3 – DIREI BUONANOTTE FINO AL MATTINO

Capitolo terzo

DIREI BUONANOTTE FINO AL MATTINO

 

“Mi dispiace, Izawa, ma la tua storia proprio non regge…”
Kisugi scuoteva la testa davanti al suo bicchiere di limonata.
“Lo abbiamo tenuto d’occhio notte e giorno e non ha fatto proprio nulla di sospetto…”, confermò Taki.
Izawa era decisamente stizzito. Gli pareva che il torneo, tra partite, allenamenti e momenti liberi gli avrebbe fornito molto materiale su cui ricamare per convincere i compagni che il numero undici, con le sue mire su Sanae, era il più vile dei traditori.
Ma ormai erano alla vigilia della finale e le cose non erano andate come aveva sperato.
Misaki era concentratissimo, come e più del solito. Esistevano solo allenamenti e partite. E sostenere che la motivazione non fosse la vittoria finale, ma la promessa fatta a Sanae, era decisamente poco credibile.
La loro stanza confinava con quella delle ragazze, ma Misaki non usciva nemmeno sul balcone. Non era venuto in aiuto di Izawa nemmeno un infortunio, che avrebbe costretto il numero undici a ricorrere alle cure della manager, fornendo ampio spazio alla fantasia del calunnioso narratore.
Gli rimanevano solo i tre gol promessi da Misaki a Sanae per la finale, ma, senza l’adeguato contorno, si rivelavano un piatto piuttosto misero e senza sugo.
“Sarà meglio andare a dormire”, disse Ishizaki alzandosi, “Domani giochiamo contro la Toho.”


Misaki si rigirò per l’ennesima volta nel futon. Il sonno non voleva proprio arrivare. Non che la cosa lo stupisse. La tensione lo rendeva insonne prima di ogni esame, figuriamoci prima di quella finale.
Tre gol per la manager…
Sembrava che lei non si rendesse conto dei suoi limiti, che lui, invece, vedeva benissimo.
Non era Tsubasa. E pareva quasi che Sanae gli chiedesse di esserlo.
Provò a rifugiarsi sotto il lenzuolo. Dalla porta finestra, socchiusa per lasciar entrare la frescura della notte, filtrava il canto delle cicale.
Misaki decise di mettere fine alla tortura e si alzò. Con passo guardingo, cercando di non svegliare e di non calpestare i compagni, uscì sul balcone.
Nella notte senza luna, le stelle brillavano particolarmente vicine.
Misaki cercò di concentrarsi sugli appunti presi sul centrocampo della Toho e sul modo di neutralizzarlo. Di sicuro, la squadra di Hyuga avrebbe avuto molta più fatica nelle gambe, dopo la micidiale semifinale con la Furano.
“Misaki-san…”
Le cicale si tacquero di colpo.
Misaki si voltò sorpreso nella direzione da cui era venuta la voce.
Dal tratto di balaustra che divideva il balcone da quello della stanza accanto, spuntò la mano di Sanae.
“Sono qui… Che ci fai sveglio?”
Misaki si avvicinò e ne intravide la sagoma, seduta a terra e avvolta in una coperta.
“E tu? Che ci fai sveglia?”, chiese il numero undici.
Sanae si strinse nelle spalle.
“Le cicale non mi lasciavano dormire…”
Misaki si sedette sul pavimento di legno del balcone. Dagli spazi della balaustra poteva intravedere la team manager che si stringeva nella coperta e guardava le stelle.
“Nervoso per la finale?”, chiese la ragazza.
Misaki annuì.
“Ascoltami bene, Misaki-san…”
Il numero undici alzò lo sguardo e incrociò quello della ragazza. Non gli sembrava che gli occhi di lei avessero mai avuto un colore così intenso. Pensò che fosse dovuto alle strane luci della notte.
“Domani vinceremo. Vedrai che costringeremo la fortuna a girare per noi.”
Il tono della voce dava l’idea che, se si fosse rifiutata di collaborare, la fortuna sarebbe stata fatta girare a suon di pedate.
Misaki scosse la testa.
“Io non sono Tsubasa…”
“Nessuno ti sta chiedendo di esserlo”, replicò decisa Sanae, “Taro Misaki va benissimo.”
Il numero undici si zittì imbarazzato.
Sanae alzò di nuovo lo sguardo alla volta stellata.
“I ragazzi dicono che hai una fidanzata a Parigi…”, disse all’improvviso.
Misaki arrossì fino alla radice dei capelli.
“No… no… nessuna fidanzata…”, replicò imbarazzato, “I ragazzi si sbagliano… Azumi è solo un’amica…”
Tacque.
Le cicale sembravano scomparse. Forse la temperatura si era abbassata di un grado, raggiungendo la soglia necessaria a farle zittire.
“Non senti la sua mancanza?”, chiese esitante Sanae.
In lontananza riecheggiò il rumore di un treno, perduto nelle profondità della notte.
“No…”, ammise Misaki, con voce appena percettibile, “Era un’amicizia tra ragazzini… Le cose sono molto diverse a quell’età… Tre anni fanno molta differenza…”
Dall’altra parte della balaustra, Sanae sospirò.
“Già… Tre anni fanno una grande differenza… Soprattutto se sono tre anni di lontananza…”, confermò la ragazza.
Misaki si accorse improvvisamente di essere intrappolato in un campo minato. Memore delle lacrime nello spogliatoio, si affrettò a cercare una via d’uscita.
“Sanae-chan, io sono sicuro che Tsubasa…”
Si zittì di colpo.
La balaustra sembrò sparire per un istante, permettendogli di vedere per intero la figura di Sanae, raggomitolata nella coperta. Sul suo volto era dipinta la sorpresa di sentirsi all’improvviso chiamare affettuosamente per nome.
Per un istante, restarono come sospesi nel silenzio della notte.
Misaki cercò subito di scusarsi.
“Mi dispiace, Nakazawa-san… Io non volevo…”
“Preferivo Sanae-chan…”, lo interruppe la ragazza.
Negli spazi della balaustra, prudentemente tornata al suo posto, Misaki intravide un sorriso.
Le cicale ripresero a frinire disperate. La temperatura doveva essersi rialzata.
“Ricordati dei miei tre gol, domani”, cambiò discorso Sanae.
Misaki stava ancora riprendendosi dalla propria audacia.
“Tre gol alla Taro Misaki, per favore”, aggiunse la team manager.
Misaki fece un ultimo tentativo.
“Hai detto che non eri così sadica da estorcere promesse a chi non le può mantenere…”
“Esattamente”, replicò la ragazza, “E io non ti ho estorto nulla. La sera di Tanabata, quando mi hai accompagnata a casa, hai confermato che avrei avuto i miei gol.”
Misaki sospirò.
Già, la sera di Tanabata…
Quella sera, davanti alla fragilità e alla solitudine di Sanae, una forza improvvisa e inaspettata lo aveva portato a superare di slancio la propria timidezza e a farle una promessa che non era in grado di mantenere.
Ma ora, davanti alla grinta di Hyuga, che lo aveva già sconfitto due volte, era lui a sentirsi bisognoso di protezione…
“Io sono sicura che farai tre gol, Misaki-san… E che batteremo la Toho”, ribadì decisa la voce di Sanae.
Rimasero in silenzio, in ascolto del canto delle cicale. Le stelle completarono pigramente il loro giro notturno.
I primi raggi del sole disturbarono il sonno di Misaki. Aprì gli occhi e si ritrovò raggomitolato accanto alla balaustra divisoria del balcone. Cercava di ricostruire come diavolo fosse finito a dormire in quella posizione, quando si accorse che la coperta lasciata da Sanae lo stava proteggendo dalla brezza del mattino.
Allo scorrere della porta finestra, Izawa e Taki chiusero di scatto gli occhi, fingendo di dormire.


