Capitolo settimo – AVREMO SEMPRE SHANGHAI

Capitolo settimo

AVREMO SEMPRE SHANGHAI

 


L’afa aveva preso la forma di una lieve nebbia, che sfumava i contorni delle cose, sciogliendoli nella prima oscurità. Tsubasa aprì con un gesto stanco la porta della stanza d’albergo. Sanae si voltò di scatto.
– Tsubasa!
– Grazie al cielo stai bene! – esclamò il capitano, precipitandosi ad abbracciarla.
– Ti hanno lasciato andare… Ero così in ansia! – disse lei.
– Sawada mi ha rilasciato, non aveva motivi per trattenermi. Dovrà vedersela con Hyuga, credo… – sorrise il numero dieci.
L’espressione di Sanae mescolava stranamente sollievo e malinconia.
– Sono così felice che tu sia salvo… – ripeté accarezzandogli con tenerezza la guancia.
Tsubasa le sfiorò la mano con un bacio.
– Dobbiamo assolutamente trovare quei due visti, – disse.
Sanae abbassò lo sguardo, si sciolse dalla stretta di Tsubasa e si diresse verso la finestra.
– Tsubasa… – cominciò esitante, lo sguardo nella nebbia della strada, – Mi rendo conto di quanto sia il momento sbagliato…
– Tsubasa!!!
Due colpi imperiosi alla porta segnalarono l’arrivo di Ishizaki.
– Prepara le valigie! Misaki ha trovato due visti per te!


Misaki guardò ancora una volta nella strada buia, illuminata a intervalli regolari dai fari delle motovedette.
– Ishizaki non ne sa nulla, immagino… – chiese Sawada, seduto al bancone.
– Certo che no! – rispose Misaki, – Ti pare che si sarebbe prestato, altrimenti?
– La faccia che farà sarà inferiore solo a quella di Hyuga… – pensò a voce alta il gendarme.
Si versò di nuovo da bere.
– Avrei dovuto perquisirtelo meglio il locale, dopo l’arresto di Urabe… – rimpianse Sawada, – Dove diavolo erano le lettere?
– Nel pianoforte di Ishizaki, – rispose Misaki.
Sawada riappoggiò il bicchiere.
– Tutta colpa di Hyuga, allora, – disse, scuotendo la testa, – e del suo odio per la musica…
– Sparisci! – ordinò Misaki, – Arrivano!
Sawada eclissò il bicchiere e si lasciò inghiottire dall’ombra dell’angolo più buio del locale.


– Mi ha chiamato pochi minuti fa… – disse Ishizaki, guidando a tutta velocità la vecchia Vauxhall sul viale deserto, – Lo sapevo… Lo sapevo che ti avrebbe aiutato…
Si asciugò una lacrima col dorso della mano.
Nello specchietto retrovisore, i due passeggeri guardavano ciascuno fuori dal proprio finestrino, nella nebbia scura della sera.
L’auto si fermò con una frenata brusca davanti al Misaki’s Café. L’insegna al neon era spenta e nel locale silenzioso brillava solo una luce pallida, riflessa dallo specchio dietro il bancone.
La porta si aprì, per lasciar entrare i tre visitatori e il fascio dei fari delle motovedette. Tsubasa si avvicinò al bancone, su cui erano in bella vista le lettere di transito.
– A cosa devo il cambio di opinione? – chiese senza preamboli.
– Non crederai di essere l’unico a cui piace giocare all’eroe… – rispose Misaki.
Ishizaki abbracciò commosso il capitano.
– Sono sicuro che ci rivedremo presto… – mormorò, – La guerra finirà, e di nuovo giocheremo tutti nella stessa squadra…
Tsubasa ricambiò l’abbraccio e l’augurio dell’amico.
Sanae, incapace di aspettare oltre, si avvicinò a Misaki.
– Perché due visti? – chiese a voce più bassa possibile, – Io non ho intenzione di partire!
Un fruscio la interruppe.
– Non preoccuparti, i visti sono per lui e per te. Il signor Ozora Tsubasa, invece, farà la cortesia di seguirmi in gendarmeria. I saluti, vedo che li ha già fatti.
Sawada, sbucato dall’oscurità del locale, rendeva il suo invito più convincente grazie alla pistola che aveva in pugno.
Lo sguardo attonito di Sanae si specchiò in quello altrettanto smarrito di Ishizaki.
Tsubasa, invece, chinò la testa con un sorriso amaro.
– Mi avevi avvisato che mi avresti sparato alle spalle…
– Cosa vuoi… – fece filosofico Sawada, – La guerra cambia le persone…
L’inconfondibile sensazione della canna di una rivoltella tra le scapole gli spense il sorriso.
– Bravo, hai fatto la tua parte, – disse la voce di Misaki alle sue spalle, – Ora appoggia la pistola sul bancone.
– Spero vivamente che tu stia scherzando… – replicò Sawada.
L’espressione degli altri tre diceva al gendarme che la faccia di Misaki non tradiva alcuna propensione alle spiritosaggini.
– Posa la pistola, – ribadì Misaki.
– Questo scherzo ti costerà molto caro… – minacciò Sawada.
– Ne parleremo dopo, – rispose Misaki, – Ora ci accompagnerai all’imbarco degli idrovolanti.


Le altalenanti emozioni degli ultimi minuti avevano parecchio scosso il povero Ishizaki, compromettendone ulteriormente le già scarse capacità di guida.
Sawada, seduto al suo fianco sotto il tiro della rivoltella di Misaki, si aggrappava terrorizzato al sedile.
– Pensavo di dover scegliere se morire accoppato da Misaki o da Hyuga… Ora finirà che ci pensi tu…
Finalmente, con un generale sospiro di sollievo, arrivarono all’imbarco degli idrovolanti, deserto nella sera nebbiosa.
Il velivolo grigio attendeva, cullato dalle tranquille onde del porto, i fortunati passeggeri della giornata.
– Ci affogherà tutti nella palude… – scosse la testa Sawada, vedendosi davanti la faccia di Hyuga, – E quella sarà la parte migliore…
Tsubasa e Ishizaki si preoccuparono di caricare i bagagli sull’idrovolante, mentre Misaki teneva sotto tiro il gendarme.
– Scrivi i nomi sulle lettere: – ordinò Misaki, – Tsubasa e Sanae Ozora.
Sanae sbarrò gli occhi.
– No! – gridò, afferrandolo per il braccio.
Sawada rigirò la penna tra le dita, come a dire che aspettava una decisione definitiva.
– Non puoi restare qui… – disse l’ex numero undici, – Hyuga mi spedirà in un campo di prigionia e non potrò fare nulla per proteggerti…
– In effetti credo che su questo punto insisterà parecchio… – commentò il gendarme.
Sanae strinse più forte il braccio di Taro.
– Non ti lascerò!
– Controllerò che il nostro amico non faccia scherzi finché l’idrovolante sarà al sicuro, – continuò Misaki.
Le sue dita sfiorarono la guancia di Sanae.
– Voglio saperti in salvo…
Ishizaki non riuscì a trattenere un singhiozzo.
– No! – scosse la testa Sanae, – Non voglio partire!
– E poi gli sei necessaria… – continuò Misaki in un sussurro, – E tu lo sai… Se non partissi, te ne pentiresti… Forse non oggi, forse non domani, ma un giorno lo rimpiangeresti e per sempre…
Il singhiozzo del difensore si mutò in un singulto soffocato.
– Non voglio lasciarti di nuovo! – esclamò decisa Sanae, – Noi…
– Noi, – la interruppe Misaki, – avremo sempre Shanghai.
Ishizaki perse ogni ritegno e scoppiò in un pianto dirotto.
– Siamo pronti!
La voce di Tsubasa e la sua mano sulla spalla diedero un istante di conforto allo straziato pianista.
– Sbrigatevi! – si riscosse Misaki, – A Sawada ci pensiamo noi…
– Buona fortuna, – tese la mano Tsubasa, – Ora so che vinceremo.
– Buona fortuna anche a te, – replicò Misaki, rispondendo alla stretta.
Tsubasa fece per allontanarsi. Sanae esitò ancora un istante e poi lo seguì.
– Che il futuro ti sorrida, – mormorò Misaki, guardandola svanire tra le brume scure del porto.
– E sarei io quello che legge troppi romanzi occidentali…
La voce di Sawada riscosse il numero undici.
– Ora avvisa la torre di controllo, – intimò, – Di’ loro che il volo è autorizzato.
Il gendarme compose con cura il numero di telefono.
– Torre di controllo? Il volo che si sta alzando è autorizzato personalmente da me, – scandì il gendarme.
All’altro capo del telefono, però, non c’era la torre di controllo, ma il maggiore Hyuga, che non perse un istante per passare all’azione.


Il rumore dei motori dell’idrovolante ruppe il silenzio della notte di Hong Kong.
Un istante dopo, l’auto della Kempeitai frenava a pochi centimetri da Sawada.
Ne scese uno Hyuga più infuriato che mai.
– Che diavolo significava quella telefonata? – sbraitò.
Sawada indicò l’idrovolante, che si staccava dall’acqua in quel momento.
– Tsubasa è là sopra. Ha lasciato detto di salutarti, – spiegò.
Poi, per evitare che il maggiore gli mettesse le mani al collo, indicò nell’ombra Misaki che, a fianco di un singhiozzante Ishizaki, lo teneva sotto tiro.
– Con voi faremo i conti più tardi! – ruggì il maggiore. E afferrò il telefono.
– Li farò abbattere e chiuderemo qui la faccenda, – ringhiò.
– Metti giù quel ricevitore, – disse calmo Misaki, puntandogli la rivoltella.
Sawada alzò le sopracciglia.
Hyuga guardò il numero undici con disprezzo.
– Pronto! – disse.
– Metti giù quel ricevitore… – ripeté Misaki.
Ishizaki aveva smesso di respirare.
– Sono il maggiore Hyuga, l’idrovolante va…
Alla torre di controllo sentirono nel ricevitore l’eco di uno sparo.
Hyuga scivolò lentamente verso il pavimento, gli occhi sbarrati e una macchia rossa sul petto, che si faceva più ampia ogni secondo che passava.
– Tu… maledett… – digrignò tra i denti.
Misaki guardò attonito la canna della propria rivoltella. Fredda e senza fumo.
Poi seguì lo sguardo vuoto di Hyuga e quello sbalordito di Sawada e di Ishizaki, che fissavano un punto nell’oscurità, appena oltre le sue spalle.
– Te lo avevo detto, Ryo… Ti avevo giurato che non lo avrei mai più lasciato… – disse la voce di Sanae.


– … Tsubasa mi ha scritto che è riuscito ad arrivare in Brasile… Mentre per la morte di Hyuga sono stati arrestati i soliti sospetti…
I giocatori della rinata Nankatsu F. C., seduti sull’erba del campo di allenamento, avevano ascoltato il racconto di Ishizaki quasi senza respirare.
Wakabayashi tirò su col naso.
– E Misaki e Anego? – chiese, interpretando, da buon capitano, il pensiero di tutti.
– Hanno raggiunto la British Army Aid Group. Coi miei 20.000 yen, peraltro…
Takeshi Sawada pareva tenere molto alla precisazione.
– E tu cosa diavolo ci fai qui? – lo apostrofò Wakabayashi, scattando in piedi, – Ci alleneremo con o senza il tuo consenso, sappilo!
L’accoglienza freddina non spaventò Sawada.
– Ho lasciato l’esercito, – spiegò – E mi chiedevo se aveste bisogno di un centrocampista tattico…
I giocatori si guardarono: in effetti, senza Tsubasa, Misaki e Misugi, uno coi piedi buoni a centrocampo avrebbe fatto comodo…
– Ho portato anche un attaccante e una versatile mezza punta, che può improvvisarsi portiere, – aggiunse accennando a due figure all’altra estremità del campo, che fecero un timidissimo cenno di saluto con la mano.
Wakabayashi si voltò verso i compagni di squadra.
– Voi che ne dite? – chiese.
– Che questo è l’inizio di una bella amicizia! – rispose per tutti Ishizaki.

∗ ∗ ∗

FINE

Capitolo sesto – PATTO COL DIAVOLO

Capitolo sesto

PATTO COL DIAVOLO

 


– Apri! Apri, maledizione!
La voce di Ishizaki faceva vibrare la porta più dei suoi pugni.
Misaki passò dal sonno profondo alla veglia in un istante, grazie all’abitudine ai risvegli bruschi che la guerra lo aveva costretto a sviluppare. Nei tre metri che lo separavano dalla porta, si era completamente vestito ed era completamente sveglio.
– Tsubasa è stato arrestato! – gridò Ishizaki senza dargli il tempo di aprire.
Misaki gli fece segno di abbassare la voce.
Ishizaki cercò di riacquistare padronanza di sé.
– Scusa se sono venuto qui… Ho passato la notte in un sottoscala allagato… – si giustificò il difensore, – Le pattuglie della gendarmeria hanno battuto l’intera città. L’intera Kempeitai, invece, si è buttata su Sho e Tsubasa…
Con la coda dell’occhio vide un abito bianco muoversi nell’angolo.
L’espressione di Ishizaki disse che avrebbe di gran lunga preferito trovare lì Hyuga.
Misaki abbassò lo sguardo.
– Ishizaki, ho un favore da chiederti… – cominciò l’ex centrocampista.
– Lasciami fuori da questa dannata faccenda! – mise le mani avanti Ishizaki.
– Vorrei solo che tu la riaccompagnassi in albergo. Non voglio che giri per la città da sola. Intanto, io vedrò di capire cosa fare, – disse Misaki.
Ishizaki maledì un centinaio di volte il proprio cuore tenero, che agli amici non sapeva mai dire di no.
– E va bene… Aspetto tue notizie – disse, infine, con un sospiro.


– Non hai mai saputo perdere…
I due poliziotti, uno per braccio, non avevano levato a Tsubasa il sarcasmo.
– Sta’ zitto! – ringhiò Hyuga, colpendolo con uno schiaffo, – Ti rispedirò a marcire a Lunghwa!
– Non ha importanza… – replicò Tsubasa, – Qualcun altro prenderà il mio posto…
– Di sicuro non il tuo amico cinese… – ghignò il maggiore, – A quest’ora dovrebbe essere pieno di buchi sul fondo di una palude.
– Figlio di…
I due poliziotti faticarono non poco a trattenere il capitano.
– Fosse per me, saresti a fargli compagnia, – disse torvo Hyuga.
L’ingresso del capitano Sawada interruppe per un istante l’amichevole conversazione.
Il maggiore sorrise a un’ispirazione improvvisa.
– Fai arrestare la sua amica, – disse.
Un attonito “Cosa?!?” risuonò contemporaneamente nelle gole di Tsubasa e Sawada. Il capitano, questa volta, sfuggì ai due marcatori e toccò a Sawada placcarlo un istante prima che raggiungesse il maggiore.
– Scherzavo… – sogghignò Hyuga, – Ma cerca di essere meno emotivo… Per l’aggressione a un ufficiale c’è la pena di morte.


– Dovrei affogarti nella palude, altro che portarti in salvo…
Ishizaki lasciava diplomaticamente trapelare il suo scontento per la missione affidatagli da Misaki.
Camminava qualche passo avanti a Sanae, così da non doverla guardare, ma abbastanza vicino perché lei sentisse il suo brontolio.
– Non sei ancora soddisfatta, domando io? Ti rendi almeno conto di quello che gli hai fatto?
Ishizaki pareva dar voce finalmente a una serie di pensieri e di improperi tenuti in caldo per anni.
– Mesi ci sono voluti, mesi! Quando siamo arrivati qui, passava più tempo ubriaco che sobrio!
Con ampi gesti delle braccia, il difensore chiamava il cielo a testimone.
– Ora che finalmente sembrava essersi rifatto una vita, ecco che tu riappari a distruggergliela di nuovo! Sei peggio della guerra e della Kempeitai messe insieme, maledizione!
La pressione della canna di una rivoltella alle spalle interruppe lo sfogo di Ishizaki.
– Falla finita… – minacciò Sanae con voce trattenuta, – O Hong Kong dovrà rinunciare al suo miglior pianista…
Ishizaki si voltò con tutta la lentezza richiesta da una donna dal carattere infiammabile che stia impugnando un’arma.
Il volto di Sanae, però, era rigato di lacrime.
– Gli hai spezzato il cuore… – disse il difensore, con tono sconsolato.
Sanae abbassò la rivoltella.
– Te lo giuro, Ishizaki… – replicò lei, guardandolo negli occhi, – Non lo lascerò mai più.


Nella prima luce del mattino, le barche dei pescatori armavano le loro piccole imbarcazioni nel porto di Causeway Bay.
La vela bianca della camicia di Misaki si gonfiava alla brezza marina, pronta a prendere il largo.
La bomba allo stadio aveva fatto irrompere il passato nel presente, spazzando via i fragili argini delle esistenze che si erano costruiti in quegli anni di lontananza. Il destino sembrava giocare a rimescolare le carte, rendendo possibili combinazioni prima impensabili.
Prese un ampio respiro. E si buttò nella partita.


