Se così fosse, io sono pronta a morire con lui.
Sotto lo strascico, Misaki le abbracciò le ginocchia, bagnandole di lacrime vere.

∗ ∗ ∗

– E adesso? – dicevano gli occhi di Tsubasa, smarriti come dopo un autogol.
Yayoi approfittò della pausa prima dell’ultimo atto per sussurrargli all’orecchio:
– La partita non è ancora finita, Tsubasa.
Il capitano fece segno di sì con la testa, gli occhi fissi sulla scena buia, su cui si sentivano armeggiare Yukari e Manabu, intenti a spostare le scenografie.
Sul palcoscenico si fece silenzio, si spensero tutte le luci di sala. In scena, la servetta Kumi accese una lanterna e chiuse le pareti di carta di riso della casa di piacere.
– Attenzione alla brace sotto la pentola! E badate che i topi non rubino il pesce!
Nemmeno il tempo di coricarsi, e già russa sonoramente, per una notte breve, che non consente sogni di sorta: c’è troppo poco tempo prima dell’alba.
Dall’andito del piano di sopra, fa capolino Ohatsu, con passo furtivo. Ha l’abito bianco di chi parte per il lungo viaggio della morte e, sopra, un mantello nero, come le tenebre che avvolgono la via dell’amore. Toku compare nel giardino.
I due si invitano a cenni, acconsentono, indicano con le dita, fanno parlare i cuori. Sotto la scala la serva dorme, ma la lampada manda chiarore. Come fare?
Ohatsu soffia. Ma è troppo lontana, e il lume resta acceso. Allora la povera sventurata si allunga tutta, salendo su un gradino, e soffia più forte. La fiamma dà un guizzo e si spegne. Nel buio, la serva brontola qualcosa, poi si rigira nel letto.
A tentoni, Ohatsu cerca il compagno, come il glicine cerca il sostegno su cui arrampicarsi. Finalmente ne trova la mano. Con passo cauto, come chi cammina sulla coda di una tigre, sgusciano fuori dal giardino e possono guardarsi in volto:
– Oh, quale gioia! – esclamano.
Ahimé! Quanto è amara e pietosa questa gioia dei due che si avviano alla morte!
Dalla platea silenziosa come una tomba, si alzò il singhiozzo di Yoshiko. Le due mani che si cercavano disperate nel buio le avevano spezzato il cuore. Matsuyama le mise un braccio intorno alle spalle, la strinse forte e andò avanti a piangere in silenzio, con la fronte aggrottata e le labbra strette.
Sulla scena, il viaggio dei due sventurati amanti proseguiva verso il tempio di Sonezaki.
– Addio a questo mondo, e a questa notte addio. Noi che camminiamo verso la morte, a cosa mai potremmo somigliare? Alla rugiada caduta sulla via verso la tomba, che svanisce sotto i nostri passi. Com’è triste questo sogno di un sogno!
Suona la campana che annuncia l’alba. Ma, dei sette colpi, solo sei ne sono stati battuti. Il settimo sarà l’ultima eco che sentiranno in questa vita. Addio, dicono, e non alle campane sole. Ma agli alberi, alle erbe, al cielo, che guardano per l’ultima volta. Le nuvole e il fiume corrono, indifferenti al loro dolore. E le stelle dell’Orsa si riflettono nell’acqua.
Luci e voci lontane giungono da una casa da tè. Un canto attraversa l’ultima aria della notte:
Cos’è mai questo legame tra di noi?
Perché mai non posso dimenticarti?
Se anche mi abbandoni e te ne vai,
Oh, no! Io non ti lascerò partire!
Uccidimi con le tue mani piuttosto,
perché mai io ti lascerò partire!
– Proprio questa canzone, – singhiozza Ohatsu, – E proprio questa notte!
Si aggrappa a Toku e, alle centootto perle del rosario che sgrana, aggiunge quelle delle sue lacrime. La compassione che suscitano non ha fine. Ha fine invece il loro cammino. L’animo è tetro come il cielo che l’ombra degli alberi nasconde. Sostenendosi l’uno con l’altra, giungono infine al bosco di Sonezaki, battuto dal vento.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – indica Ohatsu, – Questo è il posto giusto!
L’albero prodigioso è immagine del loro eterno voto d’amore. È il posto ideale per deporvi i loro corpi, effimeri come la rugiada, prima che i corvi della diga di Mumeda, domani mattina, ne facciano il loro pasto.
Toku scioglie la sua cintura. Ohatsu si leva il mantello, bagnato di pianto. E, dalla manica, estrae due pugnali. Toku ne prende uno, e uno rimane alla sua compagna.
– È inutile aspettare, – mormora Toku, – Col sorgere del giorno, sarà ancora più difficile.
Un gallo canta in lontananza. Troppo breve è la notte d’estate! I due si stringono e puntano ciascuno il pugnale contro il ventre dell’altro, così che un abbraccio li spenga nello stesso istante.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre… – dice Ohatsu.
– Per sempre… – aggiunse Sanae, – Taro-chan!
Misaki esitò un istante, gli occhi increduli e le labbra che tremavano. Poi strinse Sanae e la baciò come se, anziché il primo, fosse il loro ultimo bacio.
Con i volti pallidi e le guance rigate di lacrime, i due innamorati si accasciarono sulle assi del palcoscenico, sul grande drappo di seta rossa che simulava il sangue.
Tutte le luci si spensero e, nel buio, suonò la voce di Yukari:
– Nessuno è là a raccontare la storia, ma essa corre, come voce portata dal vento, attraverso il bosco di Sonezaki. Pregate per gli amanti, per la salvezza delle loro anime. Per loro, che divennero il modello dell’amore più vero.
La voce si spense. Nelle tenebre della platea, si sentì Wakabayashi tirare su col naso. Un momento di silenzio sospeso, poi l’applauso scoppiò fragoroso e incontenibile.
– Luci! – ordinò Yukari a Manabu.
Obbediente, l’assistente illuminò la scena.
E, sulla scena, Misaki e Sanae che si stavano ancora baciando.

∗ ∗ ∗

Nel teatro deserto, si sentivano solo i passi di Yukari che, dietro le quinte, armeggiava per riordinare i costumi prima che qualcuno ci mettesse le mani e le rovinasse i suoi capolavori. Sotto la luce cruda del palcoscenico, Tsubasa sedeva sul gradino della casa di piacere sotto il quale si era nascosto Misaki.
– Dio, come sono stato cieco… – mormorò, la testa tra le mani.
Yayoi gli appoggiò la mano sulla spalla e si sedette accanto a lui.
– Cieco e pazzo… – aggiunse Tsubasa, – Avevi ragione tu. Se non avessi fatto nulla…
Yayoi si alzò e andò a guardare da vicino la palma e il pino di cartone che uscivano dallo stesso tronco.
– Quando hai il volo per Barcellona?
– Domani, – rispose Tsubasa.
– Meglio così… – mormorò Yayoi.
Si voltò verso verso la platea vuota.
– Lo sai? Jun mi ha chiesto di sposarlo…
Tsubasa alzò la testa e si sforzò di sorridere.
– Su una cosa, almeno, ho avuto ragione…
Si alzò con un sospiro. Andò verso la ribalta e le tese la mano.
– Ti auguro tutta la felicità del mondo, Yayoi. Grazie per essermi stata così vicina…
Yayoi si voltò a guardarlo. Sulle labbra, il sorriso le si spense in un tremito. Tsubasa le vide gli occhi luccicanti e le guance rosse del loro addio di tanti anni prima.
Con un movimento improvviso, come un petalo trascinato dal vento, Yayoi gli buttò le braccia al collo e gli diede un bacio.
– Addio, Tsuchan! – gli sussurrò all’orecchio.
Prima che Tsubasa riuscisse a dire qualcosa, scese dal palco e corse via, col suo passo breve e leggero, senza mai voltarsi indietro.
Dietro le quinte, Yukari spense le ultime luci.

∗ ∗ ∗

Fine

ATTO QUARTO

ATTO QUARTO

 

Una notte insonne, passata a palleggiare nel cortile di casa Nakazawa. Il caldo soffocante del teatro, che annebbiava le idee già abbastanza confuse. E una domanda, che martellava nella testa, senza lasciare spazio a nessun altro pensiero:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Tsubasa era nelle condizioni peggiori per affrontare l’esigentissima regista, che gli chiedeva di esprimere strazio e passione per la bella cortigiana in kimono di seta celeste, dalle movenze flessuose e dalla voce sconosciuta.
Seduti sulle assi del palcoscenico, Ishizaki, Izawa e gli altri si facevano aria coi grandi cappelli di bambù, godendosi il fatto che, data la pessima prova del nuovo primo attore, Yukari avrebbe avuto molto meno da ridire sulla loro recitazione.
– Amore, passione, fuoco! – riprovò Yukari, – Sei disposto a morire per lei, devi farmelo sentire in ogni sillaba! Sanae, digli qualcosa tu, per piacere!
La prima attrice accarezzò il braccio del marito.
– Prova a pensare a quando eravamo lontani… – sussurrò.
Tsubasa la guardò senza sentirla. La domanda continuava a sovrastare ogni altra voce:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Yukari guardò Sanae con un sospiro di sopportazione.
– Proviamo il primo dialogo, – ordinò sconfortata.
Aprì il copione e lo mise sotto il naso di Tsubasa.
– Da qui, – indicò, – Vediamo se almeno qui mi metti un po’ di sentimento…
Sanae chiuse per un momento gli occhi, le mani giunte vicino al viso, per raccogliere la concentrazione. Poi fece un gesto ampio col braccio, per trascinare lo strascico. Un passo, e nel kimono celeste, come per magia, Tsubasa vide comparire la bella cortigiana Ohatsu.
– Perché non mi hai più cercata? – cominciò la voce calda e sconosciuta, – Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
Tsubasa boccheggiò alla ricerca di una frase che non fosse quella che continuava a martellargli nella testa.
Ma prima che potesse trovarla, una voce uscì dal buio della platea.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Sanae spalancò gli occhi e le guance persero colore, sul volto l’espressione di chi si vede davanti uno spettro.
Il fantasma venne avanti tra le poltrone vuote.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore… – continuò.
Arrivato ai piedi del palcoscenico, Toku guardò la sua Ohatsu in kimono celeste.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
– Taro Misaki! – urlò Yukari in preda all’entusiasmo.
Misaki salì gli scalini del palcoscenico sotto lo sguardo raggelato di Sanae.
Tsubasa guardò la moglie, che sembrava trasformata in una statua di sale. Poi guardò Misaki, sul cui volto le luci di scena rivelavano i segni di una notte insonne. Senza una parola, passò il cappello del primo attore al nuovo arrivato e scese a sedersi in prima fila.
– Avanti, ora sì che si fa sul serio! – si esaltò Yukari.
Izawa sostenne Ishizaki, che stava per avere un malore.
Con il cappello in mano, Misaki incrociò per un istante lo sguardo di Sanae, poi puntò l’indice contro Yukari.
– A una condizione. Niente bacio finale.
– Quale bacio? – balbettò Tsubasa dalla platea.

∗ ∗ ∗


Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore. Sta facendo il giro dei clienti ed è appena giunto al tempio Ikutama, quando, da una casa da tè, lo chiama una voce di donna.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Toku fa per alzare il cappello dalle larghe falde.
– Ohatsu… Tu qui?
La giovane cortigiana, bella come un fiore di giaggiolo nel suo kimono di seta, lo ferma con un gesto.
– No, è meglio che tu tenga il cappello. Sono con un cliente, è meglio che non ti veda.
Si avvicina al giovane tirando verso di sé lo strascico.
– Perché non mi hai più cercata? Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
E nasconde le lacrime nelle ampie maniche celesti.
Toku alza appena la falda del cappello.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Le sfiora una manica del kimono, per poterla vedere in viso.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore…
Ohatsu lo guarda con gli occhi pieni di pianto. Anche sulle ciglia di Toku spunta una lacrima.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
Con un profondo sospiro, comincia a raccontare. Lo zio, che lo ha cresciuto da che è rimasto orfano e nel cui negozio ancora lavora, voleva fargli sposare una nipote della moglie. Lui ha rifiutato, naturalmente, ma lo zio si è accordato a sua insaputa con la matrigna, che subito ha detto di sì, per intascare le due kwamme della dote.
– Quando l’ho saputo, – dice Toku, – sono corso da lei, per farmi restituire la somma e sciogliermi dall’impegno. Ma le aveva già spese, così ho dovuto impegnare tutto ciò che avevo per poter raccogliere il denaro. Tornavo giusto in città, quando, sulla strada, vedo Kuheiji che si batteva il petto e si strappava i capelli.
Un amico, Kuheiji. Di più, un fratello, per il povero Toku dal cuore gentile. Che si è subito informato del motivo di tanta disperazione. Due kwamme, ecco la causa. Un debito da restituire entro il tramonto, questione di vita o di morte.
– Cosa potevo fare? Io potevo aspettare qualche giorno, lui no di certo. Così gliele ho date, e lui, tra le lacrime, ha giurato di ridarmele al più presto. Avrebbe dovuto restituirmele ieri, ma non l’ho visto. Andrò da lui stasera stessa, e questa faccenda sarà finalmente chiusa. Stai tranquilla.
Ohatsu si asciuga le belle ciglia con la lunga manica celeste.
– Oh, Toku! Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti come già è stretto il mio petto.
Ohatsu prese la mano di Toku, ma, invece che appoggiarsela sul seno, rimase lì, col gesto a mezz’aria e le guance che andavano in fiamme.
– Be’? – fece Yukari.
– Secondo me questa parte la dovremmo saltare, – disse Sanae, mollando di colpo la mano di Misaki come se fosse arroventata.
– Che parti saltiamo lo decido io! – urlò Yukari, – Non ho mai chiesto la tua opinione e non ci tengo!
– Allora fattela tu la tua dannata parte! – gridò più forte Sanae.
Misaki si levò il cappello e lo usò per farsi aria.
– Ci risiamo… – sospirò Izawa, appoggiandosi alla scenografia.
– Ho due bambini a casa! – Sanae puntò il dito sulla regista, – E sono qui a perdere tempo con le tue manie!
– Fai la prova come si deve, e puoi essere a casa dai tuoi marmocchi in meno di mezz’ora! – sbraitò Yukari.
– Nishimoto, saltiamo due battute e andiamo a quando entra Ishizaki, – propose Izawa, – Così noi facciamo quel che dobbiamo fare, ci leviamo di torno e voi potete andare avanti a discutere all’infinito.
Yukari fece segno di fare come volevano e andarsene al diavolo in aggiunta. Misaki si rimise il cappello, Sanae riprese il suo posto in scena con un’espressione di burrasca sulla faccia. Dalle quinte uscì Ishizaki, che tentava di far finta di essere Hyuga, seguito da Morisaki, Kisugi e Taki che cantavano così male da sembrare ubriachi.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
– Kuheiji! – chiama Toku, e lo ferma, trattenendolo per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
Kuheiji si volta con aria seccata.
– Che vuoi? Tieni giù le mani! Che maniere sono queste?
– Cosa voglio? – ribatte Toku, – Voglio le mie due kwamme! Dovevi restituirmele ieri e non ti sei fatto vedere.
Kuheiji scoppia in una risata.
– Ma sei impazzito? Non ho mai preso da te nemmeno un centesimo! E stai attento a quel che dici, o potresti pentirtene.
I compagni di Kuheiji si levano il cappello, pronti a difendere il suo nome onorato con i pugni.
– Non hai mai preso… Oh, questa poi! – Toku sente il sangue negli occhi per la rabbia, – Ma se hai insistito tu per darmi una ricevuta, quando io mi fidavo sulla parola! Guarda!
E tira fuori dalla manica del kimono un foglio giallastro, spiegandolo con le mani tremanti d’ira.
– Adesso di’ che questo non è il tuo sigillo, se ne hai coraggio!
Senza scomporsi, Kuheiji esamina il foglio.
– Sì, è il mio sigillo, – ammette.
Guarda con aria d’intesa i suoi compagni.
– Per la precisione è il sigillo che mi è stato rubato la settimana scorsa, ricordate?
Punta l’indice sullo sconcertato Toku che, la bocca aperta e gli occhi spalancati, non riesce a credere alle proprie orecchie.
– E il ladro sei tu! – lo accusa Kuheiji, – Ladro e falsario! Che ora tenti di estorcermi due kwamme!
Gli butta il foglio sulla faccia.
– Dovrei denunciarti, e ti taglierebbero la testa! Ringrazia che siamo amici, e spariscimi da davanti!
– Traditore! – grida Toku, e lo afferra per il kimono.
– Pezzente! – lo insulta di rimando Kuheiji, prendendolo per il petto.
Uno spintone, un pugno, e in un attimo è una zuffa. Toku è solo, Kuheiji, invece, ha tre compagni. Tutti insieme prendono a battere e calpestare il povero commesso.
– Aiuto, per carità! – chiama Ohatsu agitata e in lacrime, – Aiuto, correte!
Ma ecco ricomparire il suo cliente.
– Attenta a non farvi male! – dice e la trascina con sé, per portarla via di lì.
– Stop!
La voce di Yukari non prometteva niente di buono.
Izawa e Sanae fecero capolino da dietro la quinta dove il cliente di Ohatsu l’aveva trascinata. Kisugi, Taki e Morisaki lasciarono rialzare Misaki, che aveva la cintura slacciata e i capelli in disordine.
– Qualcosa non andava? – chiese piano Ishizaki.
– Tutto! – esplose Yukari, – Faceva schifo!
Girò intorno uno sguardo di fuoco alla ricerca di un capro espiatorio. Izawa si nascose dietro la quinta, Ishizaki si calò il cappello sugli occhi, Taki, Kisugi e Morisaki fecero finta di aiutare Misaki a ricomporsi.
– Tu! – puntò finalmente l’indice Yukari.
– Io? – mormorò Tsubasa in prima fila.
– Niente spettatori alle prove! Fuori di qui!