Nelle loro divise immacolate, i giocatori della Nankatsu F.C. ascoltavano attenti la team manager, meno di mezz’ora prima dell’inizio della finale.
“Lì trovate acqua e bibite saline. In questi contenitori c’è il limone col miele, per l’intervallo. Siamo state abbondanti, nel caso ci siano anche i supplementari.”
Sul tavolo c’erano tanti contenitori da sfamare un intero reggimento per un paio di mesi d’assedio.
“In bocca al lupo”, concluse la team manager, “Tiferemo per voi sugli spalti.”
Le ragazze si avviarono alla porta. Sanae si fermò davanti a Misaki.
“Come va la schiena?”, chiese sorridendo.
Misaki ricambiò il sorriso con un po’ di imbarazzo.
“Grazie per la coperta…”, mormorò.
Finalmente le manager uscirono, lasciando lo spogliatoio agli ultimi rituali del prepartita.
“Allora, Misaki, sei pronto a segnare tre gol per lei?”, chiese Izawa, mettendo il braccio intorno alle spalle del numero undici.
Misaki arrossì, farfugliando qualcosa. Si liberò dalla stretta e infilò la porta.
Ishizaki intervenne con tono da capitano.
“Ora falla finita, Izawa! Devi metterlo a disagio anche prima della partita? Ti abbiamo già detto che non crediamo alle tue storie!”
“Storie?”, replicò Izawa, con un sorrisetto, “Chiedi a Taki, se sono storie…”
E uscì dallo spogliatoio, con perfetto tempo teatrale.
Taki si ritrovò gli occhi dell’intera squadra puntati addosso e, visibilmente imbarazzato, cominciò a raccontare:
“Era notte fonda, quando una gomitata di Izawa mi ha svegliato…”


“Hai visto l’effetto delle conversazioni notturne?”, ammiccò Izawa all’indirizzo di Taki, in un attimo di pausa della combattutissima partita.
Per la terza volta, il numero undici aveva fermato d’autorità una discesa di Hyuga, piantandosi davanti a lui e sfidandolo in un uno contro uno da cui era uscito vittorioso.
“Corre anche più veloce del solito…”, ammise Taki.
Misaki rientrò nella sua posizione, facendo cessare la conversazione.
Sugli spalti, Sanae non riusciva a levare gli occhi dal centrocampo, in cui Misaki si stava battendo come un leone, impedendo alla Toho di superare la linea di metà campo. Sembrava più leggero, come se si fosse liberato di pesi che gli gravavano sulle spalle, e, nello stesso tempo, più solido e sicuro di sé. Si sorprese a pensare che, il giorno in cui si fosse liberato delle sue insicurezze e delle sue paure, Taro Misaki sarebbe stato l’unico giocatore in grado di sconfiggere Tsubasa.
“Vai!!!!!!!!”
La team manager scattò in piedi, per accompagnare a pieni polmoni la discesa del numero undici sulla fascia.
Misaki arrivò al limite dell’area, alzò gli occhi per un istante e vide Wakashimazu in una posizione leggermente avanzata. Fulmineo, colpì il pallone con un tocco felpato.
La palla si impennò al centro dell’area. Wakashimazu ne intuì la traiettoria e annaspò disperato, inarcando la schiena.
Il millimetrico pallonetto si insaccò impietoso alle sue spalle.
“Gooooooool!!!!!”, urlarono sugli spalti.
La Nankatsu F.C. corse ad abbracciare il suo numero undici, che li portava in vantaggio con una magia degna di un fuoriclasse.
Izawa diede una gomitata a Taki.
“Chissà che cosa chiederà in premio Misaki, se mantiene la sua promessa…”, ghignò.


