8 – SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

Capitolo ottavo

SIGNORI, ADDIO, BATTETEMI LE MANI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, su quella spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
“Misaki, non dire idiozie!”
Taro e Sanae si voltarono di scatto. Alle loro spalle, Izawa, le mani sui fianchi, cercava di riprendere fiato dopo la corsa.
Il tuono rimbombò più vicino.
Misaki con un salto scese dal barcone, il volto teso e pallido.
“Ti ho già detto di non immischiarti in questa faccenda…”, disse tra i denti.
Sanae sentiva gli occhi riempirsi di lacrime. Non voleva restare lì un istante di più.
Fece due passi verso la strada, ma Izawa la bloccò.
“È innamorato di te. Da sempre.”
“Chiudi quella dannata bocca!”, gridò Misaki.
In due passi raggiunse il numero otto, spingendolo via.
Izawa gettò un rapido sguardo a Sanae. Li guardava sconcertata, le guance rigate dal pianto.
Il regista optò per il colpo di scena.
Caricò il destro e restituì a Misaki uno dei due cazzotti ricevuti, rispedendolo contro il barcone.
“Taro-chan!!!!”, urlò Sanae, correndo a chinarsi su di lui.
La ragazza girò uno sguardo di fuoco su Izawa.
“Ma sei impazzito?!”
“Veramente gliene devo ancora uno…”, spiegò il numero otto, “Ma non è questo il punto. Stava per fare la più grossa idiozia della sua vita… Sai, gli piace giocare all’eroe…”
Sanae guardò Taro, che si mordeva il labbro sanguinante.
“Avanti!”, disse Izawa con tono di sfida, all’indirizzo del numero undici, “Dille che sto mentendo! Dille che non la ami, che vi dovete dimenticare tutto! Però, stavolta, diglielo guardandola negli occhi!”
Il numero undici alzò lo sguardo su Sanae. Inginocchiata accanto a lui, lo fissava con gli occhi colmi di interrogativi e di lacrime.
“Sanae-chan…”, mormorò.
Il regista osservò soddisfatto l’inquadratura. Le prime gocce di pioggia presero a cadere con tempismo perfetto.
Il primo attore, però, ancora esitava.
“E baciala, dannazione!”, sbottò Izawa, “Si può sapere che cosa aspetti?!”
Si girò sui tacchi, infilò le mani in tasca e si avviò verso la strada.
Giunto alla curva, la pioggia cominciò a scrosciare.
Si voltò verso la spiaggia. Incuranti della burrasca, i suoi due protagonisti non avevano ancora smesso di baciarsi.


“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Izawa spense il registratore con un sospiro e girò lo sguardo sugli alberi scossi dal vento, fuori dalla sua finestra.
Gli sarebbe tanto piaciuto un finale come quello per la sua storia.
Un finale da lacrime e applausi. Con lui nel ruolo di eroico Cupido.
Ma le cose, purtroppo, erano andate molto, molto diversamente…

∗ ∗ ∗

Capitolo nono – Della materia di cui son fatti i sogni

 

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9 – DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

Capitolo nono

DELLA MATERIA DI CUI SON FATTI I SOGNI

 

Sanae era riuscita finalmente a liberarsi di Yukari.
Dietro la vetrina, aveva visto Misaki parlare con Ishizaki, per poi avviarsi verso la spiaggia.
Yukari l’aveva trattenuta ancora, mentre le gambe le fremevano, incapaci di rimanere ferme, sotto il tavolo della caffetteria.
Alla fine, comunque, l’amica si era arresa.
“Finirà male… Malissimo, anzi…”, aveva profetizzato.
E ora, finalmente, Sanae stava correndo verso la spiaggia, sperando che Misaki non se ne fosse già andato.
In lontananza, sull’orizzonte, riecheggiarono dei tuoni lontanissimi. Al largo, probabilmente, si preparava una tempesta.
Fece l’ultima curva col cuore in gola e si trovò sul limitare della spiaggia.
Su un barcone, lo stesso della sera prima, c’era una figura seduta, le spalle alla strada, lo sguardo verso il mare.
Era impossibile capire chi fosse a quella distanza.
Ma Sanae non ebbe dubbi: non poteva che essere Taro.


Misaki fissava l’orizzonte lontano, senza vederlo.
Il cielo andava rannuvolandosi, i tuoni risuonavano in lontananza, sulla superficie marina.
Era stata una pessima idea tornare proprio lì, sulla spiaggia, seduto sullo stesso barcone. Ma cercava un posto in cui restare solo, e le gambe ce lo avevano portato senza che lui lo volesse.
Sanae era in lacrime, aveva detto Ishizaki.
In fondo, che cosa c’era da sorprendersi? Era tutto come da copione.
Si era resa conto di aver fatto solo uno stupido errore. Era innamorata di Tsubasa e basta. Quel momento sulla spiaggia non poteva significare nulla, era evidente.
Lo sapeva fin da principio, lo sapeva da sempre.
E allora, perché faceva così male?
Mentre Ishizaki parlava, Misaki vedeva quel bacio perdere la sua consistenza reale, dissolversi come i vapori di un miraggio.
Si sorprese a pensare che, forse, tutto quanto era stato frutto della sua fantasia.
Di sicuro, sarebbe stato meglio per tutti se fosse stato così.
Un sogno. E nient’altro.
“Taro-chan…”
Sbarrò gli occhi. Era la voce di Sanae.
Non poteva voltarsi, non sarebbe mai riuscito a parlarle guardandola.
Strinse i pugni.
“Ti… ti stavo cercando…”, mormorò Sanae, con un sorriso che Misaki non poté vedere.
“Sì…”, rispose il numero undici, “Lo so…”
Le nuvole scure si addensavano all’orizzonte. Il temporale sembrava davvero imminente.
“Taro-chan, io…”, cominciò Sanae esitante.
Ecco, la voce le tremava.
L’ultima cosa che voleva era che lei fosse costretta a scuse e spiegazioni imbarazzanti. Questo proprio non avrebbe potuto sopportarlo. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, per contrastare il nodo che gli serrava la gola.
“Io…”, riprese Sanae.
“Sì, Sanae-chan”, la interruppe Misaki, “Anch’io credo che dovremmo dimenticarci tutto.”
Un fulmine cadde sulla superficie marina.
Sanae si sentì come se l’avesse colpita in pieno.
Il tuono rimbombò più vicino.
“Non è successo nulla… Non parliamone più…”, aggiunse piano Misaki.
Sanae lo fissava incredula. Non si era nemmeno voltato a guardarla, lo sguardo fisso sul mare.
Abbassò gli occhi. Sulla sabbia, le prime gocce di pioggia lasciavano la loro impronta scura.
Una stretta gelida le serrava lo stomaco, mozzandole il respiro.
Si era sbagliata…
Non era timidezza, non era lealtà.
Misaki non l’amava.
Tutto qui.
E ora, lì, su quella spiaggia dove l’aveva baciato, si sentiva terribilmente ridicola.
Con un enorme sforzo, raccolse tutte le sue energie, si voltò e fuggì verso la strada, mentre le lacrime le rigavano le guance.
Misaki si voltò di scatto.
“Sanae-chan! Aspetta!”
Ma Sanae era già troppo lontana.


Ishizaki gli aveva detto che Misaki era diretto alla spiaggia.
Izawa pensò che forse era ancora in tempo.
E poi Sanae era così decisa, così determinata… Forse a Misaki sarebbe bastato guardarla negli occhi per capire che le parole di Ishizaki erano solo bugie.
Corse più veloce che poteva, mentre cadevano le prime gocce di pioggia.
A pochi passi dalla spiaggia, dalla curva spuntò Sanae.
Aveva l’aria smarrita e gli occhi fissi a terra. Tutta la sicurezza che le aveva visto poco prima era completamente scomparsa.
“Nakazawa-san…”, mormorò Izawa.
Sanae alzò su di lui uno sguardo feroce e pieno di lacrime e fuggì via.
Il numero otto girò lo sguardo verso la spiaggia. In lontananza, Misaki, seduto sul barcone, fissava il mare.
Izawa sferrò un calcio al guard-rail.
“Dannazione, Misaki! Ti ha baciato! Come hai potuto credere a quell’idiota di Ishizaki?!”
Lo fissò per un lungo istante, sotto le gocce che cadevano sempre più fitte.
“Come hai potuto credere a un idiota come me…”, mormorò.
Infilò le mani in tasca e tornò sui suoi passi a testa china, negli occhi l’immagine di Misaki, immobile sul barcone, mentre la pioggia cominciava a scrosciare.


“Quando pensi di rientrare a scuola?”, chiese Yukari.
“Non ne ho idea”, rispose Sanae, “Magari sono fortunata e muoio.”
Le lezioni erano riprese da qualche giorno, ma il termometro segnava ancora 38.
Per fortuna.
Decisamente non si sentiva ancora in grado di incontrare Misaki.
Aveva bisogno ancora un po’ di tempo per seppellire quel ricordo così ingombrante nell’ultimo cassetto della memoria, sperando che sbiadisse il più rapidamente possibile.
Yukari guardò fuori dalla finestra.
“Misaki era ancora assente”, osservò con aria distratta.
“Yukari”, reagì subito Sanae, “Ti ho già detto che non ne voglio parlare…”
“Certo che non ne vuoi parlare!”, scattò Yukari, “Perché di sicuro è finita malissimo, come avevo detto io! Finalmente ti ha detto che è innamorato di te e tu ti sei resa conto della grandissima stupidaggine che hai fatto! È inutile che ti rifugi nel raffreddore, prima o poi dovrai rivederlo e, in ogni caso, chi deve sentirsi in imbarazzo è lui! Quanto mi secca aver sempre ragione!”
Incrociò le braccia, con l’aria soddisfatta di chi ha sputato il rospo.
“Yukari, ti voglio tanto bene…”, scosse la testa Sanae, “Ma non hai capito proprio nulla…”
“A me sembra che sia tu a essere completamente cieca…”, replicò Yukari.
“Ora basta!”, esplose Sanae, “Ho detto che non voglio mai più sentir parlare di questa sciocchezza!”
Yukari guardò l’amica. Aveva l’aria pallida e tirata, gli occhi lucidi per la febbre. Le mani stringevano spasmodicamente la coperta. Non era il momento di mettere alla prova i suoi nervi.
“Come vuoi tu…”, disse, con tono conciliante, “Ti prometto che non ne parleremo mai più.”


“Prendersi tutta quell’acqua è stata davvero una pessima idea…”, sorrise Ichiro Misaki, porgendo al figlio l’ennesima tazza di tè bollente.
Taro, accovacciato sulla poltrona, si rintanò nella coperta, l’aria smarrita e lo sguardo perso nell’acqua dorata della tazza.
“Papà…”, disse a un tratto, “Perché non ce ne andiamo da qui?”
Il padre lo guardò sorpreso.
“Che ti succede?”, chiese, “È la prima volta che mi chiedi di partire…”
Taro non rispose, gli occhi fissi nel tè.
“Comunque non ce ne andremo a breve…”, aggiunse il padre, “Lavorerò alle vedute del Monte Fuji ancora per qualche tempo…”
Lo sguardo di Taro riemerse dalla tazza e si spostò fuori dalla finestra.
“Allora, forse, appena finita la scuola, partirò io…”, disse.
Ichiro Misaki sorrise tra sé. L’infanzia vagabonda, evidentemente, aveva lasciato il segno.
“È una buona idea…”, rispose, “Viaggiare ti farà bene di sicuro…”
Taro annuì, tuffando di nuovo lo sguardo nel tè.


“Izawa non ha il coraggio di farsi vedere, a quanto pare…”, osservò Kisugi.
“Strano…”, commentò Taki, “Avrei detto che avrebbe ricamato molto sul fatto che Misaki e la manager mancano da scuola da giorni…”
Ishizaki girò lo sguardo fuori dalla vetrina della caffetteria.
Con uno sforzo eroico, aveva fatto quel che doveva fare. Perché, allora, si sentiva malissimo?
“Alla fine, come al solito, erano tutte chiacchiere e bugie”, sentenziò Kisugi, “Finirà col fare danni, prima o poi…”
“Sarà meglio dimenticarsi tutto…”, mormorò Ishizaki.
“Per una volta hai ragione”, approvò Taki, “Cancelliamo tutta questa faccenda e chiudiamola qui.”
Ishizaki mescolò la bibita con la cannuccia.
Per una volta, ringraziò di avere una pessima memoria. Forse sarebbe davvero riuscito a dimenticare tutto.