I due agenti della Kempeitai, uno per lato, scortavano Sho al luogo dell’esecuzione, trascinandolo bruscamente per le braccia.
Il guerrigliero, con ancora addosso la maglia di Misugi, con cui aveva contribuito a polverizzare la Yamato, sembrava privo di sensi.
Il maggiore Hyuga non ne aveva gradito le prodezze e, prima di affidarlo al plotone di esecuzione, glielo aveva fatto presente con i suoi soliti, amabili modi.
– Pesa come un macigno questo cinese… – disse uno dei due agenti, arrivato al margine della boscaglia, – Fuciliamolo qui e qui lasciamolo.
Non fece in tempo a finire la frase che il braccio di Sho che stava stringendo divenne rovente. I due agenti fecero un balzo di lato, terrorizzati.
Il guerrigliero, più vivo e sveglio che mai, colpì prima uno, poi l’altro, prima che avessero il tempo di mettere mano alle armi.
– Dannazione… – esclamò tra i denti l’agente.
Il tempo di quelle quattro sillabe fu sufficiente all’addestratissimo Sho per dileguarsi in due balzi sulle pendici del Victoria Peak.


– Aprite! Kempeitai!
La porta rosso lacca dell’appartamento si aprì con tutta calma su una bionda mozzafiato. Il fumo della sua sigaretta era la cosa più consistente che aveva addosso.
– Mamoru Izawa… – farfugliò il tenente Wakashimazu.
Azumi Hayakawa lo squadrò da capo a piedi.
– No, – concluse dopo l’accurata osservazione, – Izawa non è così alto.
Il tenente fece un cenno imbarazzato ai due agenti che lo accompagnavano perché ispezionassero l’appartamento. Poi fece finta di guardare, con composto cipiglio, un punto lontano, fuori dalla finestra.
L’accuratezza della perquisizione fu inversamente proporzionale alla trasparenza della vestaglia di Azumi.
– Nulla… – disse uno degli agenti dalla stanza accanto.
– Nulla, – confermò il collega dal bagno.
Il tenente Wakashimazu portò la mano al cappello, senza schiodare gli occhi dal pavimento, bofonchiò un saluto e lasciò l’appartamento.
Azumi chiuse la porta rosso lacca, poi attese che i passi sulle scale si spegnessero in lontananza.
– Via libera… – disse finalmente.
– Azumi Hayakawa, giuro che, se non mi ammazzo rientrando da questo cornicione, ti sposo domani stesso! – disse la voce di Mamoru Izawa, appeso alla finestra.


Yayoi Aoba rimboccò la vecchia coperta logora perché Jun non prendesse freddo durante il volo. I brividi scuotevano il principe del campo, segno che la febbre malarica, souvenir della prigionia tra le paludi, stava tornando a farsi sentire.
– Sta’ tranquillo… – lo rassicurò lei, – Andrà tutto bene.
Misugi ebbe un sorriso amaro.
– Dovrei essere io a tranquillizzare te… – disse.
Yayoi sorrise, accarezzandogli la fronte imperlata di sudore.
– In America troveremo un buon medico, – disse, – tornerai in forze al più presto.
Jun Misugi girò lo sguardo fuori dal finestrino dell’idrovolante. Anche questa volta un fisico troppo debole lo costringeva ad abbandonare la partita a metà.
Yayoi intuì i suoi pensieri.
– Vinceranno… – disse con tono sicuro, – E torneremo in un Giappone libero.
– Sì… – mormorò Misugi, – Ma io non sarò in campo…
Yayoi gli strinse la mano tra le sue.
L’idrovolante si alzò rumorosamente dalle acque del porto e puntò dritto Macao.


– Tutto qui?
– Tutto qui.
Wakabayashi trovava le condizioni di vendita del Misaki’s Café decisamente accettabili.
– Ishizaki sicuramente è meglio come pianista che come difensore… – ghignò, – Ti assicuro che il posto non glielo leverà nessuno…
Misaki appoggiò il suo bicchiere sul tavolo appiccicoso del Pappagallo blu.
– Sai, ho una mezza idea di rimettere in piedi la squadra, – disse Wakabayashi, – La partita dell’altro giorno mi ha fatto venire nostalgia del campo… Non si può passare la vita in panchina…
– Non credo che la Kempeitai apprezzerebbe… – osservò Misaki.
– Il che è un ulteriore incentivo, – commentò il superportiere.
Misaki sorrise.
– Con due locali da gestire e una squadra clandestina non avrai tempo di annoiarti… – disse.
Wakabayashi si versò un altro wiskhy. Per riprendere la dieta da sportivo c’era ancora tempo.
– Non avrei mai pensato che te ne saresti andato da Hong Kong…
Misaki si alzò dal tavolo, dirigendosi all’uscita.
– Non si può passare la vita in panchina… – disse, con un gesto di saluto.


Il prigioniero, legato e bendato, continuava a inciampare nelle radici dei canfori.
– Muoviti, maledizione! – ringhiò il guerrigliero.
A giudicare dai nugoli di zanzare, così densi da ostacolare il cammino, la palude non doveva essere lontana.
Un frusciò tra le foglie mise in allarme il carceriere.
– Giù!
Senza troppi complimenti, fece acquattare il prigioniero dietro un cespuglio.
Il passo veloce e leggero si faceva sempre più vicino. Tra le foglie verde scuro baluginò un pezzetto di stoffa scarlatta. Il guerrigliero mise mano alla rivoltella.
Una maglia ecru, col numero 14 rosso sulle spalle, guizzò rapida nella brughiera.
Il partigiano cinese si strofinò gli occhi, pensando a un’allucinazione.
Il misterioso giocatore smise di dribblare canfori e si fermò tendendo l’orecchio.
Girò lo sguardo intorno.
– Sho! – esclamò stupito il guerrigliero, balzando fuori dal cespuglio.
– Sho? – fece eco il prigioniero.
Il centrocampista si avvicinò al cespuglio.
– Che stai facendo? – chiese al compagno.
– Vado a buttare questo tizio nella palude, – spiegò il guerrigliero, – l’ho pizzicato nella boscaglia.
– Non mi hai pizzicato, – replicò il prigioniero, – vi stavo cercando.
– Certo che ci stavi cercando… – replicò sarcastico il carceriere, – Per consegnarci alla Kempeitai.
Il prigioniero scosse la testa. Evidentemente altri tentativi di chiarimento erano già andati a vuoto.
– Slegalo, – ordinò perentorio Sho.
– Cosa?
– Ho detto slegalo, imbecille!
Il guerrigliero lo guardò stralunato.
– Ma è un giapponese!
– Quello è Hikaru Matsuyama, – spiegò Sho, – ci aiuterà a vincere la guerra.

– E tu come diavolo lo sai? – ribatté seccato il guerrigliero.
– Ci ho giocato, – chiuse il discorso perentorio Sho.


– Ti rendi conto di quello che mi stai proponendo? – chiese Sawada, dopo un lungo momento di silenzio.
– Me ne rendo conto, – rispose Misaki, continuando a guardare fuori dalla finestra.
La Gendarmeria della zona Est si affacciava su un quadrato di prato all’inglese, perfetto per due tiri a pallone.
– E tutto questo per la ragazza… – riprese Sawada, – Sono davvero ammirato per la tua totale mancanza di scrupoli!
Misaki tagliò corto.
– Aspetto una risposta.
– Dimmi se ho capito bene… – cercò di ricapitolare il gendarme, – Io rilascio Tsubasa. Cosa che devo fare comunque perché, checché ne pensi il maggiore Hyuga, non si può arrestare qualcuno perché ti ha stracciato a calcio. Tu gli offri sottobanco le lettere di transito. Io lo becco con le mani nel sacco mentre tenta di scappare e lo spedisco per direttissima in qualche posto al confronto del quale Lunghwa è un gradevole centro termale. Tu, intanto, usi le suddette lettere di transito per fuggire verso il tramonto con la tua, anzi la sua, bella. È tutto corretto?
– Più o meno, – confermò Misaki, – Leverei il tramonto. Leggi cattivi romanzi, te l’ho sempre detto.
Sawada si passò la mano sul volto. Misaki che veniva ad offrirgli Tsubasa su un piatto d’argento… Che diavolo aveva mai quella donna?
– D’accordo, – disse infine, – Quando?
– Stasera, – rispose Misaki, – Al Café.

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – Avremo sempre Shanghai

Capitolo quinto – DIECI MALEDETTI MINUTI

Capitolo quinto

DIECI MALEDETTI MINUTI

 


La Yamato rientrò in campo con cinque minuti d’anticipo, per rimarcare che, giocando con quel genere di squadra, non aveva nemmeno bisogno di riposarsi.
Sawada cercò Misaki sugli spalti e individuò subito, in cima alle tribune, la camicia bianca gonfiata come una vela dal vento dell’oceano.
Il gendarme fece segno con due dita, a indicare, nel contempo, la certezza della vittoria e l’importo della scommessa. Ma Misaki non rispose. Dopo l’incontro con Sho, l’ex centrocampista era in allerta per cogliere il minimo segnale di allarme.
Le tribune giapponesi assistevano composte e silenziose al chiasso delle curve cinesi, impegnate nelle scommesse sul secondo tempo.
– Non ce l’ho fatta…
Jun Misugi guardava sconfortato verso il campo.
Misaki batté una mano sulla spalla dell’amico.
– Sei stato eroico, – disse con sincera ammirazione.
Misugi si asciugò il sudore dalla fronte.
– Quattro gol in dieci minuti… – mormorò, – Se almeno ci fossi tu in campo…
– Dieci minuti? – notò Misaki.
I due si scambiarono uno sguardo.
– Vado da Yayoi… – disse Misugi, – Tu preparati a correre.
La Ronin sfruttò il riposo fino all’ultimo secondo, per fare il pieno di energie per quei dieci, fatidici minuti. Finalmente, le maglie bianco-grigio-ecru si schierarono sul campo, pronte per il secondo tempo.
– Me lo ricordavo più magro Misugi… – osservò Sawada, indicando il nuovo entrato.
Hyuga non si voltò nemmeno.
– Possono far entrare chi vogliono. Li spazzeremo via tutti!
E diede ai suoi il segnale della carica.


Due anni di dura vita alla macchia avevano regalato a Sho il miglior stato di forma della sua vita. La difesa della Yamato sembrava un formicaio impazzito a ogni incursione del centrocampista prestato alla guerriglia.
Trascinando con sé almeno un paio di marcatori, il cinese riusciva anche ad aprire spazi per il capitano, che riprendeva via via possesso del centrocampo.
Lo sbraitare di Hyuga copriva il rumore della folla dello stadio.
– Dannazione! Possibile che non riusciate a fermarli???
La prospettiva di soli dieci minuti da giocare aveva magicamente moltiplicato le energie della Ronin. Per un tempo così breve, i giocatori sentivano di riuscire a dare fondo a tutte le loro risorse. L’adrenalina faceva il resto.
– Sono già passati tre minuti! – gridò Sho all’indirizzo di Tsubasa, servendogli la palla al limite dell’area.
Il capitano non si fece pregare. Caricò il destro e…
– Goooooool!!!!!!
Sulle tribune giapponesi, Misaki vide un abito bianco schizzare in piedi per festeggiare la rete.


Il maggiore Hyuga raccolse il pallone in fondo alla porta con un’espressione più scura della sua maglia. Wakashimazu tentò inutilmente di mimetizzarsi col palo.
– Che non succeda mai più… – ringhiò basso l’attaccante e si riportò a centrocampo.
L’onta andava lavata, e subito. Hyuga diede le istruzioni per la vendetta a Sawada.
– Al calcio d’avvio basta che la tocchi. Tirerò da centrocampo.
Sawada riconobbe nella sua voce il nervosismo dei campionati scolastici e lo ritenne un pessimo auspicio.
Obbediente, al fischiò di avvio il gendarme sfiorò appena la palla.
Il maggiore colpì con tutta la rabbia che aveva in corpo, intenzionato a travolgere qualsiasi giocatore avesse la sventura di trovarsi tra lui e la porta.
Ma, malauguratamente per Hyuga, su quella traiettoria c’era solo Sho.
Il guerrigliero rimase immobile e impassibile fino all’ultimo, poi, con il gesto rapido ed elegantissimo di un maestro di taijiquan, ribatté il tiro del maggiore, amplificandone ulteriormente la potenza.
La palla attraversò fulminea l’intero campo da gioco, sotto lo sguardo attonito di giocatori e spettatori, e si infilò perfettamente al sette alle spalle di un raggelato Wakashimazu.
– Due!!!!!!! – gridò Ishizaki, correndo ad abbracciare il nuovo entrato.
– E un minuto guadagnato! – ammiccò Tsubasa, raggiungendolo.
Le curve cinesi, che avevano accolto il primo gol della Ronin con un timido mormorio, cominciavano a scaldarsi, e gli infiltrati della polizia segreta faticavano non poco a soffocare gli applausi.
Il chiasso giunse fino all’esterno dello stadio, nel quieto cimitero inglese.
– Hai finito? – chiese Go.
– È tutto pronto, – confermò l’artificiere.
Nell’erba verdissima e umida spiccava il cavo scuro della miccia.
Un nuovo boato si levò dallo stadio.
– Finiranno per non sentire l’esplosione… – commentò preoccupato il comandante.


La terza rete della Ronin, firmata da uno straordinario Matsuyama, aveva spazzato via tutti gli indugi delle curve cinesi. Gli infiltrati della Kempeitai si guardavano intorno smarriti. Una volta agguantato il pareggio, il tifo per i pallidi samurai si era scatenato irrefrenabile.
– Vittoria! Vittoria! – scandivano sugli spalti.
Misaki consultò il grande cronometro a bordo campo. Dieci minuti, aveva detto Misugi.
Nove erano già passati.
Anche Sho gettò un’occhiata al tempo rimasto.
– Ultima azione, – sussurrò a Tsubasa, passandogli accanto.
– Sono pronto, – rispose il capitano con un lampo negli occhi.
Misaki vide Misugi accompagnare con discrezione Yayoi al cancello di uscita. In quei dieci minuti, l’ex numero undici aveva avuto il tempo di tracciare mentalmente una sicura via di fuga, che lo avrebbe portato rapidamente in salvo a casa. Scese la scala delle tribune proprio mentre la Ronin lanciava il contropiede.
– Fermalo! Stendilo!! Sparagli!!!
Il maggiore Hyuga, nella frenesia del momento, tendeva a confondere i suoi due ruoli.
Tsubasa scese rapidissimo sulla fascia sinistra, mentre Sho seminava il panico tra i difensori sull’altro lato.
Attaccato contemporaneamente su due fronti, il tenente Ken Wakashimazu vide passargli davanti la sua intera vita, evidentemente destinata a concludersi davanti al plotone di esecuzione dei disertori.
Tsubasa crossò al centro per il guerrigliero, che, con un movimento fulmineo, gli restituì la palla in una posizione perfetta, davanti alla porta spalancata. Sugli spalti tutti balzarono in piedi…
BOOOOOOOOOOOOOOM!!!!!!!!!!!!
Nella confusione generale, le grida di panico si mescolarono all’esultanza della Ronin. Ma, su tutto, emerse il ruggito del maggiore Hyuga:
– ARRESTATELO!!!!


Sanae si guardava intorno terrorizzata, cercando con gli occhi Tsubasa, che sembrava svanito nella moltitudine che aveva invaso il campo un istante dopo l’esplosione. I gendarmi e la polizia speciale gridavano ordini e minacce, che la folla, presa dal panico come da istruzioni della Colonna, si ostinava ad ignorare.
All’improvviso, sentì una mano afferrarle il braccio. Con terrore, diede uno strattone, cercando contemporaneamente la rivoltella nella borsa. Ma la mano rispose con uno strattone più forte, che quasi la fece cadere. Chiuse gli occhi e strinse l’arma, pronta a premere il grilletto.
– Non sparare!
Spalancò gli occhi. E si accorse di essere tra le braccia di Taro Misaki.