Decisamente Hyuga non ci stava a perdere. Con un’azione imperiosa, travolse parte del centrocampo e l’intera difesa della Nankatsu, quasi fossero birilli. Arrivò al limite dell’area e colpì la palla con tutta la forza che aveva in corpo.
Il povero Morisaki poté solo raccogliere il pallone sul fondo della rete.
La Nankatsu, per nulla intimorita, riprese a tessere l’elegante ragnatela del suo gioco. Izawa lanciò Taki sulla fascia sinistra. Velocissima, l’ala della Nankatsu arrivò sul fondo e vide Misaki libero al limite dell’area. Con un cross rasoterra all’indietro, sorprese l’intera difesa della Toho, che si spalancò davanti al numero undici.
Mentre stava per caricare il tiro, Misaki si sentì sbalzare in aria da un intervento da dietro.
Il fischio dell’arbitro ordinò perentorio la punizione dal limite, estraendo, contemporaneamente, il cartellino giallo per Hyuga.
Misaki sistemò accuratamente il pallone. Poi cercò nella memoria le coordinate esatte della rincorsa, provata tante volte in allenamento. Le sue gambe le ritrovarono con precisione millimetrica. Prese un ampio respiro e chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sul tiro.
Ma la memoria, insieme alla lunghezza della rincorsa, riportò alla mente di Misaki la prima volta in cui gli era riuscita la punizione a effetto, sotto lo sguardo di Sanae.
Riaprì gli occhi di scatto, prima di perdere la concentrazione, e tirò.
“Due!!!!!!!”, gridò la voce della team manager sugli spalti.


Il centrocampo della Toho ebbe uno scatto d’orgoglio e sfondò, del tutto inaspettatamente, sulla fascia sinistra. Misaki fece un movimento strano e Sawada riuscì a superarlo con un guizzo. Crossò al centro per Hyuga, davanti al quale la difesa della Nankatsu si chiuse come una saracinesca, pronta ad immolarsi.
Il capitano della Toho, però, lasciò rimbalzare il pallone, mettendo fuori tempo i difensori.
Il suo potentissimo destro si infilò alle spalle di Morisaki senza incontrare nessun ostacolo sulla sua strada.


“Questo pareggio non conta nulla, sono sicura che vinceremo!”, disse sicura Kumi sugli spalti, “Misaki-san sta facendo davvero una partita strepitosa! È stata davvero un’ottima idea chiedergli quei tre gol, Nakazawa-senpai!”
Sanae, lo sguardo fisso sul centrocampo, sembrò non aver sentito.
“Che cos’è questa storia dei tre gol?”, intervenne Yukari.
“I ragazzi dicono che Nakazawa-senpai ha chiesto a Misaki-san tre gol”, spiegò Kumi, “Uno per ogni anno in cui lui ha giocato per la squadra con lei come manager. Misaki-san ha preso la cosa con grande serietà, come sempre, e ha moltiplicato gli allenamenti.”
“Se vinceremo questa finale, sarà tutto merito tuo, Nakazawa-senpai!”, aggiunse la ragazza, ridendo.
Yukari si voltò verso Sanae in cerca di spiegazioni.
L’arbitro fischiò la fine del primo tempo e la team manager scattò velocissima verso le scale.
“Dove vai?”, le gridò Yukari.
“Torno subito!”, rispose Sanae, correndo via.

∗ ∗ ∗

Capitolo quarto – Ciò che amor vuole, amore osa

 

2 – MALIGNE STELLE RIBELLI

Capitolo secondo

MALIGNE STELLE RIBELLI

 

Sanae Nakazawa staccò la spina del ferro da stiro e si asciugò il sudore.
In quel luglio tanto afoso, stirare era un’impresa impossibile anche alle cinque del mattino. Piegò con cura la maglia numero undici e la mise, insieme alle altre, nel borsone azzurro della Nankatsu F.C.
Gettò un’occhiata storta allo yukata che la madre le aveva preparato per la sera.
Da una settimana, l’intera città si preparava alla festa di Tanabata. I rami di bambù erano pronti ad accogliere i foglietti colorati con i desideri che il vento avrebbe portato fino alle stelle. I lampioncini di carta coloravano le strade, in attesa dei fuochi d’artificio della sera.
Sanae fece una smorfia e cominciò a pensare a quale scusa inventarsi per non andare alla festa.
Si caricò il borsone a tracolla e uscì.
I ragazzi sarebbero arrivati molto presto, per sfruttare le ore più fresche della giornata, in vista del torneo, che era ormai imminente.
Sul lungo viale, la brezza faceva oscillare le decorazioni di carta colorata.
Le luci dell’alba coloravano il cielo estivo.
A pochi passi dal cortile della scuola, nel silenzio del mattino, Sanae riconobbe l’inconfondibile impatto di un piede su un pallone.
La scrupolosa team manager raggiunse prima di tutto lo spogliatoio, lasciando sul tavolo centrale le divise immacolate. Controllò le riserve d’acqua e la rete dei palloni. Poi, finalmente, si avvicinò al campo di calcio.
Taro Misaki, la maglietta madida di sudore, provava l’ennesimo tiro a effetto da fuori area. L’aria sconfortata suggeriva che, fino a quel momento, i tentativi non erano stati coronati da grandi successi.
Sanae si sedette sull’erba, attenta a non fare rumore. Il numero undici pareva non averla vista e lei si guardò bene dal disturbarne la concentrazione.
Misaki fece qualche passo indietro, misurando la rincorsa con precisione millimetrica. Prese un ampio respiro, senza mai levare gli occhi dal pallone. Poi partì di scatto. L’interno del piede destro colpì, con un tocco al tempo stesso deciso e morbido, la sfera di cuoio. Il pallone portò con sé gli occhi del numero undici e quelli della team manager, entrambi col fiato sospeso, descrisse un’elegante parabola nel cielo estivo e si insaccò con un fruscio della rete all’incrocio dei pali.
“Sìììììì!!!”, gridarono contemporaneamente due voci.
Misaki si voltò sorpreso verso il bordo del campo.
“Ma…manager! Da… da quanto sei lì?”, arrossì il centrocampista.
“Complimenti Misaki-san!”, sorrise lei di rimando, avvicinandosi, “Vorrà dire che uno dei miei tre gol sarà su punizione…”
Misaki farfugliò in cerca di una via di fuga.
“Io… io… non…”
Sanae entrò decisa, nel suo tipico stile da terzino spietato.
“Non accetto scuse, Misaki-san. Hai promesso tre gol e tre gol farai.”
“Io non ho promesso!”, si schermì Misaki. Poi aggiunse, chinando la testa: “Non faccio promesse che so di non poter mantenere…”
La team manager parve non aver sentito. Gli lanciò un asciugamano.
“Forza, abbiamo ancora mezz’ora buona prima che arrivino quei pigroni dei tuoi compagni. Tu continua a tirare, che io recupero i palloni.”