Izawa fece un nuovo tentativo per trascrivere quella dannata conferenza.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
Niente da fare.
Non gliene importava nulla delle orbite planetarie. Il suo pensiero continuava ad andare a Sanae e Misaki.
Gli sarebbe piaciuto poter dare la colpa di quel finale tragico alla loro cattiva stella, ma sapeva bene che di quel disastro non erano responsabili il sole, la luna o gli astri, ma solo ed esclusivamente lui.
Per fortuna, erano entrambi assenti da scuola e gli allenamenti erano ancora lontani. Forse sarebbe riuscito a evitare di incontrarli ancora per un po’.
Il registratore gracchiò di nuovo:
“Sessanta mesi.
Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione.
Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.
Cogliete l’attimo, ragazzi.
Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Izawa guardò di nuovo fuori dalla finestra. Il vento scuoteva le cime degli alberi.
Chissà…, pensò, Forse tra cinque anni…

∗ ∗ ∗

Cinque anni dopo…

 

7 – NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

Capitolo settimo

NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE

 

La testa appoggiata sul tavolo del bar, Izawa seguiva il movimento ipnotico delle bollicine che risalivano lente alla superficie del bicchiere di limonata.
Ci sarebbe voluto qualcosa di decisamente più alcolico per aiutarlo a riprendersi, ma i suoi diciotto anni, purtroppo, non glielo permettevano.
L’idea di raccontare che Misaki avesse una cotta per Sanae gli era piaciuta proprio perché priva di qualsiasi fondamento, come tutte le calunnie più efficaci. Quando la sua storia aveva cominciato a prendere inaspettatamente corpo nella realtà, era stato il primo a stupirsi.
Ma, si sa, la vita non fa che tentare invano di imitare l’arte.
Ora, però, la faccenda era molto diversa. L’arte restava sotto il rigoroso e onnipotente controllo del regista. La vita, invece, si permetteva di sfuggirgli da ogni lato, facendosi beffe di lui.
Batté un pugno sul tavolo.
Le bollicine si rincorsero rapide verso la superficie.
L’aveva baciato, dannazione!
Dopo aver recitato per anni la parte della fidanzata fedele, dopo aver respinto sdegnata qualsiasi invito e, soprattutto, dopo aver respinto lui, ecco che ora baciava Taro Misaki!
Quel goffo, smidollato, balbettante perdente che arrossiva a ogni istante!
Chiunque, ma non lui!
Non bastava che gli avesse rubato il posto in squadra?!
Lo sguardo feroce di Izawa risalì lungo la cannuccia, su cui le bollicine si arrampicavano allegre.
Era arrivato il momento di sistemare una volta per tutte la questione col numero undici.
Era arrivato il momento di distruggerlo.
Con un colpo dritto al cuore.


“Taro, sei sveglio?”
La voce di Ichiro Misaki chiamava dal corridoio.
Taro girò la testa verso l’orologio sul comodino e si rese conto che stava fissando il soffitto da oltre quattro ore.
Erano rientrati dalla spiaggia nella tarda mattinata e lui era salito direttamente in camera sua, si era sdraiato sul letto e da lì non si era più mosso, senza riuscire nemmeno ad addormentarsi.
Sanae lo aveva baciato.
Baciato.
Lui, Taro Misaki.
Sanae.
La fidanzata di Tsubasa.
Doveva esserci un errore. Da qualche parte, c’era di sicuro un errore.
Doveva rivederla. Subito. Per capire.
Fece per alzarsi.
No, meglio di no.
Le mani strinsero la coperta.
Sopportare il dubbio, pur di tenere in vita la speranza, o porre fine all’incertezza, col rischio che il castello di illusioni crollasse miseramente?
Una tortura.
Per l’ennesima volta, le sue paure, le sue insicurezze, la sua timidezza lo soffocavano.
Prese un ampio respiro.
Si alzò deciso, uscì dalla stanza e arrivò alla porta.
“Va tutto bene?”, chiese il padre.
Taro si bloccò, la mano sulla maniglia.
Non era mai andata meglio. O, forse, non era mai andata peggio.
“Sì, tutto bene”, rispose senza voltarsi. Poi aggiunse, mentendo per la prima volta in vita sua: “Vado a fare due passi sulla spiaggia…”


Izawa allungò le gambe sotto il tavolo della caffetteria.
Ishizaki lo guardò pieno di speranza.
“E davvero tu credi che, in questo modo, tornerà tutto come prima?”, chiese.
“Ne sono sicuro”, lo rassicurò Izawa, “La manager è distrutta, piange da stamattina. Si è resa conto di aver fatto una sciocchezza e ha bisogno del nostro aiuto per rimediare. Dobbiamo fare tutto il possibile, Ishizaki. Per il bene suo e di Tsubasa.”
Ishizaki annuì convinto.
“Ma anche per il bene di Misaki, naturalmente”, aggiunse subito Izawa, “Te la immagini che situazione al ritorno del capitano?”
Ishizaki impallidì. Non voleva nemmeno pensarci.
“Hanno bisogno di noi, Ishizaki”, ribadì il numero otto.
“Che cosa devo fare?”, chiese obbediente Ishizaki.
Izawa nascose un sorriso soddisfatto.
“Devi parlare con Misaki il prima possibile”, disse, “Spiegagli che la manager è disperata, che l’idea di aver tradito Tsubasa l’ha sconvolta e che si è resa conto di amarlo ora più che mai.”
Ishizaki annuì convinto. Era esattamente quello che si aspettava da Sanae.
Izawa si alzò per andarsene.
“Scusa…”, disse Ishizaki.
Il numero otto si voltò senza capire.
“Ti ho accusato di dire falsità e, invece, eri l’unico ad aver capito tutto…”, spiegò il difensore.
Izawa nascose una smorfia.
“L’unica cosa importante è che tutto torni al suo posto”, rispose, “Questa commedia è durata fin troppo.”


“L’ho baciato!”, esclamò Sanae, alzandosi di colpo a sedere sul letto.
Aveva dormito fino a metà pomeriggio e ora la nebbia del sonno si diradava lentamente, mettendo progressivamente a fuoco i contorni di un’immagine.
Scostò il lenzuolo con un gesto deciso e si precipitò allo specchio.
Apparentemente nulla sembrava cambiato dal giorno prima.
“Ho baciato Taro Misaki!”, ripeté.
L’immagine riflessa non sembrava voler tenere conto dell’informazione.
Afferrò il telefono.
“Mi spiace…”, disse all’altro capo Ichiro Misaki, “È uscito poco fa… Ha detto che andava alla spiaggia…”
Sanae infilò in fretta i vestiti, scese le scale di corsa e spalancò la porta.
E trovò Izawa che stava per premere il campanello.
“Che diavolo vuoi?”, lo apostrofò Sanae.
“Buongiorno anche a te, manager.”
“Scusa, devo andare”, tentò di dribblarlo la ragazza.
Il centrocampista non si fece saltare tanto facilmente.
“Che bacio romantico…”, ghignò, bloccandole il passo, “Davvero da cartolina…”
Sanae si morse le labbra. Quel dannato pettegolo li aveva visti. Era proprio vero: l’invidia non dormiva mai…
“Mi chiedo che cosa ne penserebbe Tsubasa…”, continuò Izawa, “La sua fidanzata che bacia il suo migliore amico… Romantico, molto romantico…”
Sanae cercò di smarcarsi, ma il numero otto le afferrò il braccio.
“Il Brasile sembra tanto lontano, ma le voci corrono veloci… Nello spogliatoio, per esempio, si diffonderanno in un attimo…”, minacciò.
Sanae si liberò con uno strattone.
“Puoi dirlo a chi ti pare!”, esclamò, piantandogli in faccia uno sguardo di fuoco, “E, quanto a Tsubasa, vorrà dire che mi risparmierai di scrivergli una lettera.”
Izawa restò di sasso, la mano sospesa a mezz’aria.
“Mi… mi stai dicendo… che… che pensi davvero di mollarlo per quell’insulso, balbettante, perdente di Misaki??”, trasecolò.
“Mi pare che sia tu a balbettare…”, notò ironica Sanae.
La ragazza ritenne che la conversazione era durata abbastanza e infilò il cancello.
Izawa tentò un disperato colpo di coda.
“Sei un’illusa! Non pugnalerà mai il suo migliore amico per un bacio!”, gridò.
Sanae non lo ascoltò neppure.
Svoltò l’angolo e si precipitò verso la spiaggia.
Pochi passi e si trovò davanti Yukari.
“Ti stavo cercando!”, la bloccò l’amica, “Io e te dobbiamo parlare…”


Izawa aveva ancora lo sguardo fisso all’angolo dietro il quale era scomparsa Sanae, quando sentì una mano sulla spalla.
Fece appena in tempo a voltarsi interrogativo, che un pugno lo colpì in pieno volto, spedendolo col sedere per terra.
“Figlio di puttana, che cosa ci fai qui??”
Izawa alzò lo sguardo sull’improvvisato pugile, che lo fronteggiava con aria decisa.
Era così stordito che gli sembrò avesse una straordinaria somiglianza con Misaki.
Chiunque fosse, lo afferrò per la maglietta.
“Ho suonato e non risponde! Dimmi dov’è andata!”
Izawa faticava a rispondere, la lingua, per la prima volta in vita sua, paralizzata per la meraviglia. Quel tizio sembrava Misaki, ma era più alto, più robusto… Di sicuro un cazzotto del numero undici non poteva fare tanto male.
“Mi… mi hai dato un pugno…”, riuscì finalmente a dire Izawa.
“Ed è solo il primo se non la pianti di immischiarti in questa faccenda!”
Non poteva essere Misaki… Non balbettava nemmeno!
“Dico, sei impazzito?”, ribadì Izawa, “Mi hai dato un pugno!”
Il misterioso sosia di Misaki lo costrinse ad alzarsi.
“Non ti permetto di giocare con questa storia! Non puoi nemmeno immaginare che cosa sono stati questi cinque anni…”
Si zittì di colpo.
I due avversari si guardarono negli occhi. Misaki si morse le labbra fino a farle diventare bianche.
Izawa, improvvisamente, realizzò quanto la realtà stesse surclassando la sua fantasia. E quanto il suo primo attore, che aveva ritenuto un timido inetto, fosse in realtà l’eroe della storia.
Forse non aveva mai capito nulla di Misaki. Forse era sempre stato così forte e così deciso. Ed era stato lui a scambiare la gentilezza e la lealtà per debolezza.
“Sei innamorato di lei da tutto questo tempo… E non le hai mai detto nulla…”, mormorò.
Il numero undici, non sapendo che altro fare, gli stampò un secondo pugno sulla faccia, mandandolo di nuovo lungo disteso.
Izawa aveva tanti difetti, ma sapeva riconoscere un eroe quando lo vedeva. E aveva sempre avuto un debole per le storie eroiche.
“Sbrigati…”, disse, pulendosi il sangue che gli colava dal naso, “Ti sta cercando…”
Misaki lo guardò diffidente, poi si avviò di corsa.
Izawa ebbe un lampo.
“Misaki!”, gridò, “Non ascoltare Ishizaki! Non credergli, qualunque cosa ti dica!”
Il numero undici si voltò per un istante e poi scomparve dietro la curva della strada.


Ishizaki vagava, l’anima in pena, in cerca del coraggio per affrontare Misaki.
Il terribile quadro dipinto da Izawa lo aveva profondamente scosso e sentiva sulle sue spalle un’enorme responsabilità. Sembrava che dalle sue parole dipendessero la felicità e la serenità di tutti.
Fu preso dallo sconforto.
Non era mai stato bravo con le parole… Non era la persona giusta per parlare con Misaki…
Girò sui tacchi, deciso a tornare a casa. Avrebbe detto a Izawa di pensarci lui.
In quell’istante, dall’angolo della strada spuntò Misaki.
Ishizaki si sentì preso in trappola.
Fece un ampio respiro.
“Misaki!”, chiamò.


L’incontro con Izawa aveva messo Misaki di pessimo umore.
Era corso da Sanae, dopo aver raccolto tutte le sue forze e tutto il suo coraggio e si era trovato davanti il numero otto.
Il pensiero che quella lingua velenosa si stesse adoperando per rovinare tutto gli aveva fatto perdere la testa. E si era lasciato sfuggire quel che non avrebbe mai voluto dire con l’ultima persona al mondo a cui avrebbe voluto dirlo.
Cinque anni… Praticamente tutta la vita.
Tutta la vita tentando di soffocare quello che provava, in uno sforzo inutile e disperato, destinato a fallire miseramente, come quello di un nuotatore controcorrente.
Non era riuscito a dimenticarla nemmeno a Parigi, nei lunghi anni della lontananza.
Al rientro in Giappone, la gioia di rivederla aveva dovuto combattere con lo sconforto di ritrovarla perdutamente innamorata di Tsubasa. E sperare che lo dimenticasse mentre si trovava in Brasile, gli era sembrata la peggiore delle vigliaccherie.
E ora, all’improvviso, quel bacio. Che aveva fatto balenare, per un attimo, l’impossibile.
Si fermò, per calmare i pensieri.
Dove poteva essere Sanae?
“Misaki…”
La voce esitante di Ishizaki lo fece voltare.


