ATTO QUINTO

ATTO QUINTO

 

Per la prima del suo capolavoro, Yukari aveva fatto le cose in grande. Con un prodigioso giro di telefonate, aveva raccolto il tutto esaurito, richiamando nel teatrino del vecchio liceo l’intera generazione d’oro, con tanto di famiglie e fidanzate al seguito. Wakabayashi e Hyuga avevano rimandato il ritorno in Europa per l’occasione, e Matsuyama era arrivato da Hokkaido la mattina stessa, facendo finta di cedere alle insistenze di Yoshiko. Agli angoli della piccola sala, erano stati piazzati dei provvidenziali ventilatori, che evitassero agli spettatori di svenire non tanto per l’emozione quanto per l’afa di fine estate.
– Che peccato non poter venire! – disse la signora Nakazawa, ma qualcuno doveva pur badare ai bambini, e poi Manabu aveva promesso un filmato integrale della memorabile rappresentazione.
Per un momento, Tsubasa pensò di offrirsi di badare ai gemelli, lasciando il suo posto in prima fila alla suocera. Ma, anche se sentiva cigolare gli ingranaggi del destino, pronti a stritolarlo, lui non era tipo da abbandonare il campo prima che la partita fosse finita.
Arrivò al teatro che già brulicava di gente, come un formicaio prima del temporale.
– Tsubasa! – lo chiamò la voce di Yayoi.
Il numero dieci la cercò tra la folla. Finalmente ne distinse i capelli rossi e l’abito verde acqua. Dietro di lei, Misugi, gli fece un cenno di saluto con la testa.
– Io… – si imbarazzò Tsubasa, – Ho due posti in prima fila… Non avevo pensato…
– Va benissimo, – tagliò corto Misugi, – Yukari mi ha trovato un posto un paio di file dietro i vostri.
Le luci si accesero e si spensero tre volte, per invitare gli spettatori a sedersi. Tsubasa e Yayoi raggiunsero la prima fila. Nel piccolo teatrino scolastico, erano tanto vicini al palco da poter quasi sfiorare gli attori.
Yayoi vide il volto pallido e teso di Tsubasa e gli strinse piano la mano. Il numero dieci si voltò con un sorriso tirato.
– Come finirà? – le chiese, – Malissimo?
– Non è detto, – anche Yayoi si sforzò di sorridere, – Le storie finiscono come vogliono loro.
Con un cenno della mano, Yukari ordinò il buio in sala.

∗ ∗ ∗


Sui gradini del tempio di Ikutama, sotto lo sguardo spietato degli antichi leoni di pietra, la bella Ohatsu e il suo Toku dal cuore gentile piangono le sventure che li hanno tenuti separati. Ma ora, non appena Kuheiji restituirà le due kwamme che ha avuto in prestito dall’amico fraterno, potranno rivedersi quanto e più di prima, e un dolce sole di primavera tornerà a splendere nei loro cuori, asciugando le loro lacrime come fa con la rugiada del mattino.
– Oh, Toku! – sospira Ohatsu, – Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti quanto è fredda la mia mano.
Tsubasa vide Sanae appoggiare appena la mano su quella di Misaki. Alla fine, evidentemente, Yukari aveva dovuto cedere alla sua prima attrice e rinunciare alla mano sul seno affranto.
– Uno a zero… – non poté fare a meno di pensare Tsubasa, e gli sembrò che il respiro gli diventasse più facile e ampio.
– Fatti coraggio, Toku! E ricorda sempre che non c’è nulla che ci possa separare. L’amore che ci siamo giurati vale forse solo per questo mondo?
Lo sguardo con cui Toku accarezza la sua Ohatsu dice che la vita gli è meno cara dell’amore di lei.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
Un canto sgraziato di ubriachi annuncia l’arrivo di Kuheiji, che dietro la maschera dell’amico fraterno, cela un animo spietato, odioso e perverso, che tutto trapela dalla sua truce figura.
– Kuheiji! – lo riconosce Toku, e lo trattiene per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
E gli mostra la ricevuta, scritta su carta color della paglia, che dice chiaro che due kwamme gli ha prestato e che due kwamme deve riavere, con tanto di sigillo, a sottoscrivere il contratto.
Ma il malvagio ha tramato un tranello, tanto più astuto quanto più spietato. Con un inganno, come fa l’uccellatore col pettirosso innamorato, ha preso al laccio il buon Toku, e ora lo accusa di frode, di falso, di furto.
– Traditore! – grida Toku.
– Pezzente! – lo insulta Kuheiji.
Ma le parole non colpiscono abbastanza forte, e i due si avvinghiano, mentre i tre compagni di Kuheiji giungono tosto a dargli man forte.
– Aiuto, per carità! – chiama la povera Ohatsu, – Aiuto, correte!
Ma il cliente con cui è arrivata al tempio scambia il suo dolore per paura di donna.
– Attenta a non farvi male! – dice e se la porta via, lasciando a Toku solo il rumore delle sue lacrime.
I tre compagni di Kuheiji non smettono di dargli addosso. Chi lo batte, chi lo calpesta.
– Vile! – urla Toku, – Farabutto!
Il povero commesso cade qua e là rotolando. Finché i tre si allontanano, e Toku può rialzarsi barcollando, i capelli scarmigliati, la cintura sciolta, i segni delle percosse sul volto.
Cerca con gli occhi Kuheiji, promettendogli in cuore la morte.
Ma il vigliacco è fuggito chissà dove, senza lasciare nessuna traccia. Toku si lascia cadere affranto a sedere sulla nuda terra, e piange calde lacrime.
– Ohimé! Colui che credevo un fratello! E che mi giurava gratitudine e fedeltà per tutta la vita! Che farò ora?
Batte a terra coi piedi, digrigna i denti e si dispera, stringendo i pugni.
– Ma il mio cuore è puro! E tutta Osaka ne avrà la prova, prima che siano trascorsi tre giorni!
Raccoglie il cappello strappato e lo rimette sul capo.
– Scusatemi tutti, se vi ho disturbato, – mormora, – Perdonatemi!
E col volto a terra, se ne torna mogio mogio singhiozzando nel crepuscolo, mentre il sole declina.
Le luci sulla scena si spensero, a segnare la fine del primo atto. In platea, si alzò un mormorio compassionevole per le disgrazie del povero Misaki, il cui stato faceva tanta pietà da non poterne reggere la vista.
– A me è piaciuto da pazzi Ishizaki, – commentò Hyuga ammirato, – È quanto di più bastardo abbia mai visto in vita mia…
– Un marmocchio col pannolino bagnato… – alzò un sopracciglio Wakabayashi.

∗ ∗ ∗


Non può bere sakè né darsi pace, la sventurata Ohatsu, costernata per quel che oggi è avvenuto. La sera scende sul quartiere del piacere e le voci delle cortigiane si rincorrono, come le correnti dello Shijimigawa, per portarle l’eco di cattive notizie.
– Toku è stato arrestato!
– E calpestato!
– Lo dicono morto!
Ma tra le ombre azzurre del giardino, ecco apparire un uomo lacero, pesto, con le spalle curve sotto un peso che il cuore non riesce a sopportare. Un cappello strappato gli nasconde il viso. E le lacrime che gli inondano le guance.
– Toku! Che t’è successo?
Ohatsu cerca il volto amato sotto le falde del largo cappello e un pianto silenzioso bagna il volto di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più ho la peggio.
Le guance sono pallide, la voce gli trema.
– Non varrà neppure mostrare il suo sigillo! Eppure lui stesso lo ha apposto. Guarda!
Sanae guardò. E vide nelle mani di Misaki un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
Anche se so che questa lettera è inutile…, lesse.
Le labbra tremarono e gli occhi si fermarono in quelli febbricitanti di Misaki.
In prima fila, Yayoi sentì Tsubasa agitarsi sulla sedia e gli strinse la mano più forte.
– Cos’è questo mortorio? – arrivò da fuori scena la voce di Ishizaki, – Avanti, bellezze! Chi mi vuole per cliente?
– Presto! – improvvisò Misaki, – Nascondimi sotto il tuo strascico!
Sanae annuì. Alzò lo strascico celeste e, con piccoli passi, accompagnò Misaki a nascondersi sotto l’alto gradino d’ingresso, ben protetto da Ishizaki da una cortina di seta celeste, ma perfettamente visibile per l’affollata platea.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta il traditore Kuheiji, – Ho notizie importanti per te!
Ohatsu, il volto pallido e turbato, cerca di nascondere l’emozione che le scuote il petto. A malapena sente le parole arroganti di Kuheiji. Fino a quando questi non le prende la mano.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Sanae cercò col piede nudo Misaki sotto il gradino e sentì che tremava per l’agitazione.
– La rovina del tuo amico è stata il suo buon cuore, – disse a Ishizaki. Poi aggiunse, più piano, con la voce che tremava:
– Mi domando… che cosa abbia intenzione di fare adesso…
Sotto lo strascico, Misaki prese con delicatezza la caviglia di Sanae e si passò il suo piede sulla gola, a simulare il colpo di un rasoio.
Sanae chiuse gli occhi per un momento, respirò profondamente e si aggrappò alla battuta del copione.
– Se così fosse, io sono pronta a morire con lui.
Sotto lo strascico, Misaki le abbracciò le ginocchia, bagnandole di lacrime vere.

∗ ∗ ∗

– E adesso? – dicevano gli occhi di Tsubasa, smarriti come dopo un autogol.
Yayoi approfittò della pausa prima dell’ultimo atto per sussurrargli all’orecchio:
– La partita non è ancora finita, Tsubasa.
Il capitano fece segno di sì con la testa, gli occhi fissi sulla scena buia, su cui si sentivano armeggiare Yukari e Manabu, intenti a spostare le scenografie.
Sul palcoscenico si fece silenzio, si spensero tutte le luci di sala. In scena, la servetta Kumi accese una lanterna e chiuse le pareti di carta di riso della casa di piacere.
– Attenzione alla brace sotto la pentola! E badate che i topi non rubino il pesce!
Nemmeno il tempo di coricarsi, e già russa sonoramente, per una notte breve, che non consente sogni di sorta: c’è troppo poco tempo prima dell’alba.
Dall’andito del piano di sopra, fa capolino Ohatsu, con passo furtivo. Ha l’abito bianco di chi parte per il lungo viaggio della morte e, sopra, un mantello nero, come le tenebre che avvolgono la via dell’amore. Toku compare nel giardino.
I due si invitano a cenni, acconsentono, indicano con le dita, fanno parlare i cuori. Sotto la scala la serva dorme, ma la lampada manda chiarore. Come fare?
Ohatsu soffia. Ma è troppo lontana, e il lume resta acceso. Allora la povera sventurata si allunga tutta, salendo su un gradino, e soffia più forte. La fiamma dà un guizzo e si spegne. Nel buio, la serva brontola qualcosa, poi si rigira nel letto.
A tentoni, Ohatsu cerca il compagno, come il glicine cerca il sostegno su cui arrampicarsi. Finalmente ne trova la mano. Con passo cauto, come chi cammina sulla coda di una tigre, sgusciano fuori dal giardino e possono guardarsi in volto:
– Oh, quale gioia! – esclamano.
Ahimé! Quanto è amara e pietosa questa gioia dei due che si avviano alla morte!
Dalla platea silenziosa come una tomba, si alzò il singhiozzo di Yoshiko. Le due mani che si cercavano disperate nel buio le avevano spezzato il cuore. Matsuyama le mise un braccio intorno alle spalle, la strinse forte e andò avanti a piangere in silenzio, con la fronte aggrottata e le labbra strette.
Sulla scena, il viaggio dei due sventurati amanti proseguiva verso il tempio di Sonezaki.
– Addio a questo mondo, e a questa notte addio. Noi che camminiamo verso la morte, a cosa mai potremmo somigliare? Alla rugiada caduta sulla via verso la tomba, che svanisce sotto i nostri passi. Com’è triste questo sogno di un sogno!
Suona la campana che annuncia l’alba. Ma, dei sette colpi, solo sei ne sono stati battuti. Il settimo sarà l’ultima eco che sentiranno in questa vita. Addio, dicono, e non alle campane sole. Ma agli alberi, alle erbe, al cielo, che guardano per l’ultima volta. Le nuvole e il fiume corrono, indifferenti al loro dolore. E le stelle dell’Orsa si riflettono nell’acqua.
Luci e voci lontane giungono da una casa da tè. Un canto attraversa l’ultima aria della notte:
Cos’è mai questo legame tra di noi?
Perché mai non posso dimenticarti?
Se anche mi abbandoni e te ne vai,
Oh, no! Io non ti lascerò partire!
Uccidimi con le tue mani piuttosto,
perché mai io ti lascerò partire!
– Proprio questa canzone, – singhiozza Ohatsu, – E proprio questa notte!
Si aggrappa a Toku e, alle centootto perle del rosario che sgrana, aggiunge quelle delle sue lacrime. La compassione che suscitano non ha fine. Ha fine invece il loro cammino. L’animo è tetro come il cielo che l’ombra degli alberi nasconde. Sostenendosi l’uno con l’altra, giungono infine al bosco di Sonezaki, battuto dal vento.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – indica Ohatsu, – Questo è il posto giusto!
L’albero prodigioso è immagine del loro eterno voto d’amore. È il posto ideale per deporvi i loro corpi, effimeri come la rugiada, prima che i corvi della diga di Mumeda, domani mattina, ne facciano il loro pasto.
Toku scioglie la sua cintura. Ohatsu si leva il mantello, bagnato di pianto. E, dalla manica, estrae due pugnali. Toku ne prende uno, e uno rimane alla sua compagna.
– È inutile aspettare, – mormora Toku, – Col sorgere del giorno, sarà ancora più difficile.
Un gallo canta in lontananza. Troppo breve è la notte d’estate! I due si stringono e puntano ciascuno il pugnale contro il ventre dell’altro, così che un abbraccio li spenga nello stesso istante.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre… – dice Ohatsu.
– Per sempre… – aggiunse Sanae, – Taro-chan!
Misaki esitò un istante, gli occhi increduli e le labbra che tremavano. Poi strinse Sanae e la baciò come se, anziché il primo, fosse il loro ultimo bacio.
Con i volti pallidi e le guance rigate di lacrime, i due innamorati si accasciarono sulle assi del palcoscenico, sul grande drappo di seta rossa che simulava il sangue.
Tutte le luci si spensero e, nel buio, suonò la voce di Yukari:
– Nessuno è là a raccontare la storia, ma essa corre, come voce portata dal vento, attraverso il bosco di Sonezaki. Pregate per gli amanti, per la salvezza delle loro anime. Per loro, che divennero il modello dell’amore più vero.
La voce si spense. Nelle tenebre della platea, si sentì Wakabayashi tirare su col naso. Un momento di silenzio sospeso, poi l’applauso scoppiò fragoroso e incontenibile.
– Luci! – ordinò Yukari a Manabu.
Obbediente, l’assistente illuminò la scena.
E, sulla scena, Misaki e Sanae che si stavano ancora baciando.

∗ ∗ ∗

Nel teatro deserto, si sentivano solo i passi di Yukari che, dietro le quinte, armeggiava per riordinare i costumi prima che qualcuno ci mettesse le mani e le rovinasse i suoi capolavori. Sotto la luce cruda del palcoscenico, Tsubasa sedeva sul gradino della casa di piacere sotto il quale si era nascosto Misaki.
– Dio, come sono stato cieco… – mormorò, la testa tra le mani.
Yayoi gli appoggiò la mano sulla spalla e si sedette accanto a lui.
– Cieco e pazzo… – aggiunse Tsubasa, – Avevi ragione tu. Se non avessi fatto nulla…
Yayoi si alzò e andò a guardare da vicino la palma e il pino di cartone che uscivano dallo stesso tronco.
– Quando hai il volo per Barcellona?
– Domani, – rispose Tsubasa.
– Meglio così… – mormorò Yayoi.
Si voltò verso verso la platea vuota.
– Lo sai? Jun mi ha chiesto di sposarlo…
Tsubasa alzò la testa e si sforzò di sorridere.
– Su una cosa, almeno, ho avuto ragione…
Si alzò con un sospiro. Andò verso la ribalta e le tese la mano.
– Ti auguro tutta la felicità del mondo, Yayoi. Grazie per essermi stata così vicina…
Yayoi si voltò a guardarlo. Sulle labbra, il sorriso le si spense in un tremito. Tsubasa le vide gli occhi luccicanti e le guance rosse del loro addio di tanti anni prima.
Con un movimento improvviso, come un petalo trascinato dal vento, Yayoi gli buttò le braccia al collo e gli diede un bacio.
– Addio, Tsuchan! – gli sussurrò all’orecchio.
Prima che Tsubasa riuscisse a dire qualcosa, scese dal palco e corse via, col suo passo breve e leggero, senza mai voltarsi indietro.
Dietro le quinte, Yukari spense le ultime luci.

∗ ∗ ∗

Fine

ATTO QUARTO

ATTO QUARTO

 

Una notte insonne, passata a palleggiare nel cortile di casa Nakazawa. Il caldo soffocante del teatro, che annebbiava le idee già abbastanza confuse. E una domanda, che martellava nella testa, senza lasciare spazio a nessun altro pensiero:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Tsubasa era nelle condizioni peggiori per affrontare l’esigentissima regista, che gli chiedeva di esprimere strazio e passione per la bella cortigiana in kimono di seta celeste, dalle movenze flessuose e dalla voce sconosciuta.
Seduti sulle assi del palcoscenico, Ishizaki, Izawa e gli altri si facevano aria coi grandi cappelli di bambù, godendosi il fatto che, data la pessima prova del nuovo primo attore, Yukari avrebbe avuto molto meno da ridire sulla loro recitazione.
– Amore, passione, fuoco! – riprovò Yukari, – Sei disposto a morire per lei, devi farmelo sentire in ogni sillaba! Sanae, digli qualcosa tu, per piacere!
La prima attrice accarezzò il braccio del marito.
– Prova a pensare a quando eravamo lontani… – sussurrò.
Tsubasa la guardò senza sentirla. La domanda continuava a sovrastare ogni altra voce:
– Possibile che Misaki non sapesse?
Yukari guardò Sanae con un sospiro di sopportazione.
– Proviamo il primo dialogo, – ordinò sconfortata.
Aprì il copione e lo mise sotto il naso di Tsubasa.
– Da qui, – indicò, – Vediamo se almeno qui mi metti un po’ di sentimento…
Sanae chiuse per un momento gli occhi, le mani giunte vicino al viso, per raccogliere la concentrazione. Poi fece un gesto ampio col braccio, per trascinare lo strascico. Un passo, e nel kimono celeste, come per magia, Tsubasa vide comparire la bella cortigiana Ohatsu.
– Perché non mi hai più cercata? – cominciò la voce calda e sconosciuta, – Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
Tsubasa boccheggiò alla ricerca di una frase che non fosse quella che continuava a martellargli nella testa.
Ma prima che potesse trovarla, una voce uscì dal buio della platea.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Sanae spalancò gli occhi e le guance persero colore, sul volto l’espressione di chi si vede davanti uno spettro.
Il fantasma venne avanti tra le poltrone vuote.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore… – continuò.
Arrivato ai piedi del palcoscenico, Toku guardò la sua Ohatsu in kimono celeste.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
– Taro Misaki! – urlò Yukari in preda all’entusiasmo.
Misaki salì gli scalini del palcoscenico sotto lo sguardo raggelato di Sanae.
Tsubasa guardò la moglie, che sembrava trasformata in una statua di sale. Poi guardò Misaki, sul cui volto le luci di scena rivelavano i segni di una notte insonne. Senza una parola, passò il cappello del primo attore al nuovo arrivato e scese a sedersi in prima fila.
– Avanti, ora sì che si fa sul serio! – si esaltò Yukari.
Izawa sostenne Ishizaki, che stava per avere un malore.
Con il cappello in mano, Misaki incrociò per un istante lo sguardo di Sanae, poi puntò l’indice contro Yukari.
– A una condizione. Niente bacio finale.
– Quale bacio? – balbettò Tsubasa dalla platea.