“Ti rendi conto che non ci ho dormito stanotte?”
Le occhiaie di Taki confermavano la notte insonne.
“Sei un idiota! Mi chiedo come hai fatto a credere alle sciocchezze di questo serpente!”, lo apostrofò Ishizaki, indicando Izawa.
“Se lo dici tu, che sono sciocchezze…”, replicò il diretto interessato.
“Dire che Misaki abbia delle mire su Anego è più che una sciocchezza, è un’assurdità! È la fidanzata del suo migliore amico!”, si scaldò Ishizaki.
“Che, quando è partito, gli ha chiesto di prendere il suo posto… Misaki è sempre così scrupoloso…”, sogghignò Izawa.
“Io credo che tu abbia troppa fantasia, Izawa”, scosse la testa Kisugi.
“Io credo che siate ciechi come talpe”, replicò il numero otto.
“Sono amici!”, esclamò deciso Ishizaki, “E non c’è altro!”
“L’amicizia tra maschi e femmine è possibile solo se non appartengono alla stessa specie”, sentenziò ironico Izawa, “Un uomo con la sua gatta o una donna col suo criceto… Lì ti concedo che possa esserci amicizia tra i due sessi.”
Erano arrivati in vista del campo. Misaki tirava punizioni sotto lo sguardo attento di Sanae a bordo campo.
Izawa pensò che la fortuna gli forniva un ottimo spunto per il suo racconto.
“Guardatelo ora”, disse, mettendo le braccia intorno alle spalle di Ishizaki e Taki, “Prende la rincorsa… Colpisce il pallone… La palla nell’angolino… E sorride alla manager!”


I ramoscelli di bambù sembravano spuntare a ogni angolo della città, fuori dai negozi, all’uscita dei locali, perfino nelle buste della spesa.
Un grosso ciuffo, all’ingresso della scuola, accoglieva tra i suoi rami i tanzaku, i foglietti colorati a cui gli studenti avevano affidato i loro desideri perché il vento li portasse fino alle stelle, nella settima notte del settimo mese.
“No, non posso”, rispose Misaki, “Resto qui.”
Ishizaki si stava scolando la quarta bottiglietta d’acqua di fila. La risposta del numero undici gliene fece sputare metà per evitare di finire strangolato
“Come sarebbe che non vieni?”, chiese appena ebbe smesso di tossire.
“No…”, ripeté Misaki, “Mi alleno ancora un po’…”
“Ma vorrai scherzare?”, intervenne Kisugi, “È la sera di Tanabata, e tu, invece che uscire con noi, ti fermi ad allenarti?”
“È il momento giusto per esprimere i desideri più irrealizzabili e tu te lo perdi?”, ghignò Izawa.
“Non posso…”, ribadì Misaki, senza alzare lo sguardo, “Ho… ho fatto una promessa…”
Gli occhi dei compagni si ingrandirono a dismisura. L’istinto maligno di Izawa si risvegliò:
“E che cosa avresti promesso?”
“… Ho promesso tre gol in finale…”
“A chi?”
“…”
“A chi?”, insistette impietoso il centrocampista.
“A me.”
L’intera Nankatsu si voltò di scatto. La prima manager, le mani sui fianchi, li guardava con aria di sfida.
“Un gol per ogni anno in cui ho assistito la squadra del liceo”, spiegò Sanae, “Li chiederei anche a voi sfaticati, e farebbero un numero tale che arrivereste in finale asfaltando qualsiasi squadra. Ma non sono così sadica da estorcere promesse a chi non è in grado di mantenerle.”
Izawa la guardò con l’odio di chi si sente umiliato una volta di troppo.
“E ora sparite. Filate a casa”, concluse la team manager, “O domani farete tardi agli allenamenti, come al solito. ”
La squadra si disperse bofonchiando. Izawa infilò le mani in tasca e si mise a fischiettare, fingendo un’indifferenza che non aveva.
“Vai a casa anche tu, Misaki-san”, disse Sanae, rientrando negli spogliatoi, “Ti sei allenato abbastanza per oggi. Stasera è festa, prenditi un po’ di riposo.”
Il numero undici aprì il cancello. Il sole stava tramontando dietro i tetti delle case. La brezza della sera muoveva le foglie del bambù e dava un po’ di sollievo dopo la giornata afosa.
Si voltò verso il campo. Alcuni palloni giacevano abbandonati, supplicando un po’ di attenzione.
Misaki ebbe un attimo di esitazione.
Poi appoggiò il borsone a bordo campo e ricominciò ad allenarsi sui tiri piazzati.