Yukari l’aveva costretta a sedersi al tavolo della caffetteria.
“Questa volta mi ascolterai!”, esordì.
Sanae cercò disperatamente una via di fuga.
“Ho un impegno importante…”, disse.
“Con Misaki, immagino!”, replicò Yukari sarcastica, “Sono giorni, forse settimane, che va avanti questa storia! Quando capirai che ti porterà solo un sacco di guai?”
Sanae guardò l’amica.
Non erano giorni. E non erano settimane.
Erano mesi.
Erano mesi che si era accorta di non riuscire più a fare a meno della sorridente e silenziosa presenza di Misaki.
Erano mesi che aveva capito di essere innamorata di lui.
“Non lo vedi che vi ritrovate sempre nello stesso posto, allo stesso momento?”, continuò Yukari, “Ma è possibile che tu non te ne sia accorta? Credi che siano coincidenze?”
Gli occhi di Sanae si rifugiarono nella tazza di tè.
No, non c’era nessuna coincidenza… Quegli incontri li aveva costruiti lei, uno per uno.
Era stata lei a cercare ogni scusa per passare più tempo con lui, al punto che si era offerta di aprire e chiudere gli spogliatoi, visto che il numero undici era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via.
“È solo questione di tempo…”, aggiunse Yukari, “Poi ti dirà che si è innamorato di te. E tu che cosa farai, allora? Me lo dici?”
Sanae non riuscì a nascondere un sorriso triste.
Yukari non aveva proprio capito nulla…
Lei, invece, si era resa conto subito di essere condannata a non sapere mai se i suoi sentimenti fossero ricambiati, se ci fosse qualcosa di più di un’amicizia.
Se anche Misaki l’avesse amata, la sua lealtà e la sua timidezza gli avrebbero impedito per sempre di manifestarglielo.
Proprio i tratti che più amava di lui rendevano la loro storia impossibile…
“Ti dirò…”, concluse Yukari, “Mi meraviglia moltissimo che non te lo abbia già detto ieri sera… Ci avrei messo la mano sul fuoco che fosse la volta buona…”
Sanae girò lo sguardo fuori dalla vetrina.
Già… Durante quella lunga notte sulla spiaggia, per un momento, anche a lei era sembrato che nulla fosse davvero impossibile. E, all’alba, lo aveva baciato.
Mentre tornavano al falò, evitando di incrociare gli sguardi, aveva pensato che quella era la sua unica e ultima possibilità. Se Misaki davvero provava qualcosa per lei, il fatto di sapersi ricambiato gli avrebbe dato la forza di mettere da parte la timidezza e di subordinare, per una volta, la lealtà all’amore.
“Sanae!”, si spazientì Yukari, “Ma mi stai ascoltando?”
Sanae spalancò gli occhi.
Dall’altra parte della strada era apparso Misaki.
Si alzò di scatto.
“Scusami!”, disse, “Devo andare!”
Yukari le afferrò il braccio.
“No, tu non vai da nessuna parte, o giuro che non ti rivolgerò mai più la parola!”
Sanae fu costretta a sedersi, le gambe irrequiete.
Oltre la vetrina, vide Ishizaki che si avvicinava a Misaki.

∗ ∗ ∗

Capitolo ottavo – Signori, addio, battetemi le mani

 

5 – UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

Capitolo quinto

UNA FAVOLA NARRATA DA UN IDIOTA

 

Sanae ricalcolò mentalmente gli ingredienti che le servivano per preparare la quota di bento che le spettava. Lei e Yukari se li erano equamente divisi, lasciando a Kumi di occuparsi delle bibite. Considerando l’appetito insaziabile dei ragazzi e il fatto che, di sicuro, qualcuno avrebbe proposto lo spuntino di mezzanotte, le toccava preparare almeno una quindicina di cestini individuali. Un lavoro che le avrebbe richiesto quasi l’intera giornata.
Il carrello era quasi pieno e si pentì di non essersi fatta accompagnare dal padre. Si caricò i sacchetti tra le braccia e uscì dal negozio tenendoli in equilibrio precario, intravedendo a fatica la strada davanti a sé.
Pochi passi e andò a sbattere contro la ruota di una bicicletta.
“Mi scusi!”, disse, tentando di non far cadere nulla dai sacchetti.
“Manager!”
Sanae sbucò a fatica dalle buste della spesa.
“Misaki-san! Ti prego! Dammi una mano!”


Seduti al tavolo della caffetteria, Ishizaki, Kisugi e Taki sorbivano in silenzio la loro bibita, mentre Izawa li preparava allo spettacolo a cui avrebbero assistito durante la serata.
“Le ha dedicato la vittoria davanti a tutti… Non l’ho mai visto fare nemmeno a Tsubasa… È proprio cotto, evidentemente.”
Ishizaki si mosse sulla sedia.
“Vedrete questa sera…”, incalzò Izawa, “Il mare sullo sfondo, la luce incerta del falò, le stelle a fare da cornice… Uno scenario perfetto per una dichiarazione, particolarmente adatto a un animo romantico come quello del nostro Misaki… Sono sicuro che troverà una scusa per appartarsi con lei e dirle finalmente quello che prova…”
“Sono stanco delle tue menzogne…”
La voce di Ishizaki aveva interrotto la scena sul più bello.
Izawa lo guardò stupito. Come si faceva a non essere presi dal racconto?
“Misaki ha la ragazza a Parigi e Anego è la fidanzata del suo migliore amico!”, esclamò Ishizaki, alzandosi di scatto e battendo i pugni sul tavolo, “Per lui è un’amica e nient’altro! E chiunque sostenga il contrario dovrà vedersela con me!”
“Ma certo, Ishizaki! Misaki ha la fidanzata a Parigi e per questo ha fatto voto di castità!”, colse la palla al balzo Izawa, “Ma non avete visto ieri?”
Ishizaki fremeva di rabbia, strinse i pugni ancora più forte.
“Che cosa avremmo dovuto vedere ieri?”, si incuriosì Taki.
“È talmente chiaro!”, rise Izawa, “Fidanzata o non fidanzata, Misaki usciva con un’ammiratrice, che gli ha portato dei fiori dopo la partita. Lui ne ha approfittato per mollarla per la manager e lei gli ha distrutto il mazzo di fiori sulla testa!”
La squadra ammutolì. La scena del giorno prima aveva oggettivamente lasciato tutti molto perplessi.
Izawa approfittò del momento di spaesamento del suo uditorio.
“La fidanzata a Parigi, l’ammiratrice e la manager! Davvero un bravo ragazzo il vostro Misaki!”
Ishizaki non poté sopportare oltre. Caricò il destro e lo stampò in faccia a Izawa.
“Ti farò ingoiare tutte le tue calunnie!”, gridò prendendolo per la camicia, nonostante il tavolo che li divideva.
Kisugi e Taki intervennero prontamente.
“Ora basta, Ishizaki! Calmati!”
Izawa si ripulì il sangue del labbro col dorso della mano.
“Mi hai dato un pugno perché sai che è vero…”, ghignò, girando lo sguardo verso la vetrina.
La sorte gli fornì un insperato aiuto.
“Toh!”, indicò, “Eccolo là, il tuo cavaliere senza macchia!”
Gli sguardi di tutti seguirono il gesto di Izawa.
Sul marciapiede opposto, Misaki stava aiutando Sanae con la spesa, con affettuosa premura.
Ishizaki si lasciò ricadere sulla panca, con la testa tra le mani.


“Davvero mangiamo tutta questa roba?”
Misaki spingeva a fatica la bicicletta su cui avevano caricato tutti i sacchetti di Sanae.
“No”, rise la ragazza, “Ne mangiate almeno il doppio.”
Il numero undici sorrise timidamente.
“Ci vorrà quasi l’intera giornata per preparare quello che poi spazzolerete in pochi minuti”, aggiunse Sanae.
Guardò Misaki. Il giorno prima, durante il viaggio di ritorno, non aveva detto nemmeno una parola. Mentre gli altri festeggiavano, lui guardava un punto lontano, fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri. Il volto era pallido e tirato, una ruga sottile gli solcava la fronte, dandogli un’espressione insolitamente dura, che lei non gli conosceva.
Il suo sguardo sembrava provenire da una profondità remota, come segnato dall’eco di un dolore antico.
Sanae lo guardò di nuovo, mentre spingeva la bicicletta con la sua spesa. Pareva aver ripreso la consueta espressione gentile, solo un po’ meno sorridente e un po’ più malinconica del solito.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa. Sanae esitò un istante. Poi chiese:
“È vero che sai cucinare?”


Misaki scosse la padella con un abile movimento del polso, poi, con un colpo secco, fece saltare la frittata, che ricadde perfettamente girata nel tegame.
Sanae non poté trattenersi dall’applaudire il cuoco giocoliere.
“A Parigi abbiamo fatto mesi a frittate e omelettes”, spiegò Misaki imbarazzato, “È solo questione di allenamento…”
Il numero undici in cucina era decisamente abile, pensò Sanae.
Contava di fargli tagliare la verdura e, invece, si era ritrovata lei a fare da assistente, mentre lui preparava le cose più complesse. Alla fine, si era messa a fare il lavoro meccanico di modellare gli onigiri, le polpette di riso avvolte nei fogli d’alga. Ma, anche lì, Misaki era arrivato a darle una mano, visto che aveva finito rapidamente tutto quello che aveva da fare. Depose l’ultimo triangolo di riso nel bento e si lavò le mani, per liberarle dal sale.
Avevano finito con largo anticipo. Mancava più di un’ora all’appuntamento per la serata.
“Credo che ci meritiamo un tè…”, propose Sanae.
Misaki annuì.
Aveva parlato lo stretto indispensabile per tutto il tempo in cui avevano cucinato e Sanae non aveva insistito nel fare conversazione.
“Ora ti mostro io un gioco di prestigio”, sorrise la ragazza.
Da una scatola dorata, estrasse due fiori secchi, distribuendone uno per tazza.
“Tè al crisantemo”, spiegò.
Aggiunse l’acqua bollente e, sotto lo sguardo meravigliato di Misaki, il fiore distese lentamente i suoi petali, riprendendo i colori originari. Pareva sbocciare nella tazza, come tornato alla vita.
Misaki finalmente sorrise.
“Scusami per ieri…”, disse Sanae.
Il ragazzo la guardò attraverso le nuvole di vapore profumato.
“Scusa se ti ho chiamato per nome… L’ho fatto senza pensarci…”, continuò la ragazza, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Stava portando altre bibite nello spogliatoio, quando aveva visto Misaki scaraventare a terra i fiori. Lo aveva chiamato, ma lui non aveva risposto, le spalle scosse dai singhiozzi. Si era avvicinata, ma di nuovo lui non aveva sentito la sua voce, come se fosse diventato improvvisamente sordo. Si era riscosso solo quando lo aveva chiamato per nome, tirandolo per la maglietta. Ma l’espressione con cui l’aveva guardata era così spaventata che si era sentita come se gli avesse strattonato il cuore, non la maglia.
Misaki la guardò sorpreso.
“Veramente… Sono io che ti devo delle scuse…”, disse piano.
Cercò nei petali del fiore la calma e la sicurezza che gli servivano per quel discorso.
“E anche delle spiegazioni…”, continuò, lo sguardo fisso al fiore sbocciato nella sua tazza.
Sanae stava per protestare che non le doveva proprio nulla, tanto meno delle spiegazioni, ma Misaki la anticipò.
“La ragazza di ieri è la figlia di mia madre.”
Sanae ebbe un attimo di smarrimento.
“Come?”
“Mia madre mi ha abbandonato quando ero molto piccolo”, spiegò Misaki, con voce ferma, “Si è risposata e ora ha una nuova famiglia. Quella era sua figlia. Ha detto di chiamarsi Yoshiko.”
Bevve un sorso di tè.
“Suppongo si debba dire che è mia sorella”, aggiunse.
Sanae cominciò a intravedere un senso nella scena del giorno prima.
“Sei anni fa, quando mio padre doveva partire per la Francia”, continuò Misaki, “mia madre chiese di prendersi cura di me.”
Gli occhi erano tornati a seguire il lento fluttuare del fiore nella tazza.
“Io mi rifiutai anche solo di incontrarla e partii per Parigi”, seguitò, “Ieri, sbucata dal nulla, è arrivata quella ragazza, a dirmi che dovrei superare il mio odio e il mio rancore per incontrare mia madre, almeno una volta.”
Aveva parlato con tono calmo e misurato, come per fare una descrizione oggettiva dei fatti.
Si alzò e si avvicinò alla finestra. Guardò verso l’orizzonte, dove l’afa sfumava il confine tra il cielo e il mare.
“Mi dispiace…”, disse piano, “Ho avuto una reazione… infantile… Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere al pessimo spettacolo…”
Sanae lo guardò ammutolita.
Si avvicinò anche lei alla finestra.
“Non lo sapevo… Dev’essere stato terribile… Mi dispiace, Misaki-san…”, mormorò.
Misaki si voltò verso di lei.
“Preferivo Taro-chan…”, sorrise.
La luce estiva tra le tende bianche disegnava le sagome di due figure vicinissime.
Nel silenzio della cucina, Sanae credette di poter sentire distintamente il battito accelerato del proprio cuore.
“Taro-chan…”, mormorò.
Drrrrrrrrrrriiiiiiinnnnnn!
Il campanello della porta riempì la casa.