Le pattuglie sembravano moltiplicarsi di minuto in minuto, sotto un cielo che una sapiente regia rendeva via via più minaccioso.
L’intera città era in stato d’allerta massima, nel timore di altre esplosioni e nel tentativo di catturare gli uomini della Colonna dell’East River.
Misaki si sporse dal fitto cespuglio al margine della boscaglia che sfiorava le case. La via appariva libera.
Stringendo il polso di Sanae, prese a correre per la strada che conduceva al porto. Poi curvò subito in direzione della zona popolare, per evitare Stubbs Road, troppo aperta per dare riparo.
Muovendosi con sicurezza nei vicoli scuri su cui affacciavano i retrobottega, giunse rapidamente al margine di Causeway Bay.
Ripresero fiato appoggiati al muro del piccolo porto secondario. Intorno tutto sembrava tranquillo. I pescatori ritiravano le reti nella stretta baia che costituiva, da sempre, il rifugio in caso di tifoni. Questa volta, però, la minaccia proveniva dalla terraferma.
Il buio stava calando velocemente sulla città, complici le nubi temporalesche. Le prime gocce macchiarono l’asfalto proprio mentre la luce di una pattuglia appariva in fondo alla strada.
Misaki prese un ampio respiro, poi scattò lungo il perimetro del porto, si infilò in un portoncino grigio e salì di corsa le scale. Lasciò il polso di Sanae solo dopo essersi richiuso per bene la porta alle spalle.
Si avvicinò cauto alla finestra, per controllare la pattuglia.
– Sembra ci sia Hyuga in persona… – osservò.
Sanae, immobile sulla porta, girò lo sguardo intorno. La stanza era microscopica, appena tre tatami, praticamente vuota e ordinatissima. Il proprietario poteva essere un monaco zen. La monotonia delle pareti era interrotta solo da una cartolina ingiallita, in cui Sanae riconobbe subito la veduta del porto di Shanghai.
– È… è qui che vivi? – chiese lei esitante.
Il suono di quella voce colse di sorpresa Misaki.
Si rese improvvisamente conto che, dal momento dell’esplosione, aveva agito senza pensare, come in un sogno.
Era quasi arrivato al cancello del Cricket and Football Club, quando il fragore della bomba lo aveva come risvegliato da un torpore. Era tornato indietro sugli spalti, risalendo controcorrente, tra una folla impazzita, le scale che si era proposto di scendere con tanto anticipo e con tanta calma. Aveva cercato disperatamente un abito bianco tra la folla, poi, senza una parola, aveva trascinato Sanae fuori da quell’inferno, attraverso mezza città, fino ad arrivare lì, in quella stanza, dove nessuno, all’infuori di lui, aveva mai messo piede.
E adesso, in quell’isola solitaria, in cui non aveva mai permesso a nessuno di entrare, c’era lei, in piedi nel suo abito bianco, che lo guardava.
Tornò a voltarsi verso la finestra. Il cielo scuro si era deciso a lasciar scendere la pioggia. La penombra ormai avvolgeva la strada e la stanza, in cui, prudentemente, non aveva acceso alcuna luce.
Sanae si avvicinò in silenzio alla finestra, il passo leggero sfiorava appena il tatami.
Improvvisamente, apparve la torcia della pattuglia.
Misaki ebbe di nuovo un riflesso istintivo: afferrò Sanae e si appiattì con lei nell’angolo.
Un istante dopo, un fascio di luce passava a pochi centimetri da loro, illuminando a giorno la stanza.
– Stiamo perdendo tempo, – disse flemmatica la voce di Sawada.
– Voglio sotto controllo tutti i sospetti della città! – sbraitò l’ugola d’oro del maggiore Hyuga.
– Misaki non è un sospetto, – osservò Sawada, – un uomo di guardia qui è sprecato.
I tacchi degli stivali sul selciato indicarono che il maggiore non aveva minimamente tenuto conto dell’obiezione.
– Mi spiace, Sorimachi, – disse rassegnato il gendarme.


Stretti nell’unico angolo buio della stanza, Taro e Sanae tentavano disperatamente di trattenere il respiro e i ricordi. La pioggia dietro i vetri evocava senza pietà una stanza affacciata su un longlang, tanto tempo prima.
Sanae deglutì di nuovo, nel tentativo di sciogliere il nodo che le serrava la gola. Lo sforzo fu inutile. Una lacrima rotolò lungo la guancia e andò a infrangersi sulla mano di Taro.
Misaki allentò la presa.
– Ti chiedo scu…
Il sussurrò fu spento dal bacio di Sanae.


La tempesta sferzava il vecchio insediamento dei pescatori e il povero Sorimachi, rimasto di guardia nella strada. La luce della torcia continuava a illuminare dall’esterno la stanza, delimitando un unico cono oscuro.
Il tamburellare delle gocce sui vetri mascherò il fruscio soffice degli abiti di lino.
Le pareti di legno della microscopica stanza, odorose di tè e di pioggia, abbracciavano le due sagome, che scivolarono lentamente verso il tatami, attente a non evadere dal minuscolo spazio lasciato dalla luce inquisitoria.
Sulla stoffa bianca dell’abito, si muoveva lento il nero gioco di ombre, come negli antichi teatrini di sagome intagliate.
Le pareti si sforzavano di trattenere il mantello di oscurità che proteggeva gli amanti, delimitando un impossibile spazio al di fuori della cruda luce della realtà e del presente.
Nella strada, bagnato fino al midollo, Sorimachi starnutì, spostando maldestramente col piede la grossa torcia.
Nel cono luminoso, per un istante, apparve l’ombra di due mani che si intrecciavano sul tatami.


La notte di tempesta rendeva la città ancora più silenziosa.
– Ci sposammo in segreto, poco prima che lo catturassero… – seguitò il racconto Sanae, con voce appena percettibile, – Nessuno doveva saperlo, per non mettermi in pericolo. A quel tempo Tsubasa era già molto temuto dal regime…
L’abito bianco, che riparava le due ombre come una coperta, illuminava lievemente l’angolo scuro.
– Eravamo giovanissimi… Alcuni mesi dopo, i giornali diedero la notizia della sua morte in un tentativo di fuga dal campo di prigionia… Fu allora che decisi di partire per Shanghai, nel timore che la polizia segreta mi cercasse…
Taro guardò l’ombra della pioggia, proiettata sul muro dalla luce della guardia.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore… – tentò di continuare Sanae, ma l’emozione si faceva troppo forte. Taro la abbracciò più stretta.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore, – riprese lei, – avevo saputo che Tsubasa si trovava subito fuori Shanghai. Era vivo, ma molto malato. Mi aveva fatto cercare, attraverso la resistenza cinese. E aveva bisogno di me…
Nascose il volto nell’abbraccio.
– Non avrei mai voluto lasciarti…
Taro la accarezzò in silenzio.
La pioggia scendeva adesso con un ritmo lento e monotono. Improvvisamente la luce proveniente dalla strada si spense. Sorimachi, evidentemente, aveva deciso di averne abbastanza.
Taro sdraiò dolcemente Sanae sul tatami riconquistato all’oscurità, e si curvò su di lei per baciarla.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Patto col diavolo

Capitolo quarto – SULLA CODA DELLA TIGRE

Capitolo quarto

SULLA CODA DELLA TIGRE

 


Solo un paio di spettatori avevano assistito all’ultimo allenamento della Ronin, sotto un cielo plumbeo, con un’umidità insostenibile, che rendeva l’aria densa e pesante.
I giocatori sedevano a bordo campo, sfiniti, dopo quel tour de force durato una settimana, che aveva appena scalfito anni di ruggine.
I corpi erano deboli, ma gli spiriti forti: la sfida dell’indomani sarebbe stata comunque combattuta.
– Posso parlarti?
Misaki riconobbe alle sue spalle la voce del capitano.
– Non ho intenzione di giocare, – rispose senza voltarsi.
– Non ho intenzione di chiedertelo, – ribatté Tsubasa.
Il capitano gli fece cenno di seguirlo nell’angolo dello stadio opposto a quello in cui la squadra metteva a punto gli ultimi dettagli tecnici.
Si sedettero sulle tribune deserte.
– Si tratta di Sanae, – esordì Tsubasa.
Misaki girò lo sguardo sul campo.
– So che tu hai le lettere di transito, – continuò il capitano.
– Hanno sbagliato di nuovo il fuorigioco, – disse l’ex numero undici, indicando il campo, su cui Misugi ripeteva le direttive alla difesa.
Tsubasa ignorò l’interruzione e proseguì, con tono più basso:
– La partita di domani, molto probabilmente, è una trappola. E comunque, se anche così non fosse, è possibile che io non riesca mai a lasciare il Giappone.
Il capitano fece una lunga pausa. Poi prese un ampio respiro.
– Portala via di qui, Misaki. Usa le lettere per partire con Sanae e mettila in salvo.
Misaki si voltò a guardarlo.
Tsubasa finse di seguire i movimenti dei difensori.
– Non ti lascerebbe mai, – sorrise amaro Misaki, tornando a fissare il campo.
Tsubasa seguì con lo sguardo un aeroplano che passava altissimo sopra di loro. Probabilmente l’aviazione americana in ricognizione.
– Vedi, Misaki, – disse il capitano, – la prigionia mi ha insegnato a prestare attenzione alle minuzie, perché da quelle può dipendere la tua vita. E le minuzie, spesso, ti permettono di leggere nel cuore degli uomini. E di distinguere, per esempio, la lealtà e l’ammirazione dall’amore…
Tra i due calò un silenzio solido, amplificato dal vocio del campo.
L’aeroplano fu inghiottito dal cielo plumbeo, con le sue preziose foto sull’isola occupata.
Misaki si alzò.
– Complimenti, Tsubasa… C’ero quasi cascato…
Il capitano lo guardò sorpreso.
– Convincermi che sei disposto a vedermi partire con lei pur di metterla in salvo… – disse Misaki, sarcastico, – E ora quale sarebbe la mia parte? Commosso dal tuo gesto eroico, dovrei offrirti le lettere di transito?
– Misaki, ascolta… – tentò Tsubasa.
– No, ascolta tu! – lo interruppe l’ex numero undici, puntandogli l’indice contro, – Se davvero pensassi che lei mi ama, non esiterei un istante a spararti alle spalle!
Il capitano rimase attonito.
– E ora falla finita con questo ridicolo teatrino e lasciami in pace! – concluse Misaki, – Quelle lettere non le avrete, a meno di passare sul mio cadavere!
– Tsubasa! – chiamò Misugi dal campo, – Sbrigati! Abbiamo bisogno di te!
La provvidenziale interruzione riscosse Tsubasa. Non fece in tempo a voltarsi per rispondere, che Misaki si era dileguato nel pomeriggio afoso.


Lo stretto sentiero che scendeva dal Victoria Peak fino ai margini dell’abitato regalava davvero dei panorami mozzafiato.
Shunko Sho, però, non era un inglese in completo bianco alla ricerca di uno scorcio da riprodurre con l’acquerello, ma un guerrigliero vestito di stracci, con un cono di paglia per cappello. Era autorizzato, quindi, a essere pressoché indifferente alla straordinaria vista della città che si poteva godere tra i rami profumati degli osmanti.
Il passo di Sho era rapido e leggero, un vero “passo di piccione”, come lo chiamavano i suoi compatrioti, e gli permetteva di percorrere decine di miglia senza mai fermarsi e senza sfinirsi.
Zigzagando tra i tronchi di canforo, si ritrovò in breve al margine ultimo della boscaglia, dove le cerose foglie verde scuro sfioravano i palazzi in perfetto stile vittoriano.
La luce dell’alba illuminava il porto e nuvole scure a est indicavano che il cielo azzurro era destinato a durare ben poco.
Al primo passo fuori dalla boscaglia, Sho si trasformò magicamente nel più credibile dei mendicanti di Hong Kong. Si levò pure il gusto di chiedere la carità a due gendarmi, che lo ignorarono con un gesto di disprezzo.
Scivolando rapido tra i balconi e le insegne della zona più popolare, giunse rapidamente alla bottega di una ricamatrice.
– Buongiorno, An Chun, – salutò Sho.
La ragazza non alzò nemmeno gli occhi dal lavoro. Con un cenno del capo quasi impercettibile, indicò la porta del retrobottega: i contatti cittadini della Colonna dell’East River erano già arrivati.
– Mi basta che facciate un po’ di confusione, – spiegò Sho, – al resto pensiamo noi.
– Una partita di che? – chiese perplesso uno dei presenti.
– Calcio, football… – spiegò spazientito Sho, – Ci sono stati gli inglesi fino a ieri qui! Possibile che non lo conosciate?
Le facce dei presenti dicevano che sì, era possibile.
Sho si innervosì. Afferrò una pezza, la appallottolò, poi, con un poderoso tiro, la mise al sette sulla parete.
I volti si illuminarono.
– Tsu’ Chu!!! Ma certo!!!
Annuendo e ridendo, la delegazione cittadina diede la sua approvazione al piano.


Lo stato maggiore della Kempeitai aveva fatto le cose in grande. La tribuna centrale era addobbata con centinaia di crisantemi e aveva a farle da sfondo una gigantesca bandiera col sole nascente. Zelanti gendarmi srotolarono un chilometrico striscione con la scritta: YAMATO – VITTORIA SICURA, poi presero posto ai bordi del campo, insieme alle altre forze di sicurezza, schierate senza alcun risparmio.
– Hanno una paura fottuta di perdere! – rise Wakabayashi, ritenendola proporzionale all’ampiezza dello striscione.
La Ronin si scaldava a bordo campo, nelle sue maglie, bianche nelle intenzioni e di tutte le sfumature dal grigio all’ecru nella realtà.
La Yamato fece il suo ingresso in campo per il riscaldamento nella sua impeccabile divisa nera, suscitando il boato della folla, perfettamente orchestrato dagli infiltrati della Kempeitai sugli spalti, seduti fianco a fianco ai membri cittadini della Colonna dell’East River.
Kojiro Hyuga salutò le curve osannanti, poi cominciò a prodursi in un’atletica serie di esercizi, imitato millimetricamente da Wakashimazu e, con minor precisione, da tutti gli altri.
Misaki sedeva sull’ultima fila delle tribune, l’unica in cui corresse un filo d’aria nel pomeriggio stagnante che sembrava preludere a un temporale.
Un abito bianco gli passò vicino. Sanae e Yayoi andarono a sedersi alcune file più in basso, badando a restare ben distanti dalla tribuna d’onore, ma anche a non sconfinare nelle curve cinesi, dove non avrebbero fatto differenza tra loro e degli agenti nemici.
– Basta così! Siamo pronti! – esclamò perentorio Hyuga che, evidentemente, scalpitava.
Diede le ultime direttive alla squadra, poi si apprestò con Sawada a dare il calcio d’avvio.
– Spero che i tuoi agenti siano schierati a dovere… – sibilò, – Se Tsubasa ci scappa dalle mani, ti spedisco sul fronte interno!
– Ce ne sono almeno tre pronti a saltargli addosso, nel caso sfuggisse alla marcatura, – rispose Sawada.
Hyuga lo fissò per qualche secondo. Il fischio d’inizio arrivò a salvare il gendarme dalle conseguenze della sua impudente ironia.


– Dannazione! Chiudi quella fascia, Ishizaki! E tu torna a coprire, Matsuyama, non possiamo farcela da soli!
Impossibilitato a dare tutto se stesso sul piano fisico, Jun Misugi guidava la difesa distribuendo ordini a raffica, come il comandante di un sottomarino in missione.
– Sembra che abbiano quattro gambe! – si giustificò Ishikazi col fiatone, – È impossibile fermarli!
– Risparmia il fiato e corri! – lo apostrofò Tsubasa, ripiegato anche lui in difesa, su quella che appariva una vera e propria trincea umana intorno all’area di Wakabayashi.
La differenza di preparazione fisica era abissale. La Yamato, forte di allenamenti costanti e di un’alimentazione ricca, stava polverizzando le deboli gambe della Ronin, reduce da anni passati in clandestinità e prigionia, nutriti dal poco riso del razionamento.
Kojiro Hyuga riusciva a giocare in almeno tre posizioni diverse, sbraitando coi compagni in ogni reparto, Sawada macinava chilometri a centrocampo, senza risentire minimamente delle ore passate alla scrivania della gendarmeria, e Wakashimazu lamentava di annoiarsi a morte là in fondo, tutto da solo.
Le reti, naturalmente, spettavano di diritto al maggiore. Nessuno si sarebbe mai permesso di fare gol al suo posto. Così Sorimachi, arrivato facilmente in zona tiro, passò la palla a Hyuga che, per rimarcare da dove venisse il nome della squadra, sparò una cannonata imprendibile nella porta di Wakabayashi.
– E uno!!!! – gridò Hyuga, alzando un dito al cielo, come a dire che aveva intenzione di alzare anche le altre quattro.
La folla esplose in un boato sincronico, per evidenziare il perfetto affiatamento degli infiltrati.
– Ne prenderanno una dozzina…
Misaki si voltò verso il mendicante che sembrava intendersene tanto di calcio.
– Può darsi… – rispose, – Nel caso perderei 20.000 yen.
– Se sei stato così fesso da scommettere su una squadra come quella… – rise il mendicante.
– In quella squadra ci ho giocato, – disse Misaki, – e abbiamo vinto in condizioni peggiori.
Il mendicante non sembrava convinto.
– Non hai fatto un buon affare in ogni caso… – concluse, – La partita non finirà. Il temporale è imminente.
Il cono di paglia si alzò per un istante, lasciando balenare uno sguardo, poi il mendicante si dileguò nella folla.
– Sho! – lo riconobbe Misaki, e si alzò in piedi per essere pronto all’arrivo della tempesta.