“Visto?”, disse trionfante Izawa, “E voi che non mi credevate…”
Ishizaki non aveva nessuna intenzione di arrendersi.
“Non significa nulla, è una specie di patto per la squadra.”
“Sì, anche secondo me non significa nulla…”, lo sostenne Taki.
“Glielo ha chiesto Anego”, notò Kisugi, “A meno che tu non voglia sostenere che sia lei a…”
L’orgoglio di Izawa non tollerò l’idea.
“Lei gli darà di sicuro il benservito”, lo interruppe.
“D’altra parte, ha parlato l’esperto in materia”, rise Taki.
Izawa si fece livido e lanciò il contropiede.
“Tra poco si parte per il campionato nazionale e trascorreremo insieme ventiquattro ore al giorno. Lo vedrete da voi come stanno le cose. Vi basterà tenere gli occhi aperti.”


Sanae si sedette sulla panchina dello spogliatoio deserto, illuminato dalla sola luce del campo da calcio.
Aveva sistemato le maglie, gli asciugamani, le bottigliette d’acqua per l’allenamento dell’indomani. Aveva controllato che tutto fosse pronto per il campionato nazionale, che sarebbe cominciato a giorni.
Aveva fatto di tutto, insomma, per far passare quella serata che, per gli altri, era di festa e, per lei, era solo di malinconia.
Era stanca di affidare ai tanzaku dei desideri che non si realizzavano mai. Forse alle stelle non piacevano, o forse erano troppo pesanti per volare così in alto.
In ogni caso, erano evidentemente dei desideri impossibili. E quello di quell’anno lo sarebbe stato ancora più degli altri.
Appoggiò la testa alla parete, due lacrime le scesero lente sulle guance.
“Manager, che cosa ci fai ancora qui?”
La voce di Taro Misaki la fece sussultare. Si asciugò le lacrime in tutta fretta, ma non abbastanza perché il numero undici non le notasse.
“Credevo fossi andata a casa…”, continuò il ragazzo, esitando, “Cosa… cosa succede?”
Sanae cercò di riprendersi.
“Anch’io credevo fossi andato a casa”, tentò di sorridere, “Credevo non ci fosse più nessuno…”
Si asciugò le lacrime e il naso col bordo della manica.
Misaki le tese in silenzio il fazzoletto.
Sanae lo guardò imbarazzata.
“Grazie…”, mormorò.
Uscirono in silenzio dallo spogliatoio. La team manager chiuse accuratamente la porta a chiave dietro di sé.
Misaki raccolse il borsone abbandonato a bordo campo.
Davanti al cancello, il bambù stormiva con il suo inconfondibile sussurro.
“Hai già espresso il tuo desiderio di Tanabata?”, chiese Misaki.
“No…”, rispose Sanae, “Tanto è inutile… È chiaro che le stelle sono sorde ai miei tanzaku…”
“Anche ai miei…”, sorrise Misaki, porgendole un foglietto colorato.
Il cielo era particolarmente limpido. Sanae pensò che forse, dato che le stelle sembravano tanto vicine, un’eco del suo desiderio avrebbe anche potuto raggiungerle.
Esitò un istante, poi, con una calligrafia tremolante, per l’oscurità e per la mancanza di un appoggiò, scrisse i kanji sulla carta.
Si accorse che Misaki si era allontanato di un passo, abbassando gli occhi, per non vedere quello che lei scriveva.
Gli porse la penna con un sorriso e finse di guardare le stelle, mentre lui completava il suo tanzaku.
Si guardarono imbarazzati, il foglietto colorato tra le mani. L’oscurità nascose il rossore sulle guance di entrambi.
“Mettiamoli in alto”, propose infine Misaki, “Così la strada sarà più breve…”
Piegò il ramo più alto perché Sanae potesse facilmente raggiungerlo, poi, contemporaneamente, annodarono i due foglietti, entrambi intensamente concentrati nell’operazione, per evitare che gli occhi curiosi scivolassero sul biglietto dell’altro.
Misaki lasciò andare il ramo, che tornò a svettare sugli altri.
I tanzaku oscillarono nel vento, sulla cima del mazzo di bambù.
Restarono a guardarli in silenzio per qualche istante, sullo sfondo del cielo stellato.
Il sibilo di un fuoco d’artificio segnalò che, nel quartiere centrale, la festa era giunta al suo culmine.
“Ti accompagno”, disse il numero undici, “Si è fatto tardi.”
Sanae si stupì del tono deciso con cui il ragazzo aveva pronunciato la frase e non osò sollevare obiezioni.
Camminarono fianco a fianco nella strada deserta, senza parlare, mentre sopra le loro teste le geometrie dei fuochi coloravano il cielo.
Sanae, di tanto in tanto, sbirciava Misaki. Pareva assorto, le sopracciglia corrugate e lo sguardo fisso a terra. Prendeva a calci un sasso, giusto per sfruttare anche la strada per allenarsi. Le sembrò più alto e con le spalle più larghe rispetto al solito. Si sorprese a pensare se la maglia del torneo gli sarebbe ancora andata bene.
Arrivarono davanti al cancello di casa Nakazawa senza aver proferito parola.
“Grazie per avermi accompagnato…”, ruppe il silenzio Sanae.
Misaki parve non aver sentito. Era intento a tenere il sasso in equilibrio sulla punta della scarpa.
Con uno scatto improvviso della caviglia, fece roteare il sasso in aria, per riprenderlo di nuovo prima che toccasse terra.
Finalmente alzò la testa.
“Tre gol, giusto?”
Di nuovo un tono che la ragazza non riconobbe. Il numero undici pareva più grande e più sicuro di sé. Ebbe la sensazione che Taro Misaki le si stesse trasformando sotto gli occhi.
“Sta bene”, disse, “Avrai i tuoi tre gol in finale.”
Una pioggia di stelle colorate suggellò la promessa.