Gli onigiri erano riusciti con le forme più irregolari possibili.
Tanto non li avrebbero nemmeno guardati e li avrebbero trangugiati interi, pensò Yukari.
Li aveva fatti in fretta e furia, come tutto il resto, per potersi fiondare in anticipo a casa di Sanae.
Non ci aveva dormito l’intera notte.
Li aveva osservati in treno, durante il viaggio di ritorno dal torneo. Silenziosi e assorti, non facevano che cercarsi con lo sguardo.
Era chiaro che qualcosa poteva succedere, stava per succedere, forse era già successo.
E Yukari non aveva dubbi: avrebbe portato solo una montagna di guai.
Tsubasa troppo lontano, Misaki troppo vicino.
Una serata sulla spiaggia, in quelle condizioni, era una situazione esplosiva.
Doveva parlare con l’amica, e subito.
Aveva premuto con impazienza il campanello, facendolo vibrare come un allarme in una caserma di pompieri, e ora aspettava solo che Sanae le aprisse la porta per investirla di domande per cui non avrebbe accettato risposte vaghe.
La porta bianca si aprì lentamente, dopo qualche secondo.
E Yukari ebbe la sua risposta, chiarissima.
Con le guance scarlatte e l’aria di chi è stato colto sul fatto, nella cornice della porta apparvero Sanae e, pochi passi più indietro, Misaki.
Una montagna di guai…, pensò Yukari.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Notte di mezz’estate

 

4 – CIÒ CHE AMOR VUOLE, AMORE OSA

Capitolo quarto

CIÒ CHE AMOR VUOLE, AMORE OSA

 

La Nankatsu rientrò negli spogliatoi stanca, ma soddisfatta. Erano passati per ben due volte in vantaggio. La vittoria non sembrava così lontana.
Ora era importante riposare il più possibile per poter affrontare al meglio i 45 minuti del secondo tempo. Supplementari esclusi, ovviamente.
I ragazzi si buttarono famelici sulle fette di limone preparate dalle manager. Forse i contenitori non erano poi così tanti.
“Dov’è il nostro eroe?”, chiese Izawa sospettoso, non vedendo Misaki.
“È uscito per ultimo dal campo, ora vedrai che arriva”, rispose Ishizaki, addentando la settima fetta, “Lasciategli qualcosa da mangiare…”


Misaki strinse più forte il pugno, appoggiandosi alla parete.
L’entrata di Hyuga era stata durissima e ora sentiva la caviglia gonfiarsi di secondo in secondo. Sawada gli era sfuggito proprio perché il piede non aveva risposto come avrebbe dovuto.
Zoppicava verso gli spogliatoi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere fiato.
Il secondo tempo sarebbe stato lunghissimo, pensò, altro che fare un altro gol…
“Misaki-san!”
Il numero undici si voltò sorpreso.
La team manager aveva in mano la cassetta del pronto soccorso.


Misaki chiuse dietro di sé la porta dell’infermeria.
“Che cosa ci fai qui?”, chiese stupito, “È proibito alle manager scendere negli spogliatoi durante la partita…”
“Non puoi certo giocare il secondo tempo con la caviglia conciata a quel modo”, rispose la ragazza.
Misaki la guardò sorpreso. Aveva fatto di tutto per evitare di zoppicare. E lei, dagli spalti, se n’era accorta lo stesso.
“Vediamo com’è il danno”, disse Sanae, “Una medicazione dovrebbe aiutarti.”
Il numero undici arrossì al solo pensiero.
“No… no… È una cosa da nulla…”, protestò.
“Non riuscivi nemmeno a camminare nel corridoio…”, insistette Sanae.
Aveva ragione. Non sarebbe mai riuscito a rientrare in campo in quello stato.
Rassegnato, si sedette sul lettino in modo che Sanae potesse esaminargli la caviglia.
La ragazza con la punta delle dita, gli sfiorò il collo del piede.
Misaki serrò gli occhi, dato che non poteva nascondersi.
Si accorse che le mani di Sanae restavano immobili. Gli sembrò quasi di percepire un tremito.
Aprì gli occhi stupito.
Sanae si voltò di scatto e, con le guance in fiamme, si mise a frugare nella cassetta del pronto soccorso alla ricerca delle bende.
Evidentemente, la manager era più imbarazzata di lui.
“Sanae-chan…”, mormorò.
Sanae si fermò all’improvviso.
“Scusami…”, disse la ragazza, senza guardarlo, “Solo che…”
Solo che era corsa negli spogliatoi senza nemmeno pensarci. Aveva notato che Misaki zoppicava e si era precipitata da lui, a dispetto del regolamento, delle apparenze, della prudenza.
E ora, soli nell’infermeria silenziosa, le mani le tremavano…
“Sanae-chan…”
Sanae alzò lo sguardo.
“Ci penso io…”, disse Misaki con un sorriso gentile, “Lo sai che so fare le fasciature…”
La team manager riprese il controllo di sé.
“No… no…”, sorrise, “Va tutto bene…”
Recuperò le bende nella cassetta e cominciò la medicazione.
Misaki sentiva le mani esitanti di Sanae muoversi delicatamente intorno alla sua caviglia.
La stanza bianca e fresca e i rumori ovattati provenienti dallo stadio davano la sensazione di trovarsi in un fiocco di neve che volteggiava lento nel cielo invernale.
I minuti sembravano scorrere lentissimi, in un fiume al margine del tempo.
Per un istante, Misaki sperò che si fermassero.
Invece, Sanae terminò la medicazione.
“Ho finito”, disse, “Prova a camminare.”
Misaki si alzò obbediente.
Nessun dolore.
Spostò prudentemente il peso del corpo.
Nulla.
La fasciatura era davvero comoda ed efficace.
“Grazie…”, disse.
Sanae fece un sorriso imbarazzato e mise la mano sulla maniglia della porta.
Dal corridoio, arrivò improvviso il vociare dei giocatori.
“Ferma!”, esclamò Misaki, bloccando la porta con un gesto deciso.
Sanae lo guardò stupita.
“Se ti vede Izawa…”, spiegò arrossendo il numero undici.
La team manager intuì.
“Ti ha preso di mira per via dei tre gol?”, chiese.
Misaki sorrise.
“Avrebbe trovato un altro motivo. Non è la prima volta.”
“Izawa è la malignità fatta persona…”, osservò Sanae.
“Basta non ascoltarlo…”, rispose Misaki.
“Non è così semplice “, replicò la ragazza, “Ha la capacità di leggerti dentro e di dire la cosa che può farti più male…”
Le voci in corridoio si spensero in lontananza.
“Il problema è che, a furia di calunnie, finisce con il dire la verità…”, aggiunse a mezza voce Sanae.
“Sanae-chan…”
Misaki aspettò che lei lo guardasse negli occhi.
“Izawa mente anche quando dice la verità. Non credergli mai.“


“Ma dove diavolo sei stato? Ti avevamo dato per disperso!”, esclamò Ishizaki.
Misaki farfugliò una scusa arrossendo, sotto lo sguardo interrogativo dei compagni che stavano riprendendo le loro posizioni in campo.
Izawa ridacchiò, soddisfatto dell’imbarazzo del numero undici. Ormai era costantemente sotto processo.
“Per un momento ho sperato che non rientrasse in campo…”
La voce di Hyuga fece voltare il numero otto.
“Non so che diavolo gli abbiate fatto…”, continuò il capitano della Toho all’indirizzo di Izawa, “Ma sembra di giocare contro Tsubasa, maledizione!”
Izawa sentì il sangue andargli alla testa.
Hyuga che metteva Misaki sullo stesso piano di Tsubasa… La misura era veramente colma!
Guardò con odio il numero undici.
Gli mancava ancora un gol per mantenere la promessa fatta alla manager.
Ora vedremo, artista del centrocampo, pensò.


Da cinque minuti buoni, Yukari non faceva che spostare lo sguardo dal sedile vuoto di Sanae al centrocampo, in cui Misaki insisteva a non apparire.
Quella faccenda dei tre gol non le piaceva per niente.
A che gioco stava giocando Sanae?
Nella notte, mentre le cicale e il caldo non la lasciavano dormire, aveva sentito uno scricchiolio dalla stanza dei ragazzi. Poco dopo, due voci appena percettibili avevano cominciato a sussurrare nella notte.
Aveva visto che Sanae non era nel suo futon e si era chiesta chi fosse l’interlocutore.
Ora le appariva chiarissimo che non poteva trattarsi che di Taro Misaki.
Che diavolo significava quella scena da Romeo e Giulietta?
Finalmente, Sanae spuntò dalla scala delle tribune.
Yukari non le diede nemmeno il tempo di sedersi.
“Dove diavolo sei stata?”
Sanae non rispose, gli occhi che frugavano tra le maglie bianche.
Yukari seguì il suo sguardo e vide il numero undici fare la sua comparsa in campo. Appena raggiunto il suo posto, Misaki sorrise a Sanae sugli spalti.
Yukari si voltò verso l’amica.
Bisognava parlare a quattr’occhi. E subito.


La Nankatsu aveva ripreso il controllo della partita, con Misaki che riusciva a spaziare dall’attacco alla difesa, come se non accusasse la fatica, e, in aggiunta, Izawa che aveva deciso di far ammattire i terzini della Toho.
All’ennesimo duello perso, Hyuga si lasciò sfuggire un gesto di stizza.
“Dannazione! Ora basta!”, gridò all’indirizzo di Sawada, “Chiudiamo questa maledetta partita!”
Due rapidi scambi e la coppia d’oro della Toho scese velocissima, seminando il centrocampo della Nankatsu. Hyuga allargò sulla destra per l’agile e minuto centrocampista, che restituì prontamente il pallone al capitano, smarcatosi in posizione di tiro.
“Vai, Hyuga!”
Il capitano della Toho caricò il più micidiale dei suoi tiri. Ma un lampo bianco lo abbagliò all’ultimo, costringendolo a chiudere gli occhi. Li riaprì immediatamente, sorpreso.
Il fulmine bianco, con il numero undici sulle spalle, gli aveva fatto sparire il pallone dai piedi e ora stava scendendo velocissimo verso la porta di Wakashimazu.
I difensori della Toho tentarono freneticamente di opporsi alla discesa di Misaki, ma invano. Il suo velocissimo dribbling ne lasciò almeno tre col sedere per terra.
Il numero undici vide Izawa libero al limite dell’area ed effettuò un cross millimetrico.
Il numero otto si ritrovò addosso tre difensori.
“Passa!”, gridò Misaki, smarcato al centro dell’area.
Izawa non lo degnò nemmeno di uno sguardo.
I tre difensori lo chiudevano da ogni lato, impedendogli il tiro.
“Passa!!”, gridò di nuovo Misaki.
Ma Izawa non aveva nessuna intenzione di passare, anche a costo di perdere il pallone. Era stufo di ruoli da comparsa. Il gol della vittoria lo avrebbe fatto lui, non l’odiato numero undici.
Hyuga decise che ne aveva abbastanza di quell’idiota.
“Stendetelo”, gridò ai difensori, “O lo faccio io!”
Il numero otto sfruttò il suo perfetto controllo di palla per resistere al primo difensore, al secondo, al terzo…
Ma un quarto marcatore entrò con precisione millimetrica sul pallone, soffiandoglielo da sotto il naso.
Izawa si stupì che Hyuga fosse intervenuto con tanta classe, lasciandogli intatte le gambe. Alzò gli occhi e vide invece Misaki che, sotto gli sguardi attoniti dell’intera Toho, metteva la palla all’angolino.
“Treeeeee!!!!!!”, sentì gridare dagli spalti.