Per la Ronin la partita era durissima.
– Mi ricordavo che ci fosse un’altra metà campo… – osservò Matsuyama in un istante di tregua, – Ma è passato tanto tempo, forse mi sbaglio.
La risata di Tsubasa era spezzata dal fiatone.
– Hanno anche l’arbitro dalla loro, – si lamentò Ishizaki, – come se ce ne fosse bisogno…
La direzione della partita, in effetti, era all’inglese per la Yamato e rigorosissima per la Ronin.
– Non importa, – disse Tsubasa, – vinceremo anche contro di lui!
Misugi, al centro della difesa, appoggiò le mani sulle ginocchia nel tentativo di riprendere fiato.
– Ce la fai? – chiese preoccupato Wakabayashi.
– Non ho nessuna intenzione di lasciarvi in dieci, – rispose con un filo di voce il principe del campo.
Sawada scese sulla fascia con la facilità di un bambino che insegue un aquilone, poi passò al centro dove Hyuga chiamava la palla, come se fosse realistica l’ipotesi di passare a qualcun altro.
– Due!!!!!!!!!
Il tuffo di Wakabayashi era stato inutile. Il missile terra-aria aveva sfondato la rete come se fosse fatta di stelle filanti.
Sugli spalti, Sanae tentava di confortare una disperata Yayoi, che non riusciva a tollerare di vedere il marito in quelle condizioni.
– Non avrei dovuto permettergli di giocare… – singhiozzava la signora Misugi, – Non avrei dovuto…
La preoccupazione di Sanae, invece, era tutta per gli agenti in divisa kaki che circondavano il campo, fitti come una siepe di rovi. La sensazione che si trattasse di una trappola cresceva di minuto in minuto.
La Yamato, intanto, dilagava. Alla mezz’ora del primo tempo, Hyuga si tolse lo sfizio di un’azione personale, attraversando la difesa della Ronin come un coltello caldo fa col burro.
– E tre!!!!!
L’orchestra sugli spalti intonò il suo miglior boato.


Il primo tempo era finalmente finito, dopo un quarto d’ora in cui la Yamato aveva preferito fare melina, per stancare e irridere i giocatori avversari.
La Ronin si avviò agli spogliatoi, troppo stanca per essere sconfortata.
– Vi è andata bene… Credevo ne avrebbero fatti il doppio!
Il mendicante, appoggiato al muro dello spogliatoio, il cono di paglia calato sugli occhi, diede il suo sarcastico benvenuto.
Ishizaki interpretò il pensiero di tutti.
– E tu chi diavolo sei???
– Ozora Tsubasa, giusto? – chiese Sho, puntando il sottile bastone di bambù sul petto del capitano, – Siamo venuti a prenderti.
Misugi capì al volo.
– Ti manda Go, vero?
Sho non rispose e diede le informazioni essenziali.
– Dieci minuti e sentirete un forte boato. Poi è possibile che la folla si faccia prendere dal panico. State tranquilli e non vi succederà niente.
Poi, rivolto a Tsubasa:
– Ti troverò io. Stai pronto.
I giocatori si guardarono perplessi e smarriti.
– Dieci minuti? – chiese Wakabayashi.
Sho non capì il senso della domanda.
– Sì… Minuto più, minuto meno…
– Non riusciremo a ribaltare la situazione in dieci minuti… – pensò ad alta voce il portiere.
Un mormorio corse tra gli altri giocatori.
Sho li guardò incredulo.
– Visto com’è andato il primo tempo, fossi in voi ringrazierei l’interruzione, che vi eviterà il pallottoliere!
– Non sono poi così forti… – obiettò Matsuyama.
– No… Possiamo farcela… – confermò Izawa.
Wakabayashi e Tsubasa confabulavano in disparte.
– Senti… – disse, infine, il capitano, – Non è che si potrebbe rimandare l’esplosione, diciamo… di una decina di minuti?
Il guerrigliero pensò di essere capitato in un covo di pazzi.
– Ma è solo una partita di propaganda! Non conta a nulla! L’unica cosa seria è usarla per farti fuggire di qui!
– La risposta è no, quindi? – chiese Tsubasa.
Sho lo guardò attonito.
– Beh, ragazzi, – fece il capitano, rivolgendosi ai compagni, – vuol dire che abbiamo solo dieci minuti. Andiamo là fuori e sputiamo l’anima! Quattro gol in dieci minuti non sono impossibili!
– Sìììììì!!!! – confermò la squadra.
Una mano magra si posò sul braccio di Tsubasa.
– Io non posso farcela… – mormorò Misugi allo stremo.
La Ronin ammutolì. In dieci l’impresa diventava impossibile.
Il capitano non si diede per vinto.
– Potresti entrare tu… – disse rivolto a Sho.
– Cosa?!
– Hai l’aria di capirne di calcio e di essere più in forma di noi… E poi sarai di sicuro vicino a me nel momento dell’esplosione… – tentò di convincerlo Tsubasa.
Il guerrigliero si sentì al centro di ventidue occhi supplicanti.
– È una pazzia… – mormorò.
Poi, la calamita del campo fece il suo dovere.
– Dammi quella dannata maglia! – disse a Misugi, – Abbiamo due minuti e mezzo per ogni gol!

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Dieci maledetti minuti

Capitolo terzo – UN BUON POSTO PER MORIRE

Capitolo terzo

UN BUON POSTO PER MORIRE

 


Yayoi non riusciva a credere alle proprie orecchie.
– Avevi promesso che saremmo partiti subito! – ripeté, – Potremmo essere oggi stesso a Macao, e domattina in volo per l’America!
Jun Misugi guardava fuori dalla finestra. Le acque del golfo giocavano con i raggi del sole primaverile.
– Giocherò la partita, – disse, – poi andremo dove vuoi tu.
– Non puoi davvero pensare di scendere in campo! – continuò Yayoi, sempre più disperata, – Le tue condizioni sono gravi! È troppo pericoloso!
– Ora basta! – scattò Misugi, – Non puoi chiedermi di fuggire in questo modo!
Yayoi si lasciò cadere sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Jun chinò la testa con un profondo sospiro. Poi le si sedette accanto, abbracciandola stretta.
– Sei stato mesi in quel maledetto campo… – mormorò Yayoi tra le lacrime, – Ora finalmente abbiamo la possibilità di andarcene… Abbiamo perfino il visto autorizzato dalla Kempeitai
Jun le accarezzò con tenerezza i capelli.
– Ascolta Yayoi… – cominciò con dolcezza, – Hyuga mi lascia andare, convinto che non vivrò abbastanza a lungo da infastidirlo. Ma io vivo da tanti anni con la morte al mio fianco… Ho imparato a conoscerla. E so che non è ancora venuto il momento.
Yayoi soffocò un singhiozzo.
– Yayoi… Io non voglio fare l’eroe… – aggiunse Jun, – Avrei tanto voluto vivere una vita tranquilla al tuo fianco… Ma è destino che viviamo in un’epoca tanto buia… E ai nostri figli non voglio raccontare di essere stato un codardo, che fuggiva davanti al nemico…
Si strinsero in un lungo, commosso abbraccio. Poi Yayoi cercò il suo sguardo.
– Sarò sugli spalti a tifare per te, – disse decisa, – come sempre.


– Sono pronto! Quando si comincia?
Wakabayashi batté il pugno sul tavolo, a rimarcare la sua determinazione nell’impresa.
– Non avevo dubbi! – rise Tsubasa.
Il Pappagallo blu nel pomeriggio era semideserto, popolato solo dalle mosche e da qualche piccolo borseggiatore.
– Ho un’altra domanda… – aggiunse Tsubasa, abbassando la voce.
Wakabayashi fece un cenno e magicamente tutti i dipendenti sparirono.
– Sto cercando due visti, – spiegò Tsubasa appena furono soli.
Wakabayashi si allungò sulla sedia.
– E io un passaggio per la luna…
Tsubasa sospirò.
– So bene che la cosa è rischiosa…
– No, – lo interruppe Wakabayashi, – la cosa è impossibile. Far uscire te da Hong Kong è condannarsi a morte. Siamo amici, ma non fino a questo punto.
– Capisco… – disse a mezza voce Tsubasa.
– Certo, per lei è diverso… – aggiunse Wakabayashi, accennando col capo a Sanae, – Un visto te lo trovo quando vuoi. Gratis, ovviamente. Mi dici di sì e domani lei è a Macao.
Tsubasa guardò Sanae, che pareva interessarsi solo alla sua tazza di the.
Wakabayashi fece per alzarsi.
– Parlatene pure un attimo tra voi, – disse.
Le mosche zampettavano allegre sul tavolo, appiccicoso di chissà quale intruglio.
– Non partirò da sola, – chiarì subito Sanae.
– Mi sentirei meglio se tu fossi in salvo… – disse Tsubasa.
– Senti… Se fossi tu a potertene andare, lo faresti? – chiese, guardandolo negli occhi.
– Certo, – mentì lui, – lo farei subito.
Sanae sorrise.
– Certo… Non mi hai abbandonata in situazioni peggiori… Prenderemo due visti. Oppure nessuno.
Tsubasa chinò la testa.
Wakabayashi si avvicinò, intuendo che la conversazione era finita.
– Ti aspetto oggi pomeriggio per gli allenamenti, – disse Tsubasa, tendendogli la mano, – per i visti cercheremo ancora un po’.
Wakabayashi approfittò della stretta per avvicinarsi all’orecchio di Tsubasa.
– Sai che Urabe è stato arrestato per via di due lettere di transito che farebbero uscire di qui perfino te? E che quelle lettere non gli sono state trovate addosso? Secondo me, due chiacchiere con Misaki sull’argomento potrebbero essere interessanti…
Tsubasa aggrottò le sopracciglia, prese il cappello e uscì con Sanae.


Il campo da calcio dell’Hong Kong Cricket and Football Club non aveva mai visto così tanti abbracci. I giocatori si ritrovavano dopo tanti anni, passati in prigionia o in un volontario esilio, e non pareva loro vero di poter mettere ancora gli scarpini e le maglie col numero sulle spalle.
– Il mio numero era diventato questo… – mormorò Misugi, mostrando il tatuaggio sul braccio ossuto.
Tsubasa gli mise una mano sulla spalla. La prigionia lo aveva davvero molto provato.
– Te la senti di giocare? – chiese il capitano.
Gli occhi di Misugi ebbero il lampo dei suoi giorni migliori.
– Contro Hyuga? Fosse anche l’ultima cosa che faccio! – rispose deciso.
Sugli spalti, due figure femminili osservavano il primo allenamento.
– Sembra passato un secolo… – mormorò Yayoi Aoba, e asciugò una lacrima al pensiero dei tornei del tempo della scuola.
– Siete riusciti a trovare un visto? – si informò Sanae.
– Sì… – rispose esitante la ragazza, – È stato Misaki…
Sanae si voltò verso l’amica, che, però, non sembrava intenzionata a dare altre spiegazioni.
Come evocato dalle parole della signora Misugi, l’ex numero undici apparve in cima alle tribune, al fianco di Azumi Hayakawa.
– Un vero peccato che non sia dei nostri… – disse Wakabayashi, vedendolo.
– Lascialo stare, – mormorò Ishizaki.
– Tu eri con lui anche a Shanghai, vero? – si informò Izawa.
Ishizaki alzò gli occhi verso Tsubasa, poi li riportò sul terreno di gioco.
– Sì, – rispose col tono di chi non avrebbe detto altro nemmeno sotto tortura.
Il capitano sciolse il silenzio imbarazzato e diede il via ufficiale agli allenamenti.


– Tu non giochi? – chiese Azumi.
– No, – rispose il centrocampista.
La risposta parve contrariarla.
– Mi sarebbe piaciuto rivederti sul campo… – sorrise.
Misaki, le mani nelle tasche dei pantaloni di lino chiaro, seguiva attento gli esercizi di riscaldamento sul campo.
– Trovo l’intera faccenda patetica, – disse l’ex numero undici.
– Non giocare al cinico con me, Taro Misaki, – aggiunse la ragazza, – io ti conoscevo prima della guerra…
– Prima della guerra il mondo era diverso, – ribatté lui, – e le persone erano diverse.
Azumi spostò lo sguardo sul campo da calcio.
– Grazie per avermi fatto riaccompagnare da Izawa, l’altra sera… In fondo è un bravo ragazzo.
– Per essere un croupier, è anche un discreto centrocampista, – osservò Misaki.
L’ombra di un parasole interruppe la conversazione.
– Sei sobrio? – chiese una voce femminile, con tono duro.
Azumi guardò interrogativa la giovane donna in abito bianco. L’espressione sul volto di Misaki diceva che la conversazione si preannunciava sgradevole.
– Grazie per avermi mostrato la strada dello stadio, – si congedò in fretta Azumi.
– Di nulla, – rispose Misaki.
Sanae seguì la ragazza con lo sguardo, finché non fu sicura che fosse fuori dalla portata delle loro voci.
– Ti chiedo scusa per ieri sera, – disse l’ex numero undici senza staccare gli occhi dal campo.
– Non ha importanza, – rispose Sanae, – è evidente che ho a che fare con un’altra persona rispetto a quella che conoscevo a Shanghai…
La squadra aveva iniziato le discese a due. Tsubasa aveva come compagno Misugi, che, però, faticava molto a tenerne il passo. Yayoi si avvicinò preoccupata al campo.
– Le lettere le hai date a Yayoi per amicizia, per denaro o per altro? – chiese sarcastica.
– Non so di cosa parli… – ribatté Misaki, – Io non commercio in visti. Misugi ha solo avuto fortuna alla roulette.
Sanae alzò lo sguardo verso le colline che abbracciavano il campo. Il verde scuro della macchia faceva risaltare le tribune rosse e blu.
– Le compro io le lettere di Urabe, – disse infine.
Misaki non rispose.
– Posso pagarle bene… – aggiunse.
– Non è questo il problema, – replicò l’ex centrocampista.
Sanae fece un sorriso amaro.
– Certo, non è questo il problema… È che pur di vendicarti di me, lasceresti morire Tsubasa a Hong Kong…
– Anch’io morirò a Hong Kong… – ribatté Misaki, – È un buon posto per morire. Guardati intorno. La Happy Valley non è che un grande cimitero…
Sanae scosse la testa. Evidentemente ogni tentativo sarebbe stato inutile.
Si voltò per andarsene.
– Ieri sera non mi hai risposto… – la fermò l’ex numero undici, – Mi hai lasciato per Tsubasa o c’è stato qualcun altro prima?
– Non ti ho lasciato per Tsubasa, – rispose Sanae nascosta dal parasole, – né per nessun altro. Tsubasa è mio marito. E lo era già quando ci incontrammo a Shanghai.


Nascosto tra le paludi malariche, lo stato maggiore della Colonna dell’East River, la principale organizzazione di resistenza cinese all’invasore giapponese, sudava su una vecchia carta militare, dalle proporzioni a dir poco fantasiose.
– Mi dite che cosa dovremmo farcene di questa? – sbraitò il comandante Shunjin Go, sventolando il pezzo di carta umidiccia sotto il naso dei suoi collaboratori.
– È una pessima idea, – disse Shunko Sho da sotto il suo cono di paglia, – e non funzionerà, carta o non carta.
Go gli lanciò uno sguardo carico di disprezzo.
– Fosse per te, non faremmo che giocare con la polvere da sparo! – sibilò, – Non hai voce in capitolo!
– Rischiare uomini e mezzi per far fuggire un giapponese… – insistette Sho, – Non capisco come facciate a ragionare intorno a un’idea tanto stupida!
– Ti ho già spiegato, – Go digrignava la rabbia tra i denti, – quanto è importante il lavoro di Ozora Tsubasa. È una delle figure più carismatiche dell’opposizione al regime. Un pacifista e un eroe nazionale insieme. Le sue parole contano più delle tue bombe. Altrimenti perché credi che ci terrebbero tanto a farlo fuori?
– Affari loro… – replicò stringendosi nelle spalle Sho, – Un giapponese buono è un giapponese morto!
Go si rivolse con rabbia verso l’inutile cartina e verso i compagni ammutoliti.
– Il piano è semplice: – spiegò, – la Happy Valley è al margine della zona montuosa, impossibile da controllare per i giapponesi. Noi, invece, lì ci muoviamo a occhi chiusi. Tra lo stadio e il Monte Cameron ci sarà meno di un chilometro. Nasconderemo Tsubasa lì per qualche giorno, poi, a Tai Tam, è già pronta una barca per Macao.
– Piano perfetto… – osservò sarcastico Sho, – E quel chilometro come lo percorriamo? Sotto un mantello invisibile?
– Basterà portarlo fuori dallo stadio! – si spazientì Go, – La boscaglia arriva alla rete del Cricket and Football club!
Gli sguardi perplessi dei membri dello stato maggiore dissero a Go che il suo piano non era stato affatto convincente.
– Levati…
Go sentì la mano rovente di Sho sul braccio e fece un salto indietro.
– Tu e i tuoi dannati giochetti col qì! – ringhiò.
Sho lo ignorò e si impossessò dell’approssimativa cartina.
– Lo stadio è all’inglese, giusto? Quindi con le tribune direttamente collegate al campo. Dieci minuti dopo l’inizio del secondo tempo, noi facciamo scoppiare una bomba qui, – e indicò un punto subito a ovest dello stadio, – Il grosso della pattuglia della Kempeitai correrà a vedere che è successo, spalancando il cancello per far passare gli automezzi. La folla lascia gli spalti e invade il campo. Approfittando della confusione copriamo Tsubasa con abiti cinesi. In un istante sarà mimetizzato in una folla che sembra in preda al panico. A quel punto lo portiamo sui nostri sentieri nella boscaglia e il gioco è fatto.
Lo stato maggiore ammutolì. L’idea era tutt’altro che peregrina.
Go non si rassegnò ancora.
– E la bomba? Cosa intendi far saltare questa volta? – sbraitò.
– Il cimitero, – rispose con uno sguardo ironico Sho.