∗ ∗ ∗

Capitolo terzo – Direi buonanotte fino al mattino

 

1 – PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

Capitolo primo

PER VOLONTÀ DELLE CELESTI SFERE

 

“Il ritorno ciclico dei fenomeni astronomici è alla base del computo del tempo in tutte le epoche e in tutte le culture.”
La voce baritonale, con uno spiccato accento straniero, riempiva la volta del Konica Minolta Planetarium di Tokyo.
“La ricerca della regolarità, in cielo e sulla terra, è una sorta di esigenza primordiale per l’uomo. Le variazioni stagionali dell’arco solare, le fasi lunari, il ricorrere ciclico delle congiunzioni planetarie e delle eclissi…
Gli antichi, a ogni latitudine, hanno cercato il senso e il ritmo degli eventi della Terra nelle geometrie del cielo.”
Un centinaio di nasi in su seguiva le orbite ipnotizzanti delle sfere celesti proiettate sul soffitto curvo. L’oscurità della sala, le comode poltrone reclinate e gli occhiali 3D davano la curiosa sensazione di fluttuare in un indefinito punto dello spazio cosmico.
“Secondo l’antica astrologia, a Oriente e a Occidente, il ritorno delle medesime condizioni astronomiche determinava il riproporsi di situazioni analoghe negli eventi umani. La storia collettiva e le storie dei singoli individui si configuravano così come un intreccio di cicli planetari, destinati a ripresentarsi più volte nel corso dell’esistenza.”
L’oratore fece una pausa. La disciplinata scolaresca, venuta appositamente da uno dei licei della prefettura di Shizuoka, sembrava accusare la stanchezza della calda giornata di luglio.
Un respiro insolitamente pesante si alzò dalla terza fila. Un istante prima che si trasformasse in un vero e proprio russare, il gomito di Yukari Nishimoto colpì, con precisione da cecchino, lo spazio tra la terza e la quarta costola sinistra del bell’addormentato. Ryo Ishizaki sussultò sulla poltrona con un grufolare confuso.
L’oscurità della sala e i folti baffi bianchi aiutarono il celebre conferenziere straniero a nascondere un sorriso. Con un repentino cambio di tono, giocò la sua carta finale:
“Ora pensate bene: che cosa vi è successo cinque anni fa? Quali occasioni si sono presentate nella vostra vita?”
L’uditorio fu improvvisamente sveglio e attento.
“Cinque anni sono il tempo minimo necessario per accordare in maniera efficace l’anno lunare e l’anno solare. Dopo cinque anni, la stessa fase lunare torna nello stesso giorno del calendario. Il lustro, lo chiamavano i latini, migliaia di anni e migliaia di chilometri lontano da qui. Voi siete giovani e cinque anni vi sembrano di sicuro un’eternità. Cinque anni fa eravate dei bambini, tra cinque anni sarete degli adulti. Eppure c’è stata e ci sarà una costante, un ritorno delle lancette nel medesimo punto dell’orologio.”
L’oratore si godette il bisbigliare sommesso degli studenti.
“Sessanta mesi. Non lasciatevi sfuggire il momento giusto.
Perché se è vero che il ciclo astronomico ritorna imperturbabile, è anche vero che non vi troverà nelle stesse condizioni e nella stessa situazione. Ciò che ora potete afferrare semplicemente allungando la mano, tra cinque anni potrebbe essere più lontano di Plutone.”
Si accarezzò i baffi, poi rivolse lo sguardo alla volta stellata artificiale sopra le loro teste.
“Cogliete l’attimo, ragazzi. Sessanta mesi perché il sole e la luna tornino a baciarsi.”
Pochi istanti di assoluto silenzio, durante i quali lo scienziato occidentale dovette a forza trattenersi dal ridacchiare al pensiero di quanto fosse semplice avere in pugno un uditorio adolescente. Poi l’applauso scoppiò fragoroso, o, perlomeno, fragoroso quanto poteva permetterlo la rigida educazione dei liceali giapponesi.


Il treno sfrecciava veloce attraverso la prefettura di Kanagawa, in direzione sud. La sagoma del monte Fuji appariva fugace all’orizzonte nel cielo afoso del tardo pomeriggio estivo, sbiadita come un dipinto consunto dal tempo.
“No”, disse perentoria Sanae.
“Una possibilità potresti anche darmela…”, replicò Izawa.
“E perché?”, chiese ironica lei.
“Perché io sono sicuro che se tu mi conoscessi meglio…”
“…ti direi di no ancora più convinta!”, lo interruppe Sanae.
Izawa tentò una carta a sorpresa.
“Hai sentito cos’ha detto l’astronomo? Dopo cinque anni le occasioni ritornano… Cinque anni fa, al cinema con me ci sei venuta…”
L’espressione di Sanae diceva che avrebbe preferito dimenticare l’esperienza.
“Avevi detto che non saremmo stati da soli. Altrimenti non avrei mai accettato.”
Izawa distese le gambe sotto il sedile anteriore.
“Se lo dici tu, Sanae-chan…”
“E non mi chiamare per nome!”, sbottò Sanae.
Si alzò di scatto, decisa a trovare un altro posto.
Izawa le afferrò il polso.
“Tre anni e ancora lo aspetti! Lo sanno tutti che non ti ha scritto nemmeno una lettera!”
Il numero otto la vide impallidire. Gli occhi, scuri di rabbia, sembravano occupare tutto il volto.
Izawa capì di essersi bruciato da solo le ultime chances. Tanto valeva colpire duro.
“Hai intenzione di sprecare altri cinque anni prima di capire che stai aspettando l’uomo sbagliato?”, disse con un ghigno.
Con uno strattone, la ragazza si liberò dalla presa.