Izawa, paralizzato al limite dell’area, seguì con lo sguardo la corsa dei suoi compagni, che andavano ad abbracciare il numero undici.
Il fischio finale gli tolse ogni speranza di protagonismo.
Avevano vinto. Ma lui aveva perso. Con in più la beffa di vedersi soffiato il pallone proprio dall’odiato compagno di squadra.
Tutti festeggiavano, quando lui aveva solo voglia di piangere. Per un istante, pensò di imbucarsi nello spogliatoio della Toho, dove avrebbe trovato uno scenario più consono al suo umore.
Poi accadde qualcosa, qualcosa che riaccese in Izawa la speranza della vendetta.
Misaki, liberatosi dall’abbraccio dei compagni, si voltò verso gli spalti.
E, a dispetto di tutta la sua proverbiale timidezza e riservatezza, fece un chiaro gesto di dedica all’indirizzo di Sanae.
Izawa lo guardò stupito.
Il numero undici fissava la manager, elemosinandone il sorriso.
Izawa sogghignò all’idea che la sua calunnia stesse mettendo solide radici nella realtà.
Evidentemente, Taro Misaki era davvero cotto di Anego. E cotto al punto da farle una dedica davanti agli occhi dell’intero stadio.
La situazione giusta, un piccolo aiuto, e si sarebbe davvero dichiarato alla fidanzata di Tsubasa, polverizzando in un istante la propria fama di amico fedele ed affidabile per eccellenza.
In aggiunta, si sarebbe ritrovato col cuore spezzato dall’inevitabile rifiuto della vergine di ferro Sanae Nakazawa.
Davvero una magnifica storia…
Uno scenario giusto…, pensò, Uno scenario giusto è proprio quello che ci vuole.


“Cinque anni!”, gridò Kisugi, “Abbiamo vinto come cinque anni fa!”
“E quindi ora ne vinceremo tre di fila!”, replicò Ishizaki.
Qualcuno bussò alla porta dello spogliatoio, interrompendo il vociare dei festeggiamenti.
“Avanti!”, esclamò magnanimo il capitano.
La prima manager si affacciò all’ingresso.
“Misaki-san, c’è una ragazza che vuole parlarti…”
Izawa alzò le sopracciglia, con aria interessata. Forse la giornata poteva ancora riservare qualche soddisfazione.
“Manager, non mi dirai che stai portando il messaggio di un’ammiratrice di Misaki…”
Il numero undici arrossì violentemente.
Sanae ignorò il commento e accompagnò Misaki fuori dallo spogliatoio.
“Non sembra un’ammiratrice…”, gli disse, “Sembra più… una parente!”
“Una… parente?”, chiese esitante Misaki.


La ragazzina indossava un grazioso abito estivo, a colori vivaci. Tra le braccia aveva un grande mazzo di fiori, accuratamente confezionato con un fiocco bianco.
Misaki la vide in fondo al corridoio dello spogliatoio e sentì le gambe tremargli.
“Buonasera, Misaki-san…”, disse timidamente la ragazzina, appena il numero undici si fu avvicinato.
Misaki mormorò un saluto in risposta.
“Io… mi chiamo Yoshiko…”, continuò lei, “…Sono la figlia di Yumiko Yamaoka…”
“Sì…”, rispose Misaki, “L’ho capito subito…”
La ragazzina fece un passo avanti e gli porse il mazzo di fiori.
“Complimenti per la vittoria…”, sorrise timida.
“Grazie…”, replicò il numero undici a voce appena percettibile.
La ragazzina si rigirò tra le dita un angolo del vestito, con imbarazzo infantile.
Misaki seguiva con lo sguardo i disegni del linoleum sul pavimento.
“Io e la mamma abbiamo tifato per te per tutto il torneo…”, cominciò, “Ora viviamo a Sendai, sai…”
Il numero undici ebbe l’impressione che il soffitto scendesse lentamente a schiacciarlo. L’aria gli pareva ad ogni istante più povera d’ossigeno.
“Io… Io non avevo idea di avere un fratello maggiore…”, continuò la ragazzina imbarazzata, “La mamma me l’ha detto solo il mese scorso…”
Misaki sentì un’insopportabile pressione alla gola. Gli sembrò di essere sul punto di soffocare.
La ragazzina sembrava cercare nell’angolo del vestito il coraggio per fare la sua richiesta.
Finalmente alzò lo sguardo e Misaki si sentì inchiodato da due occhi decisi e imploranti.
“Lo so che la odi ancora per averti abbandonato!”, esplose lei, “Ma ti supplico! Vieni a incontrare la mamma almeno una volta!”
Due grosse lacrime le rigarono le guance, per cadere sul vestito, lasciando due linee scure.
Si voltò all’improvviso, corse via e, in pochi istanti, scomparve nell’oscurità del corridoio.
Misaki, invece, si accorse di essere assolutamente incapace di muoversi.
Le mani reggevano il mazzo di fiori senza stringerlo, irrigidite in una posa innaturale. I piedi sembravano inchiodati al pavimento.
Per un lunghissimo istante, Taro Misaki credette di essere condannato a rimanere lì per l’eternità.
Improvvisamente, sentì rotolare lungo le guance due grosse lacrime. Il bruciore sulla pelle lo riscosse.
Con uno scatto improvviso sollevò il mazzo di fiori con entrambe le mani e lo scaraventò a terra con tutta la forza di cui era capace. I petali colorati esplosero in tutte le direzioni, riempiendo il corridoio.
Sentì un singhiozzo scuotergli il petto. Serrò gli occhi, nel disperato tentativo di soffocarlo. Le orecchie gli ronzavano e le lacrime presero a scorrere irrefrenabili.
“Taro-chan…”
Qualcuno gli stava delicatamente tirando la maglia.
Misaki spalancò gli occhi.
Tra i petali che ancora svolazzavano nel corridoio, apparve Sanae.
“Non mi sentivi…”, si scusò imbarazzata la ragazza, porgendogli un fazzoletto.
“Credo sia il tuo”, sorrise, “Avevo dimenticato di restituirtelo.”
Incapace di proferire parola, Misaki prese il fazzoletto e si asciugò, con gesto infantile, le guance e il naso.
Sanae si accorse che stava tremando.
“Vieni”, disse, “Ti preparo una tazza di tè…”
“No…”, mormorò il numero undici, “Grazie…”
La voce e le gambe erano ancora malferme.
“Oh, ecco dov’eri!”
La voce di Ishizaki annunciò l’arrivo del resto della squadra.
“Pensavamo di fare qualcosa di fuori dal comune per festeggiare la vittoria. Izawa ha proposto di andare tutti a fare un pic nic sulla spiaggia e restare svegli fino all’alba, per vedere il sole sorgere sull’oceano. A me, che sono il capitano, l’idea è piaciuta da pazzi. Quindi è deciso: domani sera tutti alla spiaggia! Manager, sei invitata solo se prometti di non farci allenare!”
Izawa squadrò da capo a piedi Misaki. Aveva l’aria sconvolta e le gambe gli tremavano. Sanae non gli toglieva gli occhi di dosso, con espressione evidentemente turbata. I fiori distrutti aggiungevano un ulteriore tocco drammatico.
La sua fantasia si mise febbrilmente al lavoro.

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Una favola narrata da un idiota

 

3 – DIREI BUONANOTTE FINO AL MATTINO

Capitolo terzo

DIREI BUONANOTTE FINO AL MATTINO

 

“Mi dispiace, Izawa, ma la tua storia proprio non regge…”
Kisugi scuoteva la testa davanti al suo bicchiere di limonata.
“Lo abbiamo tenuto d’occhio notte e giorno e non ha fatto proprio nulla di sospetto…”, confermò Taki.
Izawa era decisamente stizzito. Gli pareva che il torneo, tra partite, allenamenti e momenti liberi gli avrebbe fornito molto materiale su cui ricamare per convincere i compagni che il numero undici, con le sue mire su Sanae, era il più vile dei traditori.
Ma ormai erano alla vigilia della finale e le cose non erano andate come aveva sperato.
Misaki era concentratissimo, come e più del solito. Esistevano solo allenamenti e partite. E sostenere che la motivazione non fosse la vittoria finale, ma la promessa fatta a Sanae, era decisamente poco credibile.
La loro stanza confinava con quella delle ragazze, ma Misaki non usciva nemmeno sul balcone. Non era venuto in aiuto di Izawa nemmeno un infortunio, che avrebbe costretto il numero undici a ricorrere alle cure della manager, fornendo ampio spazio alla fantasia del calunnioso narratore.
Gli rimanevano solo i tre gol promessi da Misaki a Sanae per la finale, ma, senza l’adeguato contorno, si rivelavano un piatto piuttosto misero e senza sugo.
“Sarà meglio andare a dormire”, disse Ishizaki alzandosi, “Domani giochiamo contro la Toho.”


Misaki si rigirò per l’ennesima volta nel futon. Il sonno non voleva proprio arrivare. Non che la cosa lo stupisse. La tensione lo rendeva insonne prima di ogni esame, figuriamoci prima di quella finale.
Tre gol per la manager…
Sembrava che lei non si rendesse conto dei suoi limiti, che lui, invece, vedeva benissimo.
Non era Tsubasa. E pareva quasi che Sanae gli chiedesse di esserlo.
Provò a rifugiarsi sotto il lenzuolo. Dalla porta finestra, socchiusa per lasciar entrare la frescura della notte, filtrava il canto delle cicale.
Misaki decise di mettere fine alla tortura e si alzò. Con passo guardingo, cercando di non svegliare e di non calpestare i compagni, uscì sul balcone.
Nella notte senza luna, le stelle brillavano particolarmente vicine.
Misaki cercò di concentrarsi sugli appunti presi sul centrocampo della Toho e sul modo di neutralizzarlo. Di sicuro, la squadra di Hyuga avrebbe avuto molta più fatica nelle gambe, dopo la micidiale semifinale con la Furano.
“Misaki-san…”
Le cicale si tacquero di colpo.
Misaki si voltò sorpreso nella direzione da cui era venuta la voce.
Dal tratto di balaustra che divideva il balcone da quello della stanza accanto, spuntò la mano di Sanae.
“Sono qui… Che ci fai sveglio?”
Misaki si avvicinò e ne intravide la sagoma, seduta a terra e avvolta in una coperta.
“E tu? Che ci fai sveglia?”, chiese il numero undici.
Sanae si strinse nelle spalle.
“Le cicale non mi lasciavano dormire…”
Misaki si sedette sul pavimento di legno del balcone. Dagli spazi della balaustra poteva intravedere la team manager che si stringeva nella coperta e guardava le stelle.
“Nervoso per la finale?”, chiese la ragazza.
Misaki annuì.
“Ascoltami bene, Misaki-san…”
Il numero undici alzò lo sguardo e incrociò quello della ragazza. Non gli sembrava che gli occhi di lei avessero mai avuto un colore così intenso. Pensò che fosse dovuto alle strane luci della notte.
“Domani vinceremo. Vedrai che costringeremo la fortuna a girare per noi.”
Il tono della voce dava l’idea che, se si fosse rifiutata di collaborare, la fortuna sarebbe stata fatta girare a suon di pedate.
Misaki scosse la testa.
“Io non sono Tsubasa…”
“Nessuno ti sta chiedendo di esserlo”, replicò decisa Sanae, “Taro Misaki va benissimo.”
Il numero undici si zittì imbarazzato.
Sanae alzò di nuovo lo sguardo alla volta stellata.
“I ragazzi dicono che hai una fidanzata a Parigi…”, disse all’improvviso.
Misaki arrossì fino alla radice dei capelli.
“No… no… nessuna fidanzata…”, replicò imbarazzato, “I ragazzi si sbagliano… Azumi è solo un’amica…”
Tacque.
Le cicale sembravano scomparse. Forse la temperatura si era abbassata di un grado, raggiungendo la soglia necessaria a farle zittire.
“Non senti la sua mancanza?”, chiese esitante Sanae.
In lontananza riecheggiò il rumore di un treno, perduto nelle profondità della notte.
“No…”, ammise Misaki, con voce appena percettibile, “Era un’amicizia tra ragazzini… Le cose sono molto diverse a quell’età… Tre anni fanno molta differenza…”
Dall’altra parte della balaustra, Sanae sospirò.
“Già… Tre anni fanno una grande differenza… Soprattutto se sono tre anni di lontananza…”, confermò la ragazza.
Misaki si accorse improvvisamente di essere intrappolato in un campo minato. Memore delle lacrime nello spogliatoio, si affrettò a cercare una via d’uscita.
“Sanae-chan, io sono sicuro che Tsubasa…”
Si zittì di colpo.
La balaustra sembrò sparire per un istante, permettendogli di vedere per intero la figura di Sanae, raggomitolata nella coperta. Sul suo volto era dipinta la sorpresa di sentirsi all’improvviso chiamare affettuosamente per nome.
Per un istante, restarono come sospesi nel silenzio della notte.
Misaki cercò subito di scusarsi.
“Mi dispiace, Nakazawa-san… Io non volevo…”
“Preferivo Sanae-chan…”, lo interruppe la ragazza.
Negli spazi della balaustra, prudentemente tornata al suo posto, Misaki intravide un sorriso.
Le cicale ripresero a frinire disperate. La temperatura doveva essersi rialzata.
“Ricordati dei miei tre gol, domani”, cambiò discorso Sanae.
Misaki stava ancora riprendendosi dalla propria audacia.
“Tre gol alla Taro Misaki, per favore”, aggiunse la team manager.
Misaki fece un ultimo tentativo.
“Hai detto che non eri così sadica da estorcere promesse a chi non le può mantenere…”
“Esattamente”, replicò la ragazza, “E io non ti ho estorto nulla. La sera di Tanabata, quando mi hai accompagnata a casa, hai confermato che avrei avuto i miei gol.”
Misaki sospirò.
Già, la sera di Tanabata…
Quella sera, davanti alla fragilità e alla solitudine di Sanae, una forza improvvisa e inaspettata lo aveva portato a superare di slancio la propria timidezza e a farle una promessa che non era in grado di mantenere.
Ma ora, davanti alla grinta di Hyuga, che lo aveva già sconfitto due volte, era lui a sentirsi bisognoso di protezione…
“Io sono sicura che farai tre gol, Misaki-san… E che batteremo la Toho”, ribadì decisa la voce di Sanae.
Rimasero in silenzio, in ascolto del canto delle cicale. Le stelle completarono pigramente il loro giro notturno.
I primi raggi del sole disturbarono il sonno di Misaki. Aprì gli occhi e si ritrovò raggomitolato accanto alla balaustra divisoria del balcone. Cercava di ricostruire come diavolo fosse finito a dormire in quella posizione, quando si accorse che la coperta lasciata da Sanae lo stava proteggendo dalla brezza del mattino.
Allo scorrere della porta finestra, Izawa e Taki chiusero di scatto gli occhi, fingendo di dormire.