Le parole di Sanae avevano fulminato Misaki, confondendone i pensieri e rimescolandone i sentimenti.
La seguì con lo sguardo, mentre tornava da Yayoi Aoba, che gli fece un timido cenno di saluto.
La squadra, dopo anni di inattività, riusciva a reggere solo un allenamento breve. I giocatori erano già a bordo campo.
Misaki si avviò verso il cancello, sperando che la lunga camminata fino al porto lo aiutasse a dipanare il garbuglio che si sentiva dentro.
– Come li hai trovati?
Il tono arrogante, ancora prima del timbro della voce, gli permise di riconoscere il maggiore Hyuga.
– Magri, – rispose laconico Misaki.
– Farò mandare loro della carne, – disse l’ufficiale, – che non si dica che vinciamo perché sono affamati.
Misaki infilò deciso l’uscita.
L’ufficiale, invece, si avvicinò alle giovani spettatrici sulle tribune, sedendosi alle loro spalle.
– Buonasera, – le salutò, esibendo quello che voleva essere un sorriso.
Un ostinato silenzio, riparato dai parasoli, lasciò intendere che la compagnia non era gradita. Il maggiore non era, però, tipo da cogliere le finezze.
– Ho sentito che i signori Misugi partiranno subito dopo la partita…
Il parasole azzurro di Yayoi ebbe un tremito.
– Quanto a Ozora Tsubasa, invece…
Fece una sapiente pausa, per vedere la reazione di Sanae. Ma il parasole bianco rimase immobile.
– Quanto a Tsubasa, dicevo, credo che sia una buona idea cominciare a guardarsi intorno… Ci sono diversi graziosi cimiteri in questa zona. Per una tomba degna di un eroe nazionale è il caso di pensarci per tempo…
Il parasole bianco non tradì la minima emozione.
Appena Hyuga ebbe voltato le spalle, il parasole azzurro ebbe un movimento brusco.
Il maggiore lo vide con la coda dell’occhio, poi se ne andò fischiettando.
La mano di Yayoi Aoba, ancora per qualche minuto, restò posata su quella dell’amica.
Poi, Sanae si rassegnò a rimettere la rivoltella nella borsa.


Ronin.
La voce di Matsuyama aveva rotto il silenzio di cinque minuti che era seguito alla richiesta di Tsubasa di trovare un nome per la squadra.
– Siamo samurai senza un signore, no? – spiegò l’ex capitano della Furano.
L’immagine dei guerrieri erranti, con le loro storie valorose e oscure, pronti a combattere per le cause perse, sembrava in effetti calzare a pennello.
– Mi piace, – approvò Tsubasa, – mettiamo ai voti.
La proposta, in un regime dittatoriale, aveva qualcosa di assolutamente provocatorio. I giocatori si guardarono l’un l’altro, timorosi di esprimere il loro parere.
Una mano si alzò decisa.
– Sì, – disse Misugi.
– Sì, – ribadì Wakabayashi.
Le mani si alzarono tutte insieme.
– Sì!!!!!
Sugli spalti, sotto i parasoli pastello, le ragazze applaudirono alla nascita della Ronin Football Club.


– Ho visto che parlavi con Misaki, – chiese Tsubasa sulla strada che li riportava in albergo, – hai saputo qualcosa delle lettere di transito?
– Le ha lui, – rispose Sanae, guardando verso il mare, – ma non ce le darà.
Tsubasa sospirò.
– Immaginavo…
Sanae girò lo sguardo verso il sole che tramontava.
– È un vero peccato che non sia dei nostri… Sul campo e fuori avrebbe fatto la differenza, – aggiunse Tsubasa.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto. La via che scendeva dalla Happy Valley verso il porto permetteva di abbracciare con lo sguardo l’intero golfo, in cui le navi da guerra della marina giapponese stavano facendo delle manovre di routine.
– So che la vita che ti faccio fare è davvero dura… – cominciò Tsubasa.
Sanae sorrise.
– … e che ti ho chiesto davvero molti sacrifici, – continuò lui.
Sanae gli prese la mano, stringendola nella sua.
Tsubasa alzò lo sguardo verso il cielo, insolitamente azzurro, in quel maggio tanto afoso.
– Ti prometto che ti farò uscire di qui, – disse, – a qualunque costo.

∗ ∗ ∗

Capitolo quarto – Sulla coda della tigre

Capitolo secondo – L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI SHANGHAI

Capitolo secondo

L’ULTIMA VOLTA CHE VIDI SHANGHAI

 


I giorni, a Hong Kong, non interessavano a nessuno. Erano solo l’inutile parentesi tra due notti.
Appena calavano le tenebre, un brulichio di piccoli e grandi traffici cominciava a muoversi sulle silenziose acque del porto, che guardavano passare, con la stessa suprema indifferenza, famiglie disperate di profughi e derrate di sigarette americane.
L’insegna del Misaki’s Café si accese puntualissima nella notte buia dell’isola e cominciò ad attrarre clienti come falene.
La giovane donna in elegante abito bianco si guardava intorno con aria smarrita, a pochi passi dall’entrata.
– Prego, – sorrise il capitano Sawada, aprendole la porta.
Alle spalle della donna apparve una sagoma che lo fece trasalire. Per un istante si paralizzò, poi l’ombra fece un passo avanti.
– Ozora Tsubasa! Niente meno! Ma quale onore!
Il leggendario capitano del fu Nankatsu Football Club alzò un sopracciglio.
– Buonasera, capitano Sawada.
– Avanti, avanti! – fece cordiale il gendarme, – Non capitano molto spesso personaggi tanto illustri in questo noioso angolo di mondo! Sarò felice se sarete miei ospiti!
Tsubasa fece una smorfia, che lasciava chiaramente intendere che il piacere non era reciproco. Sawada fece finta di non vedere e accompagnò la coppia al tavolo migliore della sala.
– Devo darti subito una pessima notizia, – disse il gendarme con un’espressione gongolante, – Misaki non giocherà.
La giovane donna si mosse imbarazzata sulla sedia.
– Sono sicuro che riuscirò a convincerlo, – ribatté Tsubasa.
– Non credo proprio… – disse Sawada, accendendosi una sigaretta, – È molto cambiato da quando giocavate insieme… Faticherai a riconoscerlo.
La donna si voltò verso la sala, in direzione dell’orchestra. Ishizaki, al pianoforte, stava attaccando uno dei suoi pezzi forti.
– Comunque non disperare… – continuò Sawada, – Qui hai già una squadra al completo! Ishizaki, come vedi, è al pianoforte, Matsuyama, prima o poi, si degnerà di portarci da bere, mentre nella saletta riservata puoi trovare Izawa, Kisugi e Taki. Ti manca solo il portiere, ma saprai già che, all’altro estremo del porto, il Pappagallo blu è di proprietà di un certo Wakabayashi, nome che dovrebbe dirti qualcosa. Per completarti la difesa, poi, il maggiore Hyuga ha pensato bene di far rilasciare Jun Misugi. Era nel mio ufficio stamattina, a mendicare un visto…
Al nome di Hyuga, lo sguardo di Tsubasa si rabbuiò.
– Andiamo, – fece Sawada, alzandosi, – ti accompagno a salutarli.
Tsubasa fece per seguirlo di malavoglia.
– Ti spiace…?
La giovane donna fece un sorriso di assenso.


Sawada attraversò il locale con Tsubasa al fianco, tendendo l’orecchio al mormorio che si levava al loro passaggio. Gli avventori avevano di sicuro riconosciuto il celebre giocatore e ne stavano commentando la presenza a Hong Kong.
– Matsuyama… – chiamò Sawada.
Il maître stava per liquidare il noioso cliente con una rispostaccia, quando si paralizzò.
– Tsubasa…
Il gendarme si godette la sua faccia come un genitore davanti al figlio che apra i regali di Natale.
– I giornali ti hanno dato per morto almeno cinque volte! – esclamò Matsuyama.
– Erano tutte vere, come vedi, – rispose ridendo Tsubasa.
I due si abbracciarono calorosamente. Sawada ringraziò il cielo che Hyuga non fosse presente.
– È qui per una partita… – spiegò il gendarme, dondolandosi sui tacchi, – La Yamato contro tutti…
Matsuyama lo guardò incredulo.
– Un’idea di Hyuga, – confermò Tsubasa, – io spero tanto che sarai dei nostri!
– Potrei non esserci? – replicò l’ex capitano della Furano, – Porterò anche qualche amico. Anche se il caldo di questo posto infernale non ha giovato molto ai miei compagni…
Tsubasa lo salutò con una pacca sulla spalla e puntò dritto verso la saletta riservata, sempre marcato stretto da Sawada.


Esitò per cinque minuti buoni. Poi, finalmente, si decise.
– Può chiamarmi il pianista? – chiese al cameriere.
Ishizaki fu informato della richiesta, guardò verso il tavolo e non riuscì a trattenere una smorfia.
Spinse il pianoforte verso la giovane in abito bianco, si sedette con aria professionale e cominciò a suonare senza una parola.
– Dov’è? – chiese lei, senza preamboli.
– Non ne ho idea, – rispose Ishizaki, – non passa di qui molto spesso.
– Come sta? – insistette la donna.
– Magnificamente, – replicò il pianista, – ha una splendida fidanzata, che sposerà a breve.
Le dita della giovane donna giocavano intorno al bicchiere.
– Una volta mentivi decisamente meglio, – sorrise.
Ishizaki smise di suonare.
– Per favore, vattene via di qui! Gli hai già fatto abbastanza male!
La donna sembrò non sentire.
– Me la suoni, per favore?
Ishizaki fece un sospiro. Poi prese a strimpellare un motivetto.
– Non questa, Ryo…
– Non so di cosa parli.
Lo sguardo basso sul tavolo, la giovane in abito bianco accennò un motivo a mezza voce.
Il pianista fece una smorfia di disappunto. La donna non si diede per vinta.
– Per favore, solo per una volta…
Abbassò la voce e lo sguardo.
– Ryo, suonala… Suona As time goes by
Ishizaki si arrese. Mise le mani sulla tastiera del pianoforte e le fece scorrere sull’arpeggio iniziale.


You must remember this
a kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…


All’altro capo del locale, le note colpirono Misaki come un pugno allo stomaco. Con passo deciso, si diresse verso il pianoforte.
– Ishizaki, ti avevo detto chiaramente che non volevo mai più sentire quella maledetta canzo…
Si interruppe di colpo, lo sguardo in quello della giovane in abito bianco.
Ishizaki chiuse gli occhi, trattenendo il respiro. Poi, la voce di lei ruppe quell’insostenibile silenzio.
– Buonasera, Taro…
Ishizaki ringraziò l’inventore del pianoforte su rotelle, ci caricò sopra il suo sgabello e si dileguò in men che non si dica.


Tsubasa ragionava su quali giocatori gli mancassero per completare la formazione, tentando di sottrarsi alle chiacchiere di Sawada, quando vide le due figure, bianche e immobili, l’una di fronte all’altra.
– Ah! Eccoti, finalmente! – fece Sawada – Ti ricordi di…
– Buonasera, Sanae, – lo interruppe Misaki.
– L’hai riconosciuta subito! – si stupì Sawada, – Hai un’ottima memoria! Dopo più di dieci anni…
– L’ultima volta ci siamo visti il giorno della caduta di Shanghai, – disse Misaki, senza staccare gli occhi dalla giovane.
– Un giorno che non si dimentica… – confermò lei con un sorriso triste.
– Come stai, Misaki?
La voce di Tsubasa spezzò l’incantesimo che legava gli occhi dei due.
Misaki si riscosse e tese la mano all’ex compagno di squadra.
– È molto che non ci vediamo…
– Sì, molto, – sorrise Tsubasa ricambiando la stretta.
– Immagino tu sia qui per la partita con la Yamato… – disse l’ex numero undici.
– Immagini bene. E avrai già capito che ho intenzione di schierare la Golden Combi, – confermò il capitano della Nankatsu.
– Mi dispiace, – disse Misaki, – Io non sarò della partita.
La delusione si dipinse sul volto di Tsubasa.
– Visto? – intervenne Sawada, – Te lo avevo detto…
Tsubasa fece per replicare, ma Misaki glielo impedì.
– Ho chiuso col calcio. E con la politica non voglio avere a che fare. Mi tocca vivere a Hong Kong, cercando di evitare di pestare i piedi a lui e ai suoi amici, – spiegò indicando Sawada.
Tsubasa sospirò. Faticava davvero a riconoscere l’amico.
– La porta dello spogliatoio è sempre aperta. Anche se cambi idea all’ultimo.
– Non la cambierò, – rispose perentorio Misaki andandosene.


Il cicaleccio del capitano Sawada, reso particolarmente loquace dallo champagne e dall’assenza del maggiore Hyuga, non impediva a Tsubasa di progettare la formazione. L’inatteso rifiuto di Misaki era davvero una pessima notizia. La liberazione di Jun Misugi, Hyuga lo sapeva bene, era quasi un gesto di scherno: le condizioni del principe del campo dopo la prigionia non gli avrebbero certo permesso di giocare.
Sanae, in assoluto silenzio, non riusciva a smettere di seguire con lo sguardo lo smoking bianco di Misaki.
Il peso di quegli occhi si fece presto insopportabile per le spalle dell’ex artista del centrocampo. Lasciò in fretta la sala, rifugiandosi nell’area riservata alla roulette.
Chiuse la porta dietro di sé con un sospiro di sollievo, e si trovò davanti una graziosa ragazza dai capelli rossi.
– Posso parlarti, Misaki? Forse non ti ricordi di me… Sono Yayoi Aoba Misugi, – si presentò la giovane.
Misaki guardò il tavolo della roulette e faticò non poco a riconoscere il principe del campo in un giovane dal volto smagrito e preoccupato.
– Io… Sto cercano due visti… – mormorò esitante Yayoi.
– Mi dispiace… – rispose Misaki – Non so come aiutarti.
– Sono stata in gendarmeria stamattina, – continuò la ragazza, – e il capitano Sawada ci ha chiesto del denaro… Molto denaro… E noi non abbiamo nulla…
Yayoi non riusciva a trattenere le lacrime.
– Jun è orgoglioso, non vuole chiedere nulla… Ma dobbiamo partire al più presto… È molto malato…
Un singhiozzo interruppe la supplica.
– Sta giocando alla roulette, – riprese Yayoi, – ma non ha fortuna… Non ne ha mai avuta…
Misaki scosse la testa.
– Non posso fare nulla, – disse, – e ora scusami…
Yayoi lo afferrò per un braccio.
– Aspetta!
Gli occhi scuri, dietro le lacrime, avevano uno sguardo febbricitante.
– Sono disposta a tutto per amore di Jun! A tutto!
Nella mente di Misaki, balenò il ricordo di un lontano pomeriggio di pioggia, alla stazione di Shanghai, dove stava aspettando una donna che, per lui, non era disposta a nulla.
Distolse lo sguardo con un sorriso amaro.
– Misaki… – supplicò la voce di Yayoi.
– Tornatevene a Tokyo, – tagliò corto il numero 11.
Yayoi fu presa dalla disperazione.
– Non possiamo tornare a Tokyo! Lui morirebbe, capisci?
– Dammi retta, tornatevene a Tokyo, – ribadì Misaki, allontanandosi.


– 25 rosso! Esce il 25 rosso! Il banco vince!
Izawa raccolse la pallina e chiamò le ultime puntate.
– Tutto sul 14.
Jun Misugi si voltò e riconobbe Misaki alle sue spalle.
Un sorriso triste gli illuminò il volto smagrito.
– È inutile, Misaki… Non ho fortuna…
– Tutto sul 14, – ripeté Misaki, guardando verso Izawa, per assicurarsi che stesse seguendo la conversazione. Poi sorrise all’indirizzo di Misugi:
– Il tuo numero, no?
Misugi decise di giocare l’ultima palla e spostò le sue fiches su quello che era stato il numero della sua maglia.
La pallina girò vorticosa, seguita dagli occhi di tutti i giocatori.
Yayoi si avvicinò al tavolo per vedere meglio.
– 14! – annunciò Izawa – Il 14 vince!
Misugi si voltò incredulo verso Misaki.
– Jun! – gridò Yayoi, saltandogli al collo.
– Ora andatevene, – consigliò l’ex numero undici, – la fortuna gira in fretta.
Le labbra di Yayoi articolarono un silenzioso “Grazie” all’indirizzo di Misaki, che fece finta di non vedere.
Il numero 11 si voltò per rientrare nella saletta e si trovò di fronte Matsuyama con un’espressione vagamente inebetita.
– Izawa mi ha detto cos’hai fatto…
E gli gettò le braccia al collo.
– Santo cielo, Hikaru! Che ti prende?
Matsuyama asciugò una lacrima e riprese il suo composto servizio ai tavoli, raccontando estasiato il gesto di Misaki a tutti i dipendenti che incrociava.
Quando fu il turno di Ishizaki, le mani del pianista si bloccarono sul pianoforte.
– Sul serio?
– Giuro, – assicurò Matsuyama.
Ishizaki abbandonò l’orchestra e si diresse deciso verso la saletta riservata. Spalancò la porta e puntò dritto Misaki che lo guardava attonito. Prima che quello potesse scartarlo, lo stritolò in un abbraccio.
– Il cuore più nobile dell’intero Giappone! – disse con voce incrinata.
Misaki se lo levò di dosso.
– Ishizaki, torna istantaneamente al pianoforte o ti licenzio in tronco! E ti toccherà lavorare per Wakabayashi!