∗ ∗ ∗


Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore. Sta facendo il giro dei clienti ed è appena giunto al tempio Ikutama, quando, da una casa da tè, lo chiama una voce di donna.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Toku fa per alzare il cappello dalle larghe falde.
– Ohatsu… Tu qui?
La giovane cortigiana, bella come un fiore di giaggiolo nel suo kimono di seta, lo ferma con un gesto.
– No, è meglio che tu tenga il cappello. Sono con un cliente, è meglio che non ti veda.
Si avvicina al giovane tirando verso di sé lo strascico.
– Perché non mi hai più cercata? Non mi hai scritto nemmeno una parola! Forse speravi che in questo modo tra noi tutto si sarebbe spento…
E nasconde le lacrime nelle ampie maniche celesti.
Toku alza appena la falda del cappello.
– Non piangere, ti supplico. E non essere in collera con me. Se nulla ti ho detto, è stato solo per non vederti soffrire.
Le sfiora una manica del kimono, per poterla vedere in viso.
– Mi hanno chiesto di mettere da parte il mio amore…
Ohatsu lo guarda con gli occhi pieni di pianto. Anche sulle ciglia di Toku spunta una lacrima.
– Possono ridurre le mie ossa in polvere, strapparmi la carne, affondarmi nel fango dello Shimigawa come una conchiglia vuota. Accada pure tutto questo, se deve accadere. Ma se mi separano da te, Ohatsu mia, cosa potrà mai essere della mia vita?
Con un profondo sospiro, comincia a raccontare. Lo zio, che lo ha cresciuto da che è rimasto orfano e nel cui negozio ancora lavora, voleva fargli sposare una nipote della moglie. Lui ha rifiutato, naturalmente, ma lo zio si è accordato a sua insaputa con la matrigna, che subito ha detto di sì, per intascare le due kwamme della dote.
– Quando l’ho saputo, – dice Toku, – sono corso da lei, per farmi restituire la somma e sciogliermi dall’impegno. Ma le aveva già spese, così ho dovuto impegnare tutto ciò che avevo per poter raccogliere il denaro. Tornavo giusto in città, quando, sulla strada, vedo Kuheiji che si batteva il petto e si strappava i capelli.
Un amico, Kuheiji. Di più, un fratello, per il povero Toku dal cuore gentile. Che si è subito informato del motivo di tanta disperazione. Due kwamme, ecco la causa. Un debito da restituire entro il tramonto, questione di vita o di morte.
– Cosa potevo fare? Io potevo aspettare qualche giorno, lui no di certo. Così gliele ho date, e lui, tra le lacrime, ha giurato di ridarmele al più presto. Avrebbe dovuto restituirmele ieri, ma non l’ho visto. Andrò da lui stasera stessa, e questa faccenda sarà finalmente chiusa. Stai tranquilla.
Ohatsu si asciuga le belle ciglia con la lunga manica celeste.
– Oh, Toku! Quando penso quante tribolazioni hai sofferto per me, mi sento felice e triste allo stesso tempo! Ma ora asciuga le tue lacrime, o mi farai ammalare di preoccupazione! Se mi credi bugiarda, senti come già è stretto il mio petto.
Ohatsu prese la mano di Toku, ma, invece che appoggiarsela sul seno, rimase lì, col gesto a mezz’aria e le guance che andavano in fiamme.
– Be’? – fece Yukari.
– Secondo me questa parte la dovremmo saltare, – disse Sanae, mollando di colpo la mano di Misaki come se fosse arroventata.
– Che parti saltiamo lo decido io! – urlò Yukari, – Non ho mai chiesto la tua opinione e non ci tengo!
– Allora fattela tu la tua dannata parte! – gridò più forte Sanae.
Misaki si levò il cappello e lo usò per farsi aria.
– Ci risiamo… – sospirò Izawa, appoggiandosi alla scenografia.
– Ho due bambini a casa! – Sanae puntò il dito sulla regista, – E sono qui a perdere tempo con le tue manie!
– Fai la prova come si deve, e puoi essere a casa dai tuoi marmocchi in meno di mezz’ora! – sbraitò Yukari.
– Nishimoto, saltiamo due battute e andiamo a quando entra Ishizaki, – propose Izawa, – Così noi facciamo quel che dobbiamo fare, ci leviamo di torno e voi potete andare avanti a discutere all’infinito.
Yukari fece segno di fare come volevano e andarsene al diavolo in aggiunta. Misaki si rimise il cappello, Sanae riprese il suo posto in scena con un’espressione di burrasca sulla faccia. Dalle quinte uscì Ishizaki, che tentava di far finta di essere Hyuga, seguito da Morisaki, Kisugi e Taki che cantavano così male da sembrare ubriachi.
– Hatsuse è lontana, lontana è Naniwa! Quanti templi famosi per la voce delle loro campane…
– Kuheiji! – chiama Toku, e lo ferma, trattenendolo per il braccio, – Sei andato a spassartela prima di saldare il tuo debito?
Kuheiji si volta con aria seccata.
– Che vuoi? Tieni giù le mani! Che maniere sono queste?
– Cosa voglio? – ribatte Toku, – Voglio le mie due kwamme! Dovevi restituirmele ieri e non ti sei fatto vedere.
Kuheiji scoppia in una risata.
– Ma sei impazzito? Non ho mai preso da te nemmeno un centesimo! E stai attento a quel che dici, o potresti pentirtene.
I compagni di Kuheiji si levano il cappello, pronti a difendere il suo nome onorato con i pugni.
– Non hai mai preso… Oh, questa poi! – Toku sente il sangue negli occhi per la rabbia, – Ma se hai insistito tu per darmi una ricevuta, quando io mi fidavo sulla parola! Guarda!
E tira fuori dalla manica del kimono un foglio giallastro, spiegandolo con le mani tremanti d’ira.
– Adesso di’ che questo non è il tuo sigillo, se ne hai coraggio!
Senza scomporsi, Kuheiji esamina il foglio.
– Sì, è il mio sigillo, – ammette.
Guarda con aria d’intesa i suoi compagni.
– Per la precisione è il sigillo che mi è stato rubato la settimana scorsa, ricordate?
Punta l’indice sullo sconcertato Toku che, la bocca aperta e gli occhi spalancati, non riesce a credere alle proprie orecchie.
– E il ladro sei tu! – lo accusa Kuheiji, – Ladro e falsario! Che ora tenti di estorcermi due kwamme!
Gli butta il foglio sulla faccia.
– Dovrei denunciarti, e ti taglierebbero la testa! Ringrazia che siamo amici, e spariscimi da davanti!
– Traditore! – grida Toku, e lo afferra per il kimono.
– Pezzente! – lo insulta di rimando Kuheiji, prendendolo per il petto.
Uno spintone, un pugno, e in un attimo è una zuffa. Toku è solo, Kuheiji, invece, ha tre compagni. Tutti insieme prendono a battere e calpestare il povero commesso.
– Aiuto, per carità! – chiama Ohatsu agitata e in lacrime, – Aiuto, correte!
Ma ecco ricomparire il suo cliente.
– Attenta a non farvi male! – dice e la trascina con sé, per portarla via di lì.
– Stop!
La voce di Yukari non prometteva niente di buono.
Izawa e Sanae fecero capolino da dietro la quinta dove il cliente di Ohatsu l’aveva trascinata. Kisugi, Taki e Morisaki lasciarono rialzare Misaki, che aveva la cintura slacciata e i capelli in disordine.
– Qualcosa non andava? – chiese piano Ishizaki.
– Tutto! – esplose Yukari, – Faceva schifo!
Girò intorno uno sguardo di fuoco alla ricerca di un capro espiatorio. Izawa si nascose dietro la quinta, Ishizaki si calò il cappello sugli occhi, Taki, Kisugi e Morisaki fecero finta di aiutare Misaki a ricomporsi.
– Tu! – puntò finalmente l’indice Yukari.
– Io? – mormorò Tsubasa in prima fila.
– Niente spettatori alle prove! Fuori di qui!

∗ ∗ ∗


Sotto il sole feroce di agosto, il cortile della scuola, vuoto e senza ombre, era di un bianco accecante. Il pallone da calcio batteva contro il muro di cemento col ritmo monotono e lugubre di una campana a morto.
Finalmente la porta del teatro si aprì e uscirono gli attori, con l’aria sconfortata e abbattuta.
– Dov’è Sanae? – chiese Tsubasa, vedendo che mancavano i due primi attori.
– Sta litigando con Yukari, – rispose Ishizaki, – Ti conviene metterti comodo.
Dalla porta, uscì Misaki. Fece un cenno di saluto e sgattaiolò via con passo veloce.
– Speriamo che stavolta non ci pianti in asso sul più bello, – fece Izawa, guardandolo che si allontanava, – Tutta la fatica, e poi nemmeno siamo andati in scena.
– Vi ha piantati in asso? – chiese Tsubasa.
Izawa si mise a palleggiare.
– Già… Per via del finale. Invece di quello originale in cui Toku uccide Ohatsu e poi si taglia la gola, Nishimoto voleva che i due amanti si baciassero mentre si pugnalavano l’un l’altra. Gran bella idea, questo va detto…
Tsubasa non aveva l’aria di considerarla tale. Izawa fermò il pallone con la suola e continuò:
– Solo che, visto che tra i nostri due primi attori non correva buon sangue, lei ha tenuto nascosta la cosa fino alla prova generale, alla vigilia della prima. Quando lo ha detto, è stato il finimondo.
Sanae, rossa come un peperone, si era messa a urlare a Yukari tutti gli insulti che conosceva. Misaki, invece, senza una parola, si era dileguato.
– Il giorno dopo, passo a prenderlo a casa sua e scopro che è partito, – continuò Izawa, – A sentire suo padre, ci pensava da un pezzo, tra l’altro.
Taki levò il pallone a Izawa, con un intervento ai limiti del cartellino giallo.
– Poteva aspettare un giorno, no? – disse l’ala della Nankatsu, – Che gli costava?
Crossò verso Kisugi, che la spedì in braccio a Morisaki.
– Per lo meno adesso non ci ritrovavamo da capo, – sospirò il portiere.
Izawa chiamò la palla.
– Quante storie per un bacio!
Stoppò di petto e si voltò verso Tsubasa.
– Sta’ tranquillo che io tutti questi scrupoli per baciare Anego non me li facevo di sicuro! – rise, – Anzi, avrei anche chiesto un supplemento di prove!
– D’altra parte, Misaki è un gentiluomo, – gli fece una linguaccia Kumi, – E tu, invece, no!
– Un gentiluomo e un vero amico, – aggiunse Ishizaki.
Sanae comparve finalmente sulla porta con l’aria furibonda.
– Andiamo! I bambini hanno aspettato abbastanza! – bofonchiò e si avviò a testa bassa.
– È vero… – mormorò Tsubasa, – È un vero amico…

∗ ∗ ∗

Il vento d’amore ti penetra in corpo sulle rive dello Shijimigawa, e le luci che ogni sera si accendono sembrano stelle in una notte di pioggia, o lucciole fuori stagione, che illuminano il sentiero tenebroso di un amore che fa perdere coscienza di sé, e riduce gli uomini a vuote conchiglie che il fiume trascina via.
Oh, sventurata Ohatsu! È tornata a casa, ma, costernata per quanto è accaduto, non si dà pace. E, a tormentare il suo cuore, giungono voci che dicono il suo Toku calpestato, arrestato, addirittura morto!
Suo unico sfogo è il pianto, e già vorrebbe essere nella tomba. Ma ecco! Mentre con la manica di seta si asciuga le lacrime, nell’ombra appare la figura furtiva di Toku, nascosto dal buio e dal suo cappello.
– Toku! Che t’è successo?
Badando di non esser veduta né dai padroni né dalla serva che la controlla, Ohatsu esce in giardino, il suo volto s’introduce sotto le lunghe falde del cappello di lui e sommesse lacrime scendono dagli occhi di entrambi.
– Una trappola… – bisbiglia Toku, – Sono caduto in una trappola. E più tento di difendermi e più…
Tsubasa si sforzò di tendere l’orecchio più che poteva. Aveva pregato Ishizaki di trovargli un nascondiglio da cui potesse vedere le prove, e lui, dopo mille esitazioni, lo aveva cacciato dietro uno dei tendoni oscuranti.
– Qui perlomeno puoi sentire tutto, – aveva detto, – Ma, per l’amor di Dio, non farti scoprire da Yukari o è la volta che mi uccide!
Tsubasa si era messo seduto e aveva giurato e spergiurato di non fare il minimo rumore, ma adesso sul palco bisbigliavano, e il tendone pesante impediva di sentire cosa stesse succedendo. Con la prudenza di un artificiere, scostò appena la tenda e si appiattì contro la parete. L’equilibrio della sedia era precario, ma si vedeva quasi interamente il palcoscenico.
– E io che lo credevo un amico fraterno! Un così turpe inganno! Ora non mi resta che farla finita! – piange il povero Toku.
Una voce giunge dall’interno della casa. Entrambi la riconoscono: è il malvagio Kuheiji, che giunge coi suoi compagni per bere saké e spassarsela.
– Presto, nasconditi! – bisbiglia Ohatsu, e, nel dirlo, alza il suo strascico, così che Toku possa scivolarci sotto. Poi, a passi brevi, va a sedersi sull’alto gradino d’ingresso, in modo che lui possa nascondersi meglio e non essere visto da nessuno.
– Oh, bella Ohatsu! – saluta Kuheiji, con aria arrogante, – Ho notizie importanti per te!
Si siede accanto a lei, mentre Ohatsu sistema lo strascico per non far scoprire Toku, nascosto proprio accanto ai suoi piedi.
– Il tuo bel Toku l’ha combinata grossa, – dice l’arrogante mercante, – E gli toccherà lasciare la città, se vuole evitare il disonore.
Le prende la mano, fredda e pallida come quella di una morta.
– Ma non preoccuparti! Ci sono io a prendermi cura di te! Ho giusto con me le due kwamme che servono per il tuo riscatto. Un accordo col padrone e sarai presto nella mia casa.
Ohatsu impallidisce. Sotto il gradino, Toku digrigna i denti e trema di rabbia e di impotenza. Temendo che si faccia scoprire, Ohatsu lo accarezza teneramente col piede nudo per calmarlo.
– La rovina di Toku è stato il suo buon cuore! – dice a Kuheiji.
Poi aggiunge, come parlando tra sé:
– Mi domando che cosa farà adesso… Temo che abbia intenzione di togliersi la vita…
Il piede sfiora Toku, a chiedergli una risposta. Lui le prende dolcemente la caviglia e si passa il piede sul collo, a simulare il colpo di un rasoio.
– Se così fosse, – aggiunge Ohatsu, con le lacrime negli occhi, – io sono pronta a morire con lui.
E, così dicendo, di nuovo accarezza col piede Toku, che piange sotto lo scalino. Lui sfiora il piede dell’amata con un gesto delicato, se lo stringe al petto, poi abbraccia le ginocchia di lei, bagnandole di lacrime.
– Sbatam! – fece una sedia, crollando fuori da un tendone oscurante e trascinandosi dietro Tsubasa.
Sul palco, Misaki alzò la faccia dalle ginocchia di Sanae, che diventò prima pallidissima, poi rossa come un peperone.
– Ishizakiiiiii!
All’urlo feroce di Yukari, Ishizaki si accartocciò nei vestiti del perverso Kuheiji, cercando di scomparire.
– Con te facciamo i conti dopo! – minacciò, indicandolo col copione.
Con passo da tigre, la regista scese in platea a buttare fuori lo spettatore clandestino. Lo spinse fino alla porta, poi gliela sprangò dietro le spalle.
– Da capo! – la sentì gridare Tsubasa, – Voglio vedere le lacrime vere!

∗ ∗ ∗

Il frinire delle cicale copriva anche l’ultima eco dei rumori della metropoli. Tra gli alberi e gli specchi d’acqua, su cui planavano enormi libellule azzurre, si poteva quasi dimenticare di trovarsi nel centro della Tokyo del ventesimo secolo e illudersi di passeggiare nell’antica Edo, ospiti del signore feudale. Solo, a tratti, al di sopra dei grandi cedri, si alzavano i parallelepipedi grigi dei grattacieli, a ricordare che l’era degli shōgun era finita per sempre.
– È stata una sorpresa trovarti davanti alla porta stamattina, – disse Yayoi, cercando con gli occhi il rosso delle carpe nelle acque verdi.
– Scusami… – mormorò Tsubasa, – Avevo bisogno di parlarti con urgenza…
I pesci dal colore di fiamma guizzarono sotto il ponte di pietra, Yayoi cambiò lato per poterli seguire.
– Mi ha fatto piacere, – sorrise, – Finiranno per mancarmi queste nostre chiacchierate…
Sollevò appena l’ombrellino chiaro che la riparava dal sole.
– E così hai ricostruito tutto?
Tsubasa appoggiò i gomiti al parapetto del ponticello.
– Credo di sì… Ci ho pensato talmente tanto che posso quasi vedermi la scena davanti agli occhi.
E davvero riusciva a vedere Sanae alla prova generale, imbarazzata e furiosa per un bacio che per lei non era solo un bacio di scena. Poi la vedeva nella sua stanza, sdraiata a letto in una lunga notte insonne. La vedeva alzarsi, sedersi alla scrivania, esitare e alzarsi di nuovo. Poi, finalmente, prendeva un foglio azzurro pallido e, con la mano che tremava, scriveva:
Anche se so che questa lettera è inutile…
La vedeva infine suonare alla porta di Misaki, la mattina dopo, le guance in fiamme e il cuore tanto veloce da serrarle la gola. E vedeva il padre di Misaki aprire, e dire che il numero undici era partito.
– Misaki aveva capito… – mormorò Tsubasa, – Aveva capito anche senza bisogno della lettera. È per questo che è partito…
– Davvero un gesto da amico, – disse Yayoi, – E da gentiluomo.
Attraversarono il ponte, in cerca di un po’ d’ombra. Nella mattina di piena estate, il parco era pieno di giovani coppie e di bambini che correvano sui prati. Trovarono un angolo tranquillo su una panchina ai piedi di un grande acero, sulla riva di uno stagno. Di fronte a loro, un’anziana signora con un grande cappello giallo, era impegnata a dipingere un quadro ad acquerello. Li salutò con un sorriso timido e un cenno della testa.
– Se tu avessi visto la scena di ieri… – riprese Tsubasa, – Era così… Così vera!
I ragazzi avevano ragione. Tra Sanae e Misaki, sul palco, correva un’energia sconcertante, che metteva nelle parole del dramma una vita tutta nuova e che avrebbe strappato lacrime a un sasso.
– Forse sarebbe meglio che questa faccenda della recita finisse qui, – disse Yayoi, disegnando un ghirigoro sul sentiero con la punta dell’ombrellino.
– Tu credi? – si voltò a guardarla Tsubasa.
Senza alzare gli occhi, Yayoi fece segno di sì con la testa.
– Ha già risvegliato troppi fantasmi, – disse, – È meglio che torniate di corsa a Barcellona, prima che il passato cominci a fare danni al presente.
Tsubasa si appoggiò allo schienale della panchina. La signora dal cappello giallo li scrutava con l’attenzione dei pittori.
– Ho insistito io perché Sanae recitasse… – pensò ad alta voce, – Come faccio adesso a dirle di mollare tutto?
– Chiedi a Misaki di lasciare la recita, come ha fatto l’altra volta, – rispose Yayoi, seguendo con gli occhi la punta dell’ombrellino, – E prenota il volo. Il prima possibile.
Tsubasa annuì con aria convinta. Yayoi si alzò e aprì l’ombrellino.
– È ora di andare, si è fatto tardi.
Il capitano si ricordò che anche la sua amica aveva dei dispiaceri. La fermò prendendola per la mano. Yayoi si voltò stupita.
– Come va con Misugi? – chiese Tsubasa.
Yayoi si sforzò di sorridere. Ritirò piano la mano da quella di Tsubasa e mosse le labbra in un saluto senza voce. Tsubasa la guardò allontanarsi con passo breve e leggero, tra il canto metallico delle cicale, nascosta dall’ombrellino chiaro.
La signora dal grande cappello giallo gli fece cenno di avvicinarsi.
– Se vuole glielo regalo, – disse, indicando il dipinto.
I colori pallidi degli acquerelli disegnavano una panchina sotto un grande acero. Un uomo giovane e bruno teneva la mano a una ragazza dai capelli rossi, con un grazioso abito a fiori e un ombrellino chiaro.
La signora sorrise.
– Vedrà che le piacerà. Così fate pace.