Sanae, il volto livido e le labbra serrate, si lasciò cadere sul sedile a fianco di Yukari.
“Che ti è successo?”, chiese l’amica.
“Izawa è un verme”, sibilò Sanae.
“E dov’è la notizia?”, rispose Yukari, “Bastava chiedere a una qualsiasi delle ragazze di questo vagone e lo avresti saputo.”
“È il re dei vermi”, precisò Sanae.
Yukari vide che l’amica tratteneva a stento le lacrime. Le strinse piano la mano.
“Non badare a quello che dice… Lo sai che è un esperto in cattiverie…”
Sanae girò lo sguardo fuori dal finestrino.
“La cosa peggiore è che le sue cattiverie dicono la verità”, mormorò.


“Izawa, facci posto!”
Teppei Kisugi accompagnò la richiesta con un eloquente calcio sulle caviglie.
Izawa bofonchiò qualcosa e si girò verso il finestrino.
Il due di picche dalla team manager bruciava parecchio e ora doveva pure sorbirsi la vicinanza del numero nove, di Ishizaki e, soprattutto, di Taro Misaki. Davvero una splendida gita…
“Cinque anni fa stavamo per giocare il primo torneo delle scuole medie…”
Kisugi pensava a voce alta, il pollice premuto sul mento.
Izawa fece una smorfia. Quella faccenda dei cinque anni lo aveva messo di pessimo umore.
Sai che bellezza, il primo torneo delle medie…
Misaki e Wakabayashi erano da poco partiti per l’Europa e la Nankatsu si era ritrovata per il suo primo allenamento. Tsubasa, al solito, aveva fatto un commovente discorso dicendo che era molto felice di ritrovare tutti, di giocare di nuovo tutti insieme e bla bla, bla bla.
Poi aveva aggiunto:
“La partenza di Misaki è un colpo durissimo per il nostro centrocampo. So che è un giocatore insostituibile. Vi chiedo solo di fare del vostro meglio.”
L’orgoglio di Izawa si era sentito ferito a morte.
Era lui il numero dieci della Shutetsu che aveva vinto il campionato nazionale prima dell’arrivo di Tsubasa, il playmaker della squadra più forte del Giappone. Gli aveva ceduto sul campo l’onore del numero sulla maglia, ma la sua classe e la sua grinta erano state determinanti per la vittoria del campionato dell’ultimo anno delle elementari.
E ora Tsubasa lo relegava nella massa indistinta dei giocatori qualunque, perché “nessuno poteva sostituire Misaki”.
Stava tornando a casa d’umore nero, quando aveva incrociato Sanae. Aveva da poco smesso gli abiti da maschiaccio per indossare dei vestiti femminili e tutti, Tsubasa compreso, avevano notato quanto fosse graziosa.
Nella mente di Izawa era balenata l’idea maligna di una piccola vendetta: essere il primo a uscire con la nuova Anego, prima dello stesso Tsubasa.
Le aveva raccontato che sarebbero andati tutti insieme al cinema con la squadra e, invece, non lo aveva detto a nessun altro.
Sanae aveva visto il film con l’aria di chi lo avrebbe volentieri picchiato, ma, alla fine, non lo aveva fatto. Avevano passato una domenica pomeriggio da tredicenni, in cui la maggior preoccupazione di Sanae era quella di non farsi vedere da nessuno e quella di Izawa di farsi vedere da più amici possibile.
Erano passati cinque anni e, in effetti, si trovava ancora lì, a incassare un rifiuto da Sanae e a essere scavalcato da Misaki sul campo.
Guardò il numero undici con sguardo torvo.
Con la partenza di Tsubasa per il Brasile, tre anni prima, aveva pensato di riottenere, se non la maglia numero dieci, almeno il ruolo di leader. Quel buffone di Ishizaki poteva anche fare il capitano, ma era sul campo che si decideva chi guidava la squadra e lui era, senza alcun dubbio, il giocatore di maggior talento, per di più nella posizione chiave del centrocampo.
Ma il rientro di Misaki in Giappone aveva cambiato tutto. Tsubasa lo aveva ufficialmente investito quale suo erede, affidandogli la squadra, come se quello smidollato fosse in grado di prendere il suo posto.
Izawa fece un ghigno.
Il posto di Tsubasa… Trascinare la squadra alla vittoria, destreggiarsi tra le ammiratrici adoranti e, infine, uscire con l’inarrivabile regina dei due di picche, Sanae Nakazawa… Quel posto, a lui, sarebbe calzato a pennello.
Taro Misaki, invece, si era dimostrato totalmente incapace su entrambi i fronti. Era del tutto ignorato dalle ragazze e li aveva guidati solo a due sconfitte.
“Cinque anni fa abbiamo vinto… Speriamo che ci porti fortuna…”, osservò sbadigliando Ishizaki, che faticava a convincere le sue palpebre a restare aperte.
“Cinque anni fa il capitano era Tsubasa, non tu…”, intervenne Izawa, “Quello faceva la differenza, altro che fortuna!”
L’orgoglio risvegliò Ishizaki.
“Grazie per la fiducia! Dopo due sconfitte, è proprio quello di cui abbiamo bisogno!”
Taro Misaki si rigirò per l’ennesima volta tra le mani il dépliant del planetario.
“Ha ragione…”, mormorò infine.
“Misaki, Izawa non voleva dire…”, si affrettò a precisare Kisugi, lanciando un’occhiataccia a Izawa che, invece, voleva proprio dire.
Il numero undici lo interruppe.
“No, ha ragione. Nessuno è in grado di rimpiazzare Tsubasa. È semplicemente un’osservazione oggettiva.”
Gol, pensò Izawa, nascondendo un ghigno.
Dai finestrini del lato sinistro fece irruzione l’azzurro del mare. Ormai non erano lontani da casa.
“Io sono convinta che questo torneo estivo sarà nostro.”
La voce femminile, dal tono deciso, si era levata dal sedile dietro quello di Misaki.
“La Toho non è superiore. Hanno solo avuto fortuna. È stata quella a fare la differenza.”
Il perentorio giudizio era stato pronunciato con un tono che non ammetteva repliche.
“Visto?”, esclamò Ishizaki, “Questo è l’atteggiamento giusto! Brava manager!”
Izawa trovò che l’intervento di Sanae era decisamente troppo. Decise di avere qualcosa di urgente da dire a Taki, quattro file più indietro.
La prima manager lo guardò allontanarsi nel corridoio, poi si sporse dal suo sedile.
“Vedrai che vinceremo, Misaki-san, ne sono sicura”, sorrise.
Il ragazzo abbozzò un sorriso timido.
“Grazie, manager Nakazawa. Spero che tu abbia ragione…”
Sanae girò lo sguardo sull’azzurro dell’oceano, che sembrava quasi inghiottire il treno.
“Che cosa facevi cinque anni fa?”, chiese con aria pensierosa.
“Ero appena arrivato a Parigi”, rispose il numero undici, chinando la testa, “Non parlavo una parola di francese. E il Giappone mi mancava da morire.”
“Non deve essere stato facile…”, osservò la ragazza.
Anche gli occhi di Misaki si tuffarono nel mare fuori dal finestrino.
“E tu, cosa facevi cinque anni fa?”, chiese.
“La team manager di una squadra di calcio, non so se la conosci. Si chiama Nankatsu F.C.”
Scoppiarono a ridere entrambi.
Sanae si fece improvvisamente seria.
“Mi devi tre gol, Misaki-san!”
Misaki si voltò sorpreso.
“Cosa?!”
“È il terzo anno che sei nella squadra del liceo. Un gol per ogni anno che ho lavato le tue magliette luride dopo le partite. Non mi sembra una gran richiesta.”
Il numero undici era troppo sorpreso e troppo imbarazzato per rispondere.
Il treno frenò dolcemente, entrando nella stazione di Nankatsu. I passeggeri recuperarono il loro bagaglio. Gli studenti si affrettarono verso l’uscita.
Sanae si alzò, fece due passi e si fermò davanti a Misaki, ancora troppo sconcertato per riuscire ad alzarsi.
“Tre gol, Misaki-san, e non in una partita qualunque, ma nella finale contro la Toho.”
L’indice puntato e lo sguardo di fuoco non ammettevano repliche, né trattative.
La ragazza si girò sui tacchi e infilò le porte d’uscita.
Fu solo grazie allo strattone di Ishizaki che l’attonito numero undici riuscì a scendere dal treno, un istante prima di ritrovarsi lanciato a tutta velocità verso Shizuoka.