Nelle loro divise immacolate, i giocatori della Nankatsu F.C. ascoltavano attenti la team manager, meno di mezz’ora prima dell’inizio della finale.
“Lì trovate acqua e bibite saline. In questi contenitori c’è il limone col miele, per l’intervallo. Siamo state abbondanti, nel caso ci siano anche i supplementari.”
Sul tavolo c’erano tanti contenitori da sfamare un intero reggimento per un paio di mesi d’assedio.
“In bocca al lupo”, concluse la team manager, “Tiferemo per voi sugli spalti.”
Le ragazze si avviarono alla porta. Sanae si fermò davanti a Misaki.
“Come va la schiena?”, chiese sorridendo.
Misaki ricambiò il sorriso con un po’ di imbarazzo.
“Grazie per la coperta…”, mormorò.
Finalmente le manager uscirono, lasciando lo spogliatoio agli ultimi rituali del prepartita.
“Allora, Misaki, sei pronto a segnare tre gol per lei?”, chiese Izawa, mettendo il braccio intorno alle spalle del numero undici.
Misaki arrossì, farfugliando qualcosa. Si liberò dalla stretta e infilò la porta.
Ishizaki intervenne con tono da capitano.
“Ora falla finita, Izawa! Devi metterlo a disagio anche prima della partita? Ti abbiamo già detto che non crediamo alle tue storie!”
“Storie?”, replicò Izawa, con un sorrisetto, “Chiedi a Taki, se sono storie…”
E uscì dallo spogliatoio, con perfetto tempo teatrale.
Taki si ritrovò gli occhi dell’intera squadra puntati addosso e, visibilmente imbarazzato, cominciò a raccontare:
“Era notte fonda, quando una gomitata di Izawa mi ha svegliato…”


“Hai visto l’effetto delle conversazioni notturne?”, ammiccò Izawa all’indirizzo di Taki, in un attimo di pausa della combattutissima partita.
Per la terza volta, il numero undici aveva fermato d’autorità una discesa di Hyuga, piantandosi davanti a lui e sfidandolo in un uno contro uno da cui era uscito vittorioso.
“Corre anche più veloce del solito…”, ammise Taki.
Misaki rientrò nella sua posizione, facendo cessare la conversazione.
Sugli spalti, Sanae non riusciva a levare gli occhi dal centrocampo, in cui Misaki si stava battendo come un leone, impedendo alla Toho di superare la linea di metà campo. Sembrava più leggero, come se si fosse liberato di pesi che gli gravavano sulle spalle, e, nello stesso tempo, più solido e sicuro di sé. Si sorprese a pensare che, il giorno in cui si fosse liberato delle sue insicurezze e delle sue paure, Taro Misaki sarebbe stato l’unico giocatore in grado di sconfiggere Tsubasa.
“Vai!!!!!!!!”
La team manager scattò in piedi, per accompagnare a pieni polmoni la discesa del numero undici sulla fascia.
Misaki arrivò al limite dell’area, alzò gli occhi per un istante e vide Wakashimazu in una posizione leggermente avanzata. Fulmineo, colpì il pallone con un tocco felpato.
La palla si impennò al centro dell’area. Wakashimazu ne intuì la traiettoria e annaspò disperato, inarcando la schiena.
Il millimetrico pallonetto si insaccò impietoso alle sue spalle.
“Gooooooool!!!!!”, urlarono sugli spalti.
La Nankatsu F.C. corse ad abbracciare il suo numero undici, che li portava in vantaggio con una magia degna di un fuoriclasse.
Izawa diede una gomitata a Taki.
“Chissà che cosa chiederà in premio Misaki, se mantiene la sua promessa…”, ghignò.


Decisamente Hyuga non ci stava a perdere. Con un’azione imperiosa, travolse parte del centrocampo e l’intera difesa della Nankatsu, quasi fossero birilli. Arrivò al limite dell’area e colpì la palla con tutta la forza che aveva in corpo.
Il povero Morisaki poté solo raccogliere il pallone sul fondo della rete.
La Nankatsu, per nulla intimorita, riprese a tessere l’elegante ragnatela del suo gioco. Izawa lanciò Taki sulla fascia sinistra. Velocissima, l’ala della Nankatsu arrivò sul fondo e vide Misaki libero al limite dell’area. Con un cross rasoterra all’indietro, sorprese l’intera difesa della Toho, che si spalancò davanti al numero undici.
Mentre stava per caricare il tiro, Misaki si sentì sbalzare in aria da un intervento da dietro.
Il fischio dell’arbitro ordinò perentorio la punizione dal limite, estraendo, contemporaneamente, il cartellino giallo per Hyuga.
Misaki sistemò accuratamente il pallone. Poi cercò nella memoria le coordinate esatte della rincorsa, provata tante volte in allenamento. Le sue gambe le ritrovarono con precisione millimetrica. Prese un ampio respiro e chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sul tiro.
Ma la memoria, insieme alla lunghezza della rincorsa, riportò alla mente di Misaki la prima volta in cui gli era riuscita la punizione a effetto, sotto lo sguardo di Sanae.
Riaprì gli occhi di scatto, prima di perdere la concentrazione, e tirò.
“Due!!!!!!!”, gridò la voce della team manager sugli spalti.


Il centrocampo della Toho ebbe uno scatto d’orgoglio e sfondò, del tutto inaspettatamente, sulla fascia sinistra. Misaki fece un movimento strano e Sawada riuscì a superarlo con un guizzo. Crossò al centro per Hyuga, davanti al quale la difesa della Nankatsu si chiuse come una saracinesca, pronta ad immolarsi.
Il capitano della Toho, però, lasciò rimbalzare il pallone, mettendo fuori tempo i difensori.
Il suo potentissimo destro si infilò alle spalle di Morisaki senza incontrare nessun ostacolo sulla sua strada.


“Questo pareggio non conta nulla, sono sicura che vinceremo!”, disse sicura Kumi sugli spalti, “Misaki-san sta facendo davvero una partita strepitosa! È stata davvero un’ottima idea chiedergli quei tre gol, Nakazawa-senpai!”
Sanae, lo sguardo fisso sul centrocampo, sembrò non aver sentito.
“Che cos’è questa storia dei tre gol?”, intervenne Yukari.
“I ragazzi dicono che Nakazawa-senpai ha chiesto a Misaki-san tre gol”, spiegò Kumi, “Uno per ogni anno in cui lui ha giocato per la squadra con lei come manager. Misaki-san ha preso la cosa con grande serietà, come sempre, e ha moltiplicato gli allenamenti.”
“Se vinceremo questa finale, sarà tutto merito tuo, Nakazawa-senpai!”, aggiunse la ragazza, ridendo.
Yukari si voltò verso Sanae in cerca di spiegazioni.
L’arbitro fischiò la fine del primo tempo e la team manager scattò velocissima verso le scale.
“Dove vai?”, le gridò Yukari.
“Torno subito!”, rispose Sanae, correndo via.

∗ ∗ ∗

Capitolo quarto – Ciò che amor vuole, amore osa

 

2 – MALIGNE STELLE RIBELLI

Capitolo secondo

MALIGNE STELLE RIBELLI

 

Sanae Nakazawa staccò la spina del ferro da stiro e si asciugò il sudore.
In quel luglio tanto afoso, stirare era un’impresa impossibile anche alle cinque del mattino. Piegò con cura la maglia numero undici e la mise, insieme alle altre, nel borsone azzurro della Nankatsu F.C.
Gettò un’occhiata storta allo yukata che la madre le aveva preparato per la sera.
Da una settimana, l’intera città si preparava alla festa di Tanabata. I rami di bambù erano pronti ad accogliere i foglietti colorati con i desideri che il vento avrebbe portato fino alle stelle. I lampioncini di carta coloravano le strade, in attesa dei fuochi d’artificio della sera.
Sanae fece una smorfia e cominciò a pensare a quale scusa inventarsi per non andare alla festa.
Si caricò il borsone a tracolla e uscì.
I ragazzi sarebbero arrivati molto presto, per sfruttare le ore più fresche della giornata, in vista del torneo, che era ormai imminente.
Sul lungo viale, la brezza faceva oscillare le decorazioni di carta colorata.
Le luci dell’alba coloravano il cielo estivo.
A pochi passi dal cortile della scuola, nel silenzio del mattino, Sanae riconobbe l’inconfondibile impatto di un piede su un pallone.
La scrupolosa team manager raggiunse prima di tutto lo spogliatoio, lasciando sul tavolo centrale le divise immacolate. Controllò le riserve d’acqua e la rete dei palloni. Poi, finalmente, si avvicinò al campo di calcio.
Taro Misaki, la maglietta madida di sudore, provava l’ennesimo tiro a effetto da fuori area. L’aria sconfortata suggeriva che, fino a quel momento, i tentativi non erano stati coronati da grandi successi.
Sanae si sedette sull’erba, attenta a non fare rumore. Il numero undici pareva non averla vista e lei si guardò bene dal disturbarne la concentrazione.
Misaki fece qualche passo indietro, misurando la rincorsa con precisione millimetrica. Prese un ampio respiro, senza mai levare gli occhi dal pallone. Poi partì di scatto. L’interno del piede destro colpì, con un tocco al tempo stesso deciso e morbido, la sfera di cuoio. Il pallone portò con sé gli occhi del numero undici e quelli della team manager, entrambi col fiato sospeso, descrisse un’elegante parabola nel cielo estivo e si insaccò con un fruscio della rete all’incrocio dei pali.
“Sìììììì!!!”, gridarono contemporaneamente due voci.
Misaki si voltò sorpreso verso il bordo del campo.
“Ma…manager! Da… da quanto sei lì?”, arrossì il centrocampista.
“Complimenti Misaki-san!”, sorrise lei di rimando, avvicinandosi, “Vorrà dire che uno dei miei tre gol sarà su punizione…”
Misaki farfugliò in cerca di una via di fuga.
“Io… io… non…”
Sanae entrò decisa, nel suo tipico stile da terzino spietato.
“Non accetto scuse, Misaki-san. Hai promesso tre gol e tre gol farai.”
“Io non ho promesso!”, si schermì Misaki. Poi aggiunse, chinando la testa: “Non faccio promesse che so di non poter mantenere…”
La team manager parve non aver sentito. Gli lanciò un asciugamano.
“Forza, abbiamo ancora mezz’ora buona prima che arrivino quei pigroni dei tuoi compagni. Tu continua a tirare, che io recupero i palloni.”