∗ ∗ ∗

Le prove, aveva stabilito la regista, cominciavano alle otto del mattino.
– Per sfruttare le ore più fresche, – diceva Yukari.
– Perché hai gusto a torturarci, – replicava Ishizaki.
Il giorno della prova generale, a poco più di ventiquattro ore dalla prima, Yukari le anticipò di un’ora.
– Per avere il tempo di definire i dettagli, – disse la regista.
– Perché non sei contenta finché non ci vedi morti, – replicò Ishizaki.
Così Tsubasa, per poter parlare da solo a solo con Misaki, uscì di casa all’alba, con la scusa di andare a correre, con già in tasca i biglietti d’aereo per Barcellona, come gli aveva suggerito Yayoi.
Aspettò davanti alla casa del numero undici, controllando l’orologio ogni cinque minuti. Vide le finestre aprirsi e i rumori del mattino animare l’edificio. Poi, finalmente, Misaki uscì dalla porta.
– Tsubasa… – si stupì.
Il capitano si accarezzò il mento, per cercare il tono giusto.
– Sono venuto per riavere la lettera, – cominciò, – E poi…
Scelse una a una le parole.
– Poi vorrei che tu rinunciassi alla recita.
Misaki lo guardò in silenzio per un lungo momento.
– Non posso.
Tsubasa restò di sasso.
– Come sarebbe che non puoi? È quello che hai fatto l’altra volta…
Misaki fece segno di no con la testa, e si voltò per andarsene. Tsubasa lo afferrò per un braccio.
– E ridammi la mia lettera!
Misaki si liberò con uno strattone.
– Tu e la tua maledettissima lettera! – esplose, – Ti rendi conto che mi ha tolto il sonno?
L’agitazione gli accelerò il respiro.
– Sanae l’ha scritta il giorno che io sono partito! – continuò, – Il giorno che sono partito per dimenticarla!
Si passò la mano sugli occhi.
– Non devo pensarci, o finirò col dare di matto…
Tsubasa, pietrificato, dovette aspettare qualche istante perché il senso delle parole di Misaki si facesse pienamente strada nella sua mente.
– Ma… – balbettò, – Ma allora…
Allora i silenzi, le scontrosità, la scena al matrimonio, presero d’improvviso tutt’altri contorni, come gli oggetti illuminati dal lampo in una stanza buia. Il fuoco e l’acqua potevano andare d’accordo e, soprattutto, d’amore. Di più: per anni si erano cercati, ciechi e disperati. E, soprattutto, destinati per sempre a traiettorie parallele, senza riuscire a incontrarsi mai.
Mai, a meno che qualcosa, o qualcuno, non deviasse le loro corse, spezzando le leggi ferree del destino.
– Non puoi chiedermi di rinunciare, Tsubasa, – scosse la testa Misaki.
Guardò negli occhi l’amico.
– Mi dispiace… Ma sarà lei a scegliere.

∗ ∗ ∗

Atto quinto

ATTO TERZO

ATTO TERZO

 

La sagoma inconfondibile del Fuji-san si staccava appena dal cielo lilla del tramonto, inafferrabile e vaga come un fantasma. Ai suoi piedi, il mare si lasciava abbracciare dalle colline azzurre, i cui contorni svaporavano nell’umidità della sera. Una rosea tristezza colorava le case, le onde, i cantieri navali, mentre la luce appassiva piano, ripiegandosi su se stessa come un fiore d’ibisco che appassisce.
– Ne hai parlato con lei? – chiese Yayoi, appoggiando la tazza di tè.
Tsubasa fece segno di no con la testa e continuò a guardare oltre i vetri. Dalla terrazza, il prato declinava dolcemente verso la città, fino a confondersi coi cespugli che imbrunivano.
Yayoi prese un pasticcino e cominciò a sbocconcellarlo piano piano.
– Non ha senso che ti tormenti per una cosa del genere. Ha sposato te, no? Qualunque cosa significhi la lettera, fa parte del passato.
Tsubasa fece un profondo sospiro. Nel prato, una coppia di turisti in viaggio di nozze si faceva fotografare col paesaggio sullo sfondo.
Yayoi finì il suo pasticcino e provò a scuotere il suo interlocutore.
– Scusa, anch’io volevo sposare te! L’ho detto persino a tua madre! – rise.
La risata di Yayoi riuscì a far voltare Tsubasa e a strappargli un’ombra di sorriso.
– Tu mi hai dimenticato molto in fretta, per la verità, – si sforzò di rispondere a tono il numero dieci.
Yayoi puntò l’indice contro di lui.
– Forse se tu mi avessi scritto, come avevi promesso…
Tsubasa tornò a guardare il Fuji-san, cha appariva e spariva in lontananza.
– E se mi avesse sposato solo perché Misaki le ha detto di no? – mormorò.
Yayoi sospirò, scosse la testa, e finì il suo tè in silenzio.
La luce rosa lasciò il posto a un’ombra azzurra che incupiva il paesaggio, trascinandolo rapidamente verso la sera. Tsubasa si passò una mano sugli occhi, poi allontanò la sua tazza di tè, fredda e intatta. Yayoi cercò lo specchietto nella borsa e si diede un velo di rosa alle labbra.
– Il treno non mi aspetta, – disse alzandosi.
Tsubasa alzò la testa e farfugliò dei ringraziamenti per essere venuta appena le aveva telefonato. Yayoi rispose con un sorriso. Poi tornò a farsi seria.
– Stai attento, Tsubasa. Rimestare nel passato è pericoloso.
Guardò anche lei oltre i vetri la montagna divina che giocava a nascondersi.
– Corri il rischio di riportare in vita i fantasmi. E dopo non è facile convincerli a tornare nell’ombra.
Gli appoggiò la mano sulla spalla, lieve come un petalo.
– Dai un bacio ai bambini da parte mia, – salutò.

∗ ∗ ∗


Anche se non avevano mai smesso di vedersi e avevano lasciato il ritiro olimpico solo da poche settimane, la riunione degli ex giocatori della Nankatsu liceale aveva il sapore allegro e malinconico di tutte le rimpatriate. Alla fine, con le buone e, soprattutto, con le cattive, Yukari era riuscita a rimettere insieme la compagnia, e adesso tutti si affannavano a indossare i costumi di scena nel teatrino del vecchio liceo, vuoto per le vacanze.
Tutti tranne Taro Misaki, che, a suo rischio e pericolo, aveva resistito strenuamente alle peggiori minacce.
La parte del primo attore, dunque, il povero e appassionato Toku, doveva, per forza di cose, andare a Tsubasa, nonostante lo scarso entusiasmo della regista.
– Contenta tu… – aveva detto a Sanae.
Lasciato in disparte dai ricordi liceali che il luogo aveva risvegliato negli altri, Tsubasa, silenzioso e assorto, si infilò il logoro kimono dell’orfano innamorato. Poi nascose la faccia scura dietro a un largo cappello di bambù.
Ishizaki, con indosso i panni signorili del crudele Kuheiji e il grande cappello in mano, si sedette su una panca con aria sconsolata.
– Non so cosa ti sia venuto in mente, Tsubasa. Non hai idea di cosa ti aspetta…
– Urla e insulti, lacrime e sangue! E un finale tragico, – calcò la mano Izawa, – È il teatro, bellezza!
Morisaki annodò la cintura del kimono.
– Ti picchieremo piano, capitano, – promise.
– Però tu devi piangere lacrime vere lo stesso, – aggiunse Taki, – O toccherà a noi provvedere.
Kisugi si calcò il cappello sulla testa.
– Non so Misaki come facesse… Era incredibile.
– Con Yukari e Anego che gridavano a quel modo, rischiavo sempre di piangere anch’io! – intervenne Ishizaki.
– Era un inferno, questo è sicuro, – convenne Izawa.
Si raccolse i capelli e li legò con un fermaglio, alla maniera degli antichi samurai, poi si sedette accanto a Ishizaki e gli mise un braccio intorno alle spalle.
– E sai qual era la cosa peggiore di tutte?
Tutta la compagnia si voltò in attesa: tra le sfuriate di Yukari, le urla di Anego e i lanci di copioni e di insulti, c’era solo l’imbarazzo della scelta.
– La cosa peggiore di tutte è che Yukari aveva ragione! – sbottò Izawa, – Quei due sul palco erano strabilianti!
Tutti tacquero per un momento, ricordando le scene recitate da Sanae e Misaki.
– È vero… – ammise Morisaki, – Ti strappavano il cuore.
– Ho visto piangere di nascosto persino te! – fece Taki, indicando Izawa.
Izawa tentò di negare e subito le voci si rincorsero a dire che l’avevano visto benissimo che andava a infilarsi dietro le tende oscuranti per non far vedere i lacrimoni.
Ishizaki tirò su col naso così forte da zittire tutti.
– Non ho mai pianto tanto in vita mia… E adesso eccoci qua da capo, – si voltò verso Tsubasa, – Guarda in che abisso ci stai trascinando…
Una mano timida bussò alla porta.
– Siete vestiti? – chiese la voce di Kumi.
– Pronti! – rispose Izawa.
– Siete davvero vestiti? – ribadì seccata la voce di Sanae.
Morisaki assicurò che nessuno era nudo né in mutande.
La porta si aprì e inquadrò due figurette, che sembravano scese allora allora da una stampa antica in carta di riso. Vestita di uno yukata bruno, coi capelli scarmigliati e i piedi scalzi, la servetta Kumi aiutava la cortigiana Sanae a portarsi dietro l’ampio strascico di un magnifico kimono in seta celeste. Sulle lunghe maniche, i papaveri pronti a sbocciare sembravano così veri da poter ingannare le farfalle.
– Come sto? – chiese Sanae, sollevando il cappello di Tsubasa.
Negli occhi del numero dieci, la seta celeste sfumò in un foglio azzurro pallido di carta da lettere adolescenziale:
Anche se so che questa lettera è inutile…
– Insomma, dovete farmi venire su la muffa? – urlò la voce di Yukari dal palcoscenico, – Avanti, in scena!

∗ ∗ ∗


– No, no, no!
Yukari sembrava sul punto di strapparsi i capelli.
– Quando dico cattivo, voglio dire spietato, odioso, perverso! Uno capace di strappare il cuore a mani nude al fratello e poi ridere di lui!
Ishizaki provò un’altra volta e si guardò intorno in cerca di appoggio. Non era forse l’espressione più spietata, odiosa e perversa che avessero mai visto in vita loro?
– Sembri un neonato col pannolino bagnato! – urlò ancora Yukari.
– In effetti i gemelli hanno quell’espressione, quando li devo cambiare, – rincarò la dose Sanae.
Ishizaki buttò per terra il cappello di bambù.
– Io non sono capace di fare il cattivo! Posso fare il buffone, lo sciocco di buon cuore, l’amico fedele. Non posso fare il cattivo! Non funzionerà mai!
Yukari chiarì in malo modo che era perfettamente d’accordo. Aveva in mente ben altri interpreti per quel ruolo, ma le toccava lavorare col materiale scarso che si ritrovava.
Un’ispirazione le attraversò gli occhi.
– Immagina di essere Hyuga nella finale dell’ultimo campionato delle scuole medie.
Ishizaki si vide davanti agli occhi la terribile, interminabile partita, con Tsubasa tenuto in piedi da continue iniezioni di antidolorifici e Hyuga che urlava di non avere nessuna pietà. Provò con tutte le sue forze a calarsi nella maglia nera del capitano della Toho.
– Adesso ci siamo! – batté le mani Yukari.
Ishizaki si guardò intorno meravigliato. I ragazzi lo guardavano impressionati. Solo Tsubasa, nascosto sotto il suo cappello di bambù, faceva finta di leggere il copione, perso nei suoi pensieri.
– Sono stato bravo? – miagolò Ishizaki, e l’espressione della Tigre lasciò di nuovo il posto a quella da bebé in attesa del cambio.
– Ora tu, – fece Yukari, indicando il capitano.
Tsubasa alzò gli occhi dal copione.
– Non la vedi da settimane, – cominciò Yukari, mettendo le mani sulle spalle di Sanae, – E forse non potrai mai più vederla. Il cuore ti sanguina al solo pensiero. Ma il destino vi fa incontrare proprio davanti ai gradini del tempio, dove lei sta pregando per te. Lei ti riconosce. E ti chiama.
Yukari strinse il pugno, come se avesse in mano il cuore di Tsubasa.
– Fammi sentire lo strazio!
Fece un cenno alla prima attrice.
– Avanti, dagli la battuta!
Sanae fece un passo avanti. Con un movimento flessuoso come un ramo di salice, amplificato dalle ampie maniche del kimono, si portò una mano davanti alla bocca.
– Toku! Toku, sei tu, non è vero?
Tsubasa rimase incantato e sconcertato davanti a una voce calda che mai le aveva sentito.
– Tsubasa! – lo svegliò Yukari, – Sei Toku o non lo sei?
Tsubasa cercò la battuta sul copione.
– Ohatsu… – cominciò, – È meglio che tu tenga il cappello…
Yukari si lasciò cascare seduta con la testa tra le mani.
– Quella è la battuta di Sanae…
Ishizaki cercò di guadagnare l’uscita.
– Dieci minuti di pausa? – propose.
Yukari fece segno di lasciarla sola con il suo dolore.

∗ ∗ ∗


Tsubasa sentiva un impellente bisogno di aria e di un pallone. Lasciò cappello e kimono nello spogliatoio e corse al campo di allenamento del liceo, che, per fortuna, era solo a pochi passi dal teatro scolastico.
Nel silenzio del pomeriggio d’agosto, gli venne incontro l’inconfondibile rumore di un piede che calciava un pallone. L’ombra di un giocatore solitario e assorto si disegnò netta sul verde dell’erba. Il giocatore palleggiò col piede destro, poi col sinistro, senza mai lasciare che il pallone toccasse terra. Finalmente lo appoggiò gentilmente sul prato e tirò in porta.
La palla descrisse una parabola elegante come il volo di una rondine e andò a sbattere sulla traversa, per poi spegnere i propri rimbalzi tra i piedi di Tsubasa.
– Misaki…
Il numero undici chiamò la palla, indicando davanti a sé.
Il piede di Tsubasa disegnò un lancio millimetrico, che Misaki restituì senza nemmeno fargli sfiorare l’erba. Il capitano della nazionale medaglia d’oro alle ultime olimpiadi si trovò in posizione perfetta sulla traiettoria del cross.
Palo.
Tsubasa e Misaki rimasero a guardare il pallone che rotolava beffardo dalla parte opposta del campo.
– Fa troppo caldo per giocare, – disse Misaki, sedendosi all’ombra.
Tsubasa approvò, sedendosi anche lui.
Misaki si sdraiò sull’erba, le braccia dietro la testa. Le nuvole bianche e gonfie si rincorrevano dal mare verso la montagna, portandosi via la speranza di un po’ di refrigerio.
Tsubasa guardò l’amico una, due, tre volte. Poi, finalmente, si decise.
– Lo so che non me l’hai detto per amicizia… Ma io forse avrei preferito saperlo.
– Sapere cosa? – fece Misaki, senza staccare gli occhi dalle nuvole fuggitive.
Tsubasa girò lo sguardo intorno sui palloni, le panchine, lo spogliatoio. Prese un respiro più ampio e sputò il rospo:
– Che Sanae era innamorata di te.
Misaki si alzò appoggiandosi a un gomito.
– Come hai detto, scusa?
Tsubasa sospirò.
– Misaki, basta bugie, per favore. Ti dico che so tutto.
Levò la lettera di tasca e la mise nelle mani di Misaki.
Il numero undici lesse le poche righe scritte sul foglio azzurro. Alzò gli occhi su Tsubasa, poi li riabbassò di nuovo sulle parole di Sanae.
– Tsubasa! Tsubasa, si può sapere dove sei?
La voce di Sanae arrivò da dietro lo spogliatoio.
Tsubasa si alzò in piedi, senza staccare gli occhi da Misaki, che continuava a fissare il foglio azzurro.
Sanae comparve al bordo opposto del campo, tra lo svolazzare della seta celeste del kimono dal lungo strascico. Alla vista di Misaki, si fermò di colpo.
– Yukari ha detto che possiamo andarcene a casa. Sbrigati. I bambini aspettano.
Tsubasa andò verso di lei con passo esitante, voltandosi indietro ogni due metri. Sanae lo prese sottobraccio e fece un freddo cenno di saluto a Misaki.
Rimasto in piedi, in mezzo al campo, con in mano la sua lettera d’amore.

∗ ∗ ∗

Atto quarto

ATTO SECONDO

ATTO SECONDO

 

I lunghi giorni di agosto si susseguivano tutti uguali, come le perle del rosario buddista. I bambini crescevano con la velocità delle gemme del bambù e Sanae si lasciava dietro le spalle anche gli ultimi segni del pericolo corso. Il suo comportamento, anche a guardarlo sotto la lente d’ingrandimento, era perfettamente normale. Parlava, rideva, si muoveva esattamente come prima del parto e della febbre. Tutto identico a prima. Non una crepa, nemmeno sottilissima, che lasciasse gettare uno sguardo su quella scena che aveva dato l’impressione di rivivere nel delirio.
– Magari mi sono sognato tutto, – pensò Tsubasa, calciando il pallone contro la saracinesca.
– Sbam! – concordò il pallone.
– Manco morta! – urlò Sanae dal salotto.
La discussione con Yukari andava avanti da giorni, ma stavolta il tono era troppo tempestoso anche per le due infiammabili manager. Tsubasa fermò il pallone sotto la suola della scarpa.
– Ma quando mai ci ricapiterà l’occasione? – gridò più forte la voce di Yukari, – Tra poco tutti se ne andranno a giocare oltremare e chissà quando ci ritroveremo ancora tutti!
– Meglio così! – chiuse le trattative Sanae.
Il pianto di un neonato si alzò a protestare, seguito subito dopo da un vagito identico, sia per tonalità che per volume. Tsubasa si sentì in dovere di entrare a dare una mano.
In salotto, le nuvole del temporale erano ancora dense. Sanae cullava il primo dei gemelli che si era messo a urlare, mentre Yukari provava a calmare il secondo. Tutte e due avevano la faccia scura.
Visto che si poteva fare a meno di lui, Tsubasa si voltò per tornare al suo pallone. Lo sguardo gli cadde sul tavolino. Tra i bicchieri di limonata, un grosso fascicolo aveva in copertina la bizzarra immagine di un pino e una palma nati dallo stesso tronco.
– E questo cos’è? – mormorò prendendolo in mano.
Il titolo in rosso recitava: Gli amanti suicidi di Sonezaki.
– Un pezzo teatrale, – rispose Yukari, levandoglielo di mano.
– Urlavate per questo? – si incuriosì ancora di più Tsubasa.
Sanae rimise nella culla il primo gemello, che si era convinto a calmarsi, e si fece passare il secondo da Yukari, per non fare torto a nessuno.
– Secondo Yukari, dovrei salire sul palco per fare una recita che è andata in malora l’ultimo anno del liceo.
Tsubasa non riusciva a staccare gli occhi dalla palma e dal pino che uscivano abbracciati da un unico tronco.
– Una recita? – chiese con tono meccanico, – Che tipo di recita?
– Due innamorati che non possono vivere il loro amore, – tagliò corto Yukari.
– E finisce malissimo, – chiosò Sanae.
Yukari fece il solletico al pancino dei bambini, finalmente tranquilli. Arrotolò tra le mani il copione e lo puntò dritto verso Sanae.
– Vedrai che riuscirò a convincervi anche questa volta! – salutò.
Sanae alzò le spalle con un sospiro, mentre Tsubasa rimaneva a fissare la porta da cui era uscita Yukari, portandosi via quel frammento di sogno che aveva fatto improvvisamente irruzione nella realtà.
I bambini ripresero a lamentarsi nella culla. Evidentemente tutta quella discussione aveva messo loro addosso un’agitazione che adesso si traduceva in un pannolino bagnato. Sanae si mise a cambiare il primo sul divano.
– Yukari è fissata con le storie d’amore, – disse, – Soprattutto se sono impossibili e strazianti.
– Ah! – fece Tsubasa, e cercò di stringere il bandolo della matassa che il caso gli aveva messo in mano, – E questa è impossibile e straziante?
– Questa le batte tutte, – disse Sanae, – I due innamorati sono Toku, povero orfano, costretto dal suo padrone a sposare una donna che non ama, e Ohatsu, giovane cortigiana, che sta per essere riscattata dal bordello da un mercante, che ne farà la sua concubina. Per rigirare il coltello nella piaga, i soldi del riscatto il mercante li estorce con un imbroglio al povero orfano, che lo considera un amico fraterno. Ai due non resta che suicidarsi insieme. Allegro, no?
Sanae finì di sistemare il pannolino e passò al secondo gemello, in quello che ormai era uno strano rituale in cui ogni singolo, minimo movimento doveva per forza di cose essere sempre ripetuto una seconda volta.
– Io ero la bella e giovane cortigiana, – rise Sanae.
Tsubasa intravide finalmente la crepa che cercava da settimane.
– E… chi faceva il povero orfano?
– Misaki, – rispose Sanae, cercando il borotalco.