“Allora a domani!”, salutò Ishizaki.
“A domani!”, rispose Misaki, chiudendo la porta.
I ragazzi si avviarono verso casa, mentre il tramonto colorava i vetri delle finestre.
“A che ora l’allenamento domattina?”, chiese Kisugi.
“Solito”, rispose Izawa.
Ishizaki si passò la mano sulla nuca, sapendo che sarebbe, per l’ennesima volta, arrivato in ritardo.
“Io non riesco mai a svegliarmi in tempo…”, si lamentò, “Mi chiedo come faccia Misaki, che è sempre il primo ad arrivare…”
“E l’ultimo ad andare via”, aggiunse Taki.
I nervi di Izawa vibrarono come corde di violino. Un’ispirazione improvvisa gli attraversò la mente. L’immacolata immagine del numero undici meritava uno spruzzo dell’inchiostro nero della calunnia.
“Ha un ottimo motivo per arrivare tanto presto e andare via tanto tardi…”, commentò con fare misterioso.
“E sarebbe?”, abboccò Kisugi.
“Riflettici da solo”, suggerì Izawa, “Chi è che arriva prima di tutti sul campo per aprire gli spogliatoi e li chiude la sera quando tutti se ne sono andati?”
Davanti agli occhi dei giocatori della Nankatsu, apparve l’immagine indaffarata della prima manager.

∗ ∗ ∗

Capitolo secondo – Maligne stelle ribelli

 

Capítulo 11 – THE END

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Capítulo 10 – LA GRAN OLA

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Capítulo 9 – VIVÍ DE ESPERARTE

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Capítulo 8 – ENTRE NUESTRAS DOS VIDAS

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Capítulo 7 – LA CARRETERA ESTRECHA HACIA EL INTERIOR

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Capítulo 6 – LÁGRIMAS EN LOS OJOS DE LOS PECES

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Capítulo 5 – ORIHIME

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