∗ ∗ ∗


Sotto il sole feroce di agosto, il cortile della scuola, vuoto e senza ombre, era di un bianco accecante. Il pallone da calcio batteva contro il muro di cemento col ritmo monotono e lugubre di una campana a morto.
Finalmente la porta del teatro si aprì e uscirono gli attori, con l’aria sconfortata e abbattuta.
– Dov’è Sanae? – chiese Tsubasa, vedendo che mancavano i due primi attori.
– Sta litigando con Yukari, – rispose Ishizaki, – Ti conviene metterti comodo.
Dalla porta, uscì Misaki. Fece un cenno di saluto e sgattaiolò via con passo veloce.
– Speriamo che stavolta non ci pianti in asso sul più bello, – fece Izawa, guardandolo che si allontanava, – Tutta la fatica, e poi nemmeno siamo andati in scena.
– Vi ha piantati in asso? – chiese Tsubasa.
Izawa si mise a palleggiare.
– Già… Per via del finale. Invece di quello originale in cui Toku uccide Ohatsu e poi si taglia la gola, Nishimoto voleva che i due amanti si baciassero mentre si pugnalavano l’un l’altra. Gran bella idea, questo va detto…
Tsubasa non aveva l’aria di considerarla tale. Izawa fermò il pallone con la suola e continuò:
– Solo che, visto che tra i nostri due primi attori non correva buon sangue, lei ha tenuto nascosta la cosa fino alla prova generale, alla vigilia della prima. Quando lo ha detto, è stato il finimondo.
Sanae, rossa come un peperone, si era messa a urlare a Yukari tutti gli insulti che conosceva. Misaki, invece, senza una parola, si era dileguato.
– Il giorno dopo, passo a prenderlo a casa sua e scopro che è partito, – continuò Izawa, – A sentire suo padre, ci pensava da un pezzo, tra l’altro.
Taki levò il pallone a Izawa, con un intervento ai limiti del cartellino giallo.
– Poteva aspettare un giorno, no? – disse l’ala della Nankatsu, – Che gli costava?
Crossò verso Kisugi, che la spedì in braccio a Morisaki.
– Per lo meno adesso non ci ritrovavamo da capo, – sospirò il portiere.
Izawa chiamò la palla.
– Quante storie per un bacio!
Stoppò di petto e si voltò verso Tsubasa.
– Sta’ tranquillo che io tutti questi scrupoli per baciare Anego non me li facevo di sicuro! – rise, – Anzi, avrei anche chiesto un supplemento di prove!
– D’altra parte, Misaki è un gentiluomo, – gli fece una linguaccia Kumi, – E tu, invece, no!
– Un gentiluomo e un vero amico, – aggiunse Ishizaki.
Sanae comparve finalmente sulla porta con l’aria furibonda.
– Andiamo! I bambini hanno aspettato abbastanza! – bofonchiò e si avviò a testa bassa.
– È vero… – mormorò Tsubasa, – È un vero amico…

∗ ∗ ∗

Il vento d’amore ti penetra in corpo sulle rive dello Shijimigawa, e le luci che ogni sera si accendono sembrano stelle in una notte di pioggia, o lucciole fuori stagione, che illuminano il sentiero tenebroso di un amore che fa perdere coscienza di sé, e riduce gli uomini a vuote conchiglie che il fiume trascina via.
Oh, sventurata Ohatsu! È tornata a casa, ma, costernata per quanto è accaduto, non si dà pace. E, a tormentare il suo cuore, giungono voci che dicono il suo Toku calpestato, arrestato, addirittura morto!
Suo unico sfogo è il pianto, e già vorrebbe essere nella tomba. Ma ecco! Mentre con la manica di seta si asciuga le lacrime, nell’ombra appare la figura furtiva di Toku, nascosto dal buio e dal suo cappello.
– Toku! Che t’è successo?
Badando di non esser veduta né dai padroni né dalla serva che la controlla, Ohatsu esce in giardino, il suo volto s’introduce sotto le lunghe falde del cappello di lui e sommesse lacrime scendono dagli occhi di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più…
Tsubasa si sforzò di tendere l’orecchio più che poteva. Aveva pregato Ishizaki di trovargli un nascondiglio da cui potesse vedere le prove, e lui, dopo mille esitazioni, lo aveva cacciato dietro uno dei tendoni oscuranti.
– Qui perlomeno puoi sentire tutto, – aveva detto, – Ma, per l’amor di Dio, non farti scoprire da Yukari o è la volta che mi uccide!
Tsubasa si era messo seduto e aveva giurato e spergiurato di non fare il minimo rumore, ma adesso sul palco bisbigliavano, e il tendone pesante impediva di sentire cosa stesse succedendo. Con la prudenza di un artificiere, scostò appena la tenda e si appiattì contro la parete. L’equilibrio della sedia era precario, ma si vedeva quasi interamente il palcoscenico.
– E io che lo credevo un amico fraterno! Un così turpe inganno! Ora non mi resta che farla finita! – piange il povero Toku.
Una voce giunge dall’interno della casa. Entrambi la riconoscono: è il malvagio Kuheiji, che giunge coi suoi compagni per bere saké e spassarsela.
– Presto, nasconditi! – bisbiglia Ohatsu, e, nel dirlo, alza il suo strascico, così che Toku possa scivolarci sotto. Poi, a passi brevi, va a sedersi sull’alto gradino d’ingresso, in modo che lui possa nascondersi meglio e non essere visto da nessuno.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta Kuheiji, con aria arrogante, – Ho notizie importanti per te!
Si siede accanto a lei, mentre Ohatsu sistema lo strascico per non far scoprire Toku, nascosto proprio accanto ai suoi piedi.
– Il tuo bel Toku l’ha combinata grossa, – dice l’arrogante mercante, – E gli toccherà lasciare la città, se vuole evitare il disonore.
Le prende la mano, fredda e pallida come quella di una morta.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Ohatsu impallidisce. Sotto il gradino, Toku digrigna i denti e trema di rabbia e di impotenza. Temendo che si faccia scoprire, Ohatsu lo accarezza teneramente col piede nudo per calmarlo.
– La rovina di Toku è stato il suo buon cuore! – dice a Kuheiji.
Poi aggiunge, come parlando tra sé:
– Mi domando che cosa farà adesso… Temo che abbia intenzione di togliersi la vita…
Il piede sfiora Toku, a chiedergli una risposta. Lui le prende dolcemente la caviglia e si passa il piede sul collo, a simulare il colpo di un rasoio.
– Se così fosse, – aggiunge Ohatsu, con le lacrime negli occhi, – io sono pronta a morire con lui.
E, così dicendo, di nuovo accarezza col piede Toku, che piange sotto lo scalino. Lui sfiora il piede dell’amata con un gesto delicato, se lo stringe al petto, poi abbraccia le ginocchia di lei, bagnandole di lacrime.
– Sbatam! – fece una sedia, crollando fuori da un tendone oscurante e trascinandosi dietro Tsubasa.
Sul palco, Misaki alzò la faccia dalle ginocchia di Sanae, che diventò prima pallidissima, poi rossa come un peperone.
– Ishizakiiiiii!
All’urlo feroce di Yukari, Ishizaki si accartocciò nei vestiti del perverso Kuheiji, cercando di scomparire.
– Con te facciamo i conti dopo! – minacciò, indicandolo col copione.
Con passo da tigre, la regista scese in platea a buttare fuori lo spettatore clandestino. Lo spinse fino alla porta, poi gliela sprangò dietro le spalle.
– Da capo! – la sentì gridare Tsubasa, – Voglio vedere le lacrime vere!

∗ ∗ ∗

Il frinire delle cicale copriva anche l’ultima eco dei rumori della metropoli. Tra gli alberi e gli specchi d’acqua, su cui planavano enormi libellule azzurre, si poteva quasi dimenticare di trovarsi nel centro della Tokyo del ventesimo secolo e illudersi di passeggiare nell’antica Edo, ospiti del signore feudale. Solo, a tratti, al di sopra dei grandi cedri, si alzavano i parallelepipedi grigi dei grattacieli, a ricordare che l’era degli shōgun era finita per sempre.
– È stata una sorpresa trovarti davanti alla porta stamattina, – disse Yayoi, cercando con gli occhi il rosso delle carpe nelle acque verdi.
– Scusami… – mormorò Tsubasa, – Avevo bisogno di parlarti con urgenza…
I pesci dal colore di fiamma guizzarono sotto il ponte di pietra, Yayoi cambiò lato per poterli seguire.
– Mi ha fatto piacere, – sorrise, – Finiranno per mancarmi queste nostre chiacchierate…
Sollevò appena l’ombrellino chiaro che la riparava dal sole.
– E così hai ricostruito tutto?
Tsubasa appoggiò i gomiti al parapetto del ponticello.
– Credo di sì… Ci ho pensato talmente tanto che posso quasi vedermi la scena davanti agli occhi.
E davvero riusciva a vedere Sanae alla prova generale, imbarazzata e furiosa per un bacio che per lei non era solo un bacio di scena. Poi la vedeva nella sua stanza, sdraiata a letto in una lunga notte insonne. La vedeva alzarsi, sedersi alla scrivania, esitare e alzarsi di nuovo. Poi, finalmente, prendeva un foglio azzurro pallido e, con la mano che tremava, scriveva:
Anche se so che questa lettera è inutile…
La vedeva infine suonare alla porta di Misaki, la mattina dopo, le guance in fiamme e il cuore tanto veloce da serrarle la gola. E vedeva il padre di Misaki aprire, e dire che il numero undici era partito.
– Misaki aveva capito… – mormorò Tsubasa, – Aveva capito anche senza bisogno della lettera. È per questo che è partito…
– Davvero un gesto da amico, – disse Yayoi, – E da gentiluomo.
Attraversarono il ponte, in cerca di un po’ d’ombra. Nella mattina di piena estate, il parco era pieno di giovani coppie e di bambini che correvano sui prati. Trovarono un angolo tranquillo su una panchina ai piedi di un grande acero, sulla riva di uno stagno. Di fronte a loro, un’anziana signora con un grande cappello giallo, era impegnata a dipingere un quadro ad acquerello. Li salutò con un sorriso timido e un cenno della testa.
– Se tu avessi visto la scena di ieri… – riprese Tsubasa, – Era così… Così vera!
I ragazzi avevano ragione. Tra Sanae e Misaki, sul palco, correva un’energia sconcertante, che metteva nelle parole del dramma una vita tutta nuova e che avrebbe strappato lacrime a un sasso.
– Forse sarebbe meglio che questa faccenda della recita finisse qui, – disse Yayoi, disegnando un ghirigoro sul sentiero con la punta dell’ombrellino.
– Tu credi? – si voltò a guardarla Tsubasa.
Senza alzare gli occhi, Yayoi fece segno di sì con la testa.
– Ha già risvegliato troppi fantasmi, – disse, – È meglio che torniate di corsa a Barcellona, prima che il passato cominci a fare danni al presente.
Tsubasa si appoggiò allo schienale della panchina. La signora dal cappello giallo li scrutava con l’attenzione dei pittori.
– Ho insistito io perché Sanae recitasse… – pensò ad alta voce, – Come faccio adesso a dirle di mollare tutto?
– Chiedi a Misaki di lasciare la recita, come ha fatto l’altra volta, – rispose Yayoi, seguendo con gli occhi la punta dell’ombrellino, – E prenota il volo. Il prima possibile.
Tsubasa annuì con aria convinta. Yayoi si alzò e aprì l’ombrellino.
– È ora di andare, si è fatto tardi.
Il capitano si ricordò che anche la sua amica aveva dei dispiaceri. La fermò prendendola per la mano. Yayoi si voltò stupita.
– Come va con Misugi? – chiese Tsubasa.
Yayoi si sforzò di sorridere. Ritirò piano la mano da quella di Tsubasa e mosse le labbra in un saluto senza voce. Tsubasa la guardò allontanarsi con passo breve e leggero, tra il canto metallico delle cicale, nascosta dall’ombrellino chiaro.
La signora dal grande cappello giallo gli fece cenno di avvicinarsi.
– Se vuole glielo regalo, – disse, indicando il dipinto.
I colori pallidi degli acquerelli disegnavano una panchina sotto un grande acero. Un uomo giovane e bruno teneva la mano a una ragazza dai capelli rossi, con un grazioso abito a fiori e un ombrellino chiaro.
La signora sorrise.
– Vedrà che le piacerà. Così fate pace.

∗ ∗ ∗

Le prove, aveva stabilito la regista, cominciavano alle otto del mattino.
– Per sfruttare le ore più fresche, – diceva Yukari.
– Perché hai gusto a torturarci, – replicava Ishizaki.
Il giorno della prova generale, a poco più di ventiquattro ore dalla prima, Yukari le anticipò di un’ora.
– Per avere il tempo di definire i dettagli, – disse la regista.
– Perché non sei contenta finché non ci vedi morti, – replicò Ishizaki.
Così Tsubasa, per poter parlare da solo a solo con Misaki, uscì di casa all’alba, con la scusa di andare a correre, con già in tasca i biglietti d’aereo per Barcellona, come gli aveva suggerito Yayoi.
Aspettò davanti alla casa del numero undici, controllando l’orologio ogni cinque minuti. Vide le finestre aprirsi e i rumori del mattino animare l’edificio. Poi, finalmente, Misaki uscì dalla porta.
– Tsubasa… – si stupì.
Il capitano si accarezzò il mento, per cercare il tono giusto.
– Sono venuto per riavere la lettera, – cominciò, – E poi…
Scelse una a una le parole.
– Poi vorrei che tu rinunciassi alla recita.
Misaki lo guardò in silenzio per un lungo momento.
– Non posso.
Tsubasa restò di sasso.
– Come sarebbe che non puoi? È quello che hai fatto l’altra volta…
Misaki fece segno di no con la testa, e si voltò per andarsene. Tsubasa lo afferrò per un braccio.
– E ridammi la mia lettera!
Misaki si liberò con uno strattone.
– Tu e la tua maledettissima lettera! – esplose, – Ti rendi conto che mi ha tolto il sonno?
L’agitazione gli accelerò il respiro.
– Sanae l’ha scritta il giorno che io sono partito! – continuò, – Il giorno che sono partito per dimenticarla!
Si passò la mano sugli occhi.
– Non devo pensarci, o finirò col dare di matto…
Tsubasa, pietrificato, dovette aspettare qualche istante perché il senso delle parole di Misaki si facesse pienamente strada nella sua mente.
– Ma… – balbettò, – Ma allora…
Allora i silenzi, le scontrosità, la scena al matrimonio, presero d’improvviso tutt’altri contorni, come gli oggetti illuminati dal lampo in una stanza buia. Il fuoco e l’acqua potevano andare d’accordo e, soprattutto, d’amore. Di più: per anni si erano cercati, ciechi e disperati. E, soprattutto, destinati per sempre a traiettorie parallele, senza riuscire a incontrarsi mai.
Mai, a meno che qualcosa, o qualcuno, non deviasse le loro corse, spezzando le leggi ferree del destino.
– Non puoi chiedermi di rinunciare, Tsubasa, – scosse la testa Misaki.
Guardò negli occhi l’amico.
– Mi dispiace… Ma sarà lei a scegliere.