∗ ∗ ∗


Per tutta la notte, Tsubasa aveva teso l’orecchio verso Sanae, sperando che una parola, sfuggita dal segreto di un sogno, gli mettesse in mano un altro frammento del puzzle di cui Yukari gli aveva regalato un preziosissimo pezzo. Ma Sanae non si era nemmeno mossa, sprofondata nel sonno profondo e senza sogni delle neomamme.
La prima luce dell’alba filtrò dalla finestra. Tsubasa si alzò in punta di piedi e uscì a correre per schiarirsi le idee.
Il ritmo ipnotico dei passi, unico rumore nella città ancora addormentata, lo portò più lontano di quanto volesse. Si fermò a riprendere fiato sulla spiaggia, lo sguardo perso dietro le grandi navi transoceaniche, che lasciavano scie d’argento nell’oro fuso.
Finì col tornare a casa molto tardi, col sole già alto e le voci che già uscivano dalla finestra del salotto.
– Non c’è bisogno che portate fuori i bambini, – protestava Sanae, – Posso pensarci io.
Le voci della madre e della suocera si levarono all’unisono.
– Riposati finché puoi! In Spagna non avrai né le amiche né il tempo per chiacchierare con loro.
Tsubasa le incrociò sulla porta che si portavano via i gemelli, questionando se somigliassero di più alla mamma o al papà, e raccolse al volo l’involontario assist.
– Hanno ragione. Dovresti approfittarne per stare con le tue amiche.
Bevve tutto d’un fiato un bicchier d’acqua e aggiunse, con aria distratta:
– Per esempio, quella della recita era una buona idea…
– La recita? – saltò su Sanae, – Non basta Yukari? Adesso ti ci metti anche tu?
Tsubasa si sedette a tavola e lei gli mise davanti la colazione.
– Figuriamoci! – brontolò, – Coi bambini e tutto il resto!
– Per i bambini ci sono le nonne, che non vedono l’ora di tenerseli tutto il giorno, – osservò Tsubasa, – E poi mi piacerebbe vederti recitare. Non sapevo fossi una buona attrice.
– Non lo sono, – si spazientì Sanae, – L’unica possibilità che riesca bene è che Toku lo interpreti tu, – rise.
Tsubasa seguì un’ispirazione improvvisa.
– Questa è un’idea magnifica! Non ho mai recitato, mi piacerebbe provare!
Sanae rimase con le scodelle in mano e la bocca spalancata.
– Vado subito a dirlo a Yukari, – scattò Tsubasa.
– No, aspetta… – balbettò Sanae.
Ma l’immarcabile numero 10 del Barça, ormai, si era già involato verso casa Nishimoto.

∗ ∗ ∗


– Se vuoi un consiglio da amico, naviga largo. Oggi non è giorno.
Ishizaki usciva dalla casa di Yukari con la faccia di uno preso in pieno da un’onda di maremoto.
– Con questa storia della recita ci farà diventare tutti matti…
Tsubasa disse che veniva proprio a portarle una buona notizia.
– Ho convinto Sanae.
Lo sconforto di Ishizaki sembrò aumentare.
– Così adesso avrà un motivo in più per arrabbiarsi perché Misaki ha detto di no… Fossi in lui cambierei città.
Si sedette sui gradini con la testa tra le mani.
– Speriamo che stavolta non si faccia convincere, o sarà da capo l’inferno…
– L’inferno? – chiese Tsubasa.
Ishizaki scosse la testa.
– È cominciato tutto con la lezione di letteratura. L’insegnante ha avuto la bella pensata di chiamare Anego e Misaki a leggere un brano da quello stramaledetto testo. Io dormivo come un sasso, quindi non ho idea di cosa diavolo ci abbia visto, ma Yukari deve averla trovata un’interpretazione davvero convincente, perché da lì non ha più dato pace a nessuno.
Non si sapeva come (Ishizaki non escludeva la violenza fisica), alla fine era riuscita a convincere quei due, che si rivolgevano a malapena la parola. E lì era cominciato l’inferno, appunto, perché alle prove Yukari urlava e Anego gridava più forte, dicendo che avrebbe preferito essere a farsi cavare un dente. Misaki passava il tempo guardando fuori dalla finestra con l’aria di voler essere all’altro capo del mondo.
– Un inferno, – ribadì, – Speriamo che stavolta Misaki non ceda. Tanto più che a me toccava la parte del cattivo.
Con un ultimo sospiro, salutò Tsubasa con una pacca sulla spalla.
– Già il tuo amico ama vivere pericolosamente… Non seguire il suo esempio.
Tsubasa guardò Ishizaki che si allontanava scuotendo la testa.
Del tutto sprezzante del pericolo, Tsubasa suonò il campanello di casa Nishimoto con la decisione di chi bussa alla porta del destino.
Yukari arrivò ad aprire con la velocità e il passo terribile della tempesta.
– Cosa vuoi? – ruggì.
– Sanae accetta. Faccio io la parte di Toku.
Yukari lo squadrò da capo a piedi, alzando un sopracciglio.
– Tu?
Tsubasa sentì distintamente il brusio dei pensieri che le affollavano la testa.
– Facciamo così, – propose Yukari, – Sanae deve avere ancora il copione da qualche parte. Vai a studiartelo e vediamo se riesci a convincermi.

∗ ∗ ∗

Casa Nakazawa era immersa nel silenzio gonfio e pesante del primo pomeriggio estivo. Le finestre erano socchiuse per non far entrare la luce abbagliante del sole che picchiava spietato come un terzino di terza categoria. Sanae riposava coi bambini, e il resto della famiglia si muoveva piano piano, attento a non fare il minimo rumore. Tsubasa salì in punta di piedi in soffitta, dove la suocera aveva detto di aver messo tutti i libri e i quaderni del liceo.
Nel sottotetto, il caldo era soffocante. Gli scatoloni formavano una torre dall’equilibrio precario, che sembrava lì lì per franare da un momento all’altro. Tsubasa si asciugò il sudore che già gli colava dalla fronte e si mise alla ricerca.
Tra le mani gli passarono libri di scuola, quaderni di esercizi, foto di classe. Si mise a sfogliare qualche pagina:
Tsubasa mi manca tanto, lesse sul bordo di una lezione di matematica.
Sorrise e aprì un vecchio diario. Tra i numeri degli esercizi e le date dei compiti in classe, Sanae aveva scritto decine di volte il suo nome, quasi a tentare un incantesimo che glielo riportasse lì dal Brasile.
Nella prima scatola, c’erano solo cose del primo anno di liceo. Tsubasa passò alla seconda, catturato da quel viaggio nel tempo che avevano trascorso separati. Libri e quaderni del secondo anno, però, furono una lettura deludente: margini puliti e pagine ordinate, niente nomi né cuoricini. Sanae doveva essere diventata più riservata, forse per le prese in giro di Ishizaki e degli altri.
La terza scatola era ancora più noiosa. Tsubasa sfogliò distrattamente l’album dell’ultimo campionato scolastico, in cui Sanae, da brava manager, aveva raccolto con pazienza tutti gli articoli usciti sulle partite della squadra capitanata da Ishizaki.
La magnifica doppietta di Taro Misaki regala il titolo alla Nankatsu, lesse Tsubasa, prima di richiudere il grosso volume.
La scatola era quasi vuota. Il numero 10 rovistò sul fondo. Sotto i quaderni di inglese fece finalmente capolino l’immagine di una palma e di un pino che crescevano dallo stesso tronco. Tsubasa tirò fuori il copione e si mise a sfogliarlo con l’avido timore di chi interroga un oracolo.
Gli amanti di Sonezaki, diceva il titolo dattiloscritto, adattamento di Nishimoto Yukari.
Personaggi:
Tokubei detto Toku, giovane commesso in un negozio di salsa di soya……Misaki Taro
Ohatsu, giovane cortigiana, amante di Tokubei………………………………..Nakazawa Sanae
Kuheiji, uomo perverso, amico d’infanzia di Tokubei…………………………Ishizaki Ryo
Cliente di Ohatsu………………………………………………….……………………..Izawa Mamoru
Servetta nel bordello……………………………………………………………………Sugimoto Kumi
Sgherri di Kuheiji………………………………………Kisugi Teppei, Morisaki Yuzo, Taki Hajime


Scena prima: sui gradini del tempio Ikudama a Osaka
21 maggio 1703
Decisa a non lasciar trapelare, come fumo che in alto si espande, la storia del suo amore, la bella Ohatsu dal viso di giglio non sa però reprimere il fuoco che le arde nel petto. Sul suo Tokubei, bello come una bambola, le primavere vanno trascorrendo, ma ancora egli conduce una vita oscura, come il legno trascinato dal fiume Natori: è solo un commesso, orfano e povero, ma soprattutto è schiavo di un dolce amore…


– Tsubasa!
La voce di Sanae, dal piano di sotto, chiamava col tono di chi non sa aspettare.
– Vengo! – si alzò Tsubasa, richiudendo il copione.
Dalle pagine scivolò fuori una busta leggera, che andò a posarsi davanti ai suoi piedi con la grazia della prima foglia d’autunno.
Tsubasa si chinò a raccoglierla.
Per Taro Misaki, lesse a mezza voce, riconoscendo la scrittura pulita di Sanae.
Il cuore prese irragionevolmente a battergli più forte. Le dita strapparono e spiegarono in tutta fretta, senza dargli nemmeno il tempo di pensare, finché si trovò in mano un foglio azzurro pallido, da carta da lettere adolescenziale.
La mano che aveva scritto aveva tremato quanto quella che leggeva. Gli occhi di Tsubasa corsero a divorare le parole. Poche, pochissime.
Poi tornarono indietro increduli. Una, due, tre volte.
– Non è possibile… – mormorò Tsubasa, e di nuovo dubitò di quel che aveva letto.
Ma il foglio, impietoso, ripeté imperterrito:
21 maggio 19XX
Anche se so che questa lettera è inutile, anche se so che tu non mi ricambi, né mai mi ricambierai, io sento che devo dirtelo: mi sono innamorata di te.
Sanae

∗ ∗ ∗

Atto terzo

ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

 

Le nubi dell’acquazzone della sera, delicate come ali di cicala, si allungavano con passo rapido sull’orizzonte, promettendo sollievo dopo il caldo opprimente della giornata. Dalla finestra della stanza d’ospedale, si riusciva a vedere una striscia d’oceano, su cui la brezza marina disegnava lunghe piume bianche di schiuma.
– Mamma… – mormorò Sanae.
Tsubasa tornò vicino al letto. Le asciugò la fronte, bagnata dal sudore della febbre. Sanae cercò di scostargli la mano, senza smettere di bisbigliare parole incomprensibili.
– Sanae… – provò inutilmente Tsubasa.
Si sedette vicino a lei e le prese la mano. Era rovente come la sabbia al sole d’agosto. Le labbra continuavano a muoversi e a masticare parole a mezza voce.
Tsubasa strinse la mano tra le sue. Sul comodino, vicino alla medaglia d’oro, portata in regalo da Madrid, c’era il vecchio hachimaki scolorito, che Sanae si legava sulla fronte quando ancora era Anego, e urlava il suo amore per Tsubasa sugli spalti, con indosso la divisa maschile.
– Sapeva che avrebbe dovuto combattere, – si morse le labbra Tsubasa, e serrò gli occhi, per non pensare quanto era stata sola nella battaglia.
Era tornato di corsa, col primo volo, subito dopo la cerimonia di premiazione.
– Sono nati! – diceva il messaggio della madre, arrivato all’atterraggio, ma spedito dieci ore prima.
Rivedeva, momento per momento, la corsa in taxi verso l’ospedale, con la medaglia d’oro in mano e il tassista che pretendeva un autografo, le porte a vetri che sembravano non volersi aprire mai, il corridoio vuoto, nella luce incerta del primissimo mattino.
La prima a venirgli incontro era stata sua madre.
– Finalmente sei qui! – aveva detto, – I bambini stanno bene…
Non c’era stato bisogno di aggiungere nient’altro. Dietro di lei era arrivata la madre di Sanae. In lacrime.
Una febbre altissima, dovuta a un’infezione post parto, aveva detto il medico, e si era dilungato in spiegazioni che suonavano molto come scuse e che Tsubasa non aveva minimamente ascoltato. Solo una frase era riuscita ad arrivargli:
– In pericolo di vita.
Senza stare a sentire altro, aveva spalancato la porta della stanza. Nell’azzurro quieto delle pareti, tra le lenzuola bianchissime, le guance di Sanae sembravano in fiamme. L’intero corpo era scosso dai brividi e le mani pallidissime si stringevano alle lenzuola, dando l’impressione di una foglia che tremasse nel vento di novembre e che cercasse disperamente di non farsi portare via.
Si era avvicinato in punta di piedi.
– Sanae… – aveva chiamato, con la voce incrinata.
Lei si era voltata per un momento, ma gli occhi dicevano chiaramente che non lo aveva riconosciuto. Tra le labbra violacee e asciutte si agitavano schegge di parole.
A quegli occhi bui e a quei frammenti di voce, Tsubasa si era dovuto abituare nei tre giorni seguenti, durante i quali l’aveva vegliata giorno e notte.
Il dottore veniva, sentiva il polso, leggeva la temperatura, poi se ne andava, muto e con la faccia scura.
– Possiamo solo aspettare…, – aveva detto.
– Possiamo solo aspettare… – si ripeté Tsubasa, cercando di bagnarle con una pezzuola le labbra che non smettevano di muoversi.
– È così difficile aspettare… – mormorò, e guardò Sanae con un sorriso triste, – Nessuno lo sa meglio di te.
Fuori dalla finestra, nel minuscolo giardino dell’ospedale, l’usignolo fece sentire il suo canto, per salutare il sole che tramontava e lasciava finalmente spazio alla frescura della notte.
Sanae fece un profondo sospiro, si voltò verso Tsubasa e gli piantò negli occhi i suoi occhi scuri di febbre.
– Cos’è mai questo legame tra di noi? – disse improvvisamente a voce alta, – Perché mai non posso dimenticarti?
Tsubasa si sorprese a cercare una risposta alle prime parole intelligibili di quei lunghissimi tre giorni, ma Sanae non gliene diede il tempo. Si alzò a sedere sul letto, le guance in fiamme e gli occhi luccicanti.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco! – gridò, indicando davanti a sé, – Questo è il posto giusto!
Strinse la mano di Tsubasa tanto forte da fargli male.
– Ma in paradiso saremo insieme per sempre…
Un’onda di commozione chiuse la gola di Tsubasa.
– Sanae…
Sanae gli buttò le braccia al collo e lo baciò con le labbra roventi di febbre.
– Per sempre… Taro-chan!

∗ ∗ ∗


– È giovane e forte, – sorrise il medico, – Si riprenderà molto velocemente.
Il sole del mattino inondava la stanza azzurra con una luce chiara e pulita, come se fosse il primo giorno del mondo. Sul cuscino bianco, il nero dei capelli disordinati incorniciava il volto, che aveva ritrovato il colore tenue e delicato dei petali di un fiore. Gli occhi e le labbra erano finalmente chiusi in un sonno ristoratore, dopo l’incessante fatica del delirio. Il lenzuolo si muoveva al ritmo del respiro, tornato regolare e quieto come le onde del mare, che luccicavano fuori dalla finestra.
Il medico batté la mano sulla spalla di Tsubasa.
– Vada a casa a dormire anche lei, ne ha bisogno.
La fatica di quei tre lunghissimi giorni si fece sentire tutta insieme, e Tsubasa lasciò la stanza con passo lento e trascinato.
In corridoio, i ragazzi aspettavano notizie. Yukari si appoggiava a Ishizaki, lo sguardo fisso oltre la finestra per non far vedere gli occhi rossi. Yayoi, invece, non faceva nulla per nascondere le lacrime che continuava ad asciugarsi col fazzoletto. Wakabayashi e Misugi parlavano a voce bassissima, e si interruppero subito all’apparire di Tsubasa. Dietro tutti, vicino all’uscita, Misaki guardava le scale oltre la porta a vetri.
– Per sempre… Taro-chan! – risuonò la voce di Sanae nelle orecchie di Tsubasa.
– Beh? – gli scosse il braccio Wakabayashi.
Tsubasa ci mise un momento per tornare nel presente.
– Sta bene… – mormorò.
Yukari scoppiò finalmente nel pianto dirotto che aveva trattenuto per giorni. Yayoi si illuminò del più grande dei suoi sorrisi.
– Possiamo vederla? – chiese.
– Appena si sveglia, – rispose Tsubasa.
Un cicaleccio allegro riempì il corridoio. Un’infermiera venne a ricordare che erano in un ospedale, ma con scarso risultato.
– Misaki, volevo chiederti… – si voltò Tsubasa verso la porta.
Ma Misaki si era già dileguato.
Dalla finestra, Tsubasa lo vide allontanarsi col passo svelto e le mani in tasca, finché una curva lo sottrasse al suo sguardo, senza che si fosse mai voltato indietro.