La porta del locale si aprì sulla notte scura di Hong Kong e la luce al neon disegnò due sagome alte e imponenti. Il maggiore Hyuga e il tenente Wakashimazu fecero il loro ingresso nel locale senza togliersi il cappello.
L’ex capitano della Toho individuò subito Tsubasa Ozora e lo puntò deciso.
– Tu… – disse indicandolo col bastone.
Tsubasa si voltò senza fretta.
– Vedi di non fare scherzi o ti faccio sbranare dalle tigri di Kowloon!
– Potresti anche vincere questa volta… – replicò ironico l’ex capitano della Nankatsu.
Wakashimazu si preparò a spiccare il balzo per fermare il capo, che, però, si limitò a sbattere il bastone sul tavolo.
– Ti giuro che non lascerai Hong Kong! Qui visti per te non ce ne sono! E i tuoi amici della Colonna dell’East River o, peggio, della British Army Aid li stanerò uno per uno!
Tsubasa non si scompose.
– Io sono qui per cercare dei giocatori. Hai detto che mi avresti messo in grado di giocare una partita vera. Mi mancano ancora alcuni nomi.
– Sentiamo… – intervenne conciliante Sawada.
– Urabe, per esempio, – rispose Tsubasa.
Hyuga e Sawada si scambiarono uno sguardo.
– Credo che ti servirebbe a poco… – osservò il gendarme.
– Mi servono tutti i giocatori che posso trovare, – replicò Tsubasa.
– Non è mai stato molto veloce… – ghignò Hyuga, – Figurati ora che è morto…
Tsubasa e Sanae si scambiarono uno sguardo veloce, che non sfuggì al maggiore.
– Non abbiamo ancora deciso se è morto suicida o in un tentativo di fuga… – aggiunse Sawada, con precisione da burocrate.
Tsubasa trovò che la conversazione era durata abbastanza. Si alzò e fece per dirigersi alla porta, seguito da Sanae.
Hyuga gli sbarrò la strada col bastone.
– Sta’ attento… – minacciò tra i denti l’ufficiale.
Tsubasa scostò calmo il bastone e lasciò la sala.
Hyuga lo guardò allontanarsi, fremendo di rabbia.
– Lo voglio sconfitto! Lo voglio morto! – sbraitò non appena la porta si fu chiusa alle spalle del numero 10.
– E tu fai chiudere questo dannato locale e fai tacere questa dannata musica! – ordinò a Sawada.
– Con quale scusa? – chiese il gendarme.
– Non importa! Inventane una!
Il bastone si spezzò ancora prima che Hyuga lo piegasse, obbedendo zelante alle intenzioni del suo collerico padrone.
Il fischietto di Sawada richiamò l’attenzione degli agenti e degli avventori.
– Che diavolo succede? – chiese Misaki, arrivando di corsa.
– Il locale è sotto sequestro. Si fa del gioco d’azzardo. È illegale.
– Cosa? – esclamò Misaki
– Le tue fiches, Sawada, – intervenne premuroso Izawa.


– Buonasera, Sorimachi!
L’ombra nascosta all’angolo della strada sobbalzò, poi sparì tra i vicoli del porto.
– Potevano mettermi alle calcagna un marcatore migliore… – osservò Tsubasa.
Sanae sembrò non sentire.
Camminarono in silenzio fino all’albergo.
Sempre senza una parola, entrarono nella stanza. Tsubasa spense la luce e si accostò alla finestra.
– Sorimachi è ancora lì, – disse, – appena ci lascia in pace, andrò da Misugi. Voglio sapere che contatti possiamo avere con la resistenza.
– È pericoloso… – mormorò Sanae.
Tsubasa le cinse le spalle con un braccio, sorridendo.
– Starò attento… – la rassicurò, – Ci sono abituato…
Sanae non staccava gli occhi dal pavimento. I suoi pensieri erano visibilmente altrove.
Tsubasa tornò a controllare il suo insistente marcatore. L’ombra nella strada era scomparsa.
– Tornerò presto, – disse, la mano sulla maniglia della porta.
Esitò un istante.
– Sanae… Volevo chiederti…
Lei alzò finalmente lo sguardo sulle spalle larghe di Tsubasa.
– Quando ero prigioniero… ti sei sentita molto sola?
Sanae sentì un nodo salirle alla gola.
– Perché io capisco bene che cosa significhi sentirsi soli… – continuò Tsubasa, gli occhi fissi alla maniglia della porta, – Non te ne farei mai una colpa. Lo sai, vero?
Sanae annuì in silenzio, nell’ombra della stanza.


Il locale era buio e silenzioso, illuminato a tratti dalla luce delle motovedette a caccia di contrabbandieri di merci e di uomini.
Le sedie sui tavoli e il fumo ancora stagnante nell’aria davano alla stanza un’atmosfera soffocante.
Le note del pianoforte di Ishizaki non facevano che amplificare il silenzio, rotto solo dal gorgogliare dell’ennesimo whisky nel bicchiere di Misaki.
– Con tutti i locali che ci sono nel mondo, doveva proprio venire nel mio… – mormorò l’ex numero undici tra sé.
– Metti via quella robaccia, – disse materno Ishizaki.
– Non mi farà più male di quello che già sento… – replicò Misaki, – Tu, piuttosto, cambia musica…
Ishizaki obbediente variò il repertorio. Misaki gli lanciò una bottiglia vuota, mostrando di non gradire.
– Finiscila, lo sai cosa voglio sentire!
Ishizaki si interruppe.
– Ora basta, andiamocene via!
– Suonala…
– Misaki…
– Dannazione! Suonala, ti ho detto! – gridò, – Se l’ha sopportata lei, posso sopportarla anch’io!
Ishizaki si rassegnò a quello spettacolo straziante.


You must remember this
a kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…


Si interruppe.
– Ora basta…
– Canta!


The fundamental things apply
as times goes by…
It’s still the same old story
a fight for love and glory…


I ricordi di Shanghai esplosero come mine americane davanti agli occhi di Misaki, dilaniandone il cuore.
Ishizaki aveva raggiunto il limite di sopportazione. Si alzò e chiuse il pianoforte.
– Finiscila! Andiamo a pescare, oppure a fumare oppio! E torniamo quando lei ha lasciato Hong Kong! Insomma, quello che ti pare, ma non voglio vederti in questo stato!
– Non posso… Sto aspettando una signora… – biascicò Misaki.
– Non verrà! – replicò Ishizaki.
– Certo che verrà! – ribatté l’ex numero undici, versandosi l’ennesimo, disperato whisky.
La luce delle motovedette del porto colpì lo specchio dietro il bancone, accecando per un attimo Misaki.
Quando riaprì gli occhi vide che la porta del locale era socchiusa. Un abito bianco rifletteva la luce della luna.
Ishizaki scaraventò a terra lo sgabello, afferrò la giacca e infilò la porta, mentre la figura bianca si scostava per lasciarlo passare.
– Che il diavolo vi porti! Tutti e due!


Il silenzio ripiombò nel locale. La figura bianca fece un passo avanti.
– Taro…
– Oh, eccoti! Mi devi un biglietto del treno, lo sai?
– Taro, devo parlarti …
– È così strano sentirti pronunciare il mio nome… Quanto tempo è passato?
– Non lo so, – mormorò lei.
– Io sì, – disse Misaki, – Ho contato i giorni. Uno per uno.
– Taro, ti prego, capisco come ti senti…
– Peccato tu non sia venuta alla stazione… – la interruppe lui, – Lo spettacolo è stato davvero buffo, sai? Un tizio bagnato fradicio con un’espressione ridicola sulla faccia… e con il cuore a pezzi.
Fece per versarsi un altro bicchiere, ma la mano di lei lo fermò.
– Ti prego, ascoltami…
Misaki si divincolò da quel contatto intollerabile e si versò il sospirato whisky.
– Dovrai essere davvero convincente, sappilo.
– Ero poco più che una bambina… – cominciò lei.
– Pessimo inizio, – la interruppe subito Misaki, – Devi lavorarci parecchio… Ma dimmi piuttosto: mi hai lasciato per Tsubasa o c’è stato qualcun altro in mezzo? O sei di quelle che non tengono il conto?
Gli occhi di Sanae si fecero di fuoco. Il rumore dello schiaffo riempì il locale, seguito dallo sbattere della porta.
Appena la porta si fu richiusa alle sue spalle, la testa di Misaki crollò sul tavolo, bagnato di lacrime e whisky.
Le luci delle motovedette seguitarono a pulsare nella notte silenziosa di Hong Kong.

∗ ∗ ∗

Capitolo terzo – Un buon posto per morire

Capitolo primo – DUE LETTERE PER IL PARADISO

Capitolo primo

DUE LETTERE PER IL PARADISO

 

Con la progressiva avanzata delle forze di occupazione giapponesi nel Sudest asiatico, sempre più occhi, nel Giappone prigioniero della dittatura, guardano con speranza o disperazione alla libertà delle Americhe.
Macao, colonia portoghese e quindi neutrale, diviene il grande punto di imbarcazione, ma non tutti riescono a raggiungerla direttamente.
E così, iniziano un difficile e tortuoso viaggio, che parte dall’isola di Kyûshû, nel Giappone meridionale, per raggiungere poi Okinawa, da lì i territori cinesi sotto il controllo giapponese e, infine, Hong Kong, città occupata, ma separata da Macao da un golfo di soli 60 chilometri.
Giunti qui, i più fortunati riescono, attraverso i soldi, la fortuna o le conoscenze, a procurarsi il visto per Macao e per la libertà.
Ma per gli altri, quei 60 chilometri diventano lunghissimi e non possono far altro che aspettare a Hong Kong.
E aspettano… aspettano… aspettano…


La primavera del 1943 arrivava impietosa anche nel campo di prigionia di Lunghwa, esibendo sfacciata i suoi rami di pruno in fiore attraverso il filo spinato.
Le cinque baracche di legno, dislocate non lontano da Shanghai, erano riservate ai cittadini europei e americani. E a qualche ospite giapponese d’eccezione.
– Dov’è la trappola? – chiese il prigioniero, fissando lo sguardo fuori dalla finestra, sul campo da calcio accanto all’edificio D.
– Nessuna trappola, – rispose il maggiore in divisa kaki, – finita la partita, sarai rilasciato, a patto che non lasci i territori occupati.
Il prigioniero aggrottò la fronte.
– Naturalmente la signorina verrà con te, – sorrise il militare, spostando lo sguardo sulla giovane donna che assisteva alla conversazione.
Il cielo grigio di aprile faceva risaltare i fiori candidi sui rami neri.
– Dovrei giocare da solo? – chiese il prigioniero.
Il volto del maggiore si deformò in una risata.
– Non esageriamo! Potrai cercare i tuoi ex compagni. E per loro varrà lo stesso patto: liberi nei territori cinesi occupati.
Il prigioniero fece una smorfia: liberi in una gabbia. Ma non essere circondati dal filo spinato era una cosa che faceva una certa differenza.
– Per noi della Yamato è importante avere degli avversari di livello. E, al momento, non ce ne sono. Le alte sfere dell’esercito pensano che possa servire anche come propaganda, come è successo all’Italia fascista, due volte campione del mondo. Francamente, di politica me ne infischio. Ma l’idea di incontrarti di nuovo sul campo da calcio mi esalta non poco.
Il silenzio era ritmato dal tamburellare delle dita dell’ufficiale, che, in un gesto sprezzante di potere, aveva tolto la giacca e teneva i piedi sulla scrivania.
Gli stivali neri lucidissimi riflettevano la luce del pomeriggio.
La giovane donna distolse lo sguardo e tornò a fissare il prigioniero, che continuava a dare la spalle alla stanza.
– D’accordo, – disse infine, – dove sarà la partita?
– A Hong Kong, – rispose l’ufficiale.
La giovane donna nascose un sussulto.


L’idrovolante si alzò nel cielo afoso di Hong Kong, seguito dagli sguardi della folla di profughi che attendeva udienza alla Gendarmeria di Hong Kong Est, condividendo la speranza di un visto per Macao.
– Forse domani saremo su quell’idrovolante… – sussurrò una graziosa ragazza dai capelli rossi al magro giovane che le stava vicino.
La fila, normalmente molto lunga, era quel giorno addirittura chilometrica.
Il capitano Takeshi Sawada si era chiuso nell’ufficio coi suoi collaboratori da due ore e pareva non avere nessuna intenzione di aprire la porta.
– Dannazione… Dannazione…
L’ufficiale misurava a grandi passi l’ufficio, le mani dietro la schiena.
– Due ufficiali morti e due lettere di transito sparite! Basterebbe questo a rendere la giornata pessima! Ma, visto che sono nato con la camicia, entro poche ore il maggiore Hyuga piomberà qui per quella sua dannata partita! E scatenerà l’inferno!
– Abbiamo già attivato tutti i nostri informatori, – cercò di tranquillizzarlo il suo sottoposto Kazuki Sorimachi, – entro sera sapremo di sicuro qualcosa.
– La nostra speranza è che l’assassino sia molto avido o molto stupido, – continuò come tra sé il capitano Sawada, – e cerchi al più presto di vendere quei visti sul mercato nero…
Si lasciò cadere sulla sedia, asciugandosi il sudore. A maggio, l’isola era già una sorta di gigantesca sauna.
– Fai passare le richieste di visto, – disse affranto.


L’auto della Kempeitai si fermò sgommando davanti all’Hong Kong Cricket and Football club, nel cuore della zona di Hong Kong dedicata ai cimiteri, ribattezzata, con un supremo eufemismo o con britannico humour nero, Happy Valley.
Il capitano Sawada scese per primo e si preoccupò di fare gli onori di casa.
– Lo hanno costruito gli inglesi. Il manto erboso è superbo e le tribune degne di Wembley, – esagerò il gendarme, – sono sicuro che lo troverai perfetto per l’occasione.
Spalancò i cancelli e fece entrare gli ospiti.
Il maggiore Kojiro Hyuga e il tenente Ken Wakashimazu si scambiarono uno sguardo.
Forse non era esattamente Wembley, ma il campo da calcio del club era davvero magnifico. Gli inglesi delle colonie, si sapeva, non badavano a spese.
Il maggiore misurò a passi lenti il perimetro del campo, battendo sulla mano un grosso bastone di bambù.
Poi raggiunse il cerchio di centrocampo. Con un gesto perentorio, alzò l’indice verso il cielo:
– Li batteremo! Ve lo giuro! – disse solennemente.
Il tenente Wakashimazu lo guardò con l’ammirazione dovuta a un semidio. Il capitano Sawada si passò una mano sugli occhi.
– Prima però…
Il maggiore spostò l’indice sul gendarme, che ebbe un sussulto.
– Voglio l’assassino e le lettere di transito! – gridò.
Poi, sotto lo sguardo attonito di Sawada e quello adorante di Wakashimazu, spezzò in due il bastone, per rimarcare, senza inutili discorsi, quale trattamento intendeva riservare al colpevole.
– Sappiamo chi è, – disse paziente Sawada.
– Lo hai già messo in prigione? – ringhiò il maggiore, come una tigre a cui fosse stata stata sottratta la preda.
– Non ce n’è bisogno. Stasera sarà al Misaki’s Café. Tutti qui, la sera, vanno al Misaki’s Café.
– Ho sentito parlare molto di questo dannato Café, – disse Hyuga tra i denti, – e non capisco come fai a tollerare un locale così occidentale in questa che è ora una città giapponese!
– Ordini superiori, – rispose filosofico Sawada. Poi, con l’aria di chi recita la lezione a memoria: – Va favorito il bilinguismo, sia nella nomenclatura delle vie che nei luoghi di ritrovo, affinché la popolazione anglofona si abitui progressivamente ai nostri sani costumi na…
– Basta così! – si spazientì il maggiore della polizia speciale, – Senza contare che Misaki non vedrà l’ora di scendere in campo con i nostri avversari…
– Misaki non si interessa né di politica né di calcio. Su questo puoi stare tranquillo, – rispose Sawada.
– Lo vedremo! – replicò perentorio Hyuga.
E, con un calcio, spedì i resti del bastone sulle tribune.