“Ti rendi conto che non ci ho dormito stanotte?”
Le occhiaie di Taki confermavano la notte insonne.
“Sei un idiota! Mi chiedo come hai fatto a credere alle sciocchezze di questo serpente!”, lo apostrofò Ishizaki, indicando Izawa.
“Se lo dici tu, che sono sciocchezze…”, replicò il diretto interessato.
“Dire che Misaki abbia delle mire su Anego è più che una sciocchezza, è un’assurdità! È la fidanzata del suo migliore amico!”, si scaldò Ishizaki.
“Che, quando è partito, gli ha chiesto di prendere il suo posto… Misaki è sempre così scrupoloso…”, sogghignò Izawa.
“Io credo che tu abbia troppa fantasia, Izawa”, scosse la testa Kisugi.
“Io credo che siate ciechi come talpe”, replicò il numero otto.
“Sono amici!”, esclamò deciso Ishizaki, “E non c’è altro!”
“L’amicizia tra maschi e femmine è possibile solo se non appartengono alla stessa specie”, sentenziò ironico Izawa, “Un uomo con la sua gatta o una donna col suo criceto… Lì ti concedo che possa esserci amicizia tra i due sessi.”
Erano arrivati in vista del campo. Misaki tirava punizioni sotto lo sguardo attento di Sanae a bordo campo.
Izawa pensò che la fortuna gli forniva un ottimo spunto per il suo racconto.
“Guardatelo ora”, disse, mettendo le braccia intorno alle spalle di Ishizaki e Taki, “Prende la rincorsa… Colpisce il pallone… La palla nell’angolino… E sorride alla manager!”


I ramoscelli di bambù sembravano spuntare a ogni angolo della città, fuori dai negozi, all’uscita dei locali, perfino nelle buste della spesa.
Un grosso ciuffo, all’ingresso della scuola, accoglieva tra i suoi rami i tanzaku, i foglietti colorati a cui gli studenti avevano affidato i loro desideri perché il vento li portasse fino alle stelle, nella settima notte del settimo mese.
“No, non posso”, rispose Misaki, “Resto qui.”
Ishizaki si stava scolando la quarta bottiglietta d’acqua di fila. La risposta del numero undici gliene fece sputare metà per evitare di finire strangolato
“Come sarebbe che non vieni?”, chiese appena ebbe smesso di tossire.
“No…”, ripeté Misaki, “Mi alleno ancora un po’…”
“Ma vorrai scherzare?”, intervenne Kisugi, “È la sera di Tanabata, e tu, invece che uscire con noi, ti fermi ad allenarti?”
“È il momento giusto per esprimere i desideri più irrealizzabili e tu te lo perdi?”, ghignò Izawa.
“Non posso…”, ribadì Misaki, senza alzare lo sguardo, “Ho… ho fatto una promessa…”
Gli occhi dei compagni si ingrandirono a dismisura. L’istinto maligno di Izawa si risvegliò:
“E che cosa avresti promesso?”
“… Ho promesso tre gol in finale…”
“A chi?”
“…”
“A chi?”, insistette impietoso il centrocampista.
“A me.”
L’intera Nankatsu si voltò di scatto. La prima manager, le mani sui fianchi, li guardava con aria di sfida.
“Un gol per ogni anno in cui ho assistito la squadra del liceo”, spiegò Sanae, “Li chiederei anche a voi sfaticati, e farebbero un numero tale che arrivereste in finale asfaltando qualsiasi squadra. Ma non sono così sadica da estorcere promesse a chi non è in grado di mantenerle.”
Izawa la guardò con l’odio di chi si sente umiliato una volta di troppo.
“E ora sparite. Filate a casa”, concluse la team manager, “O domani farete tardi agli allenamenti, come al solito. ”
La squadra si disperse bofonchiando. Izawa infilò le mani in tasca e si mise a fischiettare, fingendo un’indifferenza che non aveva.
“Vai a casa anche tu, Misaki-san”, disse Sanae, rientrando negli spogliatoi, “Ti sei allenato abbastanza per oggi. Stasera è festa, prenditi un po’ di riposo.”
Il numero undici aprì il cancello. Il sole stava tramontando dietro i tetti delle case. La brezza della sera muoveva le foglie del bambù e dava un po’ di sollievo dopo la giornata afosa.
Si voltò verso il campo. Alcuni palloni giacevano abbandonati, supplicando un po’ di attenzione.
Misaki ebbe un attimo di esitazione.
Poi appoggiò il borsone a bordo campo e ricominciò ad allenarsi sui tiri piazzati.


“Visto?”, disse trionfante Izawa, “E voi che non mi credevate…”
Ishizaki non aveva nessuna intenzione di arrendersi.
“Non significa nulla, è una specie di patto per la squadra.”
“Sì, anche secondo me non significa nulla…”, lo sostenne Taki.
“Glielo ha chiesto Anego”, notò Kisugi, “A meno che tu non voglia sostenere che sia lei a…”
L’orgoglio di Izawa non tollerò l’idea.
“Lei gli darà di sicuro il benservito”, lo interruppe.
“D’altra parte, ha parlato l’esperto in materia”, rise Taki.
Izawa si fece livido e lanciò il contropiede.
“Tra poco si parte per il campionato nazionale e trascorreremo insieme ventiquattro ore al giorno. Lo vedrete da voi come stanno le cose. Vi basterà tenere gli occhi aperti.”


Sanae si sedette sulla panchina dello spogliatoio deserto, illuminato dalla sola luce del campo da calcio.
Aveva sistemato le maglie, gli asciugamani, le bottigliette d’acqua per l’allenamento dell’indomani. Aveva controllato che tutto fosse pronto per il campionato nazionale, che sarebbe cominciato a giorni.
Aveva fatto di tutto, insomma, per far passare quella serata che, per gli altri, era di festa e, per lei, era solo di malinconia.
Era stanca di affidare ai tanzaku dei desideri che non si realizzavano mai. Forse alle stelle non piacevano, o forse erano troppo pesanti per volare così in alto.
In ogni caso, erano evidentemente dei desideri impossibili. E quello di quell’anno lo sarebbe stato ancora più degli altri.
Appoggiò la testa alla parete, due lacrime le scesero lente sulle guance.
“Manager, che cosa ci fai ancora qui?”
La voce di Taro Misaki la fece sussultare. Si asciugò le lacrime in tutta fretta, ma non abbastanza perché il numero undici non le notasse.
“Credevo fossi andata a casa…”, continuò il ragazzo, esitando, “Cosa… cosa succede?”
Sanae cercò di riprendersi.
“Anch’io credevo fossi andato a casa”, tentò di sorridere, “Credevo non ci fosse più nessuno…”
Si asciugò le lacrime e il naso col bordo della manica.
Misaki le tese in silenzio il fazzoletto.
Sanae lo guardò imbarazzata.
“Grazie…”, mormorò.
Uscirono in silenzio dallo spogliatoio. La team manager chiuse accuratamente la porta a chiave dietro di sé.
Misaki raccolse il borsone abbandonato a bordo campo.
Davanti al cancello, il bambù stormiva con il suo inconfondibile sussurro.
“Hai già espresso il tuo desiderio di Tanabata?”, chiese Misaki.
“No…”, rispose Sanae, “Tanto è inutile… È chiaro che le stelle sono sorde ai miei tanzaku…”
“Anche ai miei…”, sorrise Misaki, porgendole un foglietto colorato.
Il cielo era particolarmente limpido. Sanae pensò che forse, dato che le stelle sembravano tanto vicine, un’eco del suo desiderio avrebbe anche potuto raggiungerle.
Esitò un istante, poi, con una calligrafia tremolante, per l’oscurità e per la mancanza di un appoggiò, scrisse i kanji sulla carta.
Si accorse che Misaki si era allontanato di un passo, abbassando gli occhi, per non vedere quello che lei scriveva.
Gli porse la penna con un sorriso e finse di guardare le stelle, mentre lui completava il suo tanzaku.
Si guardarono imbarazzati, il foglietto colorato tra le mani. L’oscurità nascose il rossore sulle guance di entrambi.
“Mettiamoli in alto”, propose infine Misaki, “Così la strada sarà più breve…”
Piegò il ramo più alto perché Sanae potesse facilmente raggiungerlo, poi, contemporaneamente, annodarono i due foglietti, entrambi intensamente concentrati nell’operazione, per evitare che gli occhi curiosi scivolassero sul biglietto dell’altro.
Misaki lasciò andare il ramo, che tornò a svettare sugli altri.
I tanzaku oscillarono nel vento, sulla cima del mazzo di bambù.
Restarono a guardarli in silenzio per qualche istante, sullo sfondo del cielo stellato.
Il sibilo di un fuoco d’artificio segnalò che, nel quartiere centrale, la festa era giunta al suo culmine.
“Ti accompagno”, disse il numero undici, “Si è fatto tardi.”
Sanae si stupì del tono deciso con cui il ragazzo aveva pronunciato la frase e non osò sollevare obiezioni.
Camminarono fianco a fianco nella strada deserta, senza parlare, mentre sopra le loro teste le geometrie dei fuochi coloravano il cielo.
Sanae, di tanto in tanto, sbirciava Misaki. Pareva assorto, le sopracciglia corrugate e lo sguardo fisso a terra. Prendeva a calci un sasso, giusto per sfruttare anche la strada per allenarsi. Le sembrò più alto e con le spalle più larghe rispetto al solito. Si sorprese a pensare se la maglia del torneo gli sarebbe ancora andata bene.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa senza aver proferito parola.
“Grazie per avermi accompagnato…”, ruppe il silenzio Sanae.
Misaki parve non aver sentito. Era intento a tenere il sasso in equilibrio sulla punta della scarpa.
Con uno scatto improvviso della caviglia, fece roteare il sasso in aria, per riprenderlo di nuovo prima che toccasse terra.
Finalmente alzò la testa.
“Tre gol, giusto?”
Di nuovo un tono che la ragazza non riconobbe. Il numero undici pareva più grande e più sicuro di sé. Ebbe la sensazione che Taro Misaki le si stesse trasformando sotto gli occhi.
“Sta bene”, disse, “Avrai i tuoi tre gol in finale.”
Una pioggia di stelle colorate suggellò la promessa.

∗ ∗ ∗

Capitolo terzo – Direi buonanotte fino al mattino

 

1 – PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

Capitolo primo

PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

 

“Il ritorno ciclico dei fenomeni astronomici è alla base del computo del tempo in tutte le epoche e in tutte le culture.”
La voce baritonale, con uno spiccato accento straniero, riempiva la volta del Konica Minolta Planetarium di Tokyo.
“La ricerca della regolarità, in cielo e sulla terra, è una sorta di esigenza primordiale per l’uomo. Le variazioni stagionali dell’arco solare, le fasi lunari, il ricorrere ciclico delle congiunzioni planetarie e delle eclissi…
Gli antichi, a ogni latitudine, hanno cercato il senso e il ritmo degli eventi della Terra nelle geometrie del cielo.”
Un centinaio di nasi in su seguiva le orbite ipnotizzanti delle sfere celesti proiettate sul soffitto curvo. L’oscurità della sala, le comode poltrone reclinate e gli occhiali 3D davano la curiosa sensazione di fluttuare in un indefinito punto dello spazio cosmico.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
L’oratore fece una pausa. La disciplinata scolaresca, venuta appositamente da uno dei licei della prefettura di Shizuoka, sembrava accusare la stanchezza della calda giornata di luglio.
Un respiro insolitamente pesante si alzò dalla terza fila. Un istante prima che si trasformasse in un vero e proprio russare, il gomito di Yukari Nishimoto colpì, con precisione da cecchino, lo spazio tra la terza e la quarta costola sinistra del bell’addormentato. Ryo Ishizaki sussultò sulla poltrona con un grufolare confuso.
L’oscurità della sala e i folti baffi bianchi aiutarono il celebre conferenziere straniero a nascondere un sorriso. Con un repentino cambio di tono, giocò la sua carta finale:
“Ora pensate bene: che cosa vi è successo cinque anni fa? Quali occasioni si sono presentate nella vostra vita?”
L’uditorio fu improvvisamente sveglio e attento.
“Cinque anni sono il tempo minimo necessario per accordare in maniera efficace l’anno lunare e l’anno solare. Dopo cinque anni, la stessa fase lunare torna nello stesso giorno del calendario. Il lustro, lo chiamavano i latini, migliaia di anni e migliaia di chilometri lontano da qui. Voi siete giovani e cinque anni vi sembrano di sicuro un’eternità. Cinque anni fa eravate dei bambini, tra cinque anni sarete degli adulti. Eppure c’è stata e ci sarà una costante, un ritorno delle lancette nel medesimo punto dell’orologio.”
L’oratore si godette il bisbigliare sommesso degli studenti.
“Sessanta mesi. Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione. Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.”
Si accarezzò i baffi, poi rivolse lo sguardo alla volta stellata artificiale sopra le loro teste.
“Cogliete l’attimo, ragazzi. Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Pochi istanti di assoluto silenzio, durante i quali lo scienziato occidentale dovette a forza trattenersi dal ridacchiare al pensiero di quanto fosse semplice avere in pugno un uditorio adolescente. Poi l’applauso scoppiò fragoroso, o, perlomeno, fragoroso quanto poteva permetterlo la rigida educazione dei liceali giapponesi.