∗ ∗ ∗


Il medico aveva ragione. Sanae andava rifiorendo a vista d’occhio, nonostante i bambini che la impegnavano giorno e notte. Per fortuna, la giovane famiglia Oozora alloggiava a casa Nakazawa e poteva così contare sull’aiuto della nonna, che si preoccupava anche di nutrire abbondantemente “la sua bambina”, perché tornasse in forze come e più di prima.
Nel salotto chiaro, il via vai di amiche era continuo. Dalla finestra, aperta per far entrare un po’ di brezza di mare, il cinguettio usciva ininterrotto, come quello di un nido nel mese di aprile. Per prima era venuta Yoshiko, a salutare prima di tornare a Hokkaido e a invitare tutti al matrimonio che si sarebbe celebrato in primavera. Sanae le aveva mostrato il suo vestito da sposa, e le due ragazze avevano cicalato per un pezzo di abiti bianchi, fiori e cerimonie. Poi era passata Kumi, e le chiacchiere avevano riguardato la somiglianza dei piccoli con Tsubasa e le loro future, indubbie prodezze calcistiche. Adesso, nel salotto ciangottante era il turno di Yayoi, tutta presa dai piccoli, che avevano persino smesso di piangere per compiacerla.
– Sono bellissimi! – fece la voce commossa dell’ospite.
Tsubasa, nel cortile, fece rimbalzare il pallone contro la saracinesca del garage.
– Un pino e una palma uniti in un solo tronco… – ripeté, talmente assorto da non accorgersi che stava parlando a voce alta.
– Sbam! – rispose il pallone.
– Incantevoli è la parola giusta! – cinguettò ancora la voce di Yayoi, – Farete la benedizione al tempio prima di partire?
– Sì, certo! – rispose Sanae e subito le voci andarono l’una sopra l’altra a lodare i deliziosi, minuscoli kimoni colorati che le nonne avevano preparato per i neonati.
– Il posto giusto… – rimuginò Tsubasa.
– Sbam! – ripeté ostinato il pallone.
Tsubasa lo fermò col piede e si sedette sui gradini d’ingresso.
Dal salotto si levarono alti i saluti, i baci, le promesse di rivedersi il giorno dopo. Poi finalmente il nido tacque, e Yayoi uscì dalla porta.
Tsubasa alzò la testa per salutare. L’occhio da infermiera di Yayoi notò subito i lineamenti tesi e le guance scolorite.
– Sanae migliora e tu crolli? – sorrise.
Per un lungo momento, Tsubasa rimase a fissare il sorriso tanto rassicurante e affettuoso della sua prima amica d’infanzia.
– Posso parlarti un istante? – si sentì dire.
Yayoi fece segno di sì con la testa, l’espressione meravigliata per quel tono serio e misterioso.
Tsubasa fece qualche passo in giardino, per allontanarsi dalla finestra, da cui adesso venivano i miagolii dei piccoli, che reclamavano all’unisono il biberon.
– È successo quando Sanae aveva la febbre alta… – cominciò Tsubasa a bassa voce.
Ci pensava da allora, senza riuscire a venirne a capo
– Parlava di un pino e una palma… – esitò ancora Tsubasa, – Poi mi ha baciato. E mi ha chiamato Taro-chan.
Yayoi si mise a ridere.
– Guarda che è del tutto normale! Sapessi cosa racconta la gente nel delirio! Ho sentito di quelle cose in ospedale!
La risata argentina di Yayoi confortò Tsubasa.
– E non c’è nemmeno bisogno del delirio, sai? – continuò la ragazza, – A me è capitato nel sonno!
– Davvero? – fece Tsubasa, che sentiva il cuore ogni momento più leggero.
– Ho gridato Tsuchan, per la precisione! – rise più forte Yayoi.
Tsubasa scoppiò a ridere con lei, mentre le orecchie gli diventavano rosse.
– E Misugi cos’ha detto?
– Niente! – rispose Yayoi, – Ci abbiamo riso sopra, come adesso.
Tsubasa tornò serio, ma adesso lo sguardo era sereno e sulle labbra gli aleggiava il sorriso. Yayoi piegò leggermente la testa di lato, come per guardarlo meglio.
– Ti ricordi come ti sei arrabbiato quando ti ho detto che volevo chiamarti così?
Tsubasa sorrise. Certo che se lo ricordava… Era la prima volta che, nella sua infanzia solitaria, si portava a casa un amico. Un’amica, per la precisione. La madre l’aveva guardato incredula e la nonna era corsa a vedere l’amichetta del suo Tsuchan.
– Avevi anche detto a mia nonna che eri la mia fidanzata! – precisò Tsubasa.
Yayoi rise di nuovo.
– Mi piaceva la tua nonnina, era adorabile!
Il volto di Tsubasa si rannuvolò.
– Però qui è tutto diverso… – disse quasi tra sé, – Sanae non ha mai chiamato Misaki Taro-chan, questo è sicuro.
Da anni era un suo grande cruccio il fatto che tra la sua fidanzata e il suo migliore amico i rapporti fossero freddi, se non ostili.
L’aveva scoperto, con sua grande sorpresa, quando Misaki aveva avuto quel terribile incidente. Tsubasa aveva chiesto a Sanae di andare a portargli i saluti della squadra, dato che loro non potevano lasciare il ritiro. Dopo aver inventato un’infinità di scuse, alla fine lei era esplosa:
– Devo dirtelo, Tsubasa. Tra noi non c’è mai stata molta simpatia… Forse non sono l’ultima persona che vuol vedere in questo momento, ma poco ci manca.
– In effetti, se penso al vostro matrimonio… – aggiunse Yayoi.
Tsubasa sospirò al ricordo della scena. Sanae, con l’aria seccata, era andata da Misaki a dirgli che sapeva benissimo di non essergli mai piaciuta, ma che, per un giorno, potevano sotterrare l’ascia di guerra. E, con un gesto imperioso della mano, l’aveva invitato a ballare.
Immobile come una statua di sale, con un sorriso forzato e imbarazzato, Misaki aveva risposto che non aveva idea di cosa stesse parlando.
A rompere la tensione era arrivato proprio Misugi, che aveva portato la sposa a ballare, permettendo a Misaki di dileguarsi nel parco.
– Il fuoco e l’acqua… – sospirò Yayoi, – Tanto è diretta e impetuosa Sanae, tanto è timido e riservato Misaki. Non si può pretendere che vadano d’amore e d’accordo…
– Per questo non capisco… – disse Tsubasa.
Cercò di rivedere per l’ennesima volta la scena nella stanza d’ospedale.
– Il pino e la palma, il bacio, Taro-chan… – ripeté, – Sembrava altrove… Ma quando? E dove? E cosa diavolo c’entra Misaki? Quando mai può averlo chiamato Taro-chan?
Yayoi allargò le braccia, a dire che non ne aveva la minima idea.
– Sanae è in casa?
La voce di Yukari li fece sobbalzare. Con un gesto imbarazzato, Tsubasa le fece segno che Sanae era in salotto, chiedendosi se avesse sentito qualcosa del suo bizzarro racconto.
Yukari si voltò a guardarli un paio di volte, poi si infilò in casa e, in pochi momenti, il solito cinguettio si trasformò nel rombo di un temporale imminente, come sempre succede quando due caratteri burrascosi discutono anche del più innocuo degli argomenti.
– Comunque, il mio consiglio è farci sopra una risata con lei, e godervi i vostri bei bambini, – concluse Yayoi, – Voi che potete…
– Vedrai che tra poco sarà il vostro turno, – fece Tsubasa con aria distratta, perso dietro i suoi pensieri.
Yayoi scosse la testa.
– Jun non vuole sposarmi…
Era per via della malattia al cuore, così diceva. Non poteva prometterle di proteggerla per sempre. E quindi, tra loro, tutto era come sospeso.
– Non so come andrà a finire… – sospirò Yayoi.
Tsubasa si accorse con non poco stupore che il sorriso della sua amica nascondeva una preoccupazione e un dispiacere molto più grandi dei suoi.
– Mi dispiace, Yayoi…
Con un gesto affettuoso, le prese la mano.
– Sono sicuro che cambierà idea appena si renderà conto di cosa rischia di perdere, – sorrise Tsubasa.
Yayoi nascose la commozione con un cenno silenzioso di saluto.

∗ ∗ ∗

Atto secondo

Capitolo settimo – AVREMO SEMPRE SHANGHAI

Capitolo settimo

AVREMO SEMPRE SHANGHAI

 


L’afa aveva preso la forma di una lieve nebbia, che sfumava i contorni delle cose, sciogliendoli nella prima oscurità. Tsubasa aprì con un gesto stanco la porta della stanza d’albergo. Sanae si voltò di scatto.
– Tsubasa!
– Grazie al cielo stai bene! – esclamò il capitano, precipitandosi ad abbracciarla.
– Ti hanno lasciato andare… Ero così in ansia! – disse lei.
– Sawada mi ha rilasciato, non aveva motivi per trattenermi. Dovrà vedersela con Hyuga, credo… – sorrise il numero dieci.
L’espressione di Sanae mescolava stranamente sollievo e malinconia.
– Sono così felice che tu sia salvo… – ripeté accarezzandogli con tenerezza la guancia.
Tsubasa le sfiorò la mano con un bacio.
– Dobbiamo assolutamente trovare quei due visti, – disse.
Sanae abbassò lo sguardo, si sciolse dalla stretta di Tsubasa e si diresse verso la finestra.
– Tsubasa… – cominciò esitante, lo sguardo nella nebbia della strada, – Mi rendo conto di quanto sia il momento sbagliato…
– Tsubasa!!!
Due colpi imperiosi alla porta segnalarono l’arrivo di Ishizaki.
– Prepara le valigie! Misaki ha trovato due visti per te!


Misaki guardò ancora una volta nella strada buia, illuminata a intervalli regolari dai fari delle motovedette.
– Ishizaki non ne sa nulla, immagino… – chiese Sawada, seduto al bancone.
– Certo che no! – rispose Misaki, – Ti pare che si sarebbe prestato, altrimenti?
– La faccia che farà sarà inferiore solo a quella di Hyuga… – pensò a voce alta il gendarme.
Si versò di nuovo da bere.
– Avrei dovuto perquisirtelo meglio il locale, dopo l’arresto di Urabe… – rimpianse Sawada, – Dove diavolo erano le lettere?
– Nel pianoforte di Ishizaki, – rispose Misaki.
Sawada riappoggiò il bicchiere.
– Tutta colpa di Hyuga, allora, – disse, scuotendo la testa, – e del suo odio per la musica…
– Sparisci! – ordinò Misaki, – Arrivano!
Sawada eclissò il bicchiere e si lasciò inghiottire dall’ombra dell’angolo più buio del locale.


– Mi ha chiamato pochi minuti fa… – disse Ishizaki, guidando a tutta velocità la vecchia Vauxhall sul viale deserto, – Lo sapevo… Lo sapevo che ti avrebbe aiutato…
Si asciugò una lacrima col dorso della mano.
Nello specchietto retrovisore, i due passeggeri guardavano ciascuno fuori dal proprio finestrino, nella nebbia scura della sera.
L’auto si fermò con una frenata brusca davanti al Misaki’s Café. L’insegna al neon era spenta e nel locale silenzioso brillava solo una luce pallida, riflessa dallo specchio dietro il bancone.
La porta si aprì, per lasciar entrare i tre visitatori e il fascio dei fari delle motovedette. Tsubasa si avvicinò al bancone, su cui erano in bella vista le lettere di transito.
– A cosa devo il cambio di opinione? – chiese senza preamboli.
– Non crederai di essere l’unico a cui piace giocare all’eroe… – rispose Misaki.
Ishizaki abbracciò commosso il capitano.
– Sono sicuro che ci rivedremo presto… – mormorò, – La guerra finirà, e di nuovo giocheremo tutti nella stessa squadra…
Tsubasa ricambiò l’abbraccio e l’augurio dell’amico.
Sanae, incapace di aspettare oltre, si avvicinò a Misaki.
– Perché due visti? – chiese a voce più bassa possibile, – Io non ho intenzione di partire!
Un fruscio la interruppe.
– Non preoccuparti, i visti sono per lui e per te. Il signor Ozora Tsubasa, invece, farà la cortesia di seguirmi in gendarmeria. I saluti, vedo che li ha già fatti.
Sawada, sbucato dall’oscurità del locale, rendeva il suo invito più convincente grazie alla pistola che aveva in pugno.
Lo sguardo attonito di Sanae si specchiò in quello altrettanto smarrito di Ishizaki.
Tsubasa, invece, chinò la testa con un sorriso amaro.
– Mi avevi avvisato che mi avresti sparato alle spalle…
– Cosa vuoi… – fece filosofico Sawada, – La guerra cambia le persone…
L’inconfondibile sensazione della canna di una rivoltella tra le scapole gli spense il sorriso.
– Bravo, hai fatto la tua parte, – disse la voce di Misaki alle sue spalle, – Ora appoggia la pistola sul bancone.
– Spero vivamente che tu stia scherzando… – replicò Sawada.
L’espressione degli altri tre diceva al gendarme che la faccia di Misaki non tradiva alcuna propensione alle spiritosaggini.
– Posa la pistola, – ribadì Misaki.
– Questo scherzo ti costerà molto caro… – minacciò Sawada.
– Ne parleremo dopo, – rispose Misaki, – Ora ci accompagnerai all’imbarco degli idrovolanti.


Le altalenanti emozioni degli ultimi minuti avevano parecchio scosso il povero Ishizaki, compromettendone ulteriormente le già scarse capacità di guida.
Sawada, seduto al suo fianco sotto il tiro della rivoltella di Misaki, si aggrappava terrorizzato al sedile.
– Pensavo di dover scegliere se morire accoppato da Misaki o da Hyuga… Ora finirà che ci pensi tu…
Finalmente, con un generale sospiro di sollievo, arrivarono all’imbarco degli idrovolanti, deserto nella sera nebbiosa.
Il velivolo grigio attendeva, cullato dalle tranquille onde del porto, i fortunati passeggeri della giornata.
– Ci affogherà tutti nella palude… – scosse la testa Sawada, vedendosi davanti la faccia di Hyuga, – E quella sarà la parte migliore…
Tsubasa e Ishizaki si preoccuparono di caricare i bagagli sull’idrovolante, mentre Misaki teneva sotto tiro il gendarme.
– Scrivi i nomi sulle lettere: – ordinò Misaki, – Tsubasa e Sanae Ozora.
Sanae sbarrò gli occhi.
– No! – gridò, afferrandolo per il braccio.
Sawada rigirò la penna tra le dita, come a dire che aspettava una decisione definitiva.
– Non puoi restare qui… – disse l’ex numero undici, – Hyuga mi spedirà in un campo di prigionia e non potrò fare nulla per proteggerti…
– In effetti credo che su questo punto insisterà parecchio… – commentò il gendarme.
Sanae strinse più forte il braccio di Taro.
– Non ti lascerò!
– Controllerò che il nostro amico non faccia scherzi finché l’idrovolante sarà al sicuro, – continuò Misaki.
Le sue dita sfiorarono la guancia di Sanae.
– Voglio saperti in salvo…
Ishizaki non riuscì a trattenere un singhiozzo.
– No! – scosse la testa Sanae, – Non voglio partire!
– E poi gli sei necessaria… – continuò Misaki in un sussurro, – E tu lo sai… Se non partissi, te ne pentiresti… Forse non oggi, forse non domani, ma un giorno lo rimpiangeresti e per sempre…
Il singhiozzo del difensore si mutò in un singulto soffocato.
– Non voglio lasciarti di nuovo! – esclamò decisa Sanae, – Noi…
– Noi, – la interruppe Misaki, – avremo sempre Shanghai.
Ishizaki perse ogni ritegno e scoppiò in un pianto dirotto.
– Siamo pronti!
La voce di Tsubasa e la sua mano sulla spalla diedero un istante di conforto allo straziato pianista.
– Sbrigatevi! – si riscosse Misaki, – A Sawada ci pensiamo noi…
– Buona fortuna, – tese la mano Tsubasa, – Ora so che vinceremo.
– Buona fortuna anche a te, – replicò Misaki, rispondendo alla stretta.
Tsubasa fece per allontanarsi. Sanae esitò ancora un istante e poi lo seguì.
– Che il futuro ti sorrida, – mormorò Misaki, guardandola svanire tra le brume scure del porto.
– E sarei io quello che legge troppi romanzi occidentali…
La voce di Sawada riscosse il numero undici.
– Ora avvisa la torre di controllo, – intimò, – Di’ loro che il volo è autorizzato.
Il gendarme compose con cura il numero di telefono.
– Torre di controllo? Il volo che si sta alzando è autorizzato personalmente da me, – scandì il gendarme.
All’altro capo del telefono, però, non c’era la torre di controllo, ma il maggiore Hyuga, che non perse un istante per passare all’azione.


Il rumore dei motori dell’idrovolante ruppe il silenzio della notte di Hong Kong.
Un istante dopo, l’auto della Kempeitai frenava a pochi centimetri da Sawada.
Ne scese uno Hyuga più infuriato che mai.
– Che diavolo significava quella telefonata? – sbraitò.
Sawada indicò l’idrovolante, che si staccava dall’acqua in quel momento.
– Tsubasa è là sopra. Ha lasciato detto di salutarti, – spiegò.
Poi, per evitare che il maggiore gli mettesse le mani al collo, indicò nell’ombra Misaki che, a fianco di un singhiozzante Ishizaki, lo teneva sotto tiro.
– Con voi faremo i conti più tardi! – ruggì il maggiore. E afferrò il telefono.
– Li farò abbattere e chiuderemo qui la faccenda, – ringhiò.
– Metti giù quel ricevitore, – disse calmo Misaki, puntandogli la rivoltella.
Sawada alzò le sopracciglia.
Hyuga guardò il numero undici con disprezzo.
– Pronto! – disse.
– Metti giù quel ricevitore… – ripeté Misaki.
Ishizaki aveva smesso di respirare.
– Sono il maggiore Hyuga, l’idrovolante va…
Alla torre di controllo sentirono nel ricevitore l’eco di uno sparo.
Hyuga scivolò lentamente verso il pavimento, gli occhi sbarrati e una macchia rossa sul petto, che si faceva più ampia ogni secondo che passava.
– Tu… maledett… – digrignò tra i denti.
Misaki guardò attonito la canna della propria rivoltella. Fredda e senza fumo.
Poi seguì lo sguardo vuoto di Hyuga e quello sbalordito di Sawada e di Ishizaki, che fissavano un punto nell’oscurità, appena oltre le sue spalle.
– Te lo avevo detto, Ryo… Ti avevo giurato che non lo avrei mai più lasciato… – disse la voce di Sanae.


– … Tsubasa mi ha scritto che è riuscito ad arrivare in Brasile… Mentre per la morte di Hyuga sono stati arrestati i soliti sospetti…
I giocatori della rinata Nankatsu F. C., seduti sull’erba del campo di allenamento, avevano ascoltato il racconto di Ishizaki quasi senza respirare.
Wakabayashi tirò su col naso.
– E Misaki e Anego? – chiese, interpretando, da buon capitano, il pensiero di tutti.
– Hanno raggiunto la British Army Aid Group. Coi miei 20.000 yen, peraltro…
Takeshi Sawada pareva tenere molto alla precisazione.
– E tu cosa diavolo ci fai qui? – lo apostrofò Wakabayashi, scattando in piedi, – Ci alleneremo con o senza il tuo consenso, sappilo!
L’accoglienza freddina non spaventò Sawada.
– Ho lasciato l’esercito, – spiegò – E mi chiedevo se aveste bisogno di un centrocampista tattico…
I giocatori si guardarono: in effetti, senza Tsubasa, Misaki e Misugi, uno coi piedi buoni a centrocampo avrebbe fatto comodo…
– Ho portato anche un attaccante e una versatile mezza punta, che può improvvisarsi portiere, – aggiunse accennando a due figure all’altra estremità del campo, che fecero un timidissimo cenno di saluto con la mano.
Wakabayashi si voltò verso i compagni di squadra.
– Voi che ne dite? – chiese.
– Che questo è l’inizio di una bella amicizia! – rispose per tutti Ishizaki.

∗ ∗ ∗

FINE

Capitolo sesto – PATTO COL DIAVOLO

Capitolo sesto

PATTO COL DIAVOLO

 


– Apri! Apri, maledizione!
La voce di Ishizaki faceva vibrare la porta più dei suoi pugni.
Misaki passò dal sonno profondo alla veglia in un istante, grazie all’abitudine ai risvegli bruschi che la guerra lo aveva costretto a sviluppare. Nei tre metri che lo separavano dalla porta, si era completamente vestito ed era completamente sveglio.
– Tsubasa è stato arrestato! – gridò Ishizaki senza dargli il tempo di aprire.
Misaki gli fece segno di abbassare la voce.
Ishizaki cercò di riacquistare padronanza di sé.
– Scusa se sono venuto qui… Ho passato la notte in un sottoscala allagato… – si giustificò il difensore, – Le pattuglie della gendarmeria hanno battuto l’intera città. L’intera Kempeitai, invece, si è buttata su Sho e Tsubasa…
Con la coda dell’occhio vide un abito bianco muoversi nell’angolo.
L’espressione di Ishizaki disse che avrebbe di gran lunga preferito trovare lì Hyuga.
Misaki abbassò lo sguardo.
– Ishizaki, ho un favore da chiederti… – cominciò l’ex centrocampista.
– Lasciami fuori da questa dannata faccenda! – mise le mani avanti Ishizaki.
– Vorrei solo che tu la riaccompagnassi in albergo. Non voglio che giri per la città da sola. Intanto, io vedrò di capire cosa fare, – disse Misaki.
Ishizaki maledì un centinaio di volte il proprio cuore tenero, che agli amici non sapeva mai dire di no.
– E va bene… Aspetto tue notizie – disse, infine, con un sospiro.