Nella Hong Kong del razionamento, il cono di luce dell’insegna al neon del Misaki’s Café delimitava uno spazio quasi magico, popolato da uomini in smoking e signore ingioiellate.
Nei pressi del porto, vicino ai grandi hotel occidentali, il locale, arredato alla più recente moda parigina, era, come aveva detto Sawada, il punto di ritrovo più frequentato della città.
Al Misaki’s Café si potevano bere alcolici di contrabbando, giocare illegalmente d’azzardo, trattare passaggi clandestini per Macao. Insomma, fare tutto ciò che rendeva la vita a Hong Kong interessante.
Il capitano Sawada aprì la porta con l’aria di chi era di casa. Il fumo delle sigarette nascondeva la piccola orchestra che suonava motivi jazz.
Una magnifica voce, dall’accento giapponese, intonò una brillante melodia americana, a cui il pubblico prese a fare il coro.
Il maggiore Hyuga storse il naso.
– In che razza di posto mi hai portato?
– I nemici bisogna conoscerli, – rispose Sawada, facendo un cenno al maître.
Hikaru Matsuyama, in uno smoking elegantissimo, con tanto di vassoio d’argento in mano, fece finta di non vedere.
Il maggiore Hyuga aggrottò le sopracciglia e i cenni di Sawada si fecero più insistenti e supplichevoli. Matsuyama si rassegnò a raggiungerlo.
– Sei ancora tu…
– Il mio solito tavolo, Hikaru, – cinguettò il capitano.
– Non ti azzardare mai più a chiamarmi per nome! – rispose a denti stretti l’ex numero 10 della Furano, – Mettetevi dove vi pare e fatela finita.
Si voltò per andarsene, ma una mano lo attanagliò.
– Ti insegnerò io come si risponde a un ufficiale! – sibilò Hyuga, brandendo in alto il (nuovo) bastone.
Matsuyama non si scompose.
– Arrogante e perdente eri, arrogante e perdente rimani.
Sawada e Wakashimazu intervennero un istante prima che la situazione precipitasse, afferrando un braccio del maggiore per ciascuno.
– Lo vedremo molto presto chi è un perdente… – ruggì Hyuga.


Lo scompiglio provocato dai nuovi, illustri ospiti non aveva scomposto più di tanto gli avventori, abituati agli screzi di una città per metà nelle mani dell’esercito di occupazione e per metà in quelle dei truffatori del mercato nero.
La musica riprese a ritmare la serata e a mascherare le voci dei traffici.
La roulette aveva appena ricominciato a girare nella saletta riservata, quando un’avvenente bionda, con un abito di strass che pareva tatuato, si presentò sulla porta. Teppei Kisugi, che controllava inflessibile gli accessi a quella parte del locale, la guardò interlocutorio.
– Devo parlargli… – implorò la donna.
Kisugi indicò con un cenno della testa un uomo seduto spalle alla porta, con uno smoking immacolato e una scacchiera davanti a sé. Sembrava concentrato su una mossa fondamentale in una partita in cui era l’unico contendente.
– Dov’eri la scorsa notte? – chiese lei con tono seccato.
L’uomo non alzò neppure lo sguardo dalla scacchiera.
– Non mi ricordo. È passato tanto tempo.
– Ti vedrò stasera? – insistette la donna, con una venatura di supplica nella voce.
– Non faccio mai programmi così in anticipo.
La conversazione, evidentemente, era stata abbastanza lunga da annoiare l’uomo in smoking, che fece per andarsene. La ragazza lo afferrò per un braccio.
– Non puoi trattarmi in questo modo! Taro, ti prego…
Misaki si voltò finalmente verso di lei.
– Azumi, vattene a casa. Non faccio per te. Trovati un brav’uomo e fatti sposare.
Levò la mano di lei dal proprio braccio e si diresse verso la sala principale.
Azumi Hayakawa si accasciò sulla sedia accanto al banco della roulette, la mano sugli occhi.
– Non capirò mai perché perdi tempo con lui, quando ci sono qui io che farei per te qualsiasi cosa… – disse il croupier.
– Izawa, fammi il santo piacere di startene zitto! – sibilò Azumi.
– Tipico di voi donne! – rincarò l’ex centrocampista, – Più uno vi tratta male, più voi gli correte dietro.
Azumi afferrò la borsa e si alzò di scatto.
– Vado a ubriacarmi. Così, almeno per una sera, non devo avere a che fare con nessuno di voi due!
– Fantastico! – replicò Izawa, ammiccando, – Così poi mi chiederà di riaccompagnarti a casa!


Misaki vide venire verso di sé Hanji Urabe e pensò che quella era, evidentemente, una serata segnata dagli incontri sgradevoli.
– Tutto bene, Misaki? – chiese il difensore con fare eccessivamente amichevole.
– Prima andava meglio, – replicò Misaki.
Urabe incassò senza scomporsi.
– Francamente non capisco questo tuo disprezzo. In fondo non faccio che aiutare questi poveri profughi a realizzare il proprio sogno…
– … per una congrua cifra di denaro, – precisò Misaki.
– Comunque, non dovrai vedermi ancora per molto qui in giro… – disse Urabe con fare misterioso, – Ho in tasca il biglietto per la mia nuova vita, lontano da questo buco afoso e malarico.
La serata si stava scaldando e il pianista stava dando il meglio di sé.
– Se la cava davvero bene il vecchio Ishizaki… – commentò Urabe.
Misaki fece per andarsene, ma il difensore lo fermò.
– Hai sentito di quei due ufficiali uccisi sulla terraferma? Poveretti…
– Ieri erano due imbecilli qualsiasi, oggi sono due eroi nazionali. Hanno fatto carriera rapidamente, – replicò Misaki.
– Sai che si dice portassero due lettere di transito? Erano firmate da Hideki Tojo in persona. Praticamente un lasciapassare che nemmeno in Paradiso potrebbero contestare.
Misaki girò lo sguardo sulla sala, con aria indifferente.
– Sei l’unica persona di cui mi fido in tutta Hong Kong, – riprese Urabe, abbassando la voce, – forse proprio perché mi disprezzi… Domani chiuderò in bellezza la mia attività, vendendo quelle due lettere per una quantità di denaro che nemmeno riuscirò a contare…
Misaki finalmente lo degnò di uno sguardo.
– Pare che io sia riuscito ad attirare la tua attenzione, – sorrise Urabe.
– Lo farebbe anche uno scarafaggio morto sul bancone, – lo disilluse Misaki.
Urabe fece una smorfia.
– Comunque, quel che volevo chiederti è di nascondermi queste due lettere fino a domani sera. L’appuntamento è qui da te e Sawada non ti perquisirà certo il locale, dato che lo lasci vincere alla roulette.
Estrasse con molta circospezione una busta dalla tasca e la mise in mano all’ex numero undici.
– Se ti prendono, non muoverò un dito, – disse Misaki.
– Sei un amico, – sorrise viscido Urabe.
– No, – replicò l’artista del dribbling.


Il tavolo a cui sedevano i tre ufficiali era il più silenzioso dell’intera sala. L’incontro con Matsuyama aveva messo il maggiore Hyuga di pessimo umore. Il tenente Wakashimazu cercava di non respirare troppo forte per non irritarlo ulteriormente.
Sawada, invece, si guardava intorno, in cerca di un’ancora di salvezza.
– Misaki! – chiamò, appena intravide lo smoking bianco.
L’ex numero 11 della Nankatsu si voltò verso il tavolo. Decisamente d’ora in poi, prima di uscire di casa, avrebbe consultato un astrologo sui giorni infausti.
– Siedi un minuto con noi! – disse garrulo il gendarme, – Immagino che tu ti ricordi di…
– Sì, – tagliò corto Misaki.
Hyuga fece un sorriso storto.
– Io, invece, ho cattiva memoria, – disse, – così ho preferito far stilare un rapporto su di te.
Schioccò le dita e un solerte Wakashimazu fece istantaneamente apparire un faldone nella sua mano.
– Mi sento improvvisamente vecchio… Posso vederlo? – chiese Misaki.
Hyuga gli passò l’incarto.
– Non mi sei mai piaciuto, – cominciò il maggiore, – quindi sarò molto chiaro con te…
– Diamine! Siete riusciti a scoprire che ho gli occhi castani! – lo interruppe Misaki, sfogliando il dossier.
Sawada e Wakashimazu si scambiarono uno sguardo preoccupato. Il tavolo aveva cominciato a vibrare sotto la mano nervosa di Hyuga.
Ma l’ufficiale preferì contenersi.
– Ho organizzato una partita. Noi della Yamato contro tutti voi pezzenti. Domani arriverà qui anche il tuo amico Tsubasa Ozora. Questa volta vi distruggeremo!
Il tono di voce si era fatto via via più alto. Sull’ultima frase aveva addirittura sovrastato il pianoforte di Ishizaki, che si era fermato perplesso a metà del ritornello.
Misaki gli fece cenno di continuare.
– Non ho nessuna intenzione di scendere in campo, se è questo che ti preoccupa… – disse Misaki, appoggiando il riassunto della propria vita sul tavolo, – Come Sawada sa bene, non mi occupo di calcio, soprattutto se mescolato alla politica.
– In realtà pare che non sia sempre stato così… – disse il gendarme, affondando il naso nelle carte della polizia segreta, – Hai giocato a Parigi in una partita contro i tedeschi, e prima ancora con la squadra internazionale della Catalogna repubblicana nel ’36…
– Mi pagavano, – fece secco Misaki.
– La parte avversa ti avrebbe pagato di più… – sorrise Sawada.
– Può darsi, – ammise l’ex centrocampista, – sono sempre stato scarso in matematica.
Hyuga trovava snervanti le lunghe conversazioni, soprattutto se condite di ironia.
– Facciamola breve. Che tu giochi o no, non ha nessuna importanza. Noi vinceremo e spezzeremo contemporaneamente questi ultimi ridicoli simboli della resistenza al regime. Tsubasa primo fra tutti.
– Che vinca il migliore, – disse Misaki alzandosi.
Hyuga afferrò il bastone e fece per scattare. Ma la mano provvidenziale di Wakashimazu lo fermò ancora una volta.
– Sarà meglio chiudere qui la giornata, – sibilò il maggiore.
E, senza salutare, infilò il cappello e uscì, seguito dal tenente, nella notte buia di Hong Kong.


Sawada si alzò dal tavolo con un sospiro.
– Ora faremo un po’ di trambusto. Fai mettere sul mio conto.
E, visto che Misaki lo guardava interrogativo, precisò:
– Sto per far arrestare Urabe per l’assassinio dei due ufficiali. Lo facciamo qui perché mi stai simpatico e volevo omaggiare i tuoi clienti con uno spettacolino fuori programma.
Misaki si mise comodo sulla sedia, la sigaretta tra le dita.
Sawada confabulò con due agenti, che annuirono e si diressero rapidi verso la saletta riservata.
Urabe aveva avuto davvero una serata fortunata e stava cambiando le sue fiches alla cassa.
– Può seguirci, per favore?
Urabe finse una calma che non aveva e seguì sorridendo i gendarmi. Giunto nei pressi della porta, tentò una mossa a sorpresa, scartandoli con quello che reputava un movimento fulmineo.
Misaki pensò che non era mai stato capace di fare un dribbling in vita sua. Meno che mai gli sarebbe riuscito adesso. I gendarmi, infatti, ebbero facilmente la meglio e lo trascinarono via.
– Misaki!!! – gridò Urabe sulla soglia.
L’ex numero undici, come promesso, non mosse un dito, se non per spegnere la sua sigaretta.


– Confido nel tuo spirito sportivo, – disse Sawada, appena la calma fu tornata nel locale.
– Ho già detto che non giocherò, – rispose Misaki.
– Non sarai in campo, – precisò il gendarme, – ma io ti chiedo lealtà al di fuori dello stadio.
Misaki lo guardò senza capire.
– È chiaro che la resistenza farà di tutto per far fuggire un uomo simbolo come Tsubasa. È chiaro che non deve in alcun modo trovare due visti per Macao, – spiegò l’ex centrocampista della Toho.
– Due? – chiese Misaki.
– Viaggia con una signora, – disse Sawada.
– Gliene basterà uno comunque, – replicò cinico Misaki.
– Non credo proprio… Conosco la ragazza…
– Non tutti sono cuori romantici come te… – fece ironico l’ex numero undici.
– O come te… – ribatté il gendarme, – Sotto quella scorza dura, c’è di sicuro una storia straziante.
– Leggi troppi romanzi occidentali, ti rovinerai, – lo ammonì Misaki.
Sawada girò lo sguardo sulla sala. Nonostante l’ora tarda, il locale era affollato e vivace. Probabilmente era l’unico punto di luce e rumore in tutta l’isola.
– Facciamo una scommessa, – propose Misaki.
– Una scommessa? – chiese sorpreso Sawada.
– Io dico che Tsubasa vi straccerà sul campo e poi vi sfuggirà da sotto il naso. 20.000 yen. Andata?
Sawada lo guardò ancora più sorpreso.
– Devo pur rifarmi di tutti i soldi che ti lascio vincere alla roulette per non rompermi le scatole… – spiegò Misaki.
Il gendarme ponderò bene la situazione. Se il maggiore Hyuga ne avesse avuto anche solo il sentore, lo avrebbe spedito a fare da vivandiere sul fronte interno.
Ma Misaki aveva ragione: Sawada era un romantico e leggeva troppa letteratura occidentale.
– Ci sto, – rispose.

∗ ∗ ∗

Capitolo secondo – L’ultima volta che vidi Shanghai

Prologo – LA PARIGI D’ORIENTE

Prologo

LA PARIGI D’ORIENTE

 

Dal 1936, il Giappone del tennõ Hirohito è una dittatura militare che progetta la conquista del continente asiatico. Le leggi speciali hanno sciolto persino le squadre di calcio. Tutte, tranne la squadra dell’esercito: la Yamato, battezzata come la celebre nave da guerra appena varata. La più grande corazzata al mondo, sul mare e sul campo da calcio.
Di mese in mese, la dittatura si fa sempre più oppressiva e l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale sempre più imminente
Le città costiere della Cina, occupate dalle milizie giapponesi, sono teatro di violenze e scontri. Unica eccezione, l’“isola solitaria” di Shanghai, un’oasi di prosperità e pace, alla quale è possibile accedere senza visti né passaporti, dove si rifugiano profughi provenienti dall’Europa e giapponesi in fuga dalla dittatura…


Shanghai, giugno 1941


Il lussuoso piroscafo si faceva strada a fatica tra le pigre imbarcazioni a vela quadrata, come un’automobile che si fosse imbattuta in un gregge su una strada di campagna. Gli eleganti palazzi dall’aspetto europeo ombreggiavano le banchine, a cui ormeggiavano, fianco a fianco, ultramoderne corazzate militari e barche di pescatori dalla struttura immutata da due millenni.
Una miriade di risciò e di facchini improvvisati si accalcava sul molo principale, in un vociare che quasi copriva il rumore dei motori.
Il Bandeong Maru finalmente attraccò, l’equipaggio pose la passerella e il chiassoso formicaio divenne frenetico.
Appoggiati ai due lati di un platano del Bund, i due giovani guardavano distratti i passeggeri scendere dal piroscafo, tra bambini chiassosi e bagagli ingombranti.
Una pattuglia tentava invano di mettere ordine sul molo, distribuendo strattoni e insulti in giapponese.
– Sono più nervosi del solito oggi, – osservò il giovane in kimono.
– È questione di mesi, – disse l’altro, – forse di settimane. Poi cadrà anche Shanghai.
– Che bella prospettiva… – replicò il primo, – Vorrà dire che ci sposteremo nell’interno.
– …dove i cinesi, alla tua prima parola in giapponese, ti taglieranno la gola.
Ryo Ishizaki si accarezzò il collo con l’aria di chi ne avrebbe avuto un certo dispiacere.
– Sarebbe un vero peccato, viste le doti canore che ti sei scoperto, – aggiunse l’amico, ridacchiando.
– Ridi… Non fosse per quello, non avremmo da mangiare. Gli interpreti dal francese non servono a nessuno.
Taro Misaki diede un colpo col piede a un sasso, portandolo sulla punta della scarpa. Poi prese a palleggiarlo con destrezza.
– Si darebbe il caso che siamo giocatori di calcio. Senza una squadra, che altro vuoi che facciamo?
– Ti basterebbe tornare in Giappone: la Yamato ti coprirebbe di onori.
– È un’idea. Partiamo insieme?
Tacquero, guardando il fiume.
– Quando Shanghai cadrà, ce ne andremo a Hong Kong. Ho lasciato Parigi quando sono arrivati i tedeschi, non ho intenzione di veder distruggere anche la Parigi d’Oriente.
– Che mi prenda un colpo!
Ishizaki sbarrò gli occhi, l’indice puntato alla passerella del piroscafo.
Una figuretta elegante, vestita di bianco, trascinava a fatica un grosso bagaglio, tentando, nel contempo, di non farsi rubare il cappello dal vento.
– Quella è Anego! – esclamò sbalordito.
Prima che Misaki avesse il tempo di interloquire uno stupito “Cosa?”, si ritrovò a dribblare, trascinato da Ishizaki, facchini, risciò e militari. Il difensore scopertosi centrocampista di classe si fermò solo ai piedi della passerella.
– Anegoooooo!!!
Ishizaki si sbracciava, tentando di sovrastare il chiasso poliglotta del molo.
Finalmente la ragazza si voltò. Ebbe un istante di esitazione, poi esclamò incredula:
– Ryo! Sei proprio tu?
Ishizaki afferrò cavallerescamente il pesante bagaglio, la prese per il polso e, con un perentorio “Andiamo!”, la portò fuori dalla folla brulicante. Si fermarono solo quando ebbero raggiunto l’ombra dei platani.
– Che diavolo ci fai a Shanghai? Come sta mia madre? Hai notizie degli altri? – la travolse l’ex difensore.
Sanae accennò un sorriso stanco.
– Tua madre sta bene, a parte lamentarsi della tua fuga ogni giorno…
– E gli altri? – insistette Ishizaki, – Sono anni che non so più nulla di loro…
La ragazza prese un’espressione cupa.
– Ishizaki… Per favore… Non farmi domande.
Alzò gli occhi verso il fiume, per evitare lo sguardo interrogativo dell’amico. E si accorse solo allora del giovane in abiti occidentali che accompagnava Ishizaki.
– Buongiorno, Nakazawa-san! È molto tempo che non ci vediamo… – sorrise lui gentile.
La giovane aggrottò le sopracciglia, nello sforzo di identificare un volto che riecheggiava dei tratti noti, ma come perduti in un passato lontano. Poi la fronte si distese e il volto si aprì in un sorriso.
– Taro Misaki! Santo cielo! Sono passati quasi dieci anni!
– Eravamo ancora alle scuole elementari… – confermò lui.
Ishizaki prese in mano la situazione e la valigia.
– Tu avrai sicuramente fame. E io devo iniziare a lavorare tra poco. Dove alloggi?
– Al Ritz Hotel
– Bene, lasciamo lì il tuo macigno e poi andiamo alla Belle Aurore. Così sentirai quanto sono bravo al pianoforte!
– Al pianoforte? – sgranò gli occhi sbalordita Sanae.