∗ ∗ ∗

Atto quinto

ATTO TERZO

ATTO TERZO

 

La sagoma inconfondibile del Fuji-san si staccava appena dal cielo lilla del tramonto, inafferrabile e vaga come un fantasma. Ai suoi piedi, il mare si lasciava abbracciare dalle colline azzurre, i cui contorni svaporavano nell’umidità della sera. Una rosea tristezza colorava le case, le onde, i cantieri navali, mentre la luce appassiva piano, ripiegandosi su se stessa come un fiore d’ibisco che appassisce.
– Ne hai parlato con lei? – chiese Yayoi, appoggiando la tazza di tè.
Tsubasa fece segno di no con la testa e continuò a guardare oltre i vetri. Dalla terrazza, il prato declinava dolcemente verso la città, fino a confondersi coi cespugli che imbrunivano.
Yayoi prese un pasticcino e cominciò a sbocconcellarlo piano piano.
– Non ha senso che ti tormenti per una cosa del genere. Ha sposato te, no? Qualunque cosa significhi la lettera, fa parte del passato.
Tsubasa fece un profondo sospiro. Nel prato, una coppia di turisti in viaggio di nozze si faceva fotografare col paesaggio sullo sfondo.
Yayoi finì il suo pasticcino e provò a scuotere il suo interlocutore.
– Scusa, anch’io volevo sposare te! L’ho detto persino a tua madre! – rise.
La risata di Yayoi riuscì a far voltare Tsubasa e a strappargli un’ombra di sorriso.
– Tu mi hai dimenticato molto in fretta, per la verità, – si sforzò di rispondere a tono il numero dieci.
Yayoi puntò l’indice contro di lui.
– Forse se tu mi avessi scritto, come avevi promesso…
Tsubasa tornò a guardare il Fuji-san, cha appariva e spariva in lontananza.
– E se mi avesse sposato solo perché Misaki le ha detto di no? – mormorò.
Yayoi sospirò, scosse la testa, e finì il suo tè in silenzio.
La luce rosa lasciò il posto a un’ombra azzurra che incupiva il paesaggio, trascinandolo rapidamente verso la sera. Tsubasa si passò una mano sugli occhi, poi allontanò la sua tazza di tè, fredda e intatta. Yayoi cercò lo specchietto nella borsa e si diede un velo di rosa alle labbra.
– Il treno non mi aspetta, – disse alzandosi.
Tsubasa alzò la testa e farfugliò dei ringraziamenti per essere venuta appena le aveva telefonato. Yayoi rispose con un sorriso. Poi tornò a farsi seria.
– Stai attento, Tsubasa. Rimestare nel passato è pericoloso.
Guardò anche lei oltre i vetri la montagna divina che giocava a nascondersi.
– Corri il rischio di riportare in vita i fantasmi. E dopo non è facile convincerli a tornare nell’ombra.
Gli appoggiò la mano sulla spalla, lieve come un petalo.
– Dai un bacio ai bambini da parte mia, – salutò.

∗ ∗ ∗


Anche se non avevano mai smesso di vedersi e avevano lasciato il ritiro olimpico solo da poche settimane, la riunione degli ex giocatori della Nankatsu liceale aveva il sapore allegro e malinconico di tutte le rimpatriate. Alla fine, con le buone e, soprattutto, con le cattive, Yukari era riuscita a rimettere insieme la compagnia, e adesso tutti si affannavano a indossare i costumi di scena nel teatrino del vecchio liceo, vuoto per le vacanze.
Tutti tranne Taro Misaki, che, a suo rischio e pericolo, aveva resistito strenuamente alle peggiori minacce.
La parte del primo attore, dunque, il povero e appassionato Toku, doveva, per forza di cose, andare a Tsubasa, nonostante lo scarso entusiasmo della regista.
– Contenta tu… – aveva detto a Sanae.
Lasciato in disparte dai ricordi liceali che il luogo aveva risvegliato negli altri, Tsubasa, silenzioso e assorto, si infilò il logoro kimono dell’orfano innamorato. Poi nascose la faccia scura dietro a un largo cappello di bambù.
Ishizaki, con indosso i panni signorili del crudele Kuheiji e il grande cappello in mano, si sedette su una panca con aria sconsolata.
– Non so cosa ti sia venuto in mente, Tsubasa. Non hai idea di cosa ti aspetta…
– Urla e insulti, lacrime e sangue! E un finale tragico, – calcò la mano Izawa, – È il teatro, bellezza!
Morisaki annodò la cintura del kimono.
– Ti picchieremo piano, capitano, – promise.
– Però tu devi piangere lacrime vere lo stesso, – aggiunse Taki, – O toccherà a noi provvedere.
Kisugi si calcò il cappello sulla testa.
– Non so Misaki come facesse… Era incredibile.
– Con Yukari e Anego che gridavano a quel modo, rischiavo sempre di piangere anch’io! – intervenne Ishizaki.
– Era un inferno, questo è sicuro, – convenne Izawa.
Si raccolse i capelli e li legò con un fermaglio, alla maniera degli antichi samurai, poi si sedette accanto a Ishizaki e gli mise un braccio intorno alle spalle.
– E sai qual era la cosa peggiore di tutte?
Tutta la compagnia si voltò in attesa: tra le sfuriate di Yukari, le urla di Anego e i lanci di copioni e di insulti, c’era solo l’imbarazzo della scelta.
– La cosa peggiore di tutte è che Yukari aveva ragione! – sbottò Izawa, – Quei due sul palco erano strabilianti!
Tutti tacquero per un momento, ricordando le scene recitate da Sanae e Misaki.
– È vero… – ammise Morisaki, – Ti strappavano il cuore.
– Ho visto piangere di nascosto persino te! – fece Taki, indicando Izawa.
Izawa tentò di negare e subito le voci si rincorsero a dire che l’avevano visto benissimo che andava a infilarsi dietro le tende oscuranti per non far vedere i lacrimoni.
Ishizaki tirò su col naso così forte da zittire tutti.
– Non ho mai pianto tanto in vita mia… E adesso eccoci qua da capo, – si voltò verso Tsubasa, – Guarda in che abisso ci stai trascinando…
Una mano timida bussò alla porta.
– Siete vestiti? – chiese la voce di Kumi.
– Pronti! – rispose Izawa.
– Siete davvero vestiti? – ribadì seccata la voce di Sanae.
Morisaki assicurò che nessuno era nudo né in mutande.
La porta si aprì e inquadrò due figurette, che sembravano scese allora allora da una stampa antica in carta di riso. Vestita di uno yukata bruno, coi capelli scarmigliati e i piedi scalzi, la servetta Kumi aiutava la cortigiana Sanae a portarsi dietro l’ampio strascico di un magnifico kimono in seta celeste. Sulle lunghe maniche, i papaveri pronti a sbocciare sembravano così veri da poter ingannare le farfalle.
– Come sto? – chiese Sanae, sollevando il cappello di Tsubasa.
Negli occhi del numero dieci, la seta celeste sfumò in un foglio azzurro pallido di carta da lettere adolescenziale:
Anche se so che questa lettera è inutile…
– Insomma, dovete farmi venire su la muffa? – urlò la voce di Yukari dal palcoscenico, – Avanti, in scena!

∗ ∗ ∗


– No, no, no!
Yukari sembrava sul punto di strapparsi i capelli.
– Quando dico cattivo, voglio dire spietato, odioso, perverso! Uno capace di strappare il cuore a mani nude al fratello e poi ridere di lui!
Ishizaki provò un’altra volta e si guardò intorno in cerca di appoggio. Non era forse l’espressione più spietata, odiosa e perversa che avessero mai visto in vita loro?
– Sembri un neonato col pannolino bagnato! – urlò ancora Yukari.
– In effetti i gemelli hanno quell’espressione, quando li devo cambiare, – rincarò la dose Sanae.
Ishizaki buttò per terra il cappello di bambù.
– Io non sono capace di fare il cattivo! Posso fare il buffone, lo sciocco di buon cuore, l’amico fedele. Non posso fare il cattivo! Non funzionerà mai!
Yukari chiarì in malo modo che era perfettamente d’accordo. Aveva in mente ben altri interpreti per quel ruolo, ma le toccava lavorare col materiale scarso che si ritrovava.
Un’ispirazione le attraversò gli occhi.
– Immagina di essere Hyuga nella finale dell’ultimo campionato delle scuole medie.
Ishizaki si vide davanti agli occhi la terribile, interminabile partita, con Tsubasa tenuto in piedi da continue iniezioni di antidolorifici e Hyuga che urlava di non avere nessuna pietà. Provò con tutte le sue forze a calarsi nella maglia nera del capitano della Toho.
– Adesso ci siamo! – batté le mani Yukari.
Ishizaki si guardò intorno meravigliato. I ragazzi lo guardavano impressionati. Solo Tsubasa, nascosto sotto il suo cappello di bambù, faceva finta di leggere il copione, perso nei suoi pensieri.
– Sono stato bravo? – miagolò Ishizaki, e l’espressione della Tigre lasciò di nuovo il posto a quella da bebé in attesa del cambio.
– Ora tu, – fece Yukari, indicando il capitano.
Tsubasa alzò gli occhi dal copione.
– Non la vedi da settimane, – cominciò Yukari, mettendo le mani sulle spalle di Sanae, – E forse non potrai mai più vederla. Il cuore ti sanguina al solo pensiero. Ma il destino vi fa incontrare proprio davanti ai gradini del tempio, dove lei sta pregando per te. Lei ti riconosce. E ti chiama.
Yukari strinse il pugno, come se avesse in mano il cuore di Tsubasa.
– Fammi sentire lo strazio!
Fece un cenno alla prima attrice.
– Avanti, dagli la battuta!
Sanae fece un passo avanti. Con un movimento flessuoso come un ramo di salice, amplificato dalle ampie maniche del kimono, si portò una mano davanti alla bocca.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Tsubasa rimase incantato e sconcertato davanti a una voce calda che mai le aveva sentito.
– Tsubasa! – lo svegliò Yukari, – Sei Toku o non lo sei?
Tsubasa cercò la battuta sul copione.
– Ohatsu… – cominciò, – È meglio che tu tenga il cappello…
Yukari si lasciò cascare seduta con la testa tra le mani.
– Quella è la battuta di Sanae…
Ishizaki cercò di guadagnare l’uscita.
– Dieci minuti di pausa? – propose.
Yukari fece segno di lasciarla sola con il suo dolore.

∗ ∗ ∗


Tsubasa sentiva un impellente bisogno di aria e di un pallone. Lasciò cappello e kimono nello spogliatoio e corse al campo di allenamento del liceo, che, per fortuna, era solo a pochi passi dal teatro scolastico.
Nel silenzio del pomeriggio d’agosto, gli venne incontro l’inconfondibile rumore di un piede che calciava un pallone. L’ombra di un giocatore solitario e assorto si disegnò netta sul verde dell’erba. Il giocatore palleggiò col piede destro, poi col sinistro, senza mai lasciare che il pallone toccasse terra. Finalmente lo appoggiò gentilmente sul prato e tirò in porta.
La palla descrisse una parabola elegante come il volo di una rondine e andò a sbattere sulla traversa, per poi spegnere i propri rimbalzi tra i piedi di Tsubasa.
– Misaki…
Il numero undici chiamò la palla, indicando davanti a sé.
Il piede di Tsubasa disegnò un lancio millimetrico, che Misaki restituì senza nemmeno fargli sfiorare l’erba. Il capitano della nazionale medaglia d’oro alle ultime olimpiadi si trovò in posizione perfetta sulla traiettoria del cross.
Palo.
Tsubasa e Misaki rimasero a guardare il pallone che rotolava beffardo dalla parte opposta del campo.
– Fa troppo caldo per giocare, – disse Misaki, sedendosi all’ombra.
Tsubasa approvò, sedendosi anche lui.
Misaki si sdraiò sull’erba, le braccia dietro la testa. Le nuvole bianche e gonfie si rincorrevano dal mare verso la montagna, portandosi via la speranza di un po’ di refrigerio.
Tsubasa guardò l’amico una, due, tre volte. Poi, finalmente, si decise.
– Lo so che non me l’hai detto per amicizia… Ma io forse avrei preferito saperlo.
– Sapere cosa? – fece Misaki, senza staccare gli occhi dalle nuvole fuggitive.
Tsubasa girò lo sguardo intorno sui palloni, le panchine, lo spogliatoio. Prese un respiro più ampio e sputò il rospo:
– Che Sanae era innamorata di te.
Misaki si alzò appoggiandosi a un gomito.
– Come hai detto, scusa?
Tsubasa sospirò.
– Misaki, basta bugie, per favore. Ti dico che so tutto.
Levò la lettera di tasca e la mise nelle mani di Misaki.
Il numero undici lesse le poche righe scritte sul foglio azzurro. Alzò gli occhi su Tsubasa, poi li riabbassò di nuovo sulle parole di Sanae.
– Tsubasa! Tsubasa, si può sapere dove sei?
La voce di Sanae arrivò da dietro lo spogliatoio.
Tsubasa si alzò in piedi, senza staccare gli occhi da Misaki, che continuava a fissare il foglio azzurro.
Sanae comparve al bordo opposto del campo, tra lo svolazzare della seta celeste del kimono dal lungo strascico. Alla vista di Misaki, si fermò di colpo.
– Yukari ha detto che possiamo andarcene a casa. Sbrigati. I bambini aspettano.
Tsubasa andò verso di lei con passo esitante, voltandosi indietro ogni due metri. Sanae lo prese sottobraccio e fece un freddo cenno di saluto a Misaki.
Rimasto in piedi, in mezzo al campo, con in mano la sua lettera d’amore.

∗ ∗ ∗

Atto quarto

ATTO SECONDO

ATTO SECONDO

 

I lunghi giorni di agosto si susseguivano tutti uguali, come le perle del rosario buddista. I bambini crescevano con la velocità delle gemme del bambù e Sanae si lasciava dietro le spalle anche gli ultimi segni del pericolo corso. Il suo comportamento, anche a guardarlo sotto la lente d’ingrandimento, era perfettamente normale. Parlava, rideva, si muoveva esattamente come prima del parto e della febbre. Tutto identico a prima. Non una crepa, nemmeno sottilissima, che lasciasse gettare uno sguardo su quella scena che aveva dato l’impressione di rivivere nel delirio.
– Magari mi sono sognato tutto, – pensò Tsubasa, calciando il pallone contro la saracinesca.
– Sbam! – concordò il pallone.
– Manco morta! – urlò Sanae dal salotto.
La discussione con Yukari andava avanti da giorni, ma stavolta il tono era troppo tempestoso anche per le due infiammabili manager. Tsubasa fermò il pallone sotto la suola della scarpa.
– Ma quando mai ci ricapiterà l’occasione? – gridò più forte la voce di Yukari, – Tra poco tutti se ne andranno a giocare oltremare e chissà quando ci ritroveremo ancora tutti!
– Meglio così! – chiuse le trattative Sanae.
Il pianto di un neonato si alzò a protestare, seguito subito dopo da un vagito identico, sia per tonalità che per volume. Tsubasa si sentì in dovere di entrare a dare una mano.
In salotto, le nuvole del temporale erano ancora dense. Sanae cullava il primo dei gemelli che si era messo a urlare, mentre Yukari provava a calmare il secondo. Tutte e due avevano la faccia scura.
Visto che si poteva fare a meno di lui, Tsubasa si voltò per tornare al suo pallone. Lo sguardo gli cadde sul tavolino. Tra i bicchieri di limonata, un grosso fascicolo aveva in copertina la bizzarra immagine di un pino e una palma nati dallo stesso tronco.
– E questo cos’è? – mormorò prendendolo in mano.
Il titolo in rosso recitava: Gli amanti suicidi di Sonezaki.
– Un pezzo teatrale, – rispose Yukari, levandoglielo di mano.
– Urlavate per questo? – si incuriosì ancora di più Tsubasa.
Sanae rimise nella culla il primo gemello, che si era convinto a calmarsi, e si fece passare il secondo da Yukari, per non fare torto a nessuno.
– Secondo Yukari, dovrei salire sul palco per fare una recita che è andata in malora l’ultimo anno del liceo.
Tsubasa non riusciva a staccare gli occhi dalla palma e dal pino che uscivano abbracciati da un unico tronco.
– Una recita? – chiese con tono meccanico, – Che tipo di recita?
– Due innamorati che non possono vivere il loro amore, – tagliò corto Yukari.
– E finisce malissimo, – chiosò Sanae.
Yukari fece il solletico al pancino dei bambini, finalmente tranquilli. Arrotolò tra le mani il copione e lo puntò dritto verso Sanae.
– Vedrai che riuscirò a convincervi anche questa volta! – salutò.
Sanae alzò le spalle con un sospiro, mentre Tsubasa rimaneva a fissare la porta da cui era uscita Yukari, portandosi via quel frammento di sogno che aveva fatto improvvisamente irruzione nella realtà.
I bambini ripresero a lamentarsi nella culla. Evidentemente tutta quella discussione aveva messo loro addosso un’agitazione che adesso si traduceva in un pannolino bagnato. Sanae si mise a cambiare il primo sul divano.
– Yukari è fissata con le storie d’amore, – disse, – Soprattutto se sono impossibili e strazianti.
– Ah! – fece Tsubasa, e cercò di stringere il bandolo della matassa che il caso gli aveva messo in mano, – E questa è impossibile e straziante?
– Questa le batte tutte, – disse Sanae, – I due innamorati sono Toku, povero orfano, costretto dal suo padrone a sposare una donna che non ama, e Ohatsu, giovane cortigiana, che sta per essere riscattata dal bordello da un mercante, che ne farà la sua concubina. Per rigirare il coltello nella piaga, i soldi del riscatto il mercante li estorce con un imbroglio al povero orfano, che lo considera un amico fraterno. Ai due non resta che suicidarsi insieme. Allegro, no?
Sanae finì di sistemare il pannolino e passò al secondo gemello, in quello che ormai era uno strano rituale in cui ogni singolo, minimo movimento doveva per forza di cose essere sempre ripetuto una seconda volta.
– Io ero la bella e giovane cortigiana, – rise Sanae.
Tsubasa intravide finalmente la crepa che cercava da settimane.
– E… chi faceva il povero orfano?
– Misaki, – rispose Sanae, cercando il borotalco.

∗ ∗ ∗


Per tutta la notte, Tsubasa aveva teso l’orecchio verso Sanae, sperando che una parola, sfuggita dal segreto di un sogno, gli mettesse in mano un altro frammento del puzzle di cui Yukari gli aveva regalato un preziosissimo pezzo. Ma Sanae non si era nemmeno mossa, sprofondata nel sonno profondo e senza sogni delle neomamme.
La prima luce dell’alba filtrò dalla finestra. Tsubasa si alzò in punta di piedi e uscì a correre per schiarirsi le idee.
Il ritmo ipnotico dei passi, unico rumore nella città ancora addormentata, lo portò più lontano di quanto volesse. Si fermò a riprendere fiato sulla spiaggia, lo sguardo perso dietro le grandi navi transoceaniche, che lasciavano scie d’argento nell’oro fuso.
Finì col tornare a casa molto tardi, col sole già alto e le voci che già uscivano dalla finestra del salotto.
– Non c’è bisogno che portate fuori i bambini, – protestava Sanae, – Posso pensarci io.
Le voci della madre e della suocera si levarono all’unisono.
– Riposati finché puoi! In Spagna non avrai né le amiche né il tempo per chiacchierare con loro.
Tsubasa le incrociò sulla porta che si portavano via i gemelli, questionando se somigliassero di più alla mamma o al papà, e raccolse al volo l’involontario assist.
– Hanno ragione. Dovresti approfittarne per stare con le tue amiche.
Bevve tutto d’un fiato un bicchier d’acqua e aggiunse, con aria distratta:
– Per esempio, quella della recita era una buona idea…
– La recita? – saltò su Sanae, – Non basta Yukari? Adesso ti ci metti anche tu?
Tsubasa si sedette a tavola e lei gli mise davanti la colazione.
– Figuriamoci! – brontolò, – Coi bambini e tutto il resto!
– Per i bambini ci sono le nonne, che non vedono l’ora di tenerseli tutto il giorno, – osservò Tsubasa, – E poi mi piacerebbe vederti recitare. Non sapevo fossi una buona attrice.
– Non lo sono, – si spazientì Sanae, – L’unica possibilità che riesca bene è che Toku lo interpreti tu, – rise.
Tsubasa seguì un’ispirazione improvvisa.
– Questa è un’idea magnifica! Non ho mai recitato, mi piacerebbe provare!
Sanae rimase con le scodelle in mano e la bocca spalancata.
– Vado subito a dirlo a Yukari, – scattò Tsubasa.
– No, aspetta… – balbettò Sanae.
Ma l’immarcabile numero 10 del Barça, ormai, si era già involato verso casa Nishimoto.

∗ ∗ ∗


– Se vuoi un consiglio da amico, naviga largo. Oggi non è giorno.
Ishizaki usciva dalla casa di Yukari con la faccia di uno preso in pieno da un’onda di maremoto.
– Con questa storia della recita ci farà diventare tutti matti…
Tsubasa disse che veniva proprio a portarle una buona notizia.
– Ho convinto Sanae.
Lo sconforto di Ishizaki sembrò aumentare.
– Così adesso avrà un motivo in più per arrabbiarsi perché Misaki ha detto di no… Fossi in lui cambierei città.
Si sedette sui gradini con la testa tra le mani.
– Speriamo che stavolta non si faccia convincere, o sarà da capo l’inferno…
– L’inferno? – chiese Tsubasa.
Ishizaki scosse la testa.
– È cominciato tutto con la lezione di letteratura. L’insegnante ha avuto la bella pensata di chiamare Anego e Misaki a leggere un brano da quello stramaledetto testo. Io dormivo come un sasso, quindi non ho idea di cosa diavolo ci abbia visto, ma Yukari deve averla trovata un’interpretazione davvero convincente, perché da lì non ha più dato pace a nessuno.
Non si sapeva come (Ishizaki non escludeva la violenza fisica), alla fine era riuscita a convincere quei due, che si rivolgevano a malapena la parola. E lì era cominciato l’inferno, appunto, perché alle prove Yukari urlava e Anego gridava più forte, dicendo che avrebbe preferito essere a farsi cavare un dente. Misaki passava il tempo guardando fuori dalla finestra con l’aria di voler essere all’altro capo del mondo.
– Un inferno, – ribadì, – Speriamo che stavolta Misaki non ceda. Tanto più che a me toccava la parte del cattivo.
Con un ultimo sospiro, salutò Tsubasa con una pacca sulla spalla.
– Già il tuo amico ama vivere pericolosamente… Non seguire il suo esempio.
Tsubasa guardò Ishizaki che si allontanava scuotendo la testa.
Del tutto sprezzante del pericolo, Tsubasa suonò il campanello di casa Nishimoto con la decisione di chi bussa alla porta del destino.
Yukari arrivò ad aprire con la velocità e il passo terribile della tempesta.
– Cosa vuoi? – ruggì.
– Sanae accetta. Faccio io la parte di Toku.
Yukari lo squadrò da capo a piedi, alzando un sopracciglio.
– Tu?
Tsubasa sentì distintamente il brusio dei pensieri che le affollavano la testa.
– Facciamo così, – propose Yukari, – Sanae deve avere ancora il copione da qualche parte. Vai a studiartelo e vediamo se riesci a convincermi.

∗ ∗ ∗

Casa Nakazawa era immersa nel silenzio gonfio e pesante del primo pomeriggio estivo. Le finestre erano socchiuse per non far entrare la luce abbagliante del sole che picchiava spietato come un terzino di terza categoria. Sanae riposava coi bambini, e il resto della famiglia si muoveva piano piano, attento a non fare il minimo rumore. Tsubasa salì in punta di piedi in soffitta, dove la suocera aveva detto di aver messo tutti i libri e i quaderni del liceo.
Nel sottotetto, il caldo era soffocante. Gli scatoloni formavano una torre dall’equilibrio precario, che sembrava lì lì per franare da un momento all’altro. Tsubasa si asciugò il sudore che già gli colava dalla fronte e si mise alla ricerca.
Tra le mani gli passarono libri di scuola, quaderni di esercizi, foto di classe. Si mise a sfogliare qualche pagina:
Tsubasa mi manca tanto, lesse sul bordo di una lezione di matematica.
Sorrise e aprì un vecchio diario. Tra i numeri degli esercizi e le date dei compiti in classe, Sanae aveva scritto decine di volte il suo nome, quasi a tentare un incantesimo che glielo riportasse lì dal Brasile.
Nella prima scatola, c’erano solo cose del primo anno di liceo. Tsubasa passò alla seconda, catturato da quel viaggio nel tempo che avevano trascorso separati. Libri e quaderni del secondo anno, però, furono una lettura deludente: margini puliti e pagine ordinate, niente nomi né cuoricini. Sanae doveva essere diventata più riservata, forse per le prese in giro di Ishizaki e degli altri.
La terza scatola era ancora più noiosa. Tsubasa sfogliò distrattamente l’album dell’ultimo campionato scolastico, in cui Sanae, da brava manager, aveva raccolto con pazienza tutti gli articoli usciti sulle partite della squadra capitanata da Ishizaki.
La magnifica doppietta di Taro Misaki regala il titolo alla Nankatsu, lesse Tsubasa, prima di richiudere il grosso volume.
La scatola era quasi vuota. Il numero 10 rovistò sul fondo. Sotto i quaderni di inglese fece finalmente capolino l’immagine di una palma e di un pino che crescevano dallo stesso tronco. Tsubasa tirò fuori il copione e si mise a sfogliarlo con l’avido timore di chi interroga un oracolo.
Gli amanti di Sonezaki, diceva il titolo dattiloscritto, adattamento di Nishimoto Yukari.
Personaggi:
Tokubei detto Toku, giovane commesso in un negozio di salsa di soya……Misaki Taro
Ohatsu, giovane cortigiana, amante di Tokubei………………………………..Nakazawa Sanae
Kuheiji, uomo perverso, amico d’infanzia di Tokubei…………………………Ishizaki Ryo
Cliente di Ohatsu………………………………………………….……………………..Izawa Mamoru
Servetta nel bordello……………………………………………………………………Sugimoto Kumi
Sgherri di Kuheiji………………………………………Kisugi Teppei, Morisaki Yuzo, Taki Hajime


Scena prima: sui gradini del tempio Ikudama a Osaka
21 maggio 1703
Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore…


– Tsubasa!
La voce di Sanae, dal piano di sotto, chiamava col tono di chi non sa aspettare.
– Vengo! – si alzò Tsubasa, richiudendo il copione.
Dalle pagine scivolò fuori una busta leggera, che andò a posarsi davanti ai suoi piedi con la grazia della prima foglia d’autunno.
Tsubasa si chinò a raccoglierla.
Per Taro Misaki, lesse a mezza voce, riconoscendo la scrittura pulita di Sanae.
Il cuore prese irragionevolmente a battergli più forte. Le dita strapparono e spiegarono in tutta fretta, senza dargli nemmeno il tempo di pensare, finché si trovò in mano un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
La mano che aveva scritto aveva tremato quanto quella che leggeva. Gli occhi di Tsubasa corsero a divorare le parole. Poche, pochissime.
Poi tornarono indietro increduli. Una, due, tre volte.
– Non è possibile… – mormorò Tsubasa, e di nuovo dubitò di quel che aveva letto.
Ma il foglio, impietoso, ripeté imperterrito:
21 maggio 19XX
Anche se so che questa lettera è inutile, anche se so che tu non mi ricambi, né mai mi ricambierai, io sento che devo dirtelo: mi sono innamorata di te.
Sanae

∗ ∗ ∗

Atto terzo

ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

 

Le nubi dell’acquazzone della sera, delicate come ali di cicala, si allungavano con passo rapido sull’orizzonte, promettendo sollievo dopo il caldo opprimente della giornata. Dalla finestra della stanza d’ospedale, si riusciva a vedere una striscia d’oceano, su cui la brezza marina disegnava lunghe piume bianche di schiuma.
– Mamma… – mormorò Sanae.
Tsubasa tornò vicino al letto. Le asciugò la fronte, bagnata dal sudore della febbre. Sanae cercò di scostargli la mano, senza smettere di bisbigliare parole incomprensibili.
– Sanae… – provò inutilmente Tsubasa.
Si sedette vicino a lei e le prese la mano. Era rovente come la sabbia al sole d’agosto. Le labbra continuavano a muoversi e a masticare parole a mezza voce.
Tsubasa strinse la mano tra le sue. Sul comodino, vicino alla medaglia d’oro, portata in regalo da Madrid, c’era il vecchio hachimaki scolorito, che Sanae si legava sulla fronte quando ancora era Anego, e urlava il suo amore per Tsubasa sugli spalti, con indosso la divisa maschile.
– Sapeva che avrebbe dovuto combattere, – si morse le labbra Tsubasa, e serrò gli occhi, per non pensare quanto era stata sola nella battaglia.
Era tornato di corsa, col primo volo, subito dopo la cerimonia di premiazione.
– Sono nati! – diceva il messaggio della madre, arrivato all’atterraggio, ma spedito dieci ore prima.
Rivedeva, momento per momento, la corsa in taxi verso l’ospedale, con la medaglia d’oro in mano e il tassista che pretendeva un autografo, le porte a vetri che sembravano non volersi aprire mai, il corridoio vuoto, nella luce incerta del primissimo mattino.
La prima a venirgli incontro era stata sua madre.
– Finalmente sei qui! – aveva detto, – I bambini stanno bene…
Non c’era stato bisogno di aggiungere nient’altro. Dietro di lei era arrivata la madre di Sanae. In lacrime.
Una febbre altissima, dovuta a un’infezione post parto, aveva detto il medico, e si era dilungato in spiegazioni che suonavano molto come scuse e che Tsubasa non aveva minimamente ascoltato. Solo una frase era riuscita ad arrivargli:
– In pericolo di vita.
Senza stare a sentire altro, aveva spalancato la porta della stanza. Nell’azzurro quieto delle pareti, tra le lenzuola bianchissime, le guance di Sanae sembravano in fiamme. L’intero corpo era scosso dai brividi e le mani pallidissime si stringevano alle lenzuola, dando l’impressione di una foglia che tremasse nel vento di novembre e che cercasse disperamente di non farsi portare via.
Si era avvicinato in punta di piedi.
– Sanae… – aveva chiamato, con la voce incrinata.
Lei si era voltata per un momento, ma gli occhi dicevano chiaramente che non lo aveva riconosciuto. Tra le labbra violacee e asciutte si agitavano schegge di parole.
A quegli occhi bui e a quei frammenti di voce, Tsubasa si era dovuto abituare nei tre giorni seguenti, durante i quali l’aveva vegliata giorno e notte.
Il dottore veniva, sentiva il polso, leggeva la temperatura, poi se ne andava, muto e con la faccia scura.
– Possiamo solo aspettare…, – aveva detto.
– Possiamo solo aspettare… – si ripeté Tsubasa, cercando di bagnarle con una pezzuola le labbra che non smettevano di muoversi.
– È così difficile aspettare… – mormorò, e guardò Sanae con un sorriso triste, – Nessuno lo sa meglio di te.
Fuori dalla finestra, nel minuscolo giardino dell’ospedale, l’usignolo fece sentire il suo canto, per salutare il sole che tramontava e lasciava finalmente spazio alla frescura della notte.
Sanae fece un profondo sospiro, si voltò verso Tsubasa e gli piantò negli occhi i suoi occhi scuri di febbre.
– Cos’è mai questo legame tra di noi? – disse improvvisamente a voce alta, – Perché mai non posso dimenticarti?
Tsubasa si sorprese a cercare una risposta alle prime parole intelligibili di quei lunghissimi tre giorni, ma Sanae non gliene diede il tempo. Si alzò a sedere sul letto, le guance in fiamme e gli occhi luccicanti.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – gridò, indicando davanti a sé, – Questo è il posto giusto!
Strinse la mano di Tsubasa tanto forte da fargli male.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre…
Un’onda di commozione chiuse la gola di Tsubasa.
– Sanae…
Sanae gli buttò le braccia al collo e lo baciò con le labbra roventi di febbre.
– Per sempre… Taro-chan!

∗ ∗ ∗


– È giovane e forte, – sorrise il medico, – Si riprenderà molto velocemente.
Il sole del mattino inondava la stanza azzurra con una luce chiara e pulita, come se fosse il primo giorno del mondo. Sul cuscino bianco, il nero dei capelli disordinati incorniciava il volto, che aveva ritrovato il colore tenue e delicato dei petali di un fiore. Gli occhi e le labbra erano finalmente chiusi in un sonno ristoratore, dopo l’incessante fatica del delirio. Il lenzuolo si muoveva al ritmo del respiro, tornato regolare e quieto come le onde del mare, che luccicavano fuori dalla finestra.
Il medico batté la mano sulla spalla di Tsubasa.
– Vada a casa a dormire anche lei, ne ha bisogno.
La fatica di quei tre lunghissimi giorni si fece sentire tutta insieme, e Tsubasa lasciò la stanza con passo lento e trascinato.
In corridoio, i ragazzi aspettavano notizie. Yukari si appoggiava a Ishizaki, lo sguardo fisso oltre la finestra per non far vedere gli occhi rossi. Yayoi, invece, non faceva nulla per nascondere le lacrime che continuava ad asciugarsi col fazzoletto. Wakabayashi e Misugi parlavano a voce bassissima, e si interruppero subito all’apparire di Tsubasa. Dietro tutti, vicino all’uscita, Misaki guardava le scale oltre la porta a vetri.
– Per sempre… Taro-chan! – risuonò la voce di Sanae nelle orecchie di Tsubasa.
– Beh? – gli scosse il braccio Wakabayashi.
Tsubasa ci mise un momento per tornare nel presente.
– Sta bene… – mormorò.
Yukari scoppiò finalmente nel pianto dirotto che aveva trattenuto per giorni. Yayoi si illuminò del più grande dei suoi sorrisi.
– Possiamo vederla? – chiese.
– Appena si sveglia, – rispose Tsubasa.
Un cicaleccio allegro riempì il corridoio. Un’infermiera venne a ricordare che erano in un ospedale, ma con scarso risultato.
– Misaki, volevo chiederti… – si voltò Tsubasa verso la porta.
Ma Misaki si era già dileguato.
Dalla finestra, Tsubasa lo vide allontanarsi col passo svelto e le mani in tasca, finché una curva lo sottrasse al suo sguardo, senza che si fosse mai voltato indietro.

∗ ∗ ∗


Il medico aveva ragione. Sanae andava rifiorendo a vista d’occhio, nonostante i bambini che la impegnavano giorno e notte. Per fortuna, la giovane famiglia Oozora alloggiava a casa Nakazawa e poteva così contare sull’aiuto della nonna, che si preoccupava anche di nutrire abbondantemente “la sua bambina”, perché tornasse in forze come e più di prima.
Nel salotto chiaro, il via vai di amiche era continuo. Dalla finestra, aperta per far entrare un po’ di brezza di mare, il cinguettio usciva ininterrotto, come quello di un nido nel mese di aprile. Per prima era venuta Yoshiko, a salutare prima di tornare a Hokkaido e a invitare tutti al matrimonio che si sarebbe celebrato in primavera. Sanae le aveva mostrato il suo vestito da sposa, e le due ragazze avevano cicalato per un pezzo di abiti bianchi, fiori e cerimonie. Poi era passata Kumi, e le chiacchiere avevano riguardato la somiglianza dei piccoli con Tsubasa e le loro future, indubbie prodezze calcistiche. Adesso, nel salotto ciangottante era il turno di Yayoi, tutta presa dai piccoli, che avevano persino smesso di piangere per compiacerla.
– Sono bellissimi! – fece la voce commossa dell’ospite.
Tsubasa, nel cortile, fece rimbalzare il pallone contro la saracinesca del garage.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco… – ripeté, talmente assorto da non accorgersi che stava parlando a voce alta.
– Sbam! – rispose il pallone.
– Incantevoli è la parola giusta! – cinguettò ancora la voce di Yayoi, – Farete la benedizione al tempio prima di partire?
– Sì, certo! – rispose Sanae e subito le voci andarono l’una sopra l’altra a lodare i deliziosi, minuscoli kimoni colorati che le nonne avevano preparato per i neonati.
– Il posto giusto… – rimuginò Tsubasa.
– Sbam! – ripeté ostinato il pallone.
Tsubasa lo fermò col piede e si sedette sui gradini d’ingresso.
Dal salotto si levarono alti i saluti, i baci, le promesse di rivedersi il giorno dopo. Poi finalmente il nido tacque, e Yayoi uscì dalla porta.
Tsubasa alzò la testa per salutare. L’occhio da infermiera di Yayoi notò subito i lineamenti tesi e le guance scolorite.
– Sanae migliora e tu crolli? – sorrise.
Per un lungo momento, Tsubasa rimase a fissare il sorriso tanto rassicurante e affettuoso della sua prima amica d’infanzia.
– Posso parlarti un istante? – si sentì dire.
Yayoi fece segno di sì con la testa, l’espressione meravigliata per quel tono serio e misterioso.
Tsubasa fece qualche passo in giardino, per allontanarsi dalla finestra, da cui adesso venivano i miagolii dei piccoli, che reclamavano all’unisono il biberon.
– È successo quando Sanae aveva la febbre alta… – cominciò Tsubasa a bassa voce.
Ci pensava da allora, senza riuscire a venirne a capo
– Parlava di un pino e una palma… – esitò ancora Tsubasa, – Poi mi ha baciato. E mi ha chiamato Taro-chan.
Yayoi si mise a ridere.
– Guarda che è del tutto normale! Sapessi cosa racconta la gente nel delirio! Ho sentito di quelle cose in ospedale!
La risata argentina di Yayoi confortò Tsubasa.
– E non c’è nemmeno bisogno del delirio, sai? – continuò la ragazza, – A me è capitato nel sonno!
– Davvero? – fece Tsubasa, che sentiva il cuore ogni momento più leggero.
– Ho gridato Tsuchan, per la precisione! – rise più forte Yayoi.
Tsubasa scoppiò a ridere con lei, mentre le orecchie gli diventavano rosse.
– E Misugi cos’ha detto?
– Niente! – rispose Yayoi, – Ci abbiamo riso sopra, come adesso.
Tsubasa tornò serio, ma adesso lo sguardo era sereno e sulle labbra gli aleggiava il sorriso. Yayoi piegò leggermente la testa di lato, come per guardarlo meglio.
– Ti ricordi come ti sei arrabbiato quando ti ho detto che volevo chiamarti così?
Tsubasa sorrise. Certo che se lo ricordava… Era la prima volta che, nella sua infanzia solitaria, si portava a casa un amico. Un’amica, per la precisione. La madre l’aveva guardato incredula e la nonna era corsa a vedere l’amichetta del suo Tsuchan.
– Avevi anche detto a mia nonna che eri la mia fidanzata! – precisò Tsubasa.
Yayoi rise di nuovo.
– Mi piaceva la tua nonnina, era adorabile!
Il volto di Tsubasa si rannuvolò.
– Però qui è tutto diverso… – disse quasi tra sé, – Sanae non ha mai chiamato Misaki Taro-chan, questo è sicuro.
Da anni era un suo grande cruccio il fatto che tra la sua fidanzata e il suo migliore amico i rapporti fossero freddi, se non ostili.
L’aveva scoperto, con sua grande sorpresa, quando Misaki aveva avuto quel terribile incidente. Tsubasa aveva chiesto a Sanae di andare a portargli i saluti della squadra, dato che loro non potevano lasciare il ritiro. Dopo aver inventato un’infinità di scuse, alla fine lei era esplosa:
– Devo dirtelo, Tsubasa. Tra noi non c’è mai stata molta simpatia… Forse non sono l’ultima persona che vuol vedere in questo momento, ma poco ci manca.
– In effetti, se penso al vostro matrimonio… – aggiunse Yayoi.
Tsubasa sospirò al ricordo della scena. Sanae, con l’aria seccata, era andata da Misaki a dirgli che sapeva benissimo di non essergli mai piaciuta, ma che, per un giorno, potevano sotterrare l’ascia di guerra. E, con un gesto imperioso della mano, l’aveva invitato a ballare.
Immobile come una statua di sale, con un sorriso forzato e imbarazzato, Misaki aveva risposto che non aveva idea di cosa stesse parlando.
A rompere la tensione era arrivato proprio Misugi, che aveva portato la sposa a ballare, permettendo a Misaki di dileguarsi nel parco.
– Il fuoco e l’acqua… – sospirò Yayoi, – Tanto è diretta e impetuosa Sanae, tanto è timido e riservato Misaki. Non si può pretendere che vadano d’amore e d’accordo…
– Per questo non capisco… – disse Tsubasa.
Cercò di rivedere per l’ennesima volta la scena nella stanza d’ospedale.
– Il pino e la palma, il bacio, Taro-chan… – ripeté, – Sembrava altrove… Ma quando? E dove? E cosa diavolo c’entra Misaki? Quando mai può averlo chiamato Taro-chan?
Yayoi allargò le braccia, a dire che non ne aveva la minima idea.
– Sanae è in casa?
La voce di Yukari li fece sobbalzare. Con un gesto imbarazzato, Tsubasa le fece segno che Sanae era in salotto, chiedendosi se avesse sentito qualcosa del suo bizzarro racconto.
Yukari si voltò a guardarli un paio di volte, poi si infilò in casa e, in pochi momenti, il solito cinguettio si trasformò nel rombo di un temporale imminente, come sempre succede quando due caratteri burrascosi discutono anche del più innocuo degli argomenti.
– Comunque, il mio consiglio è farci sopra una risata con lei, e godervi i vostri bei bambini, – concluse Yayoi, – Voi che potete…
– Vedrai che tra poco sarà il vostro turno, – fece Tsubasa con aria distratta, perso dietro i suoi pensieri.
Yayoi scosse la testa.
– Jun non vuole sposarmi…
Era per via della malattia al cuore, così diceva. Non poteva prometterle di proteggerla per sempre. E quindi, tra loro, tutto era come sospeso.
– Non so come andrà a finire… – sospirò Yayoi.
Tsubasa si accorse con non poco stupore che il sorriso della sua amica nascondeva una preoccupazione e un dispiacere molto più grandi dei suoi.
– Mi dispiace, Yayoi…
Con un gesto affettuoso, le prese la mano.
– Sono sicuro che cambierà idea appena si renderà conto di cosa rischia di perdere, – sorrise Tsubasa.
Yayoi nascose la commozione con un cenno silenzioso di saluto.

∗ ∗ ∗

Atto secondo

8 – SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

Capitolo ottavo

SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, su quella spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
“Misaki, non dire idiozie!”
Taro e Sanae si voltarono di scatto. Alle loro spalle, Izawa, le mani sui fianchi, cercava di riprendere fiato dopo la corsa.
Il tuono rimbombò più vicino.
Misaki con un salto scese dal barcone, il volto teso e pallido.
“Ti ho già detto di non immischiarti in questa faccenda…”, disse tra i denti.
Sanae sentiva gli occhi riempirsi di lacrime. Non voleva restare lì un istante di più.
Fece due passi verso la strada, ma Izawa la bloccò.
“È innamorato di te. Da sempre.”
“Chiudi quella dannata bocca!”, gridò Misaki.
In due passi raggiunse il numero otto, spingendolo via.
Izawa gettò un rapido sguardo a Sanae. Li guardava sconcertata, le guance rigate dal pianto.
Il regista optò per il colpo di scena.
Caricò il destro e restituì a Misaki uno dei due cazzotti ricevuti, rispedendolo contro il barcone.
“Taro-chan!!!!”, urlò Sanae, correndo a chinarsi su di lui.
La ragazza girò uno sguardo di fuoco su Izawa.
“Ma sei impazzito?!”
“Veramente gliene devo ancora uno…”, spiegò il numero otto, “Ma non è questo il punto. Stava per fare la più grossa idiozia della sua vita… Sai, gli piace giocare all’eroe…”
Sanae guardò Taro, che si mordeva il labbro sanguinante.
“Avanti!”, disse Izawa con tono di sfida, all’indirizzo del numero undici, “Dille che sto mentendo! Dille che non la ami, che vi dovete dimenticare tutto! Però, stavolta, diglielo guardandola negli occhi!”
Il numero undici alzò lo sguardo su Sanae. Inginocchiata accanto a lui, lo fissava con gli occhi colmi di interrogativi e di lacrime.
“Sanae-chan…”, mormorò.
Il regista osservò soddisfatto l’inquadratura. Le prime gocce di pioggia presero a cadere con tempismo perfetto.
Il primo attore, però, ancora esitava.
“E baciala, dannazione!”, sbottò Izawa, “Si può sapere che cosa aspetti?!”
Si girò sui tacchi, infilò le mani in tasca e si avviò verso la strada.
Giunto alla curva, la pioggia cominciò a scrosciare.
Si voltò verso la spiaggia. Incuranti della burrasca, i suoi due protagonisti non avevano ancora smesso di baciarsi.


“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Izawa spense il registratore con un sospiro e girò lo sguardo sugli alberi scossi dal vento, fuori dalla sua finestra.
Gli sarebbe tanto piaciuto un finale come quello per la sua storia.
Un finale da lacrime e applausi. Con lui nel ruolo di eroico Cupido.
Ma le cose, purtroppo, erano andate molto, molto diversamente…

∗ ∗ ∗

Capitolo nono – Della materia di cui son fatti i sogni

 

9 – DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

Capitolo nono

DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, l’amica si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, sulla spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
Il tuono rimbombò più vicino.
“Non è successo nulla… Non parliamone più…”, aggiunse piano Misaki.
Sanae lo fissava incredula. Non si era nemmeno voltato a guardarla, lo sguardo fisso sul mare.
Abbassò gli occhi. Sulla sabbia, le prime gocce di pioggia lasciavano la loro impronta scura.
Una stretta gelida le serrava lo stomaco, mozzandole il respiro.
Si era sbagliata…
Non era timidezza, non era lealtà.
Misaki non l’amava.
Tutto qui.
E ora, lì, su quella spiaggia dove l’aveva baciato, si sentiva terribilmente ridicola.
Con un enorme sforzo, raccolse tutte le sue energie, si voltò e fuggì verso la strada, mentre le lacrime le rigavano le guance.
Misaki si voltò di scatto.
“Sanae-chan! Aspetta!”
Ma Sanae era già troppo lontana.


Ishizaki gli aveva detto che Misaki era diretto alla spiaggia.
Izawa pensò che forse era ancora in tempo.
E poi Sanae era così decisa, così determinata… Forse a Misaki sarebbe bastato guardarla negli occhi per capire che le parole di Ishizaki erano solo bugie.
Corse più veloce che poteva, mentre cadevano le prime gocce di pioggia.
A pochi passi dalla spiaggia, dalla curva spuntò Sanae.
Aveva l’aria smarrita e gli occhi fissi a terra. Tutta la sicurezza che le aveva visto poco prima era completamente scomparsa.
“Nakazawa-san…”, mormorò Izawa.
Sanae alzò su di lui uno sguardo feroce e pieno di lacrime e fuggì via.
Il numero otto girò lo sguardo verso la spiaggia. In lontananza, Misaki, seduto sul barcone, fissava il mare.
Izawa sferrò un calcio al guard-rail.
“Dannazione, Misaki! Ti ha baciato! Come hai potuto credere a quell’idiota di Ishizaki?!”
Lo fissò per un lungo istante, sotto le gocce che cadevano sempre più fitte.
“Come hai potuto credere a un idiota come me…”, mormorò.
Infilò le mani in tasca e tornò sui suoi passi a testa china, negli occhi l’immagine di Misaki, immobile sul barcone, mentre la pioggia cominciava a scrosciare.


“Quando pensi di rientrare a scuola?”, chiese Yukari.
“Non ne ho idea”, rispose Sanae, “Magari sono fortunata e muoio.”
Le lezioni erano riprese da qualche giorno, ma il termometro segnava ancora 38.
Per fortuna.
Decisamente non si sentiva ancora in grado di incontrare Misaki.
Aveva bisogno ancora un po’ di tempo per seppellire quel ricordo così ingombrante nell’ultimo cassetto della memoria, sperando che sbiadisse il più rapidamente possibile.
Yukari guardò fuori dalla finestra.
“Misaki era ancora assente”, osservò con aria distratta.
“Yukari”, reagì subito Sanae, “Ti ho già detto che non ne voglio parlare…”
“Certo che non ne vuoi parlare!”, scattò Yukari, “Perché di sicuro è finita malissimo, come avevo detto io! Finalmente ti ha detto che è innamorato di te e tu ti sei resa conto della grandissima stupidaggine che hai fatto! È inutile che ti rifugi nel raffreddore, prima o poi dovrai rivederlo e, in ogni caso, chi deve sentirsi in imbarazzo è lui! Quanto mi secca aver sempre ragione!”
Incrociò le braccia, con l’aria soddisfatta di chi ha sputato il rospo.
“Yukari, ti voglio tanto bene…”, scosse la testa Sanae, “Ma non hai capito proprio nulla…”
“A me sembra che sia tu a essere completamente cieca…”, replicò Yukari.
“Ora basta!”, esplose Sanae, “Ho detto che non voglio mai più sentir parlare di questa sciocchezza!”
Yukari guardò l’amica. Aveva l’aria pallida e tirata, gli occhi lucidi per la febbre. Le mani stringevano spasmodicamente la coperta. Non era il momento di mettere alla prova i suoi nervi.
“Come vuoi tu…”, disse, con tono conciliante, “Ti prometto che non ne parleremo mai più.”


“Prendersi tutta quell’acqua è stata davvero una pessima idea…”, sorrise Ichiro Misaki, porgendo al figlio l’ennesima tazza di tè bollente.
Taro, accovacciato sulla poltrona, si rintanò nella coperta, l’aria smarrita e lo sguardo perso nell’acqua dorata della tazza.
“Papà…”, disse a un tratto, “Perché non ce ne andiamo da qui?”
Il padre lo guardò sorpreso.
“Che ti succede?”, chiese, “È la prima volta che mi chiedi di partire…”
Taro non rispose, gli occhi fissi nel tè.
“Comunque non ce ne andremo a breve…”, aggiunse il padre, “Lavorerò alle vedute del Monte Fuji ancora per qualche tempo…”
Lo sguardo di Taro riemerse dalla tazza e si spostò fuori dalla finestra.
“Allora, forse, appena finita la scuola, partirò io…”, disse.
Ichiro Misaki sorrise tra sé. L’infanzia vagabonda, evidentemente, aveva lasciato il segno.
“È una buona idea…”, rispose, “Viaggiare ti farà bene di sicuro…”
Taro annuì, tuffando di nuovo lo sguardo nel tè.


“Izawa non ha il coraggio di farsi vedere, a quanto pare…”, osservò Kisugi.
“Strano…”, commentò Taki, “Avrei detto che avrebbe ricamato molto sul fatto che Misaki e la manager mancano da scuola da giorni…”
Ishizaki girò lo sguardo fuori dalla vetrina della caffetteria.
Con uno sforzo eroico, aveva fatto quel che doveva fare. Perché, allora, si sentiva malissimo?
“Alla fine, come al solito, erano tutte chiacchiere e bugie”, sentenziò Kisugi, “Finirà col fare danni, prima o poi…”
“Sarà meglio dimenticarsi tutto…”, mormorò Ishizaki.
“Per una volta hai ragione”, approvò Taki, “Cancelliamo tutta questa faccenda e chiudiamola qui.”
Ishizaki mescolò la bibita con la cannuccia.
Per una volta, ringraziò di avere una pessima memoria. Forse sarebbe davvero riuscito a dimenticare tutto.


Izawa fece un nuovo tentativo per trascrivere quella dannata conferenza.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Niente da fare.
Non gliene importava nulla delle orbite planetarie. Il suo pensiero continuava ad andare a Sanae e Misaki.
Gli sarebbe piaciuto poter dare la colpa di quel finale tragico alla loro cattiva stella, ma sapeva bene che di quel disastro non erano responsabili il sole, la luna o gli astri, ma solo ed esclusivamente lui.
Per fortuna, erano entrambi assenti da scuola e gli allenamenti erano ancora lontani. Forse sarebbe riuscito a evitare di incontrarli ancora per un po’.
Il registratore gracchiò di nuovo:
“Sessanta mesi.
Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione.
Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.
Cogliete l’attimo, ragazzi.
Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Izawa guardò di nuovo fuori dalla finestra. Il vento scuoteva le cime degli alberi.
Chissà…, pensò, Forse tra cinque anni…

∗ ∗ ∗

Cinque anni dopo…

 

7 – NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

Capitolo settimo

NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

 

La testa appoggiata sul tavolo del bar, Izawa seguiva il movimento ipnotico delle bollicine che risalivano lente alla superficie del bicchiere di limonata.
Ci sarebbe voluto qualcosa di decisamente più alcolico per aiutarlo a riprendersi, ma i suoi diciotto anni, purtroppo, non glielo permettevano.
L’idea di raccontare che Misaki avesse una cotta per Sanae gli era piaciuta proprio perché priva di qualsiasi fondamento, come tutte le calunnie più efficaci. Quando la sua storia aveva cominciato a prendere inaspettatamente corpo nella realtà, era stato il primo a stupirsi.
Ma, si sa, la vita non fa che tentare invano di imitare l’arte.
Ora, però, la faccenda era molto diversa. L’arte restava sotto il rigoroso e onnipotente controllo del regista. La vita, invece, si permetteva di sfuggirgli da ogni lato, facendosi beffe di lui.
Batté un pugno sul tavolo.
Le bollicine si rincorsero rapide verso la superficie.
L’aveva baciato, dannazione!
Dopo aver recitato per anni la parte della fidanzata fedele, dopo aver respinto sdegnata qualsiasi invito e, soprattutto, dopo aver respinto lui, ecco che ora baciava Taro Misaki!
Quel goffo, smidollato, balbettante perdente che arrossiva a ogni istante!
Chiunque, ma non lui!
Non bastava che gli avesse rubato il posto in squadra?!
Lo sguardo feroce di Izawa risalì lungo la cannuccia, su cui le bollicine si arrampicavano allegre.
Era arrivato il momento di sistemare una volta per tutte la questione col numero undici.
Era arrivato il momento di distruggerlo.
Con un colpo dritto al cuore.


“Taro, sei sveglio?”
La voce di Ichiro Misaki chiamava dal corridoio.
Taro girò la testa verso l’orologio sul comodino e si rese conto che stava fissando il soffitto da oltre quattro ore.
Erano rientrati dalla spiaggia nella tarda mattinata e lui era salito direttamente in camera sua, si era sdraiato sul letto e da lì non si era più mosso, senza riuscire nemmeno ad addormentarsi.
Sanae lo aveva baciato.
Baciato.
Lui, Taro Misaki.
Sanae.
La fidanzata di Tsubasa.
Doveva esserci un errore. Da qualche parte, c’era di sicuro un errore.
Doveva rivederla. Subito. Per capire.
Fece per alzarsi.
No, meglio di no.
Le mani strinsero la coperta.
Sopportare il dubbio, pur di tenere in vita la speranza, o porre fine all’incertezza, col rischio che il castello di illusioni crollasse miseramente?
Una tortura.
Per l’ennesima volta, le sue paure, le sue insicurezze, la sua timidezza lo soffocavano.
Prese un ampio respiro.
Si alzò deciso, uscì dalla stanza e arrivò alla porta.
“Va tutto bene?”, chiese il padre.
Taro si bloccò, la mano sulla maniglia.
Non era mai andata meglio. O, forse, non era mai andata peggio.
“Sì, tutto bene”, rispose senza voltarsi. Poi aggiunse, mentendo per la prima volta in vita sua: “Vado a fare due passi sulla spiaggia…”


Izawa allungò le gambe sotto il tavolo della caffetteria.
Ishizaki lo guardò pieno di speranza.
“E davvero tu credi che, in questo modo, tornerà tutto come prima?”, chiese.
“Ne sono sicuro”, lo rassicurò Izawa, “La manager è distrutta, piange da stamattina. Si è resa conto di aver fatto una sciocchezza e ha bisogno del nostro aiuto per rimediare. Dobbiamo fare tutto il possibile, Ishizaki. Per il bene suo e di Tsubasa.”
Ishizaki annuì convinto.
“Ma anche per il bene di Misaki, naturalmente”, aggiunse subito Izawa, “Te la immagini che situazione al ritorno del capitano?”
Ishizaki impallidì. Non voleva nemmeno pensarci.
“Hanno bisogno di noi, Ishizaki”, ribadì il numero otto.
“Che cosa devo fare?”, chiese obbediente Ishizaki.
Izawa nascose un sorriso soddisfatto.
“Devi parlare con Misaki il prima possibile”, disse, “Spiegagli che la manager è disperata, che l’idea di aver tradito Tsubasa l’ha sconvolta e che si è resa conto di amarlo ora più che mai.”
Ishizaki annuì convinto. Era esattamente quello che si aspettava da Sanae.
Izawa si alzò per andarsene.
“Scusa…”, disse Ishizaki.
Il numero otto si voltò senza capire.
“Ti ho accusato di dire falsità e, invece, eri l’unico ad aver capito tutto…”, spiegò il difensore.
Izawa nascose una smorfia.
“L’unica cosa importante è che tutto torni al suo posto”, rispose, “Questa commedia è durata fin troppo.”


“L’ho baciato!”, esclamò Sanae, alzandosi di colpo a sedere sul letto.
Aveva dormito fino a metà pomeriggio e ora la nebbia del sonno si diradava lentamente, mettendo progressivamente a fuoco i contorni di un’immagine.
Scostò il lenzuolo con un gesto deciso e si precipitò allo specchio.
Apparentemente nulla sembrava cambiato dal giorno prima.
“Ho baciato Taro Misaki!”, ripeté.
L’immagine riflessa non sembrava voler tenere conto dell’informazione.
Afferrò il telefono.
“Mi spiace…”, disse all’altro capo Ichiro Misaki, “È uscito poco fa… Ha detto che andava alla spiaggia…”
Sanae infilò in fretta i vestiti, scese le scale di corsa e spalancò la porta.
E trovò Izawa che stava per premere il campanello.
“Che diavolo vuoi?”, lo apostrofò Sanae.
“Buongiorno anche a te, manager.”
“Scusa, devo andare”, tentò di dribblarlo la ragazza.
Il centrocampista non si fece saltare tanto facilmente.
“Che bacio romantico…”, ghignò, bloccandole il passo, “Davvero da cartolina…”
Sanae si morse le labbra. Quel dannato pettegolo li aveva visti. Era proprio vero: l’invidia non dormiva mai…
“Mi chiedo che cosa ne penserebbe Tsubasa…”, continuò Izawa, “La sua fidanzata che bacia il suo migliore amico… Romantico, molto romantico…”
Sanae cercò di smarcarsi, ma il numero otto le afferrò il braccio.
“Il Brasile sembra tanto lontano, ma le voci corrono veloci… Nello spogliatoio, per esempio, si diffonderanno in un attimo…”, minacciò.
Sanae si liberò con uno strattone.
“Puoi dirlo a chi ti pare!”, esclamò, piantandogli in faccia uno sguardo di fuoco, “E, quanto a Tsubasa, vorrà dire che mi risparmierai di scrivergli una lettera.”
Izawa restò di sasso, la mano sospesa a mezz’aria.
“Mi… mi stai dicendo… che… che pensi davvero di mollarlo per quell’insulso, balbettante, perdente di Misaki??”, trasecolò.
“Mi pare che sia tu a balbettare…”, notò ironica Sanae.
La ragazza ritenne che la conversazione era durata abbastanza e infilò il cancello.
Izawa tentò un disperato colpo di coda.
“Sei un’illusa! Non pugnalerà mai il suo migliore amico per un bacio!”, gridò.
Sanae non lo ascoltò neppure.
Svoltò l’angolo e si precipitò verso la spiaggia.
Pochi passi e si trovò davanti Yukari.
“Ti stavo cercando!”, la bloccò l’amica, “Io e te dobbiamo parlare…”


Izawa aveva ancora lo sguardo fisso all’angolo dietro il quale era scomparsa Sanae, quando sentì una mano sulla spalla.
Fece appena in tempo a voltarsi interrogativo, che un pugno lo colpì in pieno volto, spedendolo col sedere per terra.
“Figlio di puttana, che cosa ci fai qui??”
Izawa alzò lo sguardo sull’improvvisato pugile, che lo fronteggiava con aria decisa.
Era così stordito che gli sembrò avesse una straordinaria somiglianza con Misaki.
Chiunque fosse, lo afferrò per la maglietta.
“Ho suonato e non risponde! Dimmi dov’è andata!”
Izawa faticava a rispondere, la lingua, per la prima volta in vita sua, paralizzata per la meraviglia. Quel tizio sembrava Misaki, ma era più alto, più robusto… Di sicuro un cazzotto del numero undici non poteva fare tanto male.
“Mi… mi hai dato un pugno…”, riuscì finalmente a dire Izawa.
“Ed è solo il primo se non la pianti di immischiarti in questa faccenda!”
Non poteva essere Misaki… Non balbettava nemmeno!
“Dico, sei impazzito?”, ribadì Izawa, “Mi hai dato un pugno!”
Il misterioso sosia di Misaki lo costrinse ad alzarsi.
“Non ti permetto di giocare con questa storia! Non puoi nemmeno immaginare che cosa sono stati questi cinque anni…”
Si zittì di colpo.
I due avversari si guardarono negli occhi. Misaki si morse le labbra fino a farle diventare bianche.
Izawa, improvvisamente, realizzò quanto la realtà stesse surclassando la sua fantasia. E quanto il suo primo attore, che aveva ritenuto un timido inetto, fosse in realtà l’eroe della storia.
Forse non aveva mai capito nulla di Misaki. Forse era sempre stato così forte e così deciso. Ed era stato lui a scambiare la gentilezza e la lealtà per debolezza.
“Sei innamorato di lei da tutto questo tempo… E non le hai mai detto nulla…”, mormorò.
Il numero undici, non sapendo che altro fare, gli stampò un secondo pugno sulla faccia, mandandolo di nuovo lungo disteso.
Izawa aveva tanti difetti, ma sapeva riconoscere un eroe quando lo vedeva. E aveva sempre avuto un debole per le storie eroiche.
“Sbrigati…”, disse, pulendosi il sangue che gli colava dal naso, “Ti sta cercando…”
Misaki lo guardò diffidente, poi si avviò di corsa.
Izawa ebbe un lampo.
“Misaki!”, gridò, “Non ascoltare Ishizaki! Non credergli, qualunque cosa ti dica!”
Il numero undici si voltò per un istante e poi scomparve dietro la curva della strada.


Ishizaki vagava, l’anima in pena, in cerca del coraggio per affrontare Misaki.
Il terribile quadro dipinto da Izawa lo aveva profondamente scosso e sentiva sulle sue spalle un’enorme responsabilità. Sembrava che dalle sue parole dipendessero la felicità e la serenità di tutti.
Fu preso dallo sconforto.
Non era mai stato bravo con le parole… Non era la persona giusta per parlare con Misaki…
Girò sui tacchi, deciso a tornare a casa. Avrebbe detto a Izawa di pensarci lui.
In quell’istante, dall’angolo della strada spuntò Misaki.
Ishizaki si sentì preso in trappola.
Fece un ampio respiro.
“Misaki!”, chiamò.


L’incontro con Izawa aveva messo Misaki di pessimo umore.
Era corso da Sanae, dopo aver raccolto tutte le sue forze e tutto il suo coraggio e si era trovato davanti il numero otto.
Il pensiero che quella lingua velenosa si stesse adoperando per rovinare tutto gli aveva fatto perdere la testa. E si era lasciato sfuggire quel che non avrebbe mai voluto dire con l’ultima persona al mondo a cui avrebbe voluto dirlo.
Cinque anni… Praticamente tutta la vita.
Tutta la vita tentando di soffocare quello che provava, in uno sforzo inutile e disperato, destinato a fallire miseramente, come quello di un nuotatore controcorrente.
Non era riuscito a dimenticarla nemmeno a Parigi, nei lunghi anni della lontananza.
Al rientro in Giappone, la gioia di rivederla aveva dovuto combattere con lo sconforto di ritrovarla perdutamente innamorata di Tsubasa. E sperare che lo dimenticasse mentre si trovava in Brasile, gli era sembrata la peggiore delle vigliaccherie.
E ora, all’improvviso, quel bacio. Che aveva fatto balenare, per un attimo, l’impossibile.
Si fermò, per calmare i pensieri.
Dove poteva essere Sanae?
“Misaki…”
La voce esitante di Ishizaki lo fece voltare.


Yukari l’aveva costretta a sedersi al tavolo della caffetteria.
“Questa volta mi ascolterai!”, esordì.
Sanae cercò disperatamente una via di fuga.
“Ho un impegno importante…”, disse.
“Con Misaki, immagino!”, replicò Yukari sarcastica, “Sono giorni, forse settimane, che va avanti questa storia! Quando capirai che ti porterà solo un sacco di guai?”
Sanae guardò l’amica.
Non erano giorni. E non erano settimane.
Erano mesi.
Erano mesi che si era accorta di non riuscire più a fare a meno della sorridente e silenziosa presenza di Misaki.
Erano mesi che aveva capito di essere innamorata di lui.
“Non lo vedi che vi ritrovate sempre nello stesso posto, allo stesso momento?”, continuò Yukari, “Ma è possibile che tu non te ne sia accorta? Credi che siano coincidenze?”
Gli occhi di Sanae si rifugiarono nella tazza di tè.
No, non c’era nessuna coincidenza… Quegli incontri li aveva costruiti lei, uno per uno.
Era stata lei a cercare ogni scusa per passare più tempo con lui, al punto che si era offerta di aprire e chiudere gli spogliatoi, visto che il numero undici era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via.
“È solo questione di tempo…”, aggiunse Yukari, “Poi ti dirà che si è innamorato di te. E tu che cosa farai, allora? Me lo dici?”
Sanae non riuscì a nascondere un sorriso triste.
Yukari non aveva proprio capito nulla…
Lei, invece, si era resa conto subito di essere condannata a non sapere mai se i suoi sentimenti fossero ricambiati, se ci fosse qualcosa di più di un’amicizia.
Se anche Misaki l’avesse amata, la sua lealtà e la sua timidezza gli avrebbero impedito per sempre di manifestarglielo.
Proprio i tratti che più amava di lui rendevano la loro storia impossibile…
“Ti dirò…”, concluse Yukari, “Mi meraviglia moltissimo che non te lo abbia già detto ieri sera… Ci avrei messo la mano sul fuoco che fosse la volta buona…”
Sanae girò lo sguardo fuori dalla vetrina.
Già… Durante quella lunga notte sulla spiaggia, per un momento, anche a lei era sembrato che nulla fosse davvero impossibile. E, all’alba, lo aveva baciato.
Mentre tornavano al falò, evitando di incrociare gli sguardi, aveva pensato che quella era la sua unica e ultima possibilità. Se Misaki davvero provava qualcosa per lei, il fatto di sapersi ricambiato gli avrebbe dato la forza di mettere da parte la timidezza e di subordinare, per una volta, la lealtà all’amore.
“Sanae!”, si spazientì Yukari, “Ma mi stai ascoltando?”
Sanae spalancò gli occhi.
Dall’altra parte della strada era apparso Misaki.
Si alzò di scatto.
“Scusami!”, disse, “Devo andare!”
Yukari le afferrò il braccio.
“No, tu non vai da nessuna parte, o giuro che non ti rivolgerò mai più la parola!”
Sanae fu costretta a sedersi, le gambe irrequiete.
Oltre la vetrina, vide Ishizaki che si avvicinava a Misaki.

∗ ∗ ∗

Capitolo ottavo – Signori, addio, battetemi le mani

 

6 – NOTTE DI MEZZ’ESTATE

Capitolo sesto

NOTTE DI MEZZ’ESTATE

 

Una ventina di biciclette colorate, addossate l’una all’altra, si affollavano intorno al piccolo capanno. Gli ultimi bagnanti lasciavano la spiaggia sotto la luce calda del tramonto. Le barche bianche e azzurre aspettavano rovesciate la pesca dell’indomani.
“Scommetto che vi addormenterete tutti!”, esclamò Ishizaki, “E l’alba la vedrò solo io!”
“Ma se tu non riesci a tenere gli occhi aperti nemmeno di giorno!”, lo apostrofò Taki, “È un miracolo che non ti addormenti nel bel mezzo di una partita!”
Kisugi si mise a ispezionare meticolosamente i bento.
“Questo onigiri è terribile! È tutto bitorzoluto! Che diavolo gli è successo?!”
“La prossima volta li farai tu e sembreranno delle opere d’arte!”, si risentì Yukari.
“La verità è che non ci metti affetto!”, rincarò Ishizaki, “Guarda questo della prima manager: sembra un quadro.”
Nel portavivande ovale, gli onigiri, il rotolo di frittata e le verdure componevano in effetti un disegno equilibratissimo per forme e colori.
“Non è merito mio”, ammise Sanae, “Quello lo ha preparato Misaki. Si vede il talento dell’artista…”
L’intera squadra si voltò in direzione del numero undici.
“Beh?”, intervenne Sanae, “Credevate che fosse proibito dare una mano? Certo, considerata la vostra abilità in cucina, forse dareste più lavoro che altro…”
“Davvero un uomo da sposare il nostro Misaki, eh?”, osservò Izawa con un sorrisetto, mentre le guance del numero undici andavano in fiamme.
“Tutto il contrario di te, Izawa”, lo incenerì Sanae.


L’inevitabile partita di calcio durò fino alla scomparsa del pallone, inghiottito dall’oscurità.
Seguendo fedelmente le indicazioni dell’abile regista della serata, il falò venne acceso nel punto più riparato della spiaggia e attrasse i ragazzi come falene.
Nonostante le buone intenzioni, qualcuno cominciava già a sbadigliare.
Izawa notò che Misaki si era seduto in disparte, lo sguardo perso sulle luci delle imbarcazioni, e pensò che fosse il momento giusto per cominciare l’ultimo atto.
“Ti devo delle scuse, Misaki”, esordì, sedendosi accanto a lui.
“Come?”, rispose Misaki sorpreso.
“Ti devo delle scuse…”, ripeté Izawa, “Questa volta ho davvero esagerato con le prese in giro…”
Fece una sapiente pausa, mentre Misaki lo guardava sospettoso.
Chinò la testa, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, come se fosse l’ultima cosa al mondo che avrebbe voluto dire, sfoderò la battuta più geniale di tutto il suo copione:
“Mi costa moltissimo ammetterlo… Ma la verità è che sono invidioso perché la manager è innamorata di te.”
Misaki si alzò in piedi di scatto.
“Izawa, adesso falla finita!”
Il numero otto si finse sorpreso.
“Farla finita? Ero il primo a non volerci credere! Ma i ragazzi hanno ragione! Solo un cieco potrebbe non notarlo! Non ha occhi che per te!”
Misaki lo afferrò per un braccio, costringendolo ad alzarsi.
“Ora basta! Chiudiamo questa faccenda una volta per tutte!”
“Vuoi picchiarmi sotto i suoi occhi? Sono sicuro che ti sta guardando anche in questo momento…”, arrischiò Izawa, sapendo che il numero undici non avrebbe mai avuto il coraggio di andare a vedere il bluff, “E scommetto che se solo ti allontani, ti seguirà nel giro di qualche minuto…”
Misaki rispose con uno spintone.
“Vattene al diavolo!”, esclamò.
E si avviò deciso in direzione delle barche rovesciate dei pescatori.
Izawa sogghignò:
“Scommessa accettata, vedo…”


“Ho assolutamente bisogno di parlarti”, insisté Yukari, che era finalmente riuscita a trarre in disparte Sanae, “È importante!”
“Non ora”, rispose l’amica.
“Domani sarà troppo tardi!”, esclamò Yukari, “Lo vuoi capire che Misaki si è preso una cotta per te?”
Sanae sembrava non ascoltarla, gli occhi fissi verso Izawa e Misaki, che sembravano impegnati in una discussione non proprio amichevole.
“Sanae! Ascoltami!”, gridò Yukari.
“Yukari! Non ora!”, ribatté Sanae, piantandola in asso.


Izawa, con aria soddisfatta, guardava il mare.
La prima scena era riuscita alla perfezione. Con la più feroce delle menzogne, aveva preparato il suo primo attore alla scena madre. Ora Misaki si aggirava nella zona buia della spiaggia tra i barconi dei pescatori. Una scenografia perfetta.
A questo punto, si trattava solo di mandarci Sanae, con una scusa qualsiasi. Vedendola arrivare, Misaki avrebbe creduto alle sue bugie e avrebbe finalmente trovato il coraggio di dichiararsi, incassando così lo sdegnato rifiuto della manager.
Nel giro di una mezz’ora al massimo, i due sarebbero tornati indietro, lei furiosa e lui con l’aria del cane bastonato, tra i mormorii di sconcerto e di disapprovazione del pubblico raccolto intorno al falò.
Applausi, grazie.
“Che diavolo gli hai detto?”
La voce irritata di Sanae alle sue spalle lo sorprese. Non c’era nemmeno stato bisogno di andare a cercarla.
“Io?”, disse Izawa, voltandosi con tono innocente, “Assolutamente nulla! Vai a chiederglielo, se non mi credi!”
Sanae lo guardò con disprezzo.
“Sarà stata una delle tue solite cattiverie!”, esclamò. E si diresse decisa nella direzione in cui il buio della notte aveva appena inghiottito Misaki.
Troppo facile…, pensò Izawa, Così quasi non c’è gusto…


Intorno al fuoco, tutti andavano via via cedendo al sonno.
Izawa aveva lo sguardo fisso alla zona della spiaggia da cui avrebbero dovuto ricomparire Misaki e Sanae, ma ormai erano passate quasi due ore e ancora non si vedeva nessuno.
Certo, Misaki era disgustosamente timido, quindi l’avrebbe decisamente presa alla lontana.
Il numero otto ebbe un gesto di nervosismo. Tutta quella splendida scenografia sprecata per un incapace! Di sicuro le avrebbe detto anche le cose sbagliate… Che maledizione le recite a soggetto!
Izawa si guardò intorno. Ormai intorno al fuoco tutti gli altri si erano addormentati.
Solo Ishizaki si sforzava di restare sveglio, facendo violenza alle proprie palpebre.
“Avete visto Sanae?”
La voce di Yukari lo riscosse.
“È andata di là”, rispose Izawa, indicando con decisione il punto opposto rispetto a quello in cui erano spariti Sanae e Misaki.
Yukari si allontanò con passo bellicoso.
Ishizaki sorrise soddisfatto.
“Ho visto Misaki andare dall’altra parte”, disse, “Avevo ragione. Le tue erano solo menzogne.”
E si strinse nella coperta, per abbandonarsi al più sereno dei sonni.
“Menzogne un accidente! È adesso che comincia il bello! Muoviti!”, lo trascinò Izawa.


Yukari aveva percorso avanti e indietro la spiaggia fin dove le luci permettevano di arrivare, ma, di Sanae, non c’era traccia. Ritornò al falò e vide che erano scomparsi anche Ishizaki e Izawa.
Si sedette accanto al fuoco per ravvivarlo, l’aria della notte era diventata improvvisamente fredda, nell’ora che precedeva il mattino.
Sanae non aveva voluto ascoltarla e, da ore, era scomparsa. Così come era scomparso Misaki.
Smosse le braci con un gesto di stizza.
Aveva un pessimo presentimento. La netta sensazione che tutto sarebbe andato nel peggiore dei modi.


Ishizaki inciampò per l’ennesima volta tra i barconi rovesciati.
“E fai piano!”, si stizzì Izawa, “Vuoi proprio svegliare tutti?”
“Non so perché mi sono fatto convincere…”, bofonchiò Ishizaki, “Non ci credo nemmeno se lo vedo! Le tue sono solo calunnie… Te l’ho dato troppo piano quel pugno stamattina!”
“Te l’ho detto, Ishizaki…”, insinuò velenoso Izawa, “Il pugno me l’hai dato perché ci credi anche tu…”
Ishizaki lo afferrò per un braccio.
“Io ti…”
Izawa gli mise una mano sulla bocca.
Una decina di metri più avanti, seduti su un barcone rovesciato, gli occhi fissi sull’oceano, Sanae e Misaki davano loro le spalle.
“Avviciniamoci…”, ordinò Izawa, “E stai zitto!”


Misaki aveva allungato il passo per allontanarsi il più velocemente possibile da Izawa e si era ritrovato tra i barconi dei pescatori, nella zona più oscura della spiaggia.
Sanae aveva ragione: il numero otto sapeva colpire, con crudele precisione, laddove poteva fare più male.
Quando aveva smesso di sentire le voci dei compagni in lontananza, Misaki si era seduto su un barcone rovesciato, lo sguardo fisso all’orizzonte scuro.
Raccontargli che Sanae era innamorata di lui…
Che cosa diavolo aveva in mente Izawa? In quale trappola voleva infilarli con quei suoi giochetti?
Cercava di recuperare la calma, seguendo le luci lente delle navi, quando qualcuno, avvolto nella notte, inciampò nei suoi più reconditi pensieri.
“Taro-chan…”
Misaki, sbigottito, vide Sanae che si arrampicava sul barcone, per sedersi di fianco a lui.
“Che cosa ti ha detto quel verme di Izawa?”, chiese la ragazza.
“Nulla”, rispose il numero undici, con un tremito nella voce.
Sanae sorrise.
“Che succede? Mi hai spiegato tu che non bisogna mai credergli, nemmeno quando dice la verità…”
Gli occhi di Misaki cercarono disperatamente rifugio nelle acque scure.
“Hai ragione…”, disse piano, “Dice solo menzogne…”
Sanae alzò lo sguardo alla volta stellata.
“Meglio del planetario”, rise. Poi aggiunse:
“Che cosa starai facendo tra cinque anni?”
Misaki colse al volo la possibilità di cambiare discorso.
“Le Olimpiadi…”, rispose, “Tra cinque anni, spero di essere nella nazionale olimpica…”
Fissarono la luna piena, che faceva impallidire le stelle. Sembrava una gigantesca medaglia d’oro.
“E tu?”, chiese Misaki.
Sanae si fermò a riflettere.
“Non ne ho idea…”, rispose infine, “In questo momento, tutto mi sembra possibile…”
La luce della luna modellava le sagome bianche delle barche, come dune di un deserto in miniatura. Il silenzio della notte era ritmato dal rumore quieto delle onde.
Misaki guardò le navi all’orizzonte.
Il tempo pareva immobile, il mondo lontanissimo.
Perfino le prime luci dell’alba sembravano trattenersi dallo spuntare, per non rompere l’incantesimo.
Sanae si mosse piano. Misaki si voltò e gli sembrò che fosse più vicina. Molto più vicina.
Tornò a guardare verso il mare.
La luna invidiosa cominciò a calare dietro il Fuji-san.
Le luci delle navi si muovevano lente in lontananza, confondendosi con le stelle appena sorte.
Finalmente un timido chiarore segnò la linea di demarcazione tra il cielo e il mare.
“Ci siamo…”, sorrise Sanae.
Lo sguardo di Misaki rimase imprigionato dalla ragnatela di quel sorriso, incapace di voltarsi verso l’orizzonte. Vide l’aria farsi via via più dorata intorno a lei, i suoi capelli muoversi nella brezza che saliva dal mare, i primi raggi del sole riflettersi nei suoi occhi spalancati per la meraviglia.
“Sanae-chan…”, mormorò.


“Mancano solo i pop corn…”, aveva sogghignato Izawa dalla sua postazione alle spalle di Misaki e Sanae.
La schiena comodamente appoggiata a un barcone, uno spettatore facilmente manipolabile come Ishizaki e una scena magistralmente costruita nei dettagli. Che cosa chiedere di più?
Per colmo di fortuna, il vento portava le parole della coppia verso mare, anziché verso di loro, e così Izawa poteva dare una sceneggiatura degna alla sua magnifica messa in scena, senza rischiare che il suo impacciato e balbuziente primo attore gli rovinasse tutto.
“Vedi, Ishizaki?”, aveva cominciato, “Come ti avevo detto… Se l’è portata qui con una scusa, e ora la sta prendendo alla lontana. Le sta dicendo che non si è mai dimenticato di lei, nemmeno negli anni in cui era in Francia e che lei è stata il suo primo pensiero quando è tornato in patria.”
Ishizaki tentò una timida protesta, ma Izawa lo zittì con una gomitata.
L’ispirazione lo travolgeva e non voleva smettere di ascoltare la propria storia, ansioso di vederne il finale.
“Vedi? Lei lo guarda stupita. Davvero l’ha pensata così tanto? L’idea la lusinga, naturalmente. E, imbarazzata, riporta lo sguardo sull’oceano. Ecco, lui la cerca con gli occhi. Improvvisamente sono più vicini. La luce traspare dall’orizzonte, ma lui non guarda l’alba, lo vedi, Ishizaki? Lui non riesce a staccare lo sguardo da lei… Di sicuro ora ha mormorato il suo nome… Lei si volta, lo guarda e…”
Il narratore ammutolì all’improvviso.
“Izawa?”
Ishizaki strinse con tutta la sua forza il braccio del numero otto.
“Izawa… Per favore… Dimmi che ho visto male…”, supplicò.
Il regista, attonito, guardava la sua storia andare miseramente in fumo per colpa di una prima attrice che non rispettava la parte.
“Izawa…”, implorò di nuovo Ishizaki.
“Hai visto benissimo, Ishizaki”, mormorò Izawa, “È stata lei a baciarlo…”

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – Non dubitare mai del mio amore

 

5 – UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

Capitolo quinto

UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

 

Sanae ricalcolò mentalmente gli ingredienti che le servivano per preparare la quota di bento che le spettava. Lei e Yukari se li erano equamente divisi, lasciando a Kumi di occuparsi delle bibite. Considerando l’appetito insaziabile dei ragazzi e il fatto che, di sicuro, qualcuno avrebbe proposto lo spuntino di mezzanotte, le toccava preparare almeno una quindicina di cestini individuali. Un lavoro che le avrebbe richiesto quasi l’intera giornata.
Il carrello era quasi pieno e si pentì di non essersi fatta accompagnare dal padre. Si caricò i sacchetti tra le braccia e uscì dal negozio tenendoli in equilibrio precario, intravedendo a fatica la strada davanti a sé.
Pochi passi e andò a sbattere contro la ruota di una bicicletta.
“Mi scusi!”, disse, tentando di non far cadere nulla dai sacchetti.
“Manager!”
Sanae sbucò a fatica dalle buste della spesa.
“Misaki-san! Ti prego! Dammi una mano!”


Seduti al tavolo della caffetteria, Ishizaki, Kisugi e Taki sorbivano in silenzio la loro bibita, mentre Izawa li preparava allo spettacolo a cui avrebbero assistito durante la serata.
“Le ha dedicato la vittoria davanti a tutti… Non l’ho mai visto fare nemmeno a Tsubasa… È proprio cotto, evidentemente.”
Ishizaki si mosse sulla sedia.
“Vedrete questa sera…”, incalzò Izawa, “Il mare sullo sfondo, la luce incerta del falò, le stelle a fare da cornice… Uno scenario perfetto per una dichiarazione, particolarmente adatto a un animo romantico come quello del nostro Misaki… Sono sicuro che troverà una scusa per appartarsi con lei e dirle finalmente quello che prova…”
“Sono stanco delle tue menzogne…”
La voce di Ishizaki aveva interrotto la scena sul più bello.
Izawa lo guardò stupito. Come si faceva a non essere presi dal racconto?
“Misaki ha la ragazza a Parigi e Anego è la fidanzata del suo migliore amico!”, esclamò Ishizaki, alzandosi di scatto e battendo i pugni sul tavolo, “Per lui è un’amica e nient’altro! E chiunque sostenga il contrario dovrà vedersela con me!”
“Ma certo, Ishizaki! Misaki ha la fidanzata a Parigi e per questo ha fatto voto di castità!”, colse la palla al balzo Izawa, “Ma non avete visto ieri?”
Ishizaki fremeva di rabbia, strinse i pugni ancora più forte.
“Che cosa avremmo dovuto vedere ieri?”, si incuriosì Taki.
“È talmente chiaro!”, rise Izawa, “Fidanzata o non fidanzata, Misaki usciva con un’ammiratrice, che gli ha portato dei fiori dopo la partita. Lui ne ha approfittato per mollarla per la manager e lei gli ha distrutto il mazzo di fiori sulla testa!”
La squadra ammutolì. La scena del giorno prima aveva oggettivamente lasciato tutti molto perplessi.
Izawa approfittò del momento di spaesamento del suo uditorio.
“La fidanzata a Parigi, l’ammiratrice e la manager! Davvero un bravo ragazzo il vostro Misaki!”
Ishizaki non poté sopportare oltre. Caricò il destro e lo stampò in faccia a Izawa.
“Ti farò ingoiare tutte le tue calunnie!”, gridò prendendolo per la camicia, nonostante il tavolo che li divideva.
Kisugi e Taki intervennero prontamente.
“Ora basta, Ishizaki! Calmati!”
Izawa si ripulì il sangue del labbro col dorso della mano.
“Mi hai dato un pugno perché sai che è vero…”, ghignò, girando lo sguardo verso la vetrina.
La sorte gli fornì un insperato aiuto.
“Toh!”, indicò, “Eccolo là, il tuo cavaliere senza macchia!”
Gli sguardi di tutti seguirono il gesto di Izawa.
Sul marciapiede opposto, Misaki stava aiutando Sanae con la spesa, con affettuosa premura.
Ishizaki si lasciò ricadere sulla panca, con la testa tra le mani.


“Davvero mangiamo tutta questa roba?”
Misaki spingeva a fatica la bicicletta su cui avevano caricato tutti i sacchetti di Sanae.
“No”, rise la ragazza, “Ne mangiate almeno il doppio.”
Il numero undici sorrise timidamente.
“Ci vorrà quasi l’intera giornata per preparare quello che poi spazzolerete in pochi minuti”, aggiunse Sanae.
Guardò Misaki. Il giorno prima, durante il viaggio di ritorno, non aveva detto nemmeno una parola. Mentre gli altri festeggiavano, lui guardava un punto lontano, fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri. Il volto era pallido e tirato, una ruga sottile gli solcava la fronte, dandogli un’espressione insolitamente dura, che lei non gli conosceva.
Il suo sguardo sembrava provenire da una profondità remota, come segnato dall’eco di un dolore antico.
Sanae lo guardò di nuovo, mentre spingeva la bicicletta con la sua spesa. Pareva aver ripreso la consueta espressione gentile, solo un po’ meno sorridente e un po’ più malinconica del solito.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa. Sanae esitò un istante. Poi chiese:
“È vero che sai cucinare?”


Misaki scosse la padella con un abile movimento del polso, poi, con un colpo secco, fece saltare la frittata, che ricadde perfettamente girata nel tegame.
Sanae non poté trattenersi dall’applaudire il cuoco giocoliere.
“A Parigi abbiamo fatto mesi a frittate e omelettes”, spiegò Misaki imbarazzato, “È solo questione di allenamento…”
Il numero undici in cucina era decisamente abile, pensò Sanae.
Contava di fargli tagliare la verdura e, invece, si era ritrovata lei a fare da assistente, mentre lui preparava le cose più complesse. Alla fine, si era messa a fare il lavoro meccanico di modellare gli onigiri, le polpette di riso avvolte nei fogli d’alga. Ma, anche lì, Misaki era arrivato a darle una mano, visto che aveva finito rapidamente tutto quello che aveva da fare. Depose l’ultimo triangolo di riso nel bento e si lavò le mani, per liberarle dal sale.
Avevano finito con largo anticipo. Mancava più di un’ora all’appuntamento per la serata.
“Credo che ci meritiamo un tè…”, propose Sanae.
Misaki annuì.
Aveva parlato lo stretto indispensabile per tutto il tempo in cui avevano cucinato e Sanae non aveva insistito nel fare conversazione.
“Ora ti mostro io un gioco di prestigio”, sorrise la ragazza.
Da una scatola dorata, estrasse due fiori secchi, distribuendone uno per tazza.
“Tè al crisantemo”, spiegò.
Aggiunse l’acqua bollente e, sotto lo sguardo meravigliato di Misaki, il fiore distese lentamente i suoi petali, riprendendo i colori originari. Pareva sbocciare nella tazza, come tornato alla vita.
Misaki finalmente sorrise.
“Scusami per ieri…”, disse Sanae.
Il ragazzo la guardò attraverso le nuvole di vapore profumato.
“Scusa se ti ho chiamato per nome… L’ho fatto senza pensarci…”, continuò la ragazza, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Stava portando altre bibite nello spogliatoio, quando aveva visto Misaki scaraventare a terra i fiori. Lo aveva chiamato, ma lui non aveva risposto, le spalle scosse dai singhiozzi. Si era avvicinata, ma di nuovo lui non aveva sentito la sua voce, come se fosse diventato improvvisamente sordo. Si era riscosso solo quando lo aveva chiamato per nome, tirandolo per la maglietta. Ma l’espressione con cui l’aveva guardata era così spaventata che si era sentita come se gli avesse strattonato il cuore, non la maglia.
Misaki la guardò sorpreso.
“Veramente… Sono io che ti devo delle scuse…”, disse piano.
Cercò nei petali del fiore la calma e la sicurezza che gli servivano per quel discorso.
“E anche delle spiegazioni…”, continuò, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Sanae stava per protestare che non le doveva proprio nulla, tanto meno delle spiegazioni, ma Misaki la anticipò.
“La ragazza di ieri è la figlia di mia madre.”
Sanae ebbe un attimo di smarrimento.
“Come?”
“Mia madre mi ha abbandonato quando ero molto piccolo”, spiegò Misaki, con voce ferma, “Si è risposata e ora ha una nuova famiglia. Quella era sua figlia. Ha detto di chiamarsi Yoshiko.”
Bevve un sorso di tè.
“Suppongo si debba dire che è mia sorella”, aggiunse.
Sanae cominciò a intravedere un senso nella scena del giorno prima.
“Sei anni fa, quando mio padre doveva partire per la Francia”, continuò Misaki, “mia madre chiese di prendersi cura di me.”
Gli occhi erano tornati a seguire il lento fluttuare del fiore nella tazza.
“Io mi rifiutai anche solo di incontrarla e partii per Parigi”, seguitò, “Ieri, sbucata dal nulla, è arrivata quella ragazza, a dirmi che dovrei superare il mio odio e il mio rancore per incontrare mia madre, almeno una volta.”
Aveva parlato con tono calmo e misurato, come per fare una descrizione oggettiva dei fatti.
Si alzò e si avvicinò alla finestra. Guardò verso l’orizzonte, dove l’afa sfumava il confine tra il cielo e il mare.
“Mi dispiace…”, disse piano, “Ho avuto una reazione… infantile… Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere al pessimo spettacolo…”
Sanae lo guardò ammutolita.
Si avvicinò anche lei alla finestra.
“Non lo sapevo… Dev’essere stato terribile… Mi dispiace, Misaki-san…”, mormorò.
Misaki si voltò verso di lei.
“Preferivo Taro-chan…”, sorrise.
La luce estiva tra le tende bianche disegnava le sagome di due figure vicinissime.
Nel silenzio della cucina, Sanae credette di poter sentire distintamente il battito accelerato del proprio cuore.
“Taro-chan…”, mormorò.
Drrrrrrrrrrriiiiiiinnnnnn!
Il campanello della porta riempì la casa.


Gli onigiri erano riusciti con le forme più irregolari possibili.
Tanto non li avrebbero nemmeno guardati e li avrebbero trangugiati interi, pensò Yukari.
Li aveva fatti in fretta e furia, come tutto il resto, per potersi fiondare in anticipo a casa di Sanae.
Non ci aveva dormito l’intera notte.
Li aveva osservati in treno, durante il viaggio di ritorno dal torneo. Silenziosi e assorti, non facevano che cercarsi con lo sguardo.
Era chiaro che qualcosa poteva succedere, stava per succedere, forse era già successo.
E Yukari non aveva dubbi: avrebbe portato solo una montagna di guai.
Tsubasa troppo lontano, Misaki troppo vicino.
Una serata sulla spiaggia, in quelle condizioni, era una situazione esplosiva.
Doveva parlare con l’amica, e subito.
Aveva premuto con impazienza il campanello, facendolo vibrare come un allarme in una caserma di pompieri, e ora aspettava solo che Sanae le aprisse la porta per investirla di domande per cui non avrebbe accettato risposte vaghe.
La porta bianca si aprì lentamente, dopo qualche secondo.
E Yukari ebbe la sua risposta, chiarissima.
Con le guance scarlatte e l’aria di chi è stato colto sul fatto, nella cornice della porta apparvero Sanae e, pochi passi più indietro, Misaki.
Una montagna di guai…, pensò Yukari.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Notte di mezz’estate