– Non hai mai saputo perdere…
I due poliziotti, uno per braccio, non avevano levato a Tsubasa il sarcasmo.
– Sta’ zitto! – ringhiò Hyuga, colpendolo con uno schiaffo, – Ti rispedirò a marcire a Lunghwa!
– Non ha importanza… – replicò Tsubasa, – Qualcun altro prenderà il mio posto…
– Di sicuro non il tuo amico cinese… – ghignò il maggiore, – A quest’ora dovrebbe essere pieno di buchi sul fondo di una palude.
– Figlio di…
I due poliziotti faticarono non poco a trattenere il capitano.
– Fosse per me, saresti a fargli compagnia, – disse torvo Hyuga.
L’ingresso del capitano Sawada interruppe per un istante l’amichevole conversazione.
Il maggiore sorrise a un’ispirazione improvvisa.
– Fai arrestare la sua amica, – disse.
Un attonito “Cosa?!?” risuonò contemporaneamente nelle gole di Tsubasa e Sawada. Il capitano, questa volta, sfuggì ai due marcatori e toccò a Sawada placcarlo un istante prima che raggiungesse il maggiore.
– Scherzavo… – sogghignò Hyuga, – Ma cerca di essere meno emotivo… Per l’aggressione a un ufficiale c’è la pena di morte.


– Dovrei affogarti nella palude, altro che portarti in salvo…
Ishizaki lasciava diplomaticamente trapelare il suo scontento per la missione affidatagli da Misaki.
Camminava qualche passo avanti a Sanae, così da non doverla guardare, ma abbastanza vicino perché lei sentisse il suo brontolio.
– Non sei ancora soddisfatta, domando io? Ti rendi almeno conto di quello che gli hai fatto?
Ishizaki pareva dar voce finalmente a una serie di pensieri e di improperi tenuti in caldo per anni.
– Mesi ci sono voluti, mesi! Quando siamo arrivati qui, passava più tempo ubriaco che sobrio!
Con ampi gesti delle braccia, il difensore chiamava il cielo a testimone.
– Ora che finalmente sembrava essersi rifatto una vita, ecco che tu riappari a distruggergliela di nuovo! Sei peggio della guerra e della Kempeitai messe insieme, maledizione!
La pressione della canna di una rivoltella alle spalle interruppe lo sfogo di Ishizaki.
– Falla finita… – minacciò Sanae con voce trattenuta, – O Hong Kong dovrà rinunciare al suo miglior pianista…
Ishizaki si voltò con tutta la lentezza richiesta da una donna dal carattere infiammabile che stia impugnando un’arma.
Il volto di Sanae, però, era rigato di lacrime.
– Gli hai spezzato il cuore… – disse il difensore, con tono sconsolato.
Sanae abbassò la rivoltella.
– Te lo giuro, Ishizaki… – replicò lei, guardandolo negli occhi, – Non lo lascerò mai più.


Nella prima luce del mattino, le barche dei pescatori armavano le loro piccole imbarcazioni nel porto di Causeway Bay.
La vela bianca della camicia di Misaki si gonfiava alla brezza marina, pronta a prendere il largo.
La bomba allo stadio aveva fatto irrompere il passato nel presente, spazzando via i fragili argini delle esistenze che si erano costruiti in quegli anni di lontananza. Il destino sembrava giocare a rimescolare le carte, rendendo possibili combinazioni prima impensabili.
Prese un ampio respiro. E si buttò nella partita.


I due agenti della Kempeitai, uno per lato, scortavano Sho al luogo dell’esecuzione, trascinandolo bruscamente per le braccia.
Il guerrigliero, con ancora addosso la maglia di Misugi, con cui aveva contribuito a polverizzare la Yamato, sembrava privo di sensi.
Il maggiore Hyuga non ne aveva gradito le prodezze e, prima di affidarlo al plotone di esecuzione, glielo aveva fatto presente con i suoi soliti, amabili modi.
– Pesa come un macigno questo cinese… – disse uno dei due agenti, arrivato al margine della boscaglia, – Fuciliamolo qui e qui lasciamolo.
Non fece in tempo a finire la frase che il braccio di Sho che stava stringendo divenne rovente. I due agenti fecero un balzo di lato, terrorizzati.
Il guerrigliero, più vivo e sveglio che mai, colpì prima uno, poi l’altro, prima che avessero il tempo di mettere mano alle armi.
– Dannazione… – esclamò tra i denti l’agente.
Il tempo di quelle quattro sillabe fu sufficiente all’addestratissimo Sho per dileguarsi in due balzi sulle pendici del Victoria Peak.


– Aprite! Kempeitai!
La porta rosso lacca dell’appartamento si aprì con tutta calma su una bionda mozzafiato. Il fumo della sua sigaretta era la cosa più consistente che aveva addosso.
– Mamoru Izawa… – farfugliò il tenente Wakashimazu.
Azumi Hayakawa lo squadrò da capo a piedi.
– No, – concluse dopo l’accurata osservazione, – Izawa non è così alto.
Il tenente fece un cenno imbarazzato ai due agenti che lo accompagnavano perché ispezionassero l’appartamento. Poi fece finta di guardare, con composto cipiglio, un punto lontano, fuori dalla finestra.
L’accuratezza della perquisizione fu inversamente proporzionale alla trasparenza della vestaglia di Azumi.
– Nulla… – disse uno degli agenti dalla stanza accanto.
– Nulla, – confermò il collega dal bagno.
Il tenente Wakashimazu portò la mano al cappello, senza schiodare gli occhi dal pavimento, bofonchiò un saluto e lasciò l’appartamento.
Azumi chiuse la porta rosso lacca, poi attese che i passi sulle scale si spegnessero in lontananza.
– Via libera… – disse finalmente.
– Azumi Hayakawa, giuro che, se non mi ammazzo rientrando da questo cornicione, ti sposo domani stesso! – disse la voce di Mamoru Izawa, appeso alla finestra.


Yayoi Aoba rimboccò la vecchia coperta logora perché Jun non prendesse freddo durante il volo. I brividi scuotevano il principe del campo, segno che la febbre malarica, souvenir della prigionia tra le paludi, stava tornando a farsi sentire.
– Sta’ tranquillo… – lo rassicurò lei, – Andrà tutto bene.
Misugi ebbe un sorriso amaro.
– Dovrei essere io a tranquillizzare te… – disse.
Yayoi sorrise, accarezzandogli la fronte imperlata di sudore.
– In America troveremo un buon medico, – disse, – tornerai in forze al più presto.
Jun Misugi girò lo sguardo fuori dal finestrino dell’idrovolante. Anche questa volta un fisico troppo debole lo costringeva ad abbandonare la partita a metà.
Yayoi intuì i suoi pensieri.
– Vinceranno… – disse con tono sicuro, – E torneremo in un Giappone libero.
– Sì… – mormorò Misugi, – Ma io non sarò in campo…
Yayoi gli strinse la mano tra le sue.
L’idrovolante si alzò rumorosamente dalle acque del porto e puntò dritto Macao.


– Tutto qui?
– Tutto qui.
Wakabayashi trovava le condizioni di vendita del Misaki’s Café decisamente accettabili.
– Ishizaki sicuramente è meglio come pianista che come difensore… – ghignò, – Ti assicuro che il posto non glielo leverà nessuno…
Misaki appoggiò il suo bicchiere sul tavolo appiccicoso del Pappagallo blu.
– Sai, ho una mezza idea di rimettere in piedi la squadra, – disse Wakabayashi, – La partita dell’altro giorno mi ha fatto venire nostalgia del campo… Non si può passare la vita in panchina…
– Non credo che la Kempeitai apprezzerebbe… – osservò Misaki.
– Il che è un ulteriore incentivo, – commentò il superportiere.
Misaki sorrise.
– Con due locali da gestire e una squadra clandestina non avrai tempo di annoiarti… – disse.
Wakabayashi si versò un altro wiskhy. Per riprendere la dieta da sportivo c’era ancora tempo.
– Non avrei mai pensato che te ne saresti andato da Hong Kong…
Misaki si alzò dal tavolo, dirigendosi all’uscita.
– Non si può passare la vita in panchina… – disse, con un gesto di saluto.


Il prigioniero, legato e bendato, continuava a inciampare nelle radici dei canfori.
– Muoviti, maledizione! – ringhiò il guerrigliero.
A giudicare dai nugoli di zanzare, così densi da ostacolare il cammino, la palude non doveva essere lontana.
Un frusciò tra le foglie mise in allarme il carceriere.
– Giù!
Senza troppi complimenti, fece acquattare il prigioniero dietro un cespuglio.
Il passo veloce e leggero si faceva sempre più vicino. Tra le foglie verde scuro baluginò un pezzetto di stoffa scarlatta. Il guerrigliero mise mano alla rivoltella.
Una maglia ecru, col numero 14 rosso sulle spalle, guizzò rapida nella brughiera.
Il partigiano cinese si strofinò gli occhi, pensando a un’allucinazione.
Il misterioso giocatore smise di dribblare canfori e si fermò tendendo l’orecchio.
Girò lo sguardo intorno.
– Sho! – esclamò stupito il guerrigliero, balzando fuori dal cespuglio.
– Sho? – fece eco il prigioniero.
Il centrocampista si avvicinò al cespuglio.
– Che stai facendo? – chiese al compagno.
– Vado a buttare questo tizio nella palude, – spiegò il guerrigliero, – l’ho pizzicato nella boscaglia.
– Non mi hai pizzicato, – replicò il prigioniero, – vi stavo cercando.
– Certo che ci stavi cercando… – replicò sarcastico il carceriere, – Per consegnarci alla Kempeitai.
Il prigioniero scosse la testa. Evidentemente altri tentativi di chiarimento erano già andati a vuoto.
– Slegalo, – ordinò perentorio Sho.
– Cosa?
– Ho detto slegalo, imbecille!
Il guerrigliero lo guardò stralunato.
– Ma è un giapponese!
– Quello è Hikaru Matsuyama, – spiegò Sho, – ci aiuterà a vincere la guerra.

– E tu come diavolo lo sai? – ribatté seccato il guerrigliero.
– Ci ho giocato, – chiuse il discorso perentorio Sho.


– Ti rendi conto di quello che mi stai proponendo? – chiese Sawada, dopo un lungo momento di silenzio.
– Me ne rendo conto, – rispose Misaki, continuando a guardare fuori dalla finestra.
La Gendarmeria della zona Est si affacciava su un quadrato di prato all’inglese, perfetto per due tiri a pallone.
– E tutto questo per la ragazza… – riprese Sawada, – Sono davvero ammirato per la tua totale mancanza di scrupoli!
Misaki tagliò corto.
– Aspetto una risposta.
– Dimmi se ho capito bene… – cercò di ricapitolare il gendarme, – Io rilascio Tsubasa. Cosa che devo fare comunque perché, checché ne pensi il maggiore Hyuga, non si può arrestare qualcuno perché ti ha stracciato a calcio. Tu gli offri sottobanco le lettere di transito. Io lo becco con le mani nel sacco mentre tenta di scappare e lo spedisco per direttissima in qualche posto al confronto del quale Lunghwa è un gradevole centro termale. Tu, intanto, usi le suddette lettere di transito per fuggire verso il tramonto con la tua, anzi la sua, bella. È tutto corretto?
– Più o meno, – confermò Misaki, – Leverei il tramonto. Leggi cattivi romanzi, te l’ho sempre detto.
Sawada si passò la mano sul volto. Misaki che veniva ad offrirgli Tsubasa su un piatto d’argento… Che diavolo aveva mai quella donna?
– D’accordo, – disse infine, – Quando?
– Stasera, – rispose Misaki, – Al Café.

∗ ∗ ∗

Capitolo settimo – Avremo sempre Shanghai

Capitolo quinto – DIECI MALEDETTI MINUTI

Capitolo quinto

DIECI MALEDETTI MINUTI

 


La Yamato rientrò in campo con cinque minuti d’anticipo, per rimarcare che, giocando con quel genere di squadra, non aveva nemmeno bisogno di riposarsi.
Sawada cercò Misaki sugli spalti e individuò subito, in cima alle tribune, la camicia bianca gonfiata come una vela dal vento dell’oceano.
Il gendarme fece segno con due dita, a indicare, nel contempo, la certezza della vittoria e l’importo della scommessa. Ma Misaki non rispose. Dopo l’incontro con Sho, l’ex centrocampista era in allerta per cogliere il minimo segnale di allarme.
Le tribune giapponesi assistevano composte e silenziose al chiasso delle curve cinesi, impegnate nelle scommesse sul secondo tempo.
– Non ce l’ho fatta…
Jun Misugi guardava sconfortato verso il campo.
Misaki batté una mano sulla spalla dell’amico.
– Sei stato eroico, – disse con sincera ammirazione.
Misugi si asciugò il sudore dalla fronte.
– Quattro gol in dieci minuti… – mormorò, – Se almeno ci fossi tu in campo…
– Dieci minuti? – notò Misaki.
I due si scambiarono uno sguardo.
– Vado da Yayoi… – disse Misugi, – Tu preparati a correre.
La Ronin sfruttò il riposo fino all’ultimo secondo, per fare il pieno di energie per quei dieci, fatidici minuti. Finalmente, le maglie bianco-grigio-ecru si schierarono sul campo, pronte per il secondo tempo.
– Me lo ricordavo più magro Misugi… – osservò Sawada, indicando il nuovo entrato.
Hyuga non si voltò nemmeno.
– Possono far entrare chi vogliono. Li spazzeremo via tutti!
E diede ai suoi il segnale della carica.


Due anni di dura vita alla macchia avevano regalato a Sho il miglior stato di forma della sua vita. La difesa della Yamato sembrava un formicaio impazzito a ogni incursione del centrocampista prestato alla guerriglia.
Trascinando con sé almeno un paio di marcatori, il cinese riusciva anche ad aprire spazi per il capitano, che riprendeva via via possesso del centrocampo.
Lo sbraitare di Hyuga copriva il rumore della folla dello stadio.
– Dannazione! Possibile che non riusciate a fermarli???
La prospettiva di soli dieci minuti da giocare aveva magicamente moltiplicato le energie della Ronin. Per un tempo così breve, i giocatori sentivano di riuscire a dare fondo a tutte le loro risorse. L’adrenalina faceva il resto.
– Sono già passati tre minuti! – gridò Sho all’indirizzo di Tsubasa, servendogli la palla al limite dell’area.
Il capitano non si fece pregare. Caricò il destro e…
– Goooooool!!!!!!
Sulle tribune giapponesi, Misaki vide un abito bianco schizzare in piedi per festeggiare la rete.


Il maggiore Hyuga raccolse il pallone in fondo alla porta con un’espressione più scura della sua maglia. Wakashimazu tentò inutilmente di mimetizzarsi col palo.
– Che non succeda mai più… – ringhiò basso l’attaccante e si riportò a centrocampo.
L’onta andava lavata, e subito. Hyuga diede le istruzioni per la vendetta a Sawada.
– Al calcio d’avvio basta che la tocchi. Tirerò da centrocampo.
Sawada riconobbe nella sua voce il nervosismo dei campionati scolastici e lo ritenne un pessimo auspicio.
Obbediente, al fischiò di avvio il gendarme sfiorò appena la palla.
Il maggiore colpì con tutta la rabbia che aveva in corpo, intenzionato a travolgere qualsiasi giocatore avesse la sventura di trovarsi tra lui e la porta.
Ma, malauguratamente per Hyuga, su quella traiettoria c’era solo Sho.
Il guerrigliero rimase immobile e impassibile fino all’ultimo, poi, con il gesto rapido ed elegantissimo di un maestro di taijiquan, ribatté il tiro del maggiore, amplificandone ulteriormente la potenza.
La palla attraversò fulminea l’intero campo da gioco, sotto lo sguardo attonito di giocatori e spettatori, e si infilò perfettamente al sette alle spalle di un raggelato Wakashimazu.
– Due!!!!!!! – gridò Ishizaki, correndo ad abbracciare il nuovo entrato.
– E un minuto guadagnato! – ammiccò Tsubasa, raggiungendolo.
Le curve cinesi, che avevano accolto il primo gol della Ronin con un timido mormorio, cominciavano a scaldarsi, e gli infiltrati della polizia segreta faticavano non poco a soffocare gli applausi.
Il chiasso giunse fino all’esterno dello stadio, nel quieto cimitero inglese.
– Hai finito? – chiese Go.
– È tutto pronto, – confermò l’artificiere.
Nell’erba verdissima e umida spiccava il cavo scuro della miccia.
Un nuovo boato si levò dallo stadio.
– Finiranno per non sentire l’esplosione… – commentò preoccupato il comandante.


La terza rete della Ronin, firmata da uno straordinario Matsuyama, aveva spazzato via tutti gli indugi delle curve cinesi. Gli infiltrati della Kempeitai si guardavano intorno smarriti. Una volta agguantato il pareggio, il tifo per i pallidi samurai si era scatenato irrefrenabile.
– Vittoria! Vittoria! – scandivano sugli spalti.
Misaki consultò il grande cronometro a bordo campo. Dieci minuti, aveva detto Misugi.
Nove erano già passati.
Anche Sho gettò un’occhiata al tempo rimasto.
– Ultima azione, – sussurrò a Tsubasa, passandogli accanto.
– Sono pronto, – rispose il capitano con un lampo negli occhi.
Misaki vide Misugi accompagnare con discrezione Yayoi al cancello di uscita. In quei dieci minuti, l’ex numero undici aveva avuto il tempo di tracciare mentalmente una sicura via di fuga, che lo avrebbe portato rapidamente in salvo a casa. Scese la scala delle tribune proprio mentre la Ronin lanciava il contropiede.
– Fermalo! Stendilo!! Sparagli!!!
Il maggiore Hyuga, nella frenesia del momento, tendeva a confondere i suoi due ruoli.
Tsubasa scese rapidissimo sulla fascia sinistra, mentre Sho seminava il panico tra i difensori sull’altro lato.
Attaccato contemporaneamente su due fronti, il tenente Ken Wakashimazu vide passargli davanti la sua intera vita, evidentemente destinata a concludersi davanti al plotone di esecuzione dei disertori.
Tsubasa crossò al centro per il guerrigliero, che, con un movimento fulmineo, gli restituì la palla in una posizione perfetta, davanti alla porta spalancata. Sugli spalti tutti balzarono in piedi…
BOOOOOOOOOOOOOOM!!!!!!!!!!!!
Nella confusione generale, le grida di panico si mescolarono all’esultanza della Ronin. Ma, su tutto, emerse il ruggito del maggiore Hyuga:
– ARRESTATELO!!!!


Sanae si guardava intorno terrorizzata, cercando con gli occhi Tsubasa, che sembrava svanito nella moltitudine che aveva invaso il campo un istante dopo l’esplosione. I gendarmi e la polizia speciale gridavano ordini e minacce, che la folla, presa dal panico come da istruzioni della Colonna, si ostinava ad ignorare.
All’improvviso, sentì una mano afferrarle il braccio. Con terrore, diede uno strattone, cercando contemporaneamente la rivoltella nella borsa. Ma la mano rispose con uno strattone più forte, che quasi la fece cadere. Chiuse gli occhi e strinse l’arma, pronta a premere il grilletto.
– Non sparare!
Spalancò gli occhi. E si accorse di essere tra le braccia di Taro Misaki.