 


La Belle Aurore, nel cuore del Settore Internazionale, era il punto di ritrovo dei rifugiati giunti dalla Francia, arrivati lì quasi tutti l’anno precedente, dopo l’occupazione nazista di Parigi e l’instaurazione del governo di Vichy. Per la maggior parte erano artisti giapponesi, sorpresi dalla guerra nella capitale francese. Molti di loro non avevano simpatia per il regime e Shanghai costituiva una sorta di limbo, in cui, affacciati sulla madre patria, attendevano l’evolversi degli eventi.

You must remember this
A kiss is still a kiss
a sigh is just a sigh…
The fundamental things apply
as times goes by…


Sanae guardava a occhi spalancanti il bizzarro spettacolo di un difensore giapponese in kimono, che cantava, con voce sorprendentemente vellutata, una canzone di chiara impronta americana.
– Credevo di aver visto di tutto, in vita mia…
Misaki rise.
– A volte le situazioni d’emergenza fanno emergere talenti insospettabili…
Il tavolo della Belle Aurore era ingombro di cibo. Ishizaki non aveva lesinato sull’ospitalità, commisurando l’appetito della sua amica sul proprio metro di misura.
Misaki osservava con discrezione la sua graziosa vicina.
Difficile riconoscere il maschiaccio delle scuole elementari nella giovane donna elegante e dall’aria malinconica che gli stava ora davanti.
Il tram sferragliò nella strada, coprendo le note della canzone.


It’s still the same old story
a fight for love and glory
a case of do or die
the world will always welcome lovers
as time goes by…

 


Zanzare grandi come cacciabombardieri si infrangevano sulla zanzariera, che cercava disperatamente di proteggere il riposo pomeridiano di Ishizaki, nel retro della Belle Aurore.
L’estate di Shanghai serpeggiava lenta e afosa, come un fiume saturo di alghe.
Misaki fece per infilarsi la giacca di lino chiaro.
– La porti fuori anche oggi?- chiese Ishizaki, cercando di muovere il numero minimo di muscoli, al di sotto dell’asciugamano bagnato che teneva sulla testa.
– …
– Hai intenzione di aspettare ancora molto per dirglielo? – proseguì Ishizaki, sempre calibrando al minimo il dispendio energetico.
– Dirle cosa? – chiese sorpreso Misaki.
– Che ti sei innamorato di lei.
Misaki si paralizzò, una manica infilata e una a penzoloni.
– Ricordati solo questo, – continuò con tono vissuto Ishizaki, da sotto l’asciugamano, – un bacio è ancora un bacio, un sospiro è solo un sospiro…
Misaki riconquistò l’altra manica.
– Ma va all’inferno, Ishizaki!
E abbandonò l’amico in pasto alle zanzare.

 


I tuoni facevano risuonare il loro passo sempre più pesante, risalendo il corso dello Huangpu. Le prime gocce di pioggia tamburellarono sul parasole chiaro.
Sanae guardò preoccupata il cielo scuro e si riparò nel gazebo in ferro battuto.
I passanti si affrettavano sui viali dei giardini pubblici, per sfuggire al temporale imminente. La stagione della pioggia delle prugne, la chiamavano i cinesi. Imprevedibile e mutevole.
Con la punta del parasole prese a disegnare ghirigori sul pavimento di marmo. Taro era in ritardo.
Un vocio sul Bund attirò la sua attenzione. Sul grande viale sfrecciarono le auto scure della pattuglia giapponese, dispiegando le sirene, in direzione della città cinese.
Una sorta di istinto, sviluppato suo malgrado negli anni, la fece mettere in allerta.
Gettò un’occhiata nervosa e preoccupata alla direzione in cui Taro insisteva a non apparire.
– Una sommossa! – corse voce sul marciapiede.
Incapace di aspettare ancora, Sanae si mise a camminare sempre più in fretta verso il Quai de France, per abbreviare la strada che la separava da Misaki.
Le voci dei rivoltosi arrivavano sempre meno smorzate, il movimento sulla strada si faceva sempre più frenetico. La sagoma familiare continuava a farsi desiderare.
Un tuono più forte degli altri squarciò le nuvole, aprendo la strada a uno scroscio. Sanae si mise a correre, il cuore che batteva all’impazzata, girando disperatamente lo sguardo intorno.
I negozianti, preoccupati più della pioggia che del tumulto, si affrettavano a ritirare la merce, dribblando i passanti che cercavano di allontanarsi il più velocemente possibile dalla zona della città vecchia, dove, evidentemente, la pattuglia giapponese stava fronteggiando dei disordini. Una signora in eleganti abiti occidentali trovò che la reazione più educata alla situazione fosse quella di svenire, gettando ulteriore scompiglio tra la folla degli stranieri e procurando un inatteso divertimento ai più filosofici passanti cinesi.
Sanae cercò di sottrarsi al fiume umano sul marciapiede, che tentava di trascinarla nella direzione opposta a quella in cui la spingeva un’angoscia sempre più forte.
Con un movimento deciso, si infilò in una stradina laterale. La pioggia, che ormai era una vera cascata, contribuì a disorientarla. Il dedalo di vicoli, tutti spaventosamente simili, la inghiottì in un batter d’occhio.
Si fermò, cercando un punto per orientarsi.
Il chiasso della folla era stato sostituito da un silenzio ostile, riempito solo dallo scrosciare della pioggia.
Dagli antichi archi in pietra si affacciarono in pochi istanti bambini e donne dall’aria misera, che guardavano, incuriositi e divertiti, l’elegante straniera bagnata fino all’osso.
– Sanae!
Si voltò di scatto.
Taro, più inzuppato di lei, la guardava stupito.
– Ti ho inseguita per tutto il lungofiume… Ti ho chiamata, ma non mi sentivi…
Strattonata tra il sollievo e l’angoscia, la nipponica riservatezza di Sanae gettò le armi. Un attonito Taro se la ritrovò in lacrime tra le braccia.
– Non ti è successo niente… Grazie al cielo…
Per il pubblico cinese lo spettacolo si stava facendo davvero fuori dall’ordinario. Le donne nascosero le loro risatine dietro le cocche dei grembiuli.
– Vieni, – disse Misaki, – Casa mia non è lontana.

 


Il longlang su cui affacciava la casa di Misaki aveva tutta l’aria di volersi rapidamente convertire in canale. La pioggia scrosciante non voleva saperne di smettere e l’acqua arrivava già al ginocchio dei passanti.
Il rumore della porta scorrevole distolse Taro dalla finestra.
Sanae piegò le braccia in un gesto buffo, che evidenziò quanto le sue mani fossero nascoste dalle maniche di uno yukata evidentemente fuori misura.
– Almeno è asciutto! – sorrise Taro, indicando i vestiti che gocciolavano in un angolo della microscopica stanza.
Anche Sanae si avvicinò alla finestra. La pioggia sferzava i tetti dei vecchi edifici con ostinazione subtropicale.
– Sanae… – chiese lui in un sussurro esitante, – Perché sei qui, a Shanghai, sola?
La fronte di lei si rabbuiò. Alzò gli occhi verso le nuvole nere che stavano calando una sera precoce sulla città.
– Ti avevo chiesto di non fare domande…
Taro chinò la testa, poi girò anche lui lo sguardo verso il vicolo.
– Ti chiedo scusa…
Il fazzoletto di cielo sopra il longlang fu illuminato da un fulmine.
Sanae finse di guardare nella strada. Il cappello di paglia di riso a cono nascondeva un passante che sembrava non curarsi troppo del temporale.
Taro nascose un sospiro. Poi sentì una mano afferrargli lo yukata sul petto.
– Giura! Giurami che non ti capiterà mai niente!
La disperata minaccia le incrinò la voce.
– Sanae… – mormorò lui stupito.
I riquadri della finestra componevano il mosaico di due volti vicinissimi.
La pioggia sul vetro sciolse i contorni dei due profili.

 


Ishizaki camminava fischiettando, le mani in tasca, lungo la strada deserta, illuminata da lampioni radi. La pioggia appena cessata aveva risvegliato l’odore dell’asfalto.
Né Sanae né Misaki si erano fatti vedere alla Belle Aurore.
Una pattuglia passò sull’altro lato della strada, senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. I tumulti del pomeriggio erano stati sedati più dall’acquazzone che dalle forze dell’ordine.
Si infilò nel longlang buio e silenzioso. Alzò gli occhi alla finestra della stanza di Misaki. Una luce tenue rivelava la presenza di due ombre.
Ishizaki si allontanò canticchiando.


The world will always welcome lovers
as time goes by…

∗ ∗ ∗


La fredda notte invernale fu improvvisamente illuminata da un’esplosione.
La città vecchia assistette senza scomporsi: era avvezza agli spettacoli pirotecnici da circa mille anni.
Nel Settore Internazionale, invece, il boato gettò lo scompiglio.
– Arrivano i giapponesi!
La notizia passò di bocca in bocca nelle cento lingue della zona abitata dagli stranieri.
Le esplosioni divennero sempre più frequenti, tingendo di rosso lo Huangpu.
I giornalisti occidentali, arrampicatisi per amore della notizia sui tetti del Bund, videro le navi da guerra americane andare a fuoco nel porto fluviale che, per secoli, aveva aperto all’Occidente lo straordinario mercato del Celeste Impero.
L’alba livida dell’8 dicembre sorse sulla città in fiamme.


La porta della Belle Aurore si aprì per far entrare una ventata di freddo e un Ishizaki imbacuccato come uno sherpa.
– Biglietti e giornale, piccioncini – disse, appoggiando la mercanzia sul tavolo a cui sedevano Misaki e Sanae.
“È guerra! Il Giappone bombarda le Hawaii! Il Settore internazionale occupato dalla milizie nipponiche”, titolava il North China Daily News in quello che sarebbe stato il suo ultimo numero.
– A che ora è il treno? – si informò Misaki.
– Alle cinque, – rispose Ishizaki.
Poi aggiunse, puntando l’indice verso Sanae:
– E tu scordati di portarti dietro quella specie di macigno! Ti ricomprerà tutti i vestiti quando saremo a Hong Kong!
Misaki rise, mentre Sanae guardava preoccupata e distratta fuori dalla vetrina.
Ishizaki si fece serio.
– Sarà meglio sbrigarsi… Lo sai che non ci prendiamo molto con quelli della Kempeitai
– Hanno una conversazione decisamente noiosa, in effetti, – replicò Misaki.
Nella strada, la confusione aumentava di minuto in minuto. Gli occidentali tentavano di lasciare la città il prima possibile, forti dei loro passaporti stranieri, che, invece, ne avrebbero presto fatto dei prigionieri di guerra.
Sanae si alzò e scostò la tenda per vedere meglio.
– L’intero mondo va in pezzi… E noi scegliamo proprio questo momento per innamorarci, – disse quasi tra sé.
Taro la avvolse in un abbraccio.
– Non un gran tempismo, in effetti… Ma dieci anni fa eravamo un po’ troppo giovani, non trovi?
Sanae accennò un sorriso.
– Devi andartene il prima possibile, – aggiunse seria.
Dobbiamo andarcene, – precisò Misaki.
– Certo… Dobbiamo andarcene… – confermò Sanae.
– Passo a prenderti all’hotel alle quattro e mezza, d’accordo? – chiese Misaki.
– No… no… – rispose lei, evitando il suo sguardo, – Ho molte cose da fare… Ti raggiungerò alla stazione.
Un boato in distanza segnalò l’affondamento dell’ultima corazzata statunitense sullo Huangpu.
– Potremmo sposarci appena arrivati a Hong Kong… Ishizaki, ci faresti da testimone? – sorrise Taro.
– Come no? Basta che poi mi leviate il vostro zuccheroso spettacolo dai piedi… – rispose il difensore sedendosi al pianoforte.
Sanae abbassò lo sguardo.
Ishizaki cominciò a strimpellare qualche nota.
– Se preferisci, potrebbe sposarci il macchinista sul treno! – propose ridendo Taro, – Se può farlo il capitano di una nave… Dovrebbe più o meno essere lo stesso!
Sanae si voltò di nuovo verso la vetrina, nascondendo una lacrima.
Il pianista trovò che era il momento giusto per una colonna sonora diegetica.


You must remember this,
a kiss is still a kiss…


– Ehi… Che succede? – le sussurrò Taro con una carezza gentile.
– Io… Questo mondo è impazzito… Può accadere di tutto… Se venissimo separati… Ovunque tu sarai… e ovunque sarò io… voglio che tu sappia…
Non riuscì a continuare e nascose il volto nel suo abbraccio.


…a sigh is just a sigh… – continuò ispirato Ishizaki.


Taro le sollevò il viso con un bacio lieve.
– Baciami… – disse lei, guardandolo negli occhi, – Baciami come fosse l’ultima volta…
Obbediente, Misaki la baciò come si suppone debba fare un uomo degno di questo nome quando pensa che sia l’ultima volta.


The world will always welcome lovers
as time goes by…

∗ ∗ ∗

La stazione di Shanghai brulicava di gente di mille nazionalità e di mille lingue diverse.
Gli occidentali tentavano di caricare a bordo di un treno ormai traboccante i loro eleganti bagagli, firmati dalle case di moda europee, sotto lo sguardo perplesso di famiglie cinesi che, accovacciate a terra, improvvisavano un pasto caldo con scodelle fumanti di noodles.
Al mattino gelido era seguito un pomeriggio piovoso, e, sul binario 3, i passeggeri erano resi ancora più nervosi e frenetici dalla pioggia battente.
Misaki appoggiò a terra la valigia e girò intorno uno sguardo apprensivo. Il cappello e il trench gocciolavano più dei doccioni in ferro battuto, ma il loro proprietario sembrava non accorgersene.
Dette un’occhiata nervosa all’orologio.
– Passeggeri a bordo! Il treno per Hong Kong partirà tra tre minuti!
La voce dell’altoparlante sovrastava a malapena il chiasso della folla, che si accalcava per salire su quello che era l’ultimo treno che avrebbe lasciato Shanghai.
– Misaki!!!
Ishizaki si faceva largo tra la folla, senza lesinare spintoni né insulti.
Finalmente giunse a portata di voce.
– Dov’è? L’hai vista? – chiese Misaki.
– Non l’ho trovata, – scosse la testa il difensore, – in albergo non c’era, ha lasciato la sua stanza. Ma c’era questo…
Dalla tasca trasse una busta. Misaki la afferrò e l’aprì con un gesto ansioso.
Le gocce di pioggia si mescolarono rapide all’inchiostro, sciogliendolo in un’unica lacrima grigia. O forse era lo sguardo di Misaki ad annebbiarsi.
Il capostazione fischiò.
– Presto! – fece Ishizaki, afferrandolo per la manica e trascinandolo a forza sul vagone ormai in movimento.
Il treno partì in perfetto orario, carico degli ultimi fortunati che potevano lasciare l’ormai violata “Isola solitaria”.
Misaki sul predellino accartocciò la lettera che aveva in mano e, senza guardarla, la gettò via. Poi, alzò gli occhi al vapore della locomotiva, che si confondeva con le nubi invernali.


Improvvisamente, la stazione fu vuota e deserta. Il biglietto scivolò in un rivolo d’acqua, che cancellò le ultime lettere del messaggio:


Taro,
non posso venire con te, né vederti mai più.
Ti prego, non chiedermi perché.
Sappi solo che ti amo.
Che il Signore ti protegga.
Sanae

∗ ∗ ∗

Capitolo primo – Due lettere per il Paradiso

 

Chapter 11 – THE END

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Capitolo 11 – THE END

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