Il treno sfrecciava veloce attraverso la prefettura di Kanagawa, in direzione sud. La sagoma del monte Fuji appariva fugace all’orizzonte nel cielo afoso del tardo pomeriggio estivo, sbiadita come un dipinto consunto dal tempo.
“No”, disse perentoria Sanae.
“Una possibilità potresti anche darmela…”, replicò Izawa.
“E perché?”, chiese ironica lei.
“Perché io sono sicuro che se tu mi conoscessi meglio…”
“…ti direi di no ancora più convinta!”, lo interruppe Sanae.
Izawa tentò una carta a sorpresa.
“Hai sentito cos’ha detto l’astronomo? Dopo cinque anni le occasioni ritornano… Cinque anni fa, al cinema con me ci sei venuta…”
L’espressione di Sanae diceva che avrebbe preferito dimenticare l’esperienza.
“Avevi detto che non saremmo stati da soli. Altrimenti non avrei mai accettato.”
Izawa distese le gambe sotto il sedile anteriore.
“Se lo dici tu, Sanae-chan…”
“E non mi chiamare per nome!”, sbottò Sanae.
Si alzò di scatto, decisa a trovare un altro posto.
Izawa le afferrò il polso.
“Tre anni e ancora lo aspetti! Lo sanno tutti che non ti ha scritto nemmeno una lettera!”
Il numero otto la vide impallidire. Gli occhi, scuri di rabbia, sembravano occupare tutto il volto.
Izawa capì di essersi bruciato da solo le ultime chances. Tanto valeva colpire duro.
“Hai intenzione di sprecare altri cinque anni prima di capire che stai aspettando l’uomo sbagliato?”, disse con un ghigno.
Con uno strattone, la ragazza si liberò dalla presa.


Sanae, il volto livido e le labbra serrate, si lasciò cadere sul sedile a fianco di Yukari.
“Che ti è successo?”, chiese l’amica.
“Izawa è un verme”, sibilò Sanae.
“E dov’è la notizia?”, rispose Yukari, “Bastava chiedere a una qualsiasi delle ragazze di questo vagone e lo avresti saputo.”
“È il re dei vermi”, precisò Sanae.
Yukari vide che l’amica tratteneva a stento le lacrime. Le strinse piano la mano.
“Non badare a quello che dice… Lo sai che è un esperto in cattiverie…”
Sanae girò lo sguardo fuori dal finestrino.
“La cosa peggiore è che le sue cattiverie dicono la verità”, mormorò.


“Izawa, facci posto!”
Teppei Kisugi accompagnò la richiesta con un eloquente calcio sulle caviglie.
Izawa bofonchiò qualcosa e si girò verso il finestrino.
Il due di picche dalla team manager bruciava parecchio e ora doveva pure sorbirsi la vicinanza del numero nove, di Ishizaki e, soprattutto, di Taro Misaki. Davvero una splendida gita…
“Cinque anni fa stavamo per giocare il primo torneo delle scuole medie…”
Kisugi pensava a voce alta, il pollice premuto sul mento.
Izawa fece una smorfia. Quella faccenda dei cinque anni lo aveva messo di pessimo umore.
Sai che bellezza, il primo torneo delle medie…
Misaki e Wakabayashi erano da poco partiti per l’Europa e la Nankatsu si era ritrovata per il suo primo allenamento. Tsubasa, al solito, aveva fatto un commovente discorso dicendo che era molto felice di ritrovare tutti, di giocare di nuovo tutti insieme e bla bla, bla bla.
Poi aveva aggiunto:
“La partenza di Misaki è un colpo durissimo per il nostro centrocampo. So che è un giocatore insostituibile. Vi chiedo solo di fare del vostro meglio.”
L’orgoglio di Izawa si era sentito ferito a morte.
Era lui il numero dieci della Shutetsu che aveva vinto il campionato nazionale prima dell’arrivo di Tsubasa, il playmaker della squadra più forte del Giappone. Gli aveva ceduto sul campo l’onore del numero sulla maglia, ma la sua classe e la sua grinta erano state determinanti per la vittoria del campionato dell’ultimo anno delle elementari.
E ora Tsubasa lo relegava nella massa indistinta dei giocatori qualunque, perché “nessuno poteva sostituire Misaki”.
Stava tornando a casa d’umore nero, quando aveva incrociato Sanae. Aveva da poco smesso gli abiti da maschiaccio per indossare dei vestiti femminili e tutti, Tsubasa compreso, avevano notato quanto fosse graziosa.
Nella mente di Izawa era balenata l’idea maligna di una piccola vendetta: essere il primo a uscire con la nuova Anego, prima dello stesso Tsubasa.
Le aveva raccontato che sarebbero andati tutti insieme al cinema con la squadra e, invece, non lo aveva detto a nessun altro.
Sanae aveva visto il film con l’aria di chi lo avrebbe volentieri picchiato, ma, alla fine, non lo aveva fatto. Avevano passato una domenica pomeriggio da tredicenni, in cui la maggior preoccupazione di Sanae era quella di non farsi vedere da nessuno e quella di Izawa di farsi vedere da più amici possibile.
Erano passati cinque anni e, in effetti, si trovava ancora lì, a incassare un rifiuto da Sanae e a essere scavalcato da Misaki sul campo.
Guardò il numero undici con sguardo torvo.
Con la partenza di Tsubasa per il Brasile, tre anni prima, aveva pensato di riottenere, se non la maglia numero dieci, almeno il ruolo di leader. Quel buffone di Ishizaki poteva anche fare il capitano, ma era sul campo che si decideva chi guidava la squadra e lui era, senza alcun dubbio, il giocatore di maggior talento, per di più nella posizione chiave del centrocampo.
Ma il rientro di Misaki in Giappone aveva cambiato tutto. Tsubasa lo aveva ufficialmente investito quale suo erede, affidandogli la squadra, come se quello smidollato fosse in grado di prendere il suo posto.
Izawa fece un ghigno.
Il posto di Tsubasa… Trascinare la squadra alla vittoria, destreggiarsi tra le ammiratrici adoranti e, infine, uscire con l’inarrivabile regina dei due di picche, Sanae Nakazawa… Quel posto, a lui, sarebbe calzato a pennello.
Taro Misaki, invece, si era dimostrato totalmente incapace su entrambi i fronti. Era del tutto ignorato dalle ragazze e li aveva guidati solo a due sconfitte.
“Cinque anni fa abbiamo vinto… Speriamo che ci porti fortuna…”, osservò sbadigliando Ishizaki, che faticava a convincere le sue palpebre a restare aperte.
“Cinque anni fa il capitano era Tsubasa, non tu…”, intervenne Izawa, “Quello faceva la differenza, altro che fortuna!”
L’orgoglio risvegliò Ishizaki.
“Grazie per la fiducia! Dopo due sconfitte, è proprio quello di cui abbiamo bisogno!”
Taro Misaki si rigirò per l’ennesima volta tra le mani il dépliant del planetario.
“Ha ragione…”, mormorò infine.
“Misaki, Izawa non voleva dire…”, si affrettò a precisare Kisugi, lanciando un’occhiataccia a Izawa che, invece, voleva proprio dire.
Il numero undici lo interruppe.
“No, ha ragione. Nessuno è in grado di rimpiazzare Tsubasa. È semplicemente un’osservazione oggettiva.”
Gol, pensò Izawa, nascondendo un ghigno.
Dai finestrini del lato sinistro fece irruzione l’azzurro del mare. Ormai non erano lontani da casa.
“Io sono convinta che questo torneo estivo sarà nostro.”
La voce femminile, dal tono deciso, si era levata dal sedile dietro quello di Misaki.
“La Toho non è superiore. Hanno solo avuto fortuna. È stata quella a fare la differenza.”
Il perentorio giudizio era stato pronunciato con un tono che non ammetteva repliche.
“Visto?”, esclamò Ishizaki, “Questo è l’atteggiamento giusto! Brava manager!”
Izawa trovò che l’intervento di Sanae era decisamente troppo. Decise di avere qualcosa di urgente da dire a Taki, quattro file più indietro.
La prima manager lo guardò allontanarsi nel corridoio, poi si sporse dal suo sedile.
“Vedrai che vinceremo, Misaki-san, ne sono sicura”, sorrise.
Il ragazzo abbozzò un sorriso timido.
“Grazie, manager Nakazawa. Spero che tu abbia ragione…”
Sanae girò lo sguardo sull’azzurro dell’oceano, che sembrava quasi inghiottire il treno.
“Che cosa facevi cinque anni fa?”, chiese con aria pensierosa.
“Ero appena arrivato a Parigi”, rispose il numero undici, chinando la testa, “Non parlavo una parola di francese. E il Giappone mi mancava da morire.”
“Non deve essere stato facile…”, osservò la ragazza.
Anche gli occhi di Misaki si tuffarono nel mare fuori dal finestrino.
“E tu, cosa facevi cinque anni fa?”, chiese.
“La team manager di una squadra di calcio, non so se la conosci. Si chiama Nankatsu F.C.”
Scoppiarono a ridere entrambi.
Sanae si fece improvvisamente seria.
“Mi devi tre gol, Misaki-san!”
Misaki si voltò sorpreso.
“Cosa?!”
“È il terzo anno che sei nella squadra del liceo. Un gol per ogni anno che ho lavato le tue magliette luride dopo le partite. Non mi sembra una gran richiesta.”
Il numero undici era troppo sorpreso e troppo imbarazzato per rispondere.
Il treno frenò dolcemente, entrando nella stazione di Nankatsu. I passeggeri recuperarono il loro bagaglio. Gli studenti si affrettarono verso l’uscita.
Sanae si alzò, fece due passi e si fermò davanti a Misaki, ancora troppo sconcertato per riuscire ad alzarsi.
“Tre gol, Misaki-san, e non in una partita qualunque, ma nella finale contro la Toho.”
L’indice puntato e lo sguardo di fuoco non ammettevano repliche, né trattative.
La ragazza si girò sui tacchi e infilò le porte d’uscita.
Fu solo grazie allo strattone di Ishizaki che l’attonito numero undici riuscì a scendere dal treno, un istante prima di ritrovarsi lanciato a tutta velocità verso Shizuoka.


“Allora a domani!”, salutò Ishizaki.
“A domani!”, rispose Misaki, chiudendo la porta.
I ragazzi si avviarono verso casa, mentre il tramonto colorava i vetri delle finestre.
“A che ora l’allenamento domattina?”, chiese Kisugi.
“Solito”, rispose Izawa.
Ishizaki si passò la mano sulla nuca, sapendo che sarebbe, per l’ennesima volta, arrivato in ritardo.
“Io non riesco mai a svegliarmi in tempo…”, si lamentò, “Mi chiedo come faccia Misaki, che è sempre il primo ad arrivare…”
“E l’ultimo ad andare via”, aggiunse Taki.
I nervi di Izawa vibrarono come corde di violino. Un’ispirazione improvvisa gli attraversò la mente. L’immacolata immagine del numero undici meritava uno spruzzo dell’inchiostro nero della calunnia.
“Ha un ottimo motivo per arrivare tanto presto e andare via tanto tardi…”, commentò con fare misterioso.
“E sarebbe?”, abboccò Kisugi.
“Riflettici da solo”, suggerì Izawa, “Chi è che arriva prima di tutti sul campo per aprire gli spogliatoi e li chiude la sera quando tutti se ne sono andati?”
Davanti agli occhi dei giocatori della Nankatsu, apparve l’immagine indaffarata della prima manager.

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Capitolo secondo – Maligne stelle ribelli