Le pattuglie sembravano moltiplicarsi di minuto in minuto, sotto un cielo che una sapiente regia rendeva via via più minaccioso.
L’intera città era in stato d’allerta massima, nel timore di altre esplosioni e nel tentativo di catturare gli uomini della Colonna dell’East River.
Misaki si sporse dal fitto cespuglio al margine della boscaglia che sfiorava le case. La via appariva libera.
Stringendo il polso di Sanae, prese a correre per la strada che conduceva al porto. Poi curvò subito in direzione della zona popolare, per evitare Stubbs Road, troppo aperta per dare riparo.
Muovendosi con sicurezza nei vicoli scuri su cui affacciavano i retrobottega, giunse rapidamente al margine di Causeway Bay.
Ripresero fiato appoggiati al muro del piccolo porto secondario. Intorno tutto sembrava tranquillo. I pescatori ritiravano le reti nella stretta baia che costituiva, da sempre, il rifugio in caso di tifoni. Questa volta, però, la minaccia proveniva dalla terraferma.
Il buio stava calando velocemente sulla città, complici le nubi temporalesche. Le prime gocce macchiarono l’asfalto proprio mentre la luce di una pattuglia appariva in fondo alla strada.
Misaki prese un ampio respiro, poi scattò lungo il perimetro del porto, si infilò in un portoncino grigio e salì di corsa le scale. Lasciò il polso di Sanae solo dopo essersi richiuso per bene la porta alle spalle.
Si avvicinò cauto alla finestra, per controllare la pattuglia.
– Sembra ci sia Hyuga in persona… – osservò.
Sanae, immobile sulla porta, girò lo sguardo intorno. La stanza era microscopica, appena tre tatami, praticamente vuota e ordinatissima. Il proprietario poteva essere un monaco zen. La monotonia delle pareti era interrotta solo da una cartolina ingiallita, in cui Sanae riconobbe subito la veduta del porto di Shanghai.
– È… è qui che vivi? – chiese lei esitante.
Il suono di quella voce colse di sorpresa Misaki.
Si rese improvvisamente conto che, dal momento dell’esplosione, aveva agito senza pensare, come in un sogno.
Era quasi arrivato al cancello del Cricket and Football Club, quando il fragore della bomba lo aveva come risvegliato da un torpore. Era tornato indietro sugli spalti, risalendo controcorrente, tra una folla impazzita, le scale che si era proposto di scendere con tanto anticipo e con tanta calma. Aveva cercato disperatamente un abito bianco tra la folla, poi, senza una parola, aveva trascinato Sanae fuori da quell’inferno, attraverso mezza città, fino ad arrivare lì, in quella stanza, dove nessuno, all’infuori di lui, aveva mai messo piede.
E adesso, in quell’isola solitaria, in cui non aveva mai permesso a nessuno di entrare, c’era lei, in piedi nel suo abito bianco, che lo guardava.
Tornò a voltarsi verso la finestra. Il cielo scuro si era deciso a lasciar scendere la pioggia. La penombra ormai avvolgeva la strada e la stanza, in cui, prudentemente, non aveva acceso alcuna luce.
Sanae si avvicinò in silenzio alla finestra, il passo leggero sfiorava appena il tatami.
Improvvisamente, apparve la torcia della pattuglia.
Misaki ebbe di nuovo un riflesso istintivo: afferrò Sanae e si appiattì con lei nell’angolo.
Un istante dopo, un fascio di luce passava a pochi centimetri da loro, illuminando a giorno la stanza.
– Stiamo perdendo tempo, – disse flemmatica la voce di Sawada.
– Voglio sotto controllo tutti i sospetti della città! – sbraitò l’ugola d’oro del maggiore Hyuga.
– Misaki non è un sospetto, – osservò Sawada, – un uomo di guardia qui è sprecato.
I tacchi degli stivali sul selciato indicarono che il maggiore non aveva minimamente tenuto conto dell’obiezione.
– Mi spiace, Sorimachi, – disse rassegnato il gendarme.


Stretti nell’unico angolo buio della stanza, Taro e Sanae tentavano disperatamente di trattenere il respiro e i ricordi. La pioggia dietro i vetri evocava senza pietà una stanza affacciata su un longlang, tanto tempo prima.
Sanae deglutì di nuovo, nel tentativo di sciogliere il nodo che le serrava la gola. Lo sforzo fu inutile. Una lacrima rotolò lungo la guancia e andò a infrangersi sulla mano di Taro.
Misaki allentò la presa.
– Ti chiedo scu…
Il sussurrò fu spento dal bacio di Sanae.


La tempesta sferzava il vecchio insediamento dei pescatori e il povero Sorimachi, rimasto di guardia nella strada. La luce della torcia continuava a illuminare dall’esterno la stanza, delimitando un unico cono oscuro.
Il tamburellare delle gocce sui vetri mascherò il fruscio soffice degli abiti di lino.
Le pareti di legno della microscopica stanza, odorose di tè e di pioggia, abbracciavano le due sagome, che scivolarono lentamente verso il tatami, attente a non evadere dal minuscolo spazio lasciato dalla luce inquisitoria.
Sulla stoffa bianca dell’abito, si muoveva lento il nero gioco di ombre, come negli antichi teatrini di sagome intagliate.
Le pareti si sforzavano di trattenere il mantello di oscurità che proteggeva gli amanti, delimitando un impossibile spazio al di fuori della cruda luce della realtà e del presente.
Nella strada, bagnato fino al midollo, Sorimachi starnutì, spostando maldestramente col piede la grossa torcia.
Nel cono luminoso, per un istante, apparve l’ombra di due mani che si intrecciavano sul tatami.


La notte di tempesta rendeva la città ancora più silenziosa.
– Ci sposammo in segreto, poco prima che lo catturassero… – seguitò il racconto Sanae, con voce appena percettibile, – Nessuno doveva saperlo, per non mettermi in pericolo. A quel tempo Tsubasa era già molto temuto dal regime…
L’abito bianco, che riparava le due ombre come una coperta, illuminava lievemente l’angolo scuro.
– Eravamo giovanissimi… Alcuni mesi dopo, i giornali diedero la notizia della sua morte in un tentativo di fuga dal campo di prigionia… Fu allora che decisi di partire per Shanghai, nel timore che la polizia segreta mi cercasse…
Taro guardò l’ombra della pioggia, proiettata sul muro dalla luce della guardia.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore… – tentò di continuare Sanae, ma l’emozione si faceva troppo forte. Taro la abbracciò più stretta.
– Quell’ultimo giorno alla Belle Aurore, – riprese lei, – avevo saputo che Tsubasa si trovava subito fuori Shanghai. Era vivo, ma molto malato. Mi aveva fatto cercare, attraverso la resistenza cinese. E aveva bisogno di me…
Nascose il volto nell’abbraccio.
– Non avrei mai voluto lasciarti…
Taro la accarezzò in silenzio.
La pioggia scendeva adesso con un ritmo lento e monotono. Improvvisamente la luce proveniente dalla strada si spense. Sorimachi, evidentemente, aveva deciso di averne abbastanza.
Taro sdraiò dolcemente Sanae sul tatami riconquistato all’oscurità, e si curvò su di lei per baciarla.

∗ ∗ ∗

Capitolo sesto – Patto col diavolo

Capitolo quarto – SULLA CODA DELLA TIGRE

Capitolo quarto

SULLA CODA DELLA TIGRE

 


Solo un paio di spettatori avevano assistito all’ultimo allenamento della Ronin, sotto un cielo plumbeo, con un’umidità insostenibile, che rendeva l’aria densa e pesante.
I giocatori sedevano a bordo campo, sfiniti, dopo quel tour de force durato una settimana, che aveva appena scalfito anni di ruggine.
I corpi erano deboli, ma gli spiriti forti: la sfida dell’indomani sarebbe stata comunque combattuta.
– Posso parlarti?
Misaki riconobbe alle sue spalle la voce del capitano.
– Non ho intenzione di giocare, – rispose senza voltarsi.
– Non ho intenzione di chiedertelo, – ribatté Tsubasa.
Il capitano gli fece cenno di seguirlo nell’angolo dello stadio opposto a quello in cui la squadra metteva a punto gli ultimi dettagli tecnici.
Si sedettero sulle tribune deserte.
– Si tratta di Sanae, – esordì Tsubasa.
Misaki girò lo sguardo sul campo.
– So che tu hai le lettere di transito, – continuò il capitano.
– Hanno sbagliato di nuovo il fuorigioco, – disse l’ex numero undici, indicando il campo, su cui Misugi ripeteva le direttive alla difesa.
Tsubasa ignorò l’interruzione e proseguì, con tono più basso:
– La partita di domani, molto probabilmente, è una trappola. E comunque, se anche così non fosse, è possibile che io non riesca mai a lasciare il Giappone.
Il capitano fece una lunga pausa. Poi prese un ampio respiro.
– Portala via di qui, Misaki. Usa le lettere per partire con Sanae e mettila in salvo.
Misaki si voltò a guardarlo.
Tsubasa finse di seguire i movimenti dei difensori.
– Non ti lascerebbe mai, – sorrise amaro Misaki, tornando a fissare il campo.
Tsubasa seguì con lo sguardo un aeroplano che passava altissimo sopra di loro. Probabilmente l’aviazione americana in ricognizione.
– Vedi, Misaki, – disse il capitano, – la prigionia mi ha insegnato a prestare attenzione alle minuzie, perché da quelle può dipendere la tua vita. E le minuzie, spesso, ti permettono di leggere nel cuore degli uomini. E di distinguere, per esempio, la lealtà e l’ammirazione dall’amore…
Tra i due calò un silenzio solido, amplificato dal vocio del campo.
L’aeroplano fu inghiottito dal cielo plumbeo, con le sue preziose foto sull’isola occupata.
Misaki si alzò.
– Complimenti, Tsubasa… C’ero quasi cascato…
Il capitano lo guardò sorpreso.
– Convincermi che sei disposto a vedermi partire con lei pur di metterla in salvo… – disse Misaki, sarcastico, – E ora quale sarebbe la mia parte? Commosso dal tuo gesto eroico, dovrei offrirti le lettere di transito?
– Misaki, ascolta… – tentò Tsubasa.
– No, ascolta tu! – lo interruppe l’ex numero undici, puntandogli l’indice contro, – Se davvero pensassi che lei mi ama, non esiterei un istante a spararti alle spalle!
Il capitano rimase attonito.
– E ora falla finita con questo ridicolo teatrino e lasciami in pace! – concluse Misaki, – Quelle lettere non le avrete, a meno di passare sul mio cadavere!
– Tsubasa! – chiamò Misugi dal campo, – Sbrigati! Abbiamo bisogno di te!
La provvidenziale interruzione riscosse Tsubasa. Non fece in tempo a voltarsi per rispondere, che Misaki si era dileguato nel pomeriggio afoso.


Lo stretto sentiero che scendeva dal Victoria Peak fino ai margini dell’abitato regalava davvero dei panorami mozzafiato.
Shunko Sho, però, non era un inglese in completo bianco alla ricerca di uno scorcio da riprodurre con l’acquerello, ma un guerrigliero vestito di stracci, con un cono di paglia per cappello. Era autorizzato, quindi, a essere pressoché indifferente alla straordinaria vista della città che si poteva godere tra i rami profumati degli osmanti.
Il passo di Sho era rapido e leggero, un vero “passo di piccione”, come lo chiamavano i suoi compatrioti, e gli permetteva di percorrere decine di miglia senza mai fermarsi e senza sfinirsi.
Zigzagando tra i tronchi di canforo, si ritrovò in breve al margine ultimo della boscaglia, dove le cerose foglie verde scuro sfioravano i palazzi in perfetto stile vittoriano.
La luce dell’alba illuminava il porto e nuvole scure a est indicavano che il cielo azzurro era destinato a durare ben poco.
Al primo passo fuori dalla boscaglia, Sho si trasformò magicamente nel più credibile dei mendicanti di Hong Kong. Si levò pure il gusto di chiedere la carità a due gendarmi, che lo ignorarono con un gesto di disprezzo.
Scivolando rapido tra i balconi e le insegne della zona più popolare, giunse rapidamente alla bottega di una ricamatrice.
– Buongiorno, An Chun, – salutò Sho.
La ragazza non alzò nemmeno gli occhi dal lavoro. Con un cenno del capo quasi impercettibile, indicò la porta del retrobottega: i contatti cittadini della Colonna dell’East River erano già arrivati.
– Mi basta che facciate un po’ di confusione, – spiegò Sho, – al resto pensiamo noi.
– Una partita di che? – chiese perplesso uno dei presenti.
– Calcio, football… – spiegò spazientito Sho, – Ci sono stati gli inglesi fino a ieri qui! Possibile che non lo conosciate?
Le facce dei presenti dicevano che sì, era possibile.
Sho si innervosì. Afferrò una pezza, la appallottolò, poi, con un poderoso tiro, la mise al sette sulla parete.
I volti si illuminarono.
– Tsu’ Chu!!! Ma certo!!!
Annuendo e ridendo, la delegazione cittadina diede la sua approvazione al piano.


Lo stato maggiore della Kempeitai aveva fatto le cose in grande. La tribuna centrale era addobbata con centinaia di crisantemi e aveva a farle da sfondo una gigantesca bandiera col sole nascente. Zelanti gendarmi srotolarono un chilometrico striscione con la scritta: YAMATO – VITTORIA SICURA, poi presero posto ai bordi del campo, insieme alle altre forze di sicurezza, schierate senza alcun risparmio.
– Hanno una paura fottuta di perdere! – rise Wakabayashi, ritenendola proporzionale all’ampiezza dello striscione.
La Ronin si scaldava a bordo campo, nelle sue maglie, bianche nelle intenzioni e di tutte le sfumature dal grigio all’ecru nella realtà.
La Yamato fece il suo ingresso in campo per il riscaldamento nella sua impeccabile divisa nera, suscitando il boato della folla, perfettamente orchestrato dagli infiltrati della Kempeitai sugli spalti, seduti fianco a fianco ai membri cittadini della Colonna dell’East River.
Kojiro Hyuga salutò le curve osannanti, poi cominciò a prodursi in un’atletica serie di esercizi, imitato millimetricamente da Wakashimazu e, con minor precisione, da tutti gli altri.
Misaki sedeva sull’ultima fila delle tribune, l’unica in cui corresse un filo d’aria nel pomeriggio stagnante che sembrava preludere a un temporale.
Un abito bianco gli passò vicino. Sanae e Yayoi andarono a sedersi alcune file più in basso, badando a restare ben distanti dalla tribuna d’onore, ma anche a non sconfinare nelle curve cinesi, dove non avrebbero fatto differenza tra loro e degli agenti nemici.
– Basta così! Siamo pronti! – esclamò perentorio Hyuga che, evidentemente, scalpitava.
Diede le ultime direttive alla squadra, poi si apprestò con Sawada a dare il calcio d’avvio.
– Spero che i tuoi agenti siano schierati a dovere… – sibilò, – Se Tsubasa ci scappa dalle mani, ti spedisco sul fronte interno!
– Ce ne sono almeno tre pronti a saltargli addosso, nel caso sfuggisse alla marcatura, – rispose Sawada.
Hyuga lo fissò per qualche secondo. Il fischio d’inizio arrivò a salvare il gendarme dalle conseguenze della sua impudente ironia.


– Dannazione! Chiudi quella fascia, Ishizaki! E tu torna a coprire, Matsuyama, non possiamo farcela da soli!
Impossibilitato a dare tutto se stesso sul piano fisico, Jun Misugi guidava la difesa distribuendo ordini a raffica, come il comandante di un sottomarino in missione.
– Sembra che abbiano quattro gambe! – si giustificò Ishikazi col fiatone, – È impossibile fermarli!
– Risparmia il fiato e corri! – lo apostrofò Tsubasa, ripiegato anche lui in difesa, su quella che appariva una vera e propria trincea umana intorno all’area di Wakabayashi.
La differenza di preparazione fisica era abissale. La Yamato, forte di allenamenti costanti e di un’alimentazione ricca, stava polverizzando le deboli gambe della Ronin, reduce da anni passati in clandestinità e prigionia, nutriti dal poco riso del razionamento.
Kojiro Hyuga riusciva a giocare in almeno tre posizioni diverse, sbraitando coi compagni in ogni reparto, Sawada macinava chilometri a centrocampo, senza risentire minimamente delle ore passate alla scrivania della gendarmeria, e Wakashimazu lamentava di annoiarsi a morte là in fondo, tutto da solo.
Le reti, naturalmente, spettavano di diritto al maggiore. Nessuno si sarebbe mai permesso di fare gol al suo posto. Così Sorimachi, arrivato facilmente in zona tiro, passò la palla a Hyuga che, per rimarcare da dove venisse il nome della squadra, sparò una cannonata imprendibile nella porta di Wakabayashi.
– E uno!!!! – gridò Hyuga, alzando un dito al cielo, come a dire che aveva intenzione di alzare anche le altre quattro.
La folla esplose in un boato sincronico, per evidenziare il perfetto affiatamento degli infiltrati.
– Ne prenderanno una dozzina…
Misaki si voltò verso il mendicante che sembrava intendersene tanto di calcio.
– Può darsi… – rispose, – Nel caso perderei 20.000 yen.
– Se sei stato così fesso da scommettere su una squadra come quella… – rise il mendicante.
– In quella squadra ci ho giocato, – disse Misaki, – e abbiamo vinto in condizioni peggiori.
Il mendicante non sembrava convinto.
– Non hai fatto un buon affare in ogni caso… – concluse, – La partita non finirà. Il temporale è imminente.
Il cono di paglia si alzò per un istante, lasciando balenare uno sguardo, poi il mendicante si dileguò nella folla.
– Sho! – lo riconobbe Misaki, e si alzò in piedi per essere pronto all’arrivo della tempesta.


Per la Ronin la partita era durissima.
– Mi ricordavo che ci fosse un’altra metà campo… – osservò Matsuyama in un istante di tregua, – Ma è passato tanto tempo, forse mi sbaglio.
La risata di Tsubasa era spezzata dal fiatone.
– Hanno anche l’arbitro dalla loro, – si lamentò Ishizaki, – come se ce ne fosse bisogno…
La direzione della partita, in effetti, era all’inglese per la Yamato e rigorosissima per la Ronin.
– Non importa, – disse Tsubasa, – vinceremo anche contro di lui!
Misugi, al centro della difesa, appoggiò le mani sulle ginocchia nel tentativo di riprendere fiato.
– Ce la fai? – chiese preoccupato Wakabayashi.
– Non ho nessuna intenzione di lasciarvi in dieci, – rispose con un filo di voce il principe del campo.
Sawada scese sulla fascia con la facilità di un bambino che insegue un aquilone, poi passò al centro dove Hyuga chiamava la palla, come se fosse realistica l’ipotesi di passare a qualcun altro.
– Due!!!!!!!!!
Il tuffo di Wakabayashi era stato inutile. Il missile terra-aria aveva sfondato la rete come se fosse fatta di stelle filanti.
Sugli spalti, Sanae tentava di confortare una disperata Yayoi, che non riusciva a tollerare di vedere il marito in quelle condizioni.
– Non avrei dovuto permettergli di giocare… – singhiozzava la signora Misugi, – Non avrei dovuto…
La preoccupazione di Sanae, invece, era tutta per gli agenti in divisa kaki che circondavano il campo, fitti come una siepe di rovi. La sensazione che si trattasse di una trappola cresceva di minuto in minuto.
La Yamato, intanto, dilagava. Alla mezz’ora del primo tempo, Hyuga si tolse lo sfizio di un’azione personale, attraversando la difesa della Ronin come un coltello caldo fa col burro.
– E tre!!!!!
L’orchestra sugli spalti intonò il suo miglior boato.


Il primo tempo era finalmente finito, dopo un quarto d’ora in cui la Yamato aveva preferito fare melina, per stancare e irridere i giocatori avversari.
La Ronin si avviò agli spogliatoi, troppo stanca per essere sconfortata.
– Vi è andata bene… Credevo ne avrebbero fatti il doppio!
Il mendicante, appoggiato al muro dello spogliatoio, il cono di paglia calato sugli occhi, diede il suo sarcastico benvenuto.
Ishizaki interpretò il pensiero di tutti.
– E tu chi diavolo sei???
– Ozora Tsubasa, giusto? – chiese Sho, puntando il sottile bastone di bambù sul petto del capitano, – Siamo venuti a prenderti.
Misugi capì al volo.
– Ti manda Go, vero?
Sho non rispose e diede le informazioni essenziali.
– Dieci minuti e sentirete un forte boato. Poi è possibile che la folla si faccia prendere dal panico. State tranquilli e non vi succederà niente.
Poi, rivolto a Tsubasa:
– Ti troverò io. Stai pronto.
I giocatori si guardarono perplessi e smarriti.
– Dieci minuti? – chiese Wakabayashi.
Sho non capì il senso della domanda.
– Sì… Minuto più, minuto meno…
– Non riusciremo a ribaltare la situazione in dieci minuti… – pensò ad alta voce il portiere.
Un mormorio corse tra gli altri giocatori.
Sho li guardò incredulo.
– Visto com’è andato il primo tempo, fossi in voi ringrazierei l’interruzione, che vi eviterà il pallottoliere!
– Non sono poi così forti… – obiettò Matsuyama.
– No… Possiamo farcela… – confermò Izawa.
Wakabayashi e Tsubasa confabulavano in disparte.
– Senti… – disse, infine, il capitano, – Non è che si potrebbe rimandare l’esplosione, diciamo… di una decina di minuti?
Il guerrigliero pensò di essere capitato in un covo di pazzi.
– Ma è solo una partita di propaganda! Non conta a nulla! L’unica cosa seria è usarla per farti fuggire di qui!
– La risposta è no, quindi? – chiese Tsubasa.
Sho lo guardò attonito.
– Beh, ragazzi, – fece il capitano, rivolgendosi ai compagni, – vuol dire che abbiamo solo dieci minuti. Andiamo là fuori e sputiamo l’anima! Quattro gol in dieci minuti non sono impossibili!
– Sìììììì!!!! – confermò la squadra.
Una mano magra si posò sul braccio di Tsubasa.
– Io non posso farcela… – mormorò Misugi allo stremo.
La Ronin ammutolì. In dieci l’impresa diventava impossibile.
Il capitano non si diede per vinto.
– Potresti entrare tu… – disse rivolto a Sho.
– Cosa?!
– Hai l’aria di capirne di calcio e di essere più in forma di noi… E poi sarai di sicuro vicino a me nel momento dell’esplosione… – tentò di convincerlo Tsubasa.
Il guerrigliero si sentì al centro di ventidue occhi supplicanti.
– È una pazzia… – mormorò.
Poi, la calamita del campo fece il suo dovere.
– Dammi quella dannata maglia! – disse a Misugi, – Abbiamo due minuti e mezzo per ogni gol!

∗ ∗ ∗

Capitolo quinto – Dieci maledetti minuti

Capitolo terzo – UN BUON POSTO PER MORIRE

Capitolo terzo

UN BUON POSTO PER MORIRE

 


Yayoi non riusciva a credere alle proprie orecchie.
– Avevi promesso che saremmo partiti subito! – ripeté, – Potremmo essere oggi stesso a Macao, e domattina in volo per l’America!
Jun Misugi guardava fuori dalla finestra. Le acque del golfo giocavano con i raggi del sole primaverile.
– Giocherò la partita, – disse, – poi andremo dove vuoi tu.
– Non puoi davvero pensare di scendere in campo! – continuò Yayoi, sempre più disperata, – Le tue condizioni sono gravi! È troppo pericoloso!
– Ora basta! – scattò Misugi, – Non puoi chiedermi di fuggire in questo modo!
Yayoi si lasciò cadere sul letto e scoppiò in singhiozzi.
Jun chinò la testa con un profondo sospiro. Poi le si sedette accanto, abbracciandola stretta.
– Sei stato mesi in quel maledetto campo… – mormorò Yayoi tra le lacrime, – Ora finalmente abbiamo la possibilità di andarcene… Abbiamo perfino il visto autorizzato dalla Kempeitai
Jun le accarezzò con tenerezza i capelli.
– Ascolta Yayoi… – cominciò con dolcezza, – Hyuga mi lascia andare, convinto che non vivrò abbastanza a lungo da infastidirlo. Ma io vivo da tanti anni con la morte al mio fianco… Ho imparato a conoscerla. E so che non è ancora venuto il momento.
Yayoi soffocò un singhiozzo.
– Yayoi… Io non voglio fare l’eroe… – aggiunse Jun, – Avrei tanto voluto vivere una vita tranquilla al tuo fianco… Ma è destino che viviamo in un’epoca tanto buia… E ai nostri figli non voglio raccontare di essere stato un codardo, che fuggiva davanti al nemico…
Si strinsero in un lungo, commosso abbraccio. Poi Yayoi cercò il suo sguardo.
– Sarò sugli spalti a tifare per te, – disse decisa, – come sempre.


– Sono pronto! Quando si comincia?
Wakabayashi batté il pugno sul tavolo, a rimarcare la sua determinazione nell’impresa.
– Non avevo dubbi! – rise Tsubasa.
Il Pappagallo blu nel pomeriggio era semideserto, popolato solo dalle mosche e da qualche piccolo borseggiatore.
– Ho un’altra domanda… – aggiunse Tsubasa, abbassando la voce.
Wakabayashi fece un cenno e magicamente tutti i dipendenti sparirono.
– Sto cercando due visti, – spiegò Tsubasa appena furono soli.
Wakabayashi si allungò sulla sedia.
– E io un passaggio per la luna…
Tsubasa sospirò.
– So bene che la cosa è rischiosa…
– No, – lo interruppe Wakabayashi, – la cosa è impossibile. Far uscire te da Hong Kong è condannarsi a morte. Siamo amici, ma non fino a questo punto.
– Capisco… – disse a mezza voce Tsubasa.
– Certo, per lei è diverso… – aggiunse Wakabayashi, accennando col capo a Sanae, – Un visto te lo trovo quando vuoi. Gratis, ovviamente. Mi dici di sì e domani lei è a Macao.
Tsubasa guardò Sanae, che pareva interessarsi solo alla sua tazza di the.
Wakabayashi fece per alzarsi.
– Parlatene pure un attimo tra voi, – disse.
Le mosche zampettavano allegre sul tavolo, appiccicoso di chissà quale intruglio.
– Non partirò da sola, – chiarì subito Sanae.
– Mi sentirei meglio se tu fossi in salvo… – disse Tsubasa.
– Senti… Se fossi tu a potertene andare, lo faresti? – chiese, guardandolo negli occhi.
– Certo, – mentì lui, – lo farei subito.
Sanae sorrise.
– Certo… Non mi hai abbandonata in situazioni peggiori… Prenderemo due visti. Oppure nessuno.
Tsubasa chinò la testa.
Wakabayashi si avvicinò, intuendo che la conversazione era finita.
– Ti aspetto oggi pomeriggio per gli allenamenti, – disse Tsubasa, tendendogli la mano, – per i visti cercheremo ancora un po’.
Wakabayashi approfittò della stretta per avvicinarsi all’orecchio di Tsubasa.
– Sai che Urabe è stato arrestato per via di due lettere di transito che farebbero uscire di qui perfino te? E che quelle lettere non gli sono state trovate addosso? Secondo me, due chiacchiere con Misaki sull’argomento potrebbero essere interessanti…
Tsubasa aggrottò le sopracciglia, prese il cappello e uscì con Sanae.


Il campo da calcio dell’Hong Kong Cricket and Football Club non aveva mai visto così tanti abbracci. I giocatori si ritrovavano dopo tanti anni, passati in prigionia o in un volontario esilio, e non pareva loro vero di poter mettere ancora gli scarpini e le maglie col numero sulle spalle.
– Il mio numero era diventato questo… – mormorò Misugi, mostrando il tatuaggio sul braccio ossuto.
Tsubasa gli mise una mano sulla spalla. La prigionia lo aveva davvero molto provato.
– Te la senti di giocare? – chiese il capitano.
Gli occhi di Misugi ebbero il lampo dei suoi giorni migliori.
– Contro Hyuga? Fosse anche l’ultima cosa che faccio! – rispose deciso.
Sugli spalti, due figure femminili osservavano il primo allenamento.
– Sembra passato un secolo… – mormorò Yayoi Aoba, e asciugò una lacrima al pensiero dei tornei del tempo della scuola.
– Siete riusciti a trovare un visto? – si informò Sanae.
– Sì… – rispose esitante la ragazza, – È stato Misaki…
Sanae si voltò verso l’amica, che, però, non sembrava intenzionata a dare altre spiegazioni.
Come evocato dalle parole della signora Misugi, l’ex numero undici apparve in cima alle tribune, al fianco di Azumi Hayakawa.
– Un vero peccato che non sia dei nostri… – disse Wakabayashi, vedendolo.
– Lascialo stare, – mormorò Ishizaki.
– Tu eri con lui anche a Shanghai, vero? – si informò Izawa.
Ishizaki alzò gli occhi verso Tsubasa, poi li riportò sul terreno di gioco.
– Sì, – rispose col tono di chi non avrebbe detto altro nemmeno sotto tortura.
Il capitano sciolse il silenzio imbarazzato e diede il via ufficiale agli allenamenti.


– Tu non giochi? – chiese Azumi.
– No, – rispose il centrocampista.
La risposta parve contrariarla.
– Mi sarebbe piaciuto rivederti sul campo… – sorrise.
Misaki, le mani nelle tasche dei pantaloni di lino chiaro, seguiva attento gli esercizi di riscaldamento sul campo.
– Trovo l’intera faccenda patetica, – disse l’ex numero undici.
– Non giocare al cinico con me, Taro Misaki, – aggiunse la ragazza, – io ti conoscevo prima della guerra…
– Prima della guerra il mondo era diverso, – ribatté lui, – e le persone erano diverse.
Azumi spostò lo sguardo sul campo da calcio.
– Grazie per avermi fatto riaccompagnare da Izawa, l’altra sera… In fondo è un bravo ragazzo.
– Per essere un croupier, è anche un discreto centrocampista, – osservò Misaki.
L’ombra di un parasole interruppe la conversazione.
– Sei sobrio? – chiese una voce femminile, con tono duro.
Azumi guardò interrogativa la giovane donna in abito bianco. L’espressione sul volto di Misaki diceva che la conversazione si preannunciava sgradevole.
– Grazie per avermi mostrato la strada dello stadio, – si congedò in fretta Azumi.
– Di nulla, – rispose Misaki.
Sanae seguì la ragazza con lo sguardo, finché non fu sicura che fosse fuori dalla portata delle loro voci.
– Ti chiedo scusa per ieri sera, – disse l’ex numero undici senza staccare gli occhi dal campo.
– Non ha importanza, – rispose Sanae, – è evidente che ho a che fare con un’altra persona rispetto a quella che conoscevo a Shanghai…
La squadra aveva iniziato le discese a due. Tsubasa aveva come compagno Misugi, che, però, faticava molto a tenerne il passo. Yayoi si avvicinò preoccupata al campo.
– Le lettere le hai date a Yayoi per amicizia, per denaro o per altro? – chiese sarcastica.
– Non so di cosa parli… – ribatté Misaki, – Io non commercio in visti. Misugi ha solo avuto fortuna alla roulette.
Sanae alzò lo sguardo verso le colline che abbracciavano il campo. Il verde scuro della macchia faceva risaltare le tribune rosse e blu.
– Le compro io le lettere di Urabe, – disse infine.
Misaki non rispose.
– Posso pagarle bene… – aggiunse.
– Non è questo il problema, – replicò l’ex centrocampista.
Sanae fece un sorriso amaro.
– Certo, non è questo il problema… È che pur di vendicarti di me, lasceresti morire Tsubasa a Hong Kong…
– Anch’io morirò a Hong Kong… – ribatté Misaki, – È un buon posto per morire. Guardati intorno. La Happy Valley non è che un grande cimitero…
Sanae scosse la testa. Evidentemente ogni tentativo sarebbe stato inutile.
Si voltò per andarsene.
– Ieri sera non mi hai risposto… – la fermò l’ex numero undici, – Mi hai lasciato per Tsubasa o c’è stato qualcun altro prima?
– Non ti ho lasciato per Tsubasa, – rispose Sanae nascosta dal parasole, – né per nessun altro. Tsubasa è mio marito. E lo era già quando ci incontrammo a Shanghai.


Nascosto tra le paludi malariche, lo stato maggiore della Colonna dell’East River, la principale organizzazione di resistenza cinese all’invasore giapponese, sudava su una vecchia carta militare, dalle proporzioni a dir poco fantasiose.
– Mi dite che cosa dovremmo farcene di questa? – sbraitò il comandante Shunjin Go, sventolando il pezzo di carta umidiccia sotto il naso dei suoi collaboratori.
– È una pessima idea, – disse Shunko Sho da sotto il suo cono di paglia, – e non funzionerà, carta o non carta.
Go gli lanciò uno sguardo carico di disprezzo.
– Fosse per te, non faremmo che giocare con la polvere da sparo! – sibilò, – Non hai voce in capitolo!
– Rischiare uomini e mezzi per far fuggire un giapponese… – insistette Sho, – Non capisco come facciate a ragionare intorno a un’idea tanto stupida!
– Ti ho già spiegato, – Go digrignava la rabbia tra i denti, – quanto è importante il lavoro di Ozora Tsubasa. È una delle figure più carismatiche dell’opposizione al regime. Un pacifista e un eroe nazionale insieme. Le sue parole contano più delle tue bombe. Altrimenti perché credi che ci terrebbero tanto a farlo fuori?
– Affari loro… – replicò stringendosi nelle spalle Sho, – Un giapponese buono è un giapponese morto!
Go si rivolse con rabbia verso l’inutile cartina e verso i compagni ammutoliti.
– Il piano è semplice: – spiegò, – la Happy Valley è al margine della zona montuosa, impossibile da controllare per i giapponesi. Noi, invece, lì ci muoviamo a occhi chiusi. Tra lo stadio e il Monte Cameron ci sarà meno di un chilometro. Nasconderemo Tsubasa lì per qualche giorno, poi, a Tai Tam, è già pronta una barca per Macao.
– Piano perfetto… – osservò sarcastico Sho, – E quel chilometro come lo percorriamo? Sotto un mantello invisibile?
– Basterà portarlo fuori dallo stadio! – si spazientì Go, – La boscaglia arriva alla rete del Cricket and Football club!
Gli sguardi perplessi dei membri dello stato maggiore dissero a Go che il suo piano non era stato affatto convincente.
– Levati…
Go sentì la mano rovente di Sho sul braccio e fece un salto indietro.
– Tu e i tuoi dannati giochetti col qì! – ringhiò.
Sho lo ignorò e si impossessò dell’approssimativa cartina.
– Lo stadio è all’inglese, giusto? Quindi con le tribune direttamente collegate al campo. Dieci minuti dopo l’inizio del secondo tempo, noi facciamo scoppiare una bomba qui, – e indicò un punto subito a ovest dello stadio, – Il grosso della pattuglia della Kempeitai correrà a vedere che è successo, spalancando il cancello per far passare gli automezzi. La folla lascia gli spalti e invade il campo. Approfittando della confusione copriamo Tsubasa con abiti cinesi. In un istante sarà mimetizzato in una folla che sembra in preda al panico. A quel punto lo portiamo sui nostri sentieri nella boscaglia e il gioco è fatto.
Lo stato maggiore ammutolì. L’idea era tutt’altro che peregrina.
Go non si rassegnò ancora.
– E la bomba? Cosa intendi far saltare questa volta? – sbraitò.
– Il cimitero, – rispose con uno sguardo ironico Sho.


Le parole di Sanae avevano fulminato Misaki, confondendone i pensieri e rimescolandone i sentimenti.
La seguì con lo sguardo, mentre tornava da Yayoi Aoba, che gli fece un timido cenno di saluto.
La squadra, dopo anni di inattività, riusciva a reggere solo un allenamento breve. I giocatori erano già a bordo campo.
Misaki si avviò verso il cancello, sperando che la lunga camminata fino al porto lo aiutasse a dipanare il garbuglio che si sentiva dentro.
– Come li hai trovati?
Il tono arrogante, ancora prima del timbro della voce, gli permise di riconoscere il maggiore Hyuga.
– Magri, – rispose laconico Misaki.
– Farò mandare loro della carne, – disse l’ufficiale, – che non si dica che vinciamo perché sono affamati.
Misaki infilò deciso l’uscita.
L’ufficiale, invece, si avvicinò alle giovani spettatrici sulle tribune, sedendosi alle loro spalle.
– Buonasera, – le salutò, esibendo quello che voleva essere un sorriso.
Un ostinato silenzio, riparato dai parasoli, lasciò intendere che la compagnia non era gradita. Il maggiore non era, però, tipo da cogliere le finezze.
– Ho sentito che i signori Misugi partiranno subito dopo la partita…
Il parasole azzurro di Yayoi ebbe un tremito.
– Quanto a Ozora Tsubasa, invece…
Fece una sapiente pausa, per vedere la reazione di Sanae. Ma il parasole bianco rimase immobile.
– Quanto a Tsubasa, dicevo, credo che sia una buona idea cominciare a guardarsi intorno… Ci sono diversi graziosi cimiteri in questa zona. Per una tomba degna di un eroe nazionale è il caso di pensarci per tempo…
Il parasole bianco non tradì la minima emozione.
Appena Hyuga ebbe voltato le spalle, il parasole azzurro ebbe un movimento brusco.
Il maggiore lo vide con la coda dell’occhio, poi se ne andò fischiettando.
La mano di Yayoi Aoba, ancora per qualche minuto, restò posata su quella dell’amica.
Poi, Sanae si rassegnò a rimettere la rivoltella nella borsa.


Ronin.
La voce di Matsuyama aveva rotto il silenzio di cinque minuti che era seguito alla richiesta di Tsubasa di trovare un nome per la squadra.
– Siamo samurai senza un signore, no? – spiegò l’ex capitano della Furano.
L’immagine dei guerrieri erranti, con le loro storie valorose e oscure, pronti a combattere per le cause perse, sembrava in effetti calzare a pennello.
– Mi piace, – approvò Tsubasa, – mettiamo ai voti.
La proposta, in un regime dittatoriale, aveva qualcosa di assolutamente provocatorio. I giocatori si guardarono l’un l’altro, timorosi di esprimere il loro parere.
Una mano si alzò decisa.
– Sì, – disse Misugi.
– Sì, – ribadì Wakabayashi.
Le mani si alzarono tutte insieme.
– Sì!!!!!
Sugli spalti, sotto i parasoli pastello, le ragazze applaudirono alla nascita della Ronin Football Club.


– Ho visto che parlavi con Misaki, – chiese Tsubasa sulla strada che li riportava in albergo, – hai saputo qualcosa delle lettere di transito?
– Le ha lui, – rispose Sanae, guardando verso il mare, – ma non ce le darà.
Tsubasa sospirò.
– Immaginavo…
Sanae girò lo sguardo verso il sole che tramontava.
– È un vero peccato che non sia dei nostri… Sul campo e fuori avrebbe fatto la differenza, – aggiunse Tsubasa.
Camminarono in silenzio per un lungo tratto. La via che scendeva dalla Happy Valley verso il porto permetteva di abbracciare con lo sguardo l’intero golfo, in cui le navi da guerra della marina giapponese stavano facendo delle manovre di routine.
– So che la vita che ti faccio fare è davvero dura… – cominciò Tsubasa.
Sanae sorrise.
– … e che ti ho chiesto davvero molti sacrifici, – continuò lui.
Sanae gli prese la mano, stringendola nella sua.
Tsubasa alzò lo sguardo verso il cielo, insolitamente azzurro, in quel maggio tanto afoso.
– Ti prometto che ti farò uscire di qui, – disse, – a qualunque costo.

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Capitolo quarto – Sulla coda